Il referendum costituzionale dello scorso giugno, che ha invalidato la riforma approvata in Parlamento dalla CdL, ha rappresentato una sorta di “terremoto” per il panorama politico, e ha scardinato molte delle credenze intorno al disincanto popolare nei riguardi dell’istituto referendario.

Il referendum costituzionale dello scorso giugno, che ha invalidato la riforma approvata in Parlamento dalla CdL, ha rappresentato una sorta di “terremoto” per il panorama politico, e ha scardinato molte delle credenze intorno al disincanto popolare nei riguardi dell’istituto referendario. Le ragioni di tale risultato non sono, però, argomento del presente articolo, che si concentra, invece, sulla comunicazione che i diversi comitati hanno messo in campo per avvalorare le proprie tesi.

Il comitato per il Sì, composto pressoché esclusivamente da esponenti del centro-destra, ha puntato su un registro marcatamente funzionalista, concentrato sul messaggio efficientista degli esiti della riforma (presunti governi più lunghi, maggioranze più solide, ecc.), fino al populismo della riduzione del numero dei parlamentari, esposto negli spot televisivi prodotti in casa Mediaset, che per la loro palese faziosità possono essere tranquillamente ricondotti alla propaganda per questa parte. Alla base di questa impostazione, senza dubbio va posta la matrice leghista, movimento post-ideologico concentrato esclusivamente su determinati interessi, che aveva dato impulso e la spinta decisiva al varo della riforma. Data l’esiguità del fronte del Sì, da cui avevano preso le distanze – più o meno velatamente – anche diversi esponenti della coalizione che in Parlamento aveva votato la riforma, è stato assai complicato segmentare i pubblici di riferimento, a cui rivolgere la comunicazione: ne sono uscite, così, la classica divisione in aree geografiche cara alla Lega Nord, e le fasce più basse del pubblico televisivo. Tutte le altre possibili categorizzazioni del pubblico sono rimaste in pratica escluse.

Discorso diverso per il comitato per il No, composto dal centro-sinistra, dai sindacati, e da ampi strati della società civile (tra cui anche una buona rappresentanza della Chiesa Cattolica). Questa parte è stata in grado di mettere in campo una comunicazione da stato di crisi, tipologia che storicamente si è rivelata portatrice di buoni frutti, in molte diverse occasioni nel mondo. Uno dei primi passaggi, in questa strategia, è stato quello dell’identificazione del nemico (in una crisi non può esserci un semplice avversario), identificabile nell’indipendentismo bossiano e l’autoritarismo berlusconiano, procedura questa che, come era facilmente prevedibile, ha avuto largo successo tra l’elettorato classico della Sinistra, ma non solo, e che ha dato da subito un largo vantaggio alle proprie tesi. La sconfitta coalizione di destra, politicamente in crisi, non aveva infatti un nemico di pari grado (l’attacco ai riti della Prima Repubblica, che poteva essere una buona strategia di individuazione del proprio contrario, si scontrava sia con la composizione della coalizione, sia con la deludente prova dei governi Berlusconi, che non avevano segnato la svolta attesa, sotto questo punto di vista). La retorica dello stato di crisi successivo alla riforma, aiutata dalla pervasività del messaggio dovuta alla vastità del fronte per il No, ha potuto contare dunque su una maggiore intensità comunicativa, concentrata su slogan come “Salviamo la Costituzione” o “Viva l’Italia”, formule che tendevano a creare – con una palese esagerazione, agli occhi dell’osservatore – un clima da “questione di vita o di morte”. In un contesto in cui le organizzazioni partitiche erano “stanche” dopo la prova delle politiche e delle amministrative in molte parti d’Italia, e si trovavano situazioni di cassa non eccezionalmente rosee, a seguito di continui anni elettorali, l’intensità del messaggio era senza dubbio un atout fondamentale, a cui andava aggiunta, ancora per la consistenza del fronte per il No, la possibilità di rivolgersi a pubblici eterogenei, dai cattolici agli intellettuali ai delusi della destra ai “ciampiani”, che avevano riscoperto una certa identità nazionale dopo il settennato dell’ex Capo dello Stato.

Si può affermare, dunque, che il comitato per il Sì non poteva che puntare sul testo della riforma, sui suoi effetti immediati, sperando di convincere l’elettorato della bontà delle intenzioni. Un discorso, dunque, prevalentemente rivolto al futuro, non potendo individuare nel passato il nemico (il passato è da sempre, però, il nemico contro cui si scagliano le riforme). Tali presupposti dovevano far concentrare le forze di questa parte sulla speranza, che accompagna, nei casi più fortunati, l’idea di futuro: ha fatto, forse, uno sforzo in tal senso solo la Lega Nord, centrandosi però esclusivamente su una speranza venale e materiale, che riconduce allo stesso funzionalismo su cui hanno puntato AN e FI. Sull’incapacità nell’offrire una speranza hanno pesato, non considerando la validità del testo della riforma (che non è materia dell’articolo), come già accennato, la recente sconfitta elettorale e la performance dei cinque anni precedenti.

Il comitato per il No, al contrario, non poteva che puntare sul contesto , vale a dire sui valori alla base del precedente compromesso costituzionale, violati da un nemico irresponsabile, sull’identità italiana messa a repentaglio dalla devolution, sulla democrazia faticosamente conquistata ora demolita dal potere assoluto di un uomo solo: in definitiva, non poteva che puntare sulla paura (l’estremo opposto della speranza).

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