La storiografia generale italiana, che tratti della Resistenza o dei processi di modernizzazione, del variare degli equilibri politici o degli effetti del sistema dei partiti, non ha ancora fatto che molto limitatamente i conti  con gli effetti dell’ingresso femminile nella cittadinanza.

C’è un dato amaro che lo conferma:  la separatezza delle celebrazioni del sessantennio. Le occasioni solenni di celebrazione della Costituente non hanno menzionato praticamente la novità del voto alle donne; nelle moltissime occasioni di riflessione sulla vicenda del voto femminili sviluppatesi in questo semestre, la tentazione di parlare solo fra donne e sulle donne ha prevalso sulla ricostruzione di una storiografia complessiva.

Ma la funzione critica della storia delle donne non si esaurisce in sé stessa ma nell’arricchire con un’ottica più ampia e realista la visione unitaria della storia.

Il contesto e le sue contraddizioni

Il diritto di  voto delle donne, che si è andato affermando nel Novecento è  sanzionato nel nostro paese, con un decreto del 31 gennaio 1945, (dopo una lunga storia di battaglie femminili iniziata con la stessa Unità nazionale e un precedente inapplicato voto della Camera del 1919); sarà esercitato per la prima volta nel 1946, fra elezioni amministrative, voto per la Costituente e per il referendum istituzionale. (1)

Ciò che va premesso è che il voto alle donne è un fatto rivoluzionario, un rovesciamento dell’intera storia umana, di una tradizione millenaria che sanzionava la separatezza fra la vita  maschile, legata alle relazioni pubbliche,  al potere di decisione, alla costruzione della storia nella libertà, e la vita femminile, concentrata sul privato familiare, sulla ripetizione, sulla quotidianità dell’esistenza. Ma questo dato è tutt’altro che consapevole nella società italiana.

Esso, non accompagnato da un dibattito politico reale, viene letto prevalentemente sotto il segno della ovvietà, della decenza democratica, entro l’illusione di una facile conciliazione col ruolo tradizionale, come risulta dalla stampa del tempo. Più fattori favoriscono questa lettura. C’è una radicale  perdita di memoria femminista legata sia al fascismo sia al contesto internazionale degli anni Trenta, più concentrato, dagli USA all’URSS, dalla Francia  al Belgio, e con la sola eccezione della Svezia, sui problemi della famiglia che sui diritti delle donne. C’è il dato di una evoluzione di fatto della condizione femminile, malgrado le politiche repressive del fascismo (scolarizzazione, uso del tempo libero, effetto dei mezzi di comunicazione dalla radio al cinema, mobilità, ma anche un consolidarsi della pratica di fatto del lavoro femminile) apparentemente pacificata e tranquilla, aliena dai conflitti. Ma ci sono anche latenti nella società italiana fattori innovativi, non sufficientemente avvertiti dalle dirigenze maschili. Fra essi, in particolare l’impatto delle responsabilità e dei compiti assunti d alle donne durante il dramma della guerra; l’esperienza, di fatto socialmente più innovativa di quanto si pensi rispetto al tradizionale rapporto casa-chiesa, delle organizzazioni femminili di massa in area cattolica, malgrado il loro impianto spirituale apparentemente tradizionale; infine l’importante partecipazione delle donne alla Resistenza, che non solo contribuisce a definire la natura complessiva della Resistenza assai più di quanto ne sia stato utilizzato fin qui, ma resta l’ elemento di maggiore impatto del periodo sulla personalità femminile. (2) La conquista del voto sarà così accompagnata almeno in area femminile da una fortissima enfasi sulla sua novità, da un sentimento di fierezza, dai primi, pur vaghi e minoritari, segnali di un mutamento di identità.

Il far politica delle donne

La politica delle donne assumerà in questa fase caratteristiche proprie, in parte ereditate proprio dall’ esperienza filantropica dell’emancipazionismo ottocentesco e dall’impegno solidaristico delle cattoliche. In primo luogo si esprime nella continuità con il solidarismo resistenziale attraverso una rete straordinaria di iniziative di sostegno a reduci, sfollati, bambini che esprime in qualche modo il segno proprio delle donne dell’assunzione di una nuova responsabilità politica, entro una logica di partecipazione collettiva che anticipa il moderno volontariato.

