“La fede è una certezza di cose che si sperano, e dimostrazione di cose che non si vedono”.
San Paolo, Lettera agli Ebrei (XI, 1)

“La fede è una certezza di cose che si sperano, e dimostrazione di cose che non si vedono”.
San Paolo, Lettera agli Ebrei (XI, 1)

La cosiddetta riforma del Concordato del 1929 tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, siglata nel 1984 e detta anche “Nuovo Concordato ”, affonda le radici in quella complessa questione che sono da sempre i rapporti tra la Chiesa e il potere politico in Italia o, più ampiamente, tra religione e vita pubblica.

Dal punto di vista più strettamente politico toccare tali temi significa spesso suscitare un vespaio.

Anche in questi giorni, non è un caso né una novità, qualcuno (1) propone di abolire il Concordato , mentre i rapporti tra Stato italiano e Vaticano e tra laicità e religione sono sempre e comunque un tema all’ordine del giorno per tutte le forze politiche.

La stessa riforma del 1984, del resto, era stata preceduta da decenni di dibattiti tra favorevoli e contrari al regime concordatario; contrasti che non erano mancati nemmeno all’interno della Chiesa ai tempi del Concilio Vaticano II.

In cosa consistette la riforma del 1984 e cosa significò?

Il Concordato dell’11 febbraio 1929 aveva posto fine ad un scontro politico in piedi dal 1870, quando le truppe italiane avevano sottratto con la forza allo Stato pontificio ogni potere temporale, relegando il Papa e la Curia nei Palazzi Vaticani. Non era mancata neanche in quel caso una buona dose di sabauda prudenza, sia nel garantire al Papa, già con l’Armistizio seguito all’ormai celeberrima azione dei Bersaglieri a Porta Pia, di poter comunque restare in quei palazzi, ma anche, e soprattutto, nell’assicurare alla Curia Vaticana un sostentamento economico e una piena autonomia, con la Legge delle Guarentigie (13 maggio 1871).

Sennonché il Papa aveva posto un limite invalicabile tra credenti e politica; rifiutato ogni compromesso prima e, soprattutto, dopo la breccia di Porta Pia e, gridato al sopruso, giungeva, nel 1874, alla formulazione del “non expedit”, vale a dire “non è opportuno”, “non conviene” che i cattolici prendano parte alla vita politica di uno Stato che ne ha schiacciato le prerogative con la forza. Da quel momento i cattolici non avrebbero dovuto essere così né eletti, né elettori.

Cominciava così uno scontro tra laici e cattolici, ma anche interno agli stessi cattolici, solo lentamente ricomposto e sancito ad acque ormai calme con i Patti del 1929.

I patti del 1929 erano l’incarnazione più chiara del principio della religione di Stato.

Oltre a sancire un equilibrio politico tra il potere fascista e la Chiesa esso garantiva personalità giuridica al Vaticano insieme ad un piccolo spazio di territorialità, tramite la creazione dello “Stato Città del Vaticano”, e con l’affermazione solenne che qualificava “la religione cattolica apostolica e romana” come “la sola religione dello Stato”.

All’apparenza si trattò di un patto di acciaio tra Stato e Chiesa, ma esso costituì tuttavia un parziale argine al potere fascista permettendo la nascita e la crescita di una classe dirigente cattolica allevata in vista di un eventuale periodo post-fascista.

All’indomani del Secondo conflitto mondiale i rapporti tra Stato e Chiesa non poterono non tornare sulla ribalta della scena politica, ma il tranquillizzante equilibrio tra i due poteri ottenuto dal fascismo fu sostanzialmente conservato, con lo storico appoggio dei comunisti, in attesa di non meglio precisate riforme e revisioni della politica ecclesiastica dello Stato (che ovviamente non si fecero), e nonostante un certo contrasto tra gli articoli 3 (2) e 8 (3) della Costituzione, almeno con la formulazione dei Patti che conservava il riferimento all’ “unica religione dello Stato”.

Naturalmente la posizione della cultura e del mondo politico cattolici e i loro rapporti col resto della società erano destinati a cambiare nei decenni successivi, per cui aumentarono col tempo i tentativi di dialogo per la revisione del Concordato , finchè i colloqui si fecero più serrati dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, senza però approdare immediatamente a risultati.

Solo nel 1984 il Governo italiano, al quale per la prima volta i socialisti, con alla guida Bettino Craxi, riuscirono ad imprimere un qualche dinamismo, riuscì a portare a termine il lungo iter e arrivare alla firma della modifica dei Patti Lateranensi.

Come previsto dal testo costituzionale all’articolo 7 (4) non furono necessarie riforme della stessa Costituzione, ma in effetti il testo dei nuovi Patti innovava profondamente il testo del 1929.

Finalmente furono eliminati gli articoli non applicati, quelli in contrasto con l’approvazione del referendum sul divorzio di dieci anni prima e tutte le norme, ormai desuete, sull’approvazione governativa delle nomine ecclesiastiche.

Le novità più importanti erano però l’abolizione della clausola che riconosceva alla religione cattolica la condizione di religione di Stato e la conseguente abolizione sia dell’obbligo dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche (divenuto così facoltativo) che della “Congrua”, il sostentamento economico dei sacerdoti, fino allora a totale carico dello Stato. Al suo posto fu introdotto il sistema di finanziamento dell’otto per mille tuttora vigente (legge n. 222 del maggio 1985).

Questa profonda riforma dava inizio, sulla base dell’articolo 8 della Costituzione, ad un più effettivo riconoscimento delle altre religioni professate sul territorio nazionale, nel senso però che i rapporti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica continuavano ad essere regolati organicamente dal Concordato , ora rinnovato, mentre sull’altro versante si apriva la strada delle “Intese” con le altre Chiese sui temi maggiormente bisognosi di essere regolati.

Qual è stato l’impatto della riforma dei Patti Lateranensi del 1984 sul mai sopito dibattito sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italia?

All’indomani di tale riforma si poteva ben parlare della piena affermazione della laicità dello Stato italiano rispetto all’anacronistico principio della religione di Stato; la Chiesa cattolica, dal canto suo, aveva solennemente riconosciuto il principio della laicità con il Concilio Vaticano II e con i rinnovati Patti del 1984 vi diede piena e definitiva applicazione.

Nonostante le successive polemiche sull’ora di religione o sull’otto per mille, si può dire che si perpetuò allora in Italia, con la riforma dei Patti, un clima di equilibrio e reciproco rispetto tra autorità politiche e religiose, per cui si poteva storicamente dire consolidata la quiete dopo la tempesta risorgimentale scatenata nel 1870.

Da un certo punto in poi, invece, il vento ha cominciato a soffiare di nuovo.

Negli ultimi anni la questione dei rapporti tra potere laico e religioso si è infatti nuovamente imposta sempre di più rispetto al passato, arrivando ad acquisire persino una denominazione propria, ormai ai più nota come “il dibattito sulla laicità dello Stato”.

Ora, poiché a nessuno, spero, sfugge che il principio di laicità dello Stato non è messo ufficialmente in discussione, né dall’uno (lo Stato), né dall’altro soggetto (la Chiesa) in questione, viene da chiedersi il perché di tanto clamore intorno a questo tema.

In effetti le ragioni per discutere o ridiscutere il tema ci sono e sono tutte (o quasi) serie.

Come molti hanno già detto e scritto (5) tra le cause c’è stata evidentemente la trasformazione del sistema politico italiano, che, lungi dall’essere un pretesto per spiegare tutto, resta tuttavia a mio avviso una delle ragioni essenziali di questo ritorno di fiamma del dibattito sulla laicità; mi pare fuori discussione che con la fine dell’unità politica dei cattolici (fenomeno solo italiano ed unico in Europa) si dovesse riproporre il tema di come rendere concreti i principi di laicità tanto celebrati, e di quale rapporto costruire tra Stato e confessioni religiose per il futuro.

Alla base della peculiare svolta politica italiana stava, naturalmente, il generale cambiamento dei rapporti internazionali con la fine della guerra fredda; il nuovo assetto mondiale, che in effetti assetto non sarebbe stato, vista l’instabilità di questi ultimi quindici anni, ha fatto riesplodere il tema, che si credeva superato, dei rapporti tra potere politico e religioni, sia in Occidente che nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo; tema del quale, sia detto per inciso, il fondamentalismo religioso non è che un aspetto.

Tramontate le ideologie politiche totalizzanti e gli Stati plurinazionali, con il riemergere dei nazionalismi (6), non c’è da stupirsi se le religioni sono tornate ad essere uno degli interlocutori più accreditati della politica (7).

Ciò che intendo sottolineare è che è stata la debolezza che la politica (8) ha inevitabilmente attraversato, a seguito di tutti gli sconvolgimenti citati, a contribuire al riproporsi in chiave nuova del tema della laicità, e a portare a una maggiore esposizione delle istituzioni pubbliche alle eventuali, e non rare, ingerenze delle autorità ecclesiastiche (9).

Nell’ambito di questo ampio dibattito, del quale si possono qui solo tracciare i contorni, è tornato di attualità anche lo specifico tema del Concordato .

Così come vari autorevoli studiosi ne hanno criticato il senso rispetto a ciò che definiscono l’attuale deterioramento nei comportamenti della Chiesa cattolica, da un lato, e delle forze politiche italiane dall’altro (10), secondo altri, e nelle proposte di alcuni esponenti del Centrosinistra (11), il Concordato sarebbe superato o inapplicato o addirittura privo di fondamento giuridico (12).

Secondo alcune posizioni le modifiche introdotte con il “Nuovo Concordato ” sarebbero state tali da eliminare giuridicamente il Concordato del 1929 e rendere quindi inefficace l’articolo 7 della Costituzione; inoltre, essendo venuti meno nei comportamenti della Chiesa e dello Stato i principi posti alla base dei Patti del 1984, cioè non ingerenza da un lato e autonomia dal potere ecclesiastico dall’altro, il Concordato non avrebbe più ragione di esistere e la questione dei rapporti Stato-Chiesa starebbe per riesplodere (13).

Molti elementi dell’attuale dibattito lasciano insomma ritenere che, similmente allo spettro agitato in sede internazionale quando si parla di scontro di civiltà, si stia riproponendo in Italia uno scontro tra laici e credenti (14).

Vorrei spendere qualche parola di questo mio contributo per spiegare perché secondo me non è così e perché non bisogna cadere nella trappola dello scontro.

Innanzitutto non è così perché in linea assolutamente generale su chi opera a livello politico ricade la responsabilità di comporre i conflitti e non di incoraggiarli.

Più in particolare, l’arma che l’Europa moderna ha trovato contro le guerre di religione è stata la separazione del potere religioso da quello politico, e questo si è realizzato, quando ha funzionato, attraverso il dialogo.

Il dialogo è il naturale prodotto del reciproco rispetto, che si è scoperto, con secoli di Illuminismo, essere un atteggiamento culturale che giova moltissimo alla cosa pubblica così come alla religione.

Il mio personale punto di riferimento resta quindi quello della laicità dello Stato, secondo quanto universalmente condiviso.

Ma credo doveroso precisare alcuni punti al proposito.

Tale principio include in primo luogo il riconoscimento del diritto delle autorità religiose di esprimere giudizi su temi anche oggetto di dibattito politico (15), in secondo luogo la rinuncia alla ricerca di un primato tra etica laica e religiosa e, infine, l’idea che la funzione primaria della laicità è quella di assicurare ai cittadini non semplicemente una difesa dalle ingerenze confessionali, ma una piena libertà di scelta; per questo, non ritengo uno scandalo che autorità religiose parlino di temi come l’aborto, l’omosessualità o la procreazione assistita, anche suggerendo le posizioni da assumere, ma pretendo che la legge dello Stato resti garante anche dei cittadini che non condividono quelle vedute (16).

Possiamo inoltre stracciarci le vesti di fronte a tante ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche (e chissà quante altre ne arriveranno dai nuovi culti che anche da noi si diffondono), ma dobbiamo anche avere la capacità di una profonda autocritica verso la cultura laica; è facile cadere nell’errore di considerare la cultura religiosa come un qualcosa da aggiornare continuamente e sempre sotto la minaccia di essere superata dai tempi, e invece quella laica come impermeabile al passare del tempo e per definizione infallibile perché illuministica, non dogmatica (17); il che significa fare del nuovo dogmatismo (18).

In realtà, quando l’affermazione del laicismo diventa anch’essa dogmatica, chiusa al dialogo, produce gli stessi drammi della  rigidità pastorale e, in definitiva, del fondamentalismo religioso.

L’idea di laicità contemporanea va, piuttosto, ridisegnata rispetto alle sfide che il confronto tra politica e realtà ci pone oggi (19).

Dobbiamo seriamente dare risposta alla domanda su quale sia il ruolo della politica oggi e poi condannare ogni indebita ingerenza ecclesiastica nella vita pubblica.

E’ vero quello che ha affermato Monsignor Caffarra, che “Libera Chiesa in libero Stato non basta più” (20), purché si intenda tale affermazione nel senso di aggiornare tale principio irrinunciabile e non di rinnegarlo nei comportamenti.

Lo scontro, in ogni caso, non giova a nessuno, se non ai fondamentalisti di ogni versante e, in definitiva, ai nemici del cambiamento, un cambiamento che in questo caso consiste nella capacità di aggiornare i rapporti tra Stati e religioni alla luce delle nuove sfide politico-sociali.

Non si tratta qui di appellarsi ad una generica bontà degli intenti o alla volontà di ricondurre tutto a fumosi e machiavellici equilibri tra una entità e l’altra.

Si tratta di saper cercare, e trovare, gli elementi comuni tra l’atteggiamento laico e quello di fede per conciliare le inevitabili diversità; percorrere il difficile cammino verso una fede in parte comune, condivisa; la fede della convivenza civile matura.

I più illuminati esponenti della cultura laica italiana (21) non hanno mancato di ricordarci a più riprese come si debba e si possa in definitiva individuare uno spirito essenziale comune tra i credenti in Cristo e i credenti nell’Uomo (22), e che il loro operare è, con diversi obiettivi, lo stesso.

Alimentare dunque l’idea di uno scontro è pericoloso e fuorviante.

Non c’è e non ci può essere in Italia uno scontro tra laici e credenti sul terreno politico; i due gruppi, se non i due concetti,  non sono più scindibili (23). Esiste, casomai, l’incapacità della politica di conciliare tali due fondamentali aspetti della cultura politica del nostro Paese.

Il Centrodestra è riuscito per un periodo a includere nel suo progetto i cattolici moderati italiani, ma si è trattato di un’operazione di corto respiro (di bassa statura, dato l’ideatore) che alla lunga ha rivelato la sua essenziale natura elettoralistica.

Il Centrosinistra è impegnato per parte sua da dieci anni a realizzare un’armonizzazione politica con i cattolici moderati e democratici, e si affaccia solo ora alla sfida finale del Partito Democratico.

Ciò che sembrava impossibile, la fine della Democrazia Cristiana, alla fine è accaduto.

Ciò che si sta rivelando difficile è la gestione dell’anima cattolica del popolo italiano all’interno del nuovo sistema politico.

Se una cosa è vera infatti per me, è che chiunque di noi in una certa misura è culturalmente cattolico, oltre ad essere laico (24). 

Gli unici che possono veramente riuscire nella difficile impresa di questa armonizzazione definitiva delle culture politiche italiane sono quelli che Arrigo Levi (25) ha giustamente definito gli “uomini di fede”; intesa, questa, nella più laica delle sue accezioni.


Note

1) Enrico Boselli, intervista a Repubblica, “Ormai il Concordato è superato nei fatti”, 31 marzo 2006

2) Secondo l’articolo 3 della Costituzione italiana:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

3) Secondo l’art. 8 della Costituzione italiana:
“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”.

4) Secondo l’articolo 7 della Costituzione italiana:
“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”.
Decisamente contrario all’applicabilità di tale articolo per la revisione del 1984 è Emanuele Severino. Si veda “Il Concordato ? Non c’è più”, Corriere della Sera, 29 novembre 2005; nello stesso senso: G. Zagrebelsky, “Stato, Chiesa e lo spirito perduto del Concordato ”, 25 novembre 2005

5) Cito per tutti Mario Pirani, Repubblica, “Stato, Chiesa e la lezione di Giolitti”, 16 novembre 2004

6) Pietro Pastorelli, “Dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale”, Edizioni LED-Milano, 1997, pp. 223-225

7) G.Amato, intervento alla festa della Sinistra Giovanile e dei giovani della Margherita, luglio 2006: “…con le religioni ci dobbiamo fare i conti che ci piaccia o no”; G.Amato, la Repubblica, “Dove nasce la società egoista”, 9 dicembre 2004

8) Massimo D’alema, intervista a M.Costanzo, 2004

9) Stefano Rodotà, “Stato e Chiesa, la lunga disputa sulla laicità”, la Repubblica, 25 novembre 2005 e Mario Pirani in “Stato, Chiesa e la lezione di Giolitti”, la Repubblica, 16 novembre 2004

10) G. Zagrebelsky, cit.

11) Bobo Craxi, intervista a la Repubblica, 16 novembre 2005; Enrico Boselli, cit.

12) Emanuele Severino, “Il Concordato ? Non c’è più”, Corriere della Sera, 29 novembre 2005

13) G. Zagrebelsky, cit.

14) S.Rodotà, “L’offensiva religiosa nel laico Occidente”, la Repubblica, 8 novembre 2004

15) G.Amato, intervento alla festa della Sinistra Giovanile e dei giovani della Margherita, luglio 2006 e Arrigo Levi, la Repubblica, “Il Dio che esiste nelle scelte di noi laici”, 23 novembre 2004

16) Marco Politi, “I rapporti tra Stato e Chiesa e la religione dell’obbligo”, Repubblica, 25 maggio 2006; sentenza della Corte Costituzionale n. 203/89.

17) G.Amato, la Repubblica, “Dove nasce la società egoista”, 9 dicembre 2004; Card. Ratzinger, citato in Arrigo Levi, cit.

18) G.Amato, intervista televisiva di L.Annunziata, Rai Tre, “In mezz’ora”, 2004.

19) G.Amato, intervista televisiva di L.Annunziata, Rai Tre, “In mezz’ora”, 2004; Intervista di Aldo Cazzullo a Mons. Caffarra, “Libera Chiesa in libero Stato non basta più”, Corriere della Sera, 2 dicembre 2005

20) Intervista di Aldo Cazzullo a Monsignor Caffarra, cit.

21) Arrigo Levi, la Repubblica, cit., G.Amato, la Repubblica, “Dove nasce la società egoista”, 9 dicembre 2004; N. Bobbio, “Elogio della mitezza e altri scritti morali”, Pratiche Editrice

22) Così N. Bobbio come citato da A.Levi, la Repubblica, art. cit.

23) Vedi anche Marco Politi, la Repubblica, cit.

24) Basti citare l’inflazionatissimo Benedetto Croce, ma anche E. Scalfari, “Perché non possiamo non dirci laici”, la Repubblica, 7 novembre 2004

25) Arrigo Levi, la Repubblica, cit.

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