La riforma costituzionale per molti illustri costituzionalisti era un “pasticcio”; molti politici di entrambe le sponde hanno convenuto però sulla necessità di apportare dei cambiamenti, qualunque fosse stato l’esito referendario.
La riforma costituzionale voluta dal Polo ha visto una schiacciante vittoria del NO al referendum.
La riforma costituzionale per molti illustri costituzionalisti era un “pasticcio”; molti politici di entrambe le sponde hanno convenuto però sulla necessità di apportare dei cambiamenti, qualunque fosse stato l’esito referendario.
A distanza di pochi mesi dal voto di questi echi non resta quasi nulla.
Alla luce di questa stagnazione vorremmo, al fine di evitare che tutto cada nell’oblio, offrire un piccolo contributo per alcuni spunti di riflessione.
Lavoro
La nostra Repubblica democratica, recita la Costituzione all’articolo 1, è fondata sul lavoro.
L’articolo 4 afferma che la Repubblica riconosce ai cittadini il diritto al lavoro.
Riteniamo che i 2 articoli sembrano non prendere in considerazione che in una moderna economia di mercato, l’occupazione è fortemente condizionata dalla situazione economica generale e che il lavoro acquista i tratti di una merce, nel senso liberale del termine, piuttosto che un diritto acquisito.
Patti Lateranensi
L’articolo 7 della Costituzione ha introdotto una ventata confessionale nella Costituzione che ancora oggi provoca un serio danno d’immagine alla laicità dello Stato.
Si ritiene che quello che a tutti gli effetti è un accordo internazionale tra 2 stati sovrani dovrebbe essere lasciato fuori dalla carta costituzionale della Repubblica.
Questa esigenza pare di stretta attualità di fronte al costituirsi di una società multi etnica e religiosa, dove resta fondamentale mettere tutte le religioni su di uno stesso piano giuridico.
I Patti Lateranensi dovrebbero rappresentare un accordo che privilegia giustamente le relazioni col il Vaticano e di conseguenza la religione cattolica, per le radici ben radicate nella storia della penisola della Chiesa, ma essi dovrebbero restare fuori dalla carta fondamentale della Repubblica, che è e deve rimanere totalmente laica.
Guerra ed uso della forza
L’articolo 11, inserito alla fine di una guerra devastante non solo per l’Europa, obbliga la Repubblica italiana ad un approccio diplomatico nelle controversie tra stati; ma allo stesso tempo produce una forte limitazione all’azione dei governi nei momenti di crisi internazionale, mettendoli spesso nella condizione di fare acrobazie politiche per assolvere agli accordi che le alleanze impongono quando viene richiesto l’uso della forza.
Si ritiene che nell’articolo 11 andrebbe introdotto il principio dello “ stato di crisi”, che permetta un maggior spazio di manovra politica al governo sull’uso della forza militare.
Fine del bicameralismo perfetto
Il bicameralismo perfetto impone tempi troppo lunghi al Parlamento per il varo di qualunque legge, spingendo spesso il Governo ha varare dei decreti. All’occorrenza l’inevitabile passaggio di una proposta di legge da una camera all’altra, è divenuto un potente strumento politico di ostruzione in mano all’opposizione.
Inoltre l’esperienza di questi decenni ha dimostrato che il bicameralismo non sempre ha migliorato il testo finale di una legge.
Si propone quindi l’abrogazione del Senato e neppure la sua trasformazione in federale come previsto dalla riforma del Polo, lasciando alla sola Camera dei deputati, che di numero sono ben 630, le intere competenze del Parlamento.
Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio dei ministri
Riteniamo che la figura istituzionale del Presidente della Repubblica debba essere ridimensionata, rafforzando invece quella del Presidente del Consiglio.
La storia repubblicana si è contraddistinta dal susseguirsi di esecutivi deboli ed inefficienti.
Proponendo che sia il Presidente del Consiglio a nominare e revocare i ministri, la facoltà di sciogliere la Camera e di indire le elezioni politiche, non riteniamo che ci siano gli estremi per gridare al golpe democratico.
In Europa ci sono stati democratici che da secoli sono caratterizzati da esecutivi forti, per non citare gli USA, senza per questo essere additati come dittature.
La riforma del Polo era stata criticata per la mancanza di contrappesi; si provveda senza però riproporre un diversa ma uguale debolezza dell’esecutivo.
Il rapporto Stato Regioni: il federalismo
Siamo arrivati al punto forse più complesso e difficile da analizzare vista la complessità delle competenze in carico allo Stato ed alle Regioni.
Umilmente non ci azzardiamo ad approfondire oltre misura l’argomento, ritenendo però utile indicare delle semplici linea guida sulle quali dovrebbe svilupparsi un sano federalismo, ricordando che sia la riforma del titolo V proposta dal CS che nell’attuale, i costituzionalisti vi hanno ravvisato potenziali conflittualità Stato-Regioni.
Per scongiurare il pericolo la nuova Costituzione dovrebbe chiarire oltre il lecito dubbio le competenze dello Stato e delle Regioni, che non dovranno mai entrare in competizione né sovrapporsi.
Essa inoltre dovrebbe permettere di avviare per statuto la revisione del federalismo, indicando tempi e modalità certe, lasciando la competenza ad una commissione composta da deputati e da presidenti delle Regioni.
Conclusione
La Costituzione del 1948 ha rappresentato un’ottima cornice nella quale il paese è potuto crescere civilmente ed in democrazia, e continua a svolgere egregiamente il suo compito.
Ma cambiarne alcuni punti non significa automaticamente peggiorarla o introdurre elementi di barbarie; significa solo rivederla con gli occhi di oggi, con le problematiche in un contesto del tutto diversi da quelli del dopoguerra.
Resta tacito che i cambiamenti dovranno avere il massimo della condivisione tra le forze politiche e che non siano, al contrario,uno strumento politico nelle mani di una sola parte.
Questo sì sarebbe inammissibile e grave, anzi, sarebbe il tradimento stesso della Costituzione, che è e deve restare la cornice civile e democratica di tutti gli italiani.
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