La costruzione di movimenti femminili di massa, in particolare a sinistra nell’Unione DonneItaliane, che rientra nella logica stalinista del PCI e nel Centro Italiano Femminile, che federa l’associazionismo femminile cattolico ai fini della formazione  politica in difesa della fede, quella dei movimenti femminili dei partiti, soprattutto PCI e DC, va vista comunque come risposta forte delle donne all’ingresso nella cittadinanza . Giudicati a lungo, a torto, come prima forma della rottura dell’unità resistenziale, in realtà essi sono gli strumenti di un’introduzione piena delle donne entro la politica reale, e entro le opzioni cui si confronterà la società italiana, e la premessa della formazione di proposte  politiche femminili capaci di condizionare le scelte generali, come si vedrà con la Costituente. E’ attraverso questa collocazione politica militante non mascherata, in una fase in cui sono i partiti gli stimolatori della partecipazione democratica,  che le donne potranno essere presenti alle scelte fondamentali del paese.

Scriverà più tardi Stefania Rossi: “la  costruzione della libertà richiede articolazione e dialettica di contenuti diversi, senza i quali essa rimane vuota forma”. Era “utopia pensare a soluzioni del problema femminile avulse dal contesto di una concezione globale”. “Questo avrebbe escluso le donne dalla vita civica e politica, segregandole in una notte in cui tutte le cose sono nere”.

Gli effetti del voto alle donne

Malgrado questa ridotta problematicità, il voto femminile  anticipa il carattere generale della democrazia italiana, la sostanza dell’ accordo De Gasperi Togliatti giustamente messo in evidenza da Scoppola, (3) con la scelta della democrazia di massa contro le concezioni elitarie o giacobine della democrazia, più proprie dei partiti laici, liberali azionisti, socialisti. E’ un fatto che i partiti che svolgeranno un ruolo chiave nella storia repubblicana sono quelli, la DC e il PCI, a) che hanno fatto la scelta della democrazia di massa; b) che, unici, hanno espresso strategie e attenzione rivolte al voto femminile; c) che, avendo puntato sul sostegno a un’organizzazione femminile separata e su un numero, sia pure simbolico, di candidature femminili, avendo stimolato impegno capillare femminile, hanno potuto contare su un protagonismo femminile, con l’effetto di un radicamento popolare più vasto.  Infatti ne assumono in pieno il significato e la sfida.

Ne sono una conferma i discorsi di Togliatti, Pio XII, De Gasperi, che avvertono il calore chiave di questa novità. Togliatti rovescia il condizionamento negativo che ne viene al suo partito puntando sull’effetto modernizzante, di educazione all’autonomia che ne viene al paese; Pio XII cancella l’ antica opposizione del Papato al voto femminile con una appello alle donne tutto sulla scia della riconquista cristiana della società, pur offrendo più che una conferma dell’uguaglianza dei diritti almeno una parificazione delle responsabilità pubbliche; De Gasperi, ancorerà l’esperienza delle democristiane al valori cattolico democratici della libertà, della partecipazione, dell dialogo con il diverso dela pluralismo del superamento del nazionalismo. Appaiono invece per lo meno indifferenti e spesso diffidenti le dirigenze socialiste, azioniste, laico liberali, che pure avrebbero potuto contare su donne di grande valore.

Il primo effetto di questa mobilitazione democratica sarà il superamento del timore su un aumento dell’astensionismo, connesso col voto femminile, ( una preoccupazione che ispirerà la legislazione sul voto obbligatorio).  Con  la loro spinta organizzativa i movimenti delle donne assumeranno una vera leadership antiastensionista, sia in chiave democratica generale, sia sul terreno che possiamo chiamare femminista, del diritto a decidere autonomamente, come emerge da un bell’ articolo della Federici,  e costituirà quasi una prima pedagogia democratica sul valore del voto che avrà effetti di lungo periodo.

Il secondo effetto è che il voto femminile  deciderà, secondo il parere unanime di tutti gli statistici elettorali, gli equilibri politici della Repubblica, anche se è rimasta a lungo latente e non è mai stata formalmente corretta l’idea che si sia trattato di un segno d’ arretratezza.

Decide in realtà sia degli equilibri generali, sia delle varianti locali di segno opposto, (Emilia Toscana, anche attraverso la strategia comunista di mobilitazione delle donne delle campagne) sia il carattere generale della democrazia italiana.

Ma deciderà anche della modernizzazione della società italiana, a partire dalla Costituzione e più tardi della evoluzione delle forze politiche.

La Costituente

Le straordinarie donne che furono membri della Costituente (4) non si videro riconoscere allora la qualità del loro apporto (furono spesso ridicolizzate dalla stampa o come tutte brutte, per le comuniste o come bigotte e clericali per le democristiane) e ancora oggi le loro biografie sono sostanzialmente ignorate. Si tratta in realtà di donne, praticamente tutte di provenienza resistenziale o almeno antifascista, spesso reduci d alle carceri o dall’esilio, volontario o meno, in percentuale maggior e degli stessi costituenti, con esperienze culturali e politiche, anche internazionali di peso, dalla Bianchini alla Noce, dalla Cingolani alla Montagnana, dalla Bianchi alla Federici, dalla Conci alla Gallico Spano alla Merlin, a figure maturate nell’antifascismo cattolico o comunista come la Jervolino De Unterrichter e la Gotelli, la Jotti e la Gallico Spano (vedi appunto allegato). Va notato che fu comune ad esse riconoscersi, forse  inconsciamente, come rappresentanti delle donne e di quanto le donne attendevano dalla democrazia e d alle nuove istituzioni.

Le donne si inserirono pienamente nel clima di convergenza e di collaborazione che caratterizzò il lavoro dei Costituenti.

Fecero parte della Commissione dei 75 la Jotti e la Noce per il PCI, la Federici e la Gotelli per la DC, la Merlin per i socialisti. Ciò che risulta evidente da tutte le testimonianze e da molti interventi è che le donne assunsero di fatto senza incertezze  la rappresentanza delle donne , anche senza teorizzazioni esplicite.

Gli articoli che in essa si riferiscono direttamente alle donne e che riguardano lo status della famiglia  sono il 2,3, 29, 30 31,37.  Ma va ricordato che tutte le dichiarazioni dei diritti del cittadino, al lavoro, alla salute, all’istruzione, anche  quando senza riferimenti al sesso, riguardano entrambi i generi. Quelli che ci interessano di più sono quelle parti che in qualche modo già pongono la questione del rapporto fra uguaglianza e differenza, che diverrà capitale solo più tardi   ma che porterà subito alla legge sulla tutela della lavoratrice madre.

Ciò che in conclusione se ne deve trarre è che la modernizzazione del paese comincia anche da qui, da questo protagonismo femminile convergente,  dalla presa di coscienza delle ipocrisie maschili.

Le donne e i processi di modernizzazione.  

A partire dal voto  le donne hanno infine caratterizzato gli anni dello sviluppo, accogliendo non solo mutamento di consumi e di costume significativi, opportunità di scolarizzazione, sviluppando imprenditoria femminile, anche quando non da titolari dirette ma sopratutto appoggiando, sia pure entro culture diverse, battaglie comuni sui loro diritti e sull’attuazione della Costituzione che segnarono tutto il  processo di modernizzazione del paese. La lunga battaglia per l’attuazione della parità costituzionale almeno formale, le battaglie sindacali a favore di categorie simbolo, d alle mondine alle braccianti, che le accomuna di fatto malgrado il clima della guerra fredda  ne vanno viste come un fattore chiave. Ma non va nemmeno trascurato il contributo femminile alla evoluzione delle forze politiche.

In area cattolica nel momento chiave della cosiddetta Operazione Sturzo, per un’ alleanza con la destra alle amministrative di Roma del 1951, le dirigenti delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, Carmela Rossi per l’Unione Donne, Alda Miceli per la Gioventù Femminile, Maria Badaloni per i Maestri di A.C., dichiararono esplicitamente la loro solidarietà a De Gasperi e la non disponibilità a sostenere il listone con la destra. Esse hanno cosÏ favorito la prevalenza, entro la scelta dell’unità dei cattolici, di una leadership cattolico-democratica e la chiusura al blocco di destra.

Nella sinistra andrà aprendosi una rivendicazione forte per l’autonomia dell’Udi che contribuirà alla riduzione del tasso di leninismo del sistema politico e individuerà suggestive strategie sul rapporto riforme – rivoluzione proprio a partire dai bisogni delle donne.

Ancora fra le donne DC, coscienti in anticipo delle spinte alla secolarizzazione che stanno maturando nella società italiana, verrà, fin dagli anni Sessanta, insieme ad una battaglia inascoltata per nuove politiche attive della famiglia, insieme alla pressione per la riforma del diritto di famiglia maturerà la proposta di una strategia della partecipazione, in qualche modo alternativa (e per alcuni aspetti convergente) con la strategia dell’emancipazione a sinistra. Dal territorio alla scuola, dalla sanità alle regioni, essa viene vista come chiave del superamento di quella separatezza fra pubblico e privato che ha storicamente costruito l’inferiorità femminile  e può consentire un ruolo nuovo di protagonista sociale alle donne .

Nel fallimento di quelle strategie c’è l’irrisolto della transizione italiana e, come un macigno, l’irrisolto dlla questione femminile.

Questo irrisolto è legato al crescere di tendenze oligarchiche di fatto maschili; c’è  il non avvertire che il mutamento avvenuto, per cui gli stessi compiti familiari tradizionali assumono il carattere più di  etica civile   che di destino naturale, esige una modifica anche del quadro dei  diritti- doveri specifici del cittadino maschio, che tale modificazione ne rimette in discussione l’identità e l’etica tanto quanto ha messo in discussione identità e etica femminile.


Note
1) Per le considerazioni qui svolte rimandiamo alle documentazioni esplicitamente contenute in nostri precedenti lavori: P. Gaiotti de Biase, , La donna nella vita sociale e politica della Repubblica, in Atti del Convegno Donne e resistenza in Emilia Romagna, Vangelista Milano 1978, II vol.; Questione femminile e femminismo nella storia della Repubblica, Morcelliana , Brescia 1979; Che genere di politicai perché e i come della politica delle donne , Borla editore, Roma 1998, vol.I; di prossima pubblicazione la relazione Il segno delle donne nella storia della Repubblica, in Donne e politica a sessant’anni dal voto , Atti del Convegno di Venezia 3 marzo 2006.  vedi anche A. Rossi Doria Le donne sulla scena politica, in AA. VV. Storia dell’ Italia Repubblicana, volI Einaudi, Torino, 1944; Eadem, Diventare cittadine, Giunti, Firenze, 1996.
2) Sul rapporto donne resistenza vedi F. Pieroni Bortolotti, La donna nella vita sociale e politica della Repubblica, Atti, cit vol I;  Bravo e Buzzone, In guerra senz’armi Storie di donne, 1940-45, Laterza Bari 1995, M.T. Sega e L.Bellina,Tra la città di Dio e la città degli uomini, Donne cattoliche nella resistenza veneta, Istresco, Venezia 2004
3) P. Scoppola, La  proposta politica di De Gasperi,,  Il Mulino, Bologna 1977
4) AA, VV. Le Donne e la Costituente, Atti del Convegno promosso dall’Ass. Exparlamentari, marzo 1988, Edizioni Camera dei Deputati, Roma 1989; AA. VV. Alle origini della Repubblica, donne e costituente, pubblicazione della Commissione nazionale Pri opportunità, , Roma maggio 1996

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