Il XX è stato il secolo del planetario conflitto tra due visioni del mondo: il capitalismo e il comunismo.

Fu uno scontro di culture, di civiltà, di ingegni, di arti, di influenze ideologiche e militari, di propaganda, di corse sia agli armamenti che verso nuove frontiere aerospaziali, di primati tecnologici, di sport, di benessere; di fatto uno scontro, in qualche modo, antropologico su quale sistema generasse l’uomo e la società migliore.

John Maynard Keynes (1883-1946), forse il più influente economista del Novecento, avversava in egual maniera sia il marxismo che i precetti dogmatici della teoria classica liberista, e tutta la sua opera è stata dedicata al tentativo di trovare una via alternativa. Un tentativo di tagliare gli estremi dei due modelli economici cercando di mantenere, in un libero mercato, politiche sociali che garantissero comunque benessere per tutti.

Keynes sosteneva che in un periodo di crisi è più proficuo mettere degli operai a scavare e riempire buche che lasciarli disoccupati. Questa provocazione, distorta dai suoi detrattori, di fatto è una voluta semplificazione dell’autore sulla funzione dello Stato nell’economia moderna. Keynes si pone in piena rottura con tutti gli economisti classici, partendo dalla legge degli sbocchi di Jean Baptiste Say, alla stessa legge della domanda e dell’offerta di Adam Smith, contro quella corrente di pensiero dominante riassunta nella locuzione laissez-faire

L’assunto contro cui Keynes si scaglia è che il mercato debba essere lasciato libero da interventi governativi per trovare un suo equilibrio. Afferma invece Keynes che lo Stato debba assolutamente intervenire, particolarmente quando vanno fronteggiate quelle crisi cicliche dell’economia che il modello liberista non è in grado di affrontare. 

Keynes parla di disoccupazione tecnologica già nel 1930: una «disoccupazione causata dalla scoperta di strumenti atti a economizzare l’uso di manodopera e dalla contemporanea incapacità di tenerne il passo trovando altri utilizzi per la manodopera in esubero».

Ci stiamo inoltrando in un’epoca di lavoro senza l’uomo? In verità, i teorici della disoccupazione tecnologica antesignani di Keynes hanno rimarcato la pericolosità della tecnologia per il mercato del lavoro fin dai tempi della prima rivoluzione industriale e del luddismo, invece i loro oppositori, teorici della compensazione, hanno sostenuto che ogni rivoluzione industriale ha riassorbito i disoccupati creati dalla tecnologia, nella costruzione delle nuove tecnologie stesse, su scala.

Da più parti, oggi, giungono segnali che ci allertano su una questione fondamentale: questa ultima rivoluzione industriale (la quarta) potrà rappresentare la vera e propria pietra tombale per il lavoro come lo conosciamo. Un lavoro senza la sua contropartita, cioè il salario, perché chi produrrà lavoro non ne avrà bisogno. La robotica, le reti, l’intelligenza artificiale ci stanno portando verso un orizzonte di rimozione dell’uomo in quasi tutti i settori.

Facciamo un esempio nostrano. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria è in procinto di diventare la prima smart-road italiana, dove la rete wire-less supporterà anche mezzi di trasporto senza conducente. Lo scenario è avveniristico ma non troppo. Se immaginiamo auto senza guidatore possiamo immaginare anche camion per merci che non necessitano di camionisti, quindi anche magazzini di stoccaggio ed anche porti interamente automatizzati che funzionano come quelli dei più famosi marchi di commercio on-line del globo, così pure navi cargo (porta-container) e treni, