La proposta di una “Convenzione per le Riforme”, scoccata come un dardo avvelenato dalla faretra di Giuliano Amato, ha smosso le calme acque di inizio anno in cui fluttuava un po’ assopita la routine politica.

La proposta di una “Convenzione per le Riforme”, scoccata come un dardo avvelenato dalla faretra di Giuliano Amato, ha smosso le calme acque di inizio anno in cui fluttuava un po’ assopita la routine politica.

Ancora gongolanti sui fasti di fine anno, quando l’approvazione della Finanziaria ha radicato la convinzione nella prima vera vittoria del centrosinistra 2006, i partiti di maggioranza si sono visti centrare in pieno da un fulmine inatteso. Che, visto in lontananza, ha assunto il provvisorio aspetto di una mina anti sinistra radicale, giustificata con l’urgenza di riformare la legge elettorale, ma poi, avvicinandosi man mano, ha iniziato a caratterizzarsi per forma e sostanza.

La Convenzione per le Riforme ha infatti la capacità di mettere a soqquadro l’intero scenario politico nazionale, opposizione compresa, trasformandosi di fatto nel secondo attentato al bipolarismo dopo la dalemiana bicamerale.

Il dottor Sottile propone un organo a sé stante, aperto alla politica ma non solo, che porti le Riforme di cui il Paese avverte l’urgenza, a partire dalla Costituzione per proseguire sul terreno delle liberalizzazioni.

Un simile organismo ha potenzialità devastanti sullo status politico: esautorerebbe il ruolo guida di Palazzo Chigi nel promuovere e dirigere il riformismo made in Italy, con il conseguente indebolimento di Romano Prodi e del suo entourage, ma anche del vicepremier Rutelli e del suo Piano per le Riforme .

Produrrebbe l’infiacchimento dell’Ulivo o altrimenti detto futuro Partito democratico. Il nascituro, con le Riforme nel DNA, si scoprirebbe privato della sua stessa natura, o ragion d’essere. Terzo, ma non meno importante, la Convenzione di Amato minerebbe le leadership di Ds e Margherita, che alimentano la loro competition proprio sul terreno delle Riforme , e su esse cercano quella sintesi che lenisca le fatiche dei lavori in corso per il Pd.

La proposta Amato ha provocato subito un certo subbuglio anche nell’opposizione, e soprattutto in Forza Italia. Non stupiscono in questo senso gli appelli del coordinatore Sandro Bondi ai Ds: rafforzate la sinistra riformista per salvare il bipolarismo. O quello di Giulio Tremonti: niente larghe intese, referendum per legge elettorale poi voto.

Cosa succede sul fronte italiano? La proposta del Ministro dell’Interno, gradita agli amici della Farnesina, spariglia, eccome se spariglia. Teorizzare nuovamente la necessità delle larghe intese per sbloccare o se vogliamo oliare gli ingranaggi riformisti del centrosinistra può tramutarsi in un gioco al massacro. Può rinvigorire le ragioni di chi preferisce un ritorno al passato e ad una politica del “volemose bene”, vedi neo centristi ed affini, e turbare sogni e progetti di chi ha costruito sul bipolarismo le fondamenta del proprio potere negli ultimi anni. Berlusconi non soltanto.

La proposta Amato non passerà.

Rafforzare la trasversalità tra gli schieramenti disturba ed indebolisce gli interessi radicati, uccide l’idea del Partito democratico e con essa il bipolarismo, mette fuori gioco Romano Prodi, impone una rivisitazione di alleanze e assetti politico economici. Significa ricominciare, significa la fine della Seconda Repubblica. Ma soprattutto la proposta Amato non passerà perché non raccoglie consensi sufficienti, fattore imprescindibile perché possa vedere la luce.

I dalemiani Latorre e Cossiga sono pochi. L’amicizia possibile di Casini non basta. Il fuoco di sbarramento ha già colpito. Sia allora il centrosinistra a fare le Riforme, le faccia col sangue ma le faccia.

Berlusconi dal canto suo ha già deciso: resterà sulla riva opposta del fiume ad attendere speranzoso il cadavere di un eventuale fallimento.

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