Le persone anziane, quando si parla della vecchiaia, spesso la accusano di essere una “brutta malattia”. In effetti lo è, ma soltanto parzialmente, poiché la gran parte della popolazione invecchia senza andare incontro al deterioramento progressivo delle facoltà mentali. Questo, si manifesta con evidenti disturbi della memoria, dell’attenzione, del pensiero astratto, e altri segni accompagnati da disorientamento nello spazio e nel tempo.

A questi segnali, che comunque non devono essere ignorati, spesso non viene attribuita la giusta importanza, poiché si ritiene che siano effetto di stanchezza e/o disattenzione dovute all’età avanzata, mentre potrebbero essere indizi, prodromi, veri e propri campanelli d’allarme che precedono l’insorgere di una forma di demenza che si accompagna all’invecchiamento.

Ad ogni modo, è sbagliato e per niente utile vedere nero il nostro futuro, poiché un cervello che invecchia non va per forza incontro al declino delle sue funzioni.

Le demenze sono importanti condizioni patologiche e la forma più comune è la demenza di Alzheimer (che prende il nome da Aloysius Alzheimer, psichiatra e neuropatologo tedesco, che nei primi anni del ’900 descrisse con mirabile precisione le stranezze e le anomalie particolari che scopriva studiando i cervelli delle salme di chi, in vita, era stato colpito dalla patologia e aveva manifestato problemi di attenzione, memoria, linguaggio.

Il brillante professore tedesco attribuì l’insorgere della malattia alla necrosi, ovvero alla morte anticipata da disfacimento strutturale dei neuroni della sostanza grigia cerebrale, lo strato più esterno del cervello che riveste gli emisferi cerebrali ed è sede delle funzioni cognitive superiori: attenzione, pensiero, coscienza, linguaggio e comportamento.

Al professor Alzheimer si deve anche la scoperta dei due segnali più importanti che caratterizzano la demenza: le placche di sostanza amiloide e i grovigli neurofibrillari.

La amiloide è una proteina prodotta dal cervello. È un elemento chimicamente appiccicoso che, negli ammalati di Alzheimer, tende a formare depositi in forma di placche e gruppi di loro frammenti.

Questo materiale si accumula di frequente all’interno di organi e tessuti e anche negli spazi tra neuroni, formando così depositi-spazzatura che impediscono il funzionamento delle cellule nervose, quindi la trasmissione dei loro segnali, fino a causare il loro disfacimento e infine la loro morte.

Un altro segno tipico della demenza di Alzheimer sono i grovigli neurofibrillari. Si tratta di fasci di filamenti tossici che vengono formati all’interno dei neuroni dalla proteina TAU iperfosforilata, ovvero dotata di una elevata quantità di fosforo legato agli aminoacidi della sua struttura che, così, cambia la sua conformazione diventando una proteina iperfosforilata. La proteina TAU, quando non è ancora iperfosforilata, ha il compito di stabilizzare la struttura dei neuroni.

La nuova conformazione della TAU, arricchita dal fosforo, aumenta la sua energia, ma, contestualmente, determina la formazione – all’interno dei neuroni – di grovigli che scompongono i microtubuli, ovvero le strutture tubulari che mantengono la forma e l’architettura specialmente delle cellule nervose.

I grossi e robusti filamenti dei quali sono composti i microtubuli hanno due funzioni importanti: danno sostegno e stabilità strutturale alla cellula e agiscono come “binari” per il trasporto di sostanze all’interno dei neuroni stessi, garantendo così la loro sopravvivenza.

Quando la TAU diventa iperfosforilata perde la propria funzione e inizia a formare grovigli che bloccano il sistema di trasporto cellulare.

I neuroni, privati così di energie, muoiono compromettendo la comunicazione cerebrale.

In sostanza, quindi, i microtubuli danno stabilità strutturale alle cellule e ne costituiscono le vie di approvvigionamento.

La destabilizzazione delle cellule nervose si conclude con la loro morte. La ricerca scientifica che riguarda l’Alzheimer è rivolta, non solo a bloccare la produzione di amiloide e di proteina TAU iperfosforilata, ma a riparare e rigenerare le parti interne dei neuroni, soprattutto quelle del loro DNA, il quale contiene le istruzioni e le informazioni genetiche necessarie per la riproduzione e lo sviluppo di tutti gli esseri viventi.

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