«La sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal». Questo è il celebre incipit del capolavoro pirandelliano «Il fu Mattia Pascal» che, pubblicato nel 1904, inaugura idealmente la nascita del modernismo italiano, al cui centro c’è la crisi dell’uomo del Novecento, sprofondato negli abissi del nichilismo dopo la cosiddetta «morte di Dio» di nietzschiana memoria.

Chi di noi, nel corso della propria esistenza, non ha mai coltivato il desiderio recondito di essere qualcun altro, di vivere un’altra vita? Che cosa fareste se un giorno scopriste di essere morti per il mondo e aveste l’opportunità di cambiare il vostro nome, di indossare una nuova identità? Perché è questo quello che succede a Mattia Pascal, il protagonista dell’originale romanzo di Pirandello.

Un giorno apre il giornale e legge la notizia del proprio suicidio. Ovviamente c’è stato uno scambio di persona ma per Mattia Pascal è l’occasione per diventare Adriano Meis.

Il tema della “fuga da se stesso” è ricorrente nella letteratura e nel cinema del Novecento. Ricordiamo il personaggio – di matrice pirandelliana – del romanzo di George Simenon, «L’uomo che guardava passare i treni», che una sera, dopo aver appreso il fallimento della ditta per cui lavora, coglie l’occasione per scappare da tutto e da tutti, per intraprendere un viaggio nel corso del quale si trasformerà in un assassino.

Come poter dimenticare, infine, «Professione: reporter», il film di Michelangelo Antonioni, che mette in scena un’altra fuga, quella di un reporter che scambia la propria identità con quella di un trafficante d’armi morto.

A questo punto, corre d’obbligo una domanda: è possibile fuggire dal proprio nome, dalla propria identità? Esiste un possibile altrove? «Il fu Mattia Pascal», forse, ci può aiutare a trovare la risposta. 

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