Viviamo in un Paese originale, e questa originalità, nel bene e nel male, si è rivelata fin nella natura e nel ruolo dei partiti politici nella società.

Viviamo in un Paese originale, e questa originalità, nel bene e nel male, si è rivelata fin nella natura e nel ruolo dei partiti politici nella società (1).

Come già accennavo in un mio precedente intervento, sul ruolo che i partiti in Italia avrebbero assunto all’indomani del Secondo conflitto mondiale ha decisamente pesato il fascismo, la resistenza, il crollo rovinoso di una dittatura.

Si potrebbe risalire a ritroso alle origini del problema passando in rassegna tutto il periodo cosiddetto dell’ Italia liberale, ma per far questo io non ho qui né lo spazio né la competenza.

Quel che è intuitivo è che, al momento di fondare il “nuovo Stato di tutti gli Italiani” (2), per reagire al ventennio fascista, ma anche per rompere definitivamente con la volatilità degli schieramenti politici liberali (3), si è consapevolmente posto l’accento, quale cardine “materiale” di tutto il sistema, sul ruolo dei partiti .

Partiti intesi non solo come “parti” politiche, fazioni, correnti d’opinione, ma anche come argine allo strapotere dello Stato e come strumento ideale per rappresentare gli interessi dei cittadini e, poiché il Paradiso non è di questa Terra, mediare tra di essi.

E’ comprensibile che si volesse arginare nel 1946-‘48 lo strapotere dello Stato, anche se a mio parere le dittature sono il sintomo di un complesso di inferiorità dello Stato, dell’assenza di un autentico senso dello Stato nei cittadini, per cui dopo di esse meglio sarebbe ridefinire il senso dello Stato piuttosto che demolirlo come, ahimè, per troppo tempo in Italia si è fatto.

Ma, come si dice, “la Storia non si fa con i se” (ma perché?) e, d’altronde, quelli che sommariamente descrivo sono fenomeni difficilmente governabili, almeno nel breve periodo, al momento del sorgere di un nuovo Stato.

Circa la seconda funzione dei partiti, quella di rappresentanza e mediazione qualche osservazione in più forse la si può fare.

Abbiamo avuto in Italia un ruolo non solo centrale, ma col tempo sempre più invadente e preponderante dei partiti politici nella vita pubblica.

E’ chiaro che ciò era in larga misura il riflesso della volontà popolare, e non (solo) il capriccio di avidi leader politici gelosi dei loro scranni di potere.

Il ‘900 è stato il secolo dei partiti di massa, ed è vero che essi sono ancora l’unico vero mezzo per rappresentare in maniera efficace ed equilibrata la complessità delle società moderne.

L’alternativa all’esistenza dei partiti, lo si è visto, è lo strapotere dello Stato o di altri gruppi d’interesse od anche, il che forse è peggio, il populismo, il plebiscitarismo, dove lo Stato si fa Sovrano in base al teorico mandato dell’indistinto blocco popolare.

L’ Italia, nel 1948, con il ruolo formalmente attribuito ai partiti, era quindi ampiamente all’interno del solco delle migliori tradizioni costituzionali occidentali coeve, con una Costituzione che persino oggi viene ammirata per modernità ed equilibrio.

Ciononostante, e malgrado il forte mandato popolare, anzi, forse proprio per questo motivo, tutte le esigenze e le funzioni che le altre democrazie occidentali avevano gradualmente imparato a recepire e soddisfare con gli strumenti dell’amministrazione dello Stato, in Italia sono state prese in carico, di fatto, innanzitutto dai partiti (4), dalle strutture organizzate di essi sul o nel territorio, anche perché fatte di cittadini, di altri “come noi”, come spesso si dice.

Il partito ha sostituito in un certo senso nella psicologia politica degli italiani la mancanza dell’autorità statale, della quale siamo ancora in buona parte orfani.

L’entità più prossima idealmente o fisicamente a noi, il rifugio reale (si pensi alle “sezioni di partito”) o anche solo intellettuale (la suggestione delle ideologie), insomma, la “coperta di Linus” del cittadino medio italia no dal 1948 agli anni ‘90, sono stati i partiti o le loro visioni del mondo.

È per questo motivo che non ho mai trovato scandaloso più di tanto il peso assunto dai partiti nella vita pubblica; non perché mi piaccia, ma perché ci ho sempre visto l’espressione più genuina dell’elettorato nostrano.

Il ruolo dei partiti è quindi stato ad un tempo garanzia di democrazia, ma anche fonte di corruzione (in senso lato, prima che letterale) del sistema politico. Inevitabilmente.

Vano sarebbe andare a ricercare nel testo costituzionale un qualche argine a tale strapotere, dal momento che l’art. 49 (5) parla di cittadini, sì, ma anche di partiti , e non è certo per caso che non fa esplicito riferimento (6) agli statuti interni degli stessi o, men che meno, all’esigenza di democrazia interna degli apparati. Vi si parla, come si può leggere, di “metodo democratico”, e questo certamente non va trascurato, ma anche se si vuol leggere nella formulazione costituzionale l’obbligo della democraticità della vita interna dei partiti (7), oltre a quello per le competizioni elettorali, si dovrebbe capire perché allora nessuna disciplina di controllo dei caratteri dell’organizzazione partiti ca sia mai stata varata in Italia .

Quando frequentavo il liceo (e non è ieri) a proposito dei sindacati, ma il discorso era generale, mi spiegarono che era giusto esigere garanzie di democraticità interna, ma non si potevano istituire forme di controllo attive senza lederne essenzialmente la natura democratica (si veda l’art. 39 (8) della Costituzione e le norme, inapplicate, sulla registrazione dei sindacati); a parte una certa confusione tra anarchia e democrazia che tale posizione secondo me denota (9), essa equivarrebbe a dire che il modo migliore di far rispettare dei diritti è quello di non controllare che essi siano effettivamente rispettati.

E in effetti questa è stata un po’ la condotta, al proposito, del legislatore italia no.

Naturalmente non si può pretendere che il nostro sistema, con una storia diversissima alle spalle, arrivasse al risultato del Tribunale Costituzionale Tedesco, che con le due famose sentenze del 1956 ha dichiarato, sulla base dell’art. 21 del Grundgesetzt (Legge Fondamentale) tedesco, l’incostituzionalità dei partiti comunista e nazista, sulla base di requisiti di democraticità ben definiti (10).

Sarebbe stato positivo, tuttavia, che qualcuno, specie negli ultimi due decenni di accesa (quanto inefficace) polemica contro la “partitocrazia”, fosse riuscito ad istituire forme di controllo, o di ridefinizione del ruolo dei partiti , efficaci ed opportunamente calibrate.

Forse con una certa sorpresa potreste scoprire nei testi di diritto che esse sono possibili.

Non solo (11) si possono svolgere controlli e porre limiti sulla funzione dei partiti al loro esterno, cioè nell’ambito del sistema costituzionale, ma anche controlli strutturali sul rispetto delle regole democratiche nel funzionamento interno, operando al proposito per legge una netta distinzione tra controlli di funzionalità e controlli ideologici, questi ultimi ovviamente da evitarsi scrupolosamente (e, a ben vedere, il costituente tedesco si è spinto anche un po’ oltre questa impostazione).

In questo senso è parzialmente andata la sentenza della Corte Costituzionale n.87 del 1966 che ha assunto il metodo democratico a paradigma della condotta politica nazionale.      

Dopotutto, però, visto il sostanziale appoggio che, come ho detto, i cittadini hanno (in fondo giustamente) dato ai partiti , non è così strano che non si sia fatto nulla del genere.

Questo Paese, infatti, è originale anche perché tutti (o meglio, la “società civile”) dicono da anni di non tollerare l’invadenza dei partiti , ma poi comunque gli attribuiscono il grosso dei suffragi (in effetti un’alternativa ragionevole non c’è), assegnando percentuali da prefisso telefonico ai gruppi che tale invadenza denunciano, evidentemente con idee non proprio brillanti.

Certo, la disaffezione verso i partiti esiste ed è una spia seria di una degenerazione del sistema che è un problema reale; tuttavia la protesta contro la loro invadenza e chiusura rispetto alla società è un anche un segno di risveglio e maturazione del cittadino italia no; da elettore idealista e pronto, negli anni ’50 e ’60, a riporre cieca fiducia nell’apparato ideologico-organizzativo del proprio partito di riferimento, si è trasformato in disincantato castigatore dei costumi morali e acuto osservatore delle condotte politiche di tutti gli schieramenti, mettendo in crisi la tradizionale forma di delega assoluta di rappresentanza che i partiti avevano ricevuto.

Ciò non significa che la politica italia na abbia colmato la distanza che la separa dall’essere un sistema democratico bipolare maturo (12), ma non mi sento di negare che dei passi significativi si sono fatti in tal senso.

D’altronde, se esiste questa testata, è anche perché una maturazione culturale complessiva, dal basso, deve essere ancora completata.

In tal senso, e di pari passo con questa sorta di maturazione collettiva, va a mio parere la fortunata operazione delle primarie dell’Ulivo (quasi universalmente denigrata fino a un anno prima del suo svolgimento); una chiave per superare il ritardo di rappresentatività dei partitiè ovviamente infatti quella di modificare e aumentare il ruolo dei cittadini, iscritti e non, al loro interno; ma qui l’elemento interessante sta anche nel fatto che si è trattato di una iniziativa maturata all’interno della politica e non per una imposizione giuridica esterna.

D’altronde, da dove, se non dall’interno dei partiti stessi, dovrebbe venire l’impulso originario alla riforma degli stessi?

Non è forse l’autoregolamentazione delle forze politiche la chiave per una riforma che abbia anche il pregio di allontanare l’eventuale rischio di invasivi controlli esterni? (13)

Per come stanno le cose al momento sarebbe a dir poco azzardato dire come si possa concludere il percorso normativo per una completa ridefinizione del ruolo dei partiti nel sistema costituzionale italia no, anche se il tema non è più rinviabile.

Una strada, o meglio, una traccia che a me pare interessante, al di là di qualunque aspetto tecnico, è quella, alla quale prima accennavo, di una evoluzione della coscienza collettiva verso lo Stato.

Non mi riferisco, con questa espressione, ad una visione autoritaria tesa al rafforzamento dei poteri repressivi e di comando dello Stato.

Casomai il contrario.

Il corpo sociale italia no ha attraversato nel nostro Paese tali e tanti cambiamenti nella storia recente, così come vicende tanto peculiari in quella più lontana, da avere avuto, e aver maturato, un concetto di autorità dello Stato abbastanza diverso da quello di altri Paesi europei, pure a noi vicinissimi.  

Per spiegare ciò vengono periodicamente addotte molteplici spiegazioni, molte delle quali indubbiamente valide.

Si pensi, ancora, ai danni che l’esperienza fascista ha arrecato all’immagine di Stato e alla necessità di creare, come dicevo, nuovi punti di riferimento politico per le masse devastate dalla guerra; ma si pensi anche alla storica sudditanza culturale e politica delle popolazioniitalia ne a poteri stranieri, in una perenne oscillazione tra autarchia esasperata o autogoverno locale degenerato.

Comunque la si pensi, quello che a me interessa in questa sede è pensare, a questo proposito, una volta tanto in termini di risultati.

Quando e perché cominceremo a concepire i partiti come strumenti per la politica generale anziché per la soddisfazione di interessi particolari e corporativi?

Io credo che ciò accadrà anche quando cambierà l’atteggiamento verso lo Stato.

Quando lo Stato sarà finalmente visto come strumento dell’interesse di tutti, incarnazione della collettività, e quindi istituzione da rispettare; per la quale ci si sacrifica, ma dalla quale si esigono servizi e rispetto; non certo lo Stato che, vero o falso che sia, fa gli interessi di qualcuno, e allora non merita né rispetto, né, più prosaicamente, onestà nel pagare le tasse. Finchè perdurano le attuali immagini collettive, o si danno da parte delle stesse istituzioni fondati motivi perché perdurino, il cerchio non può rompersi.

Parallelamente a questo mutamento di mentalità, che credo dobbiamo ricercare, non può non modificarsi l’immagine collettiva dell’istituzione partito politico; dalla distinzione più chiara e vissuta tra ruolo dello Stato e del ruolo dei partiti può discendere anche una rinnovata dimensione socio-culturale di questi ultimi: strumenti ampi, plurali e inclusivi per l’espressione, la rappresentazione e la realizzazione di bisogni e interessi parziali nell’ottica del concorso al progresso collettivo, costituito più che in passato da un nucleo imprescindibile di esigenze e valori comuni a tutta la collettività nazionale.


Note
1) G. Amato, Dibattito alla Camera dei Deputati, 1992.
2) Titolo della prima pagina dell’Unità del 12 giugno 1946.
3) Giardina, Sabatucci, Vidotto: Manuale di Storia – 3. L’età contemporanea, Laterza, Bari, 2002, Parola chiave: “Trasformismo”, p. 328.
4) G. Amato, Dibattito alla Camera dei Deputati, 1992.
5) Secondo l’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
6) C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, Cedam, 1991.
7) Caretti – De Siervo, Istituzioni di Diritto Pubblico, Giappichelli, Torino, 2002;  T. Martines, Diritto Cosituzionale, Giuffrè, 2000; Barbera-Fusaro, Corso di Diritto Pubblico, Il Mulino, Bologna, 2001; P. Virga, Diritto costituzionale, VII ed., Milano, 1971.
8) Secondo l’articolo 39 della Costituzione: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.
9) Posizioni simili emergono dai Lavori preparatori dell’Assemblea Costituente.
10) Le decisioni del Tribunale del 1956 costituivano una attuazione dell’art. 21, Par. II del “Grundgesetzt” che stabilisce che «i partiti, che per le loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti tentano di pregiudicare od eliminare l’ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l’esistenza della Repubblica federale di Germania, sono incostituzionali. Sulla questione di incostituzionalità decide la Corte costituzionale», ed in subordine dell’art. 9, Par. II, del “Grundgesetzt” che vieta le associazioni i cui scopi o la cui attività contrasti con l’ordine costituzionale.
11) T. Martines, op. cit.,  p. 622-3.
12) S. Ceccanti-V. Vassallo (a cura di), Come chiudere la transizione, Il Mulino, 2004, pp. 15-19.
13) Massimo D’Alema, intervista televisiva RAI-TG3, maggio 2006.

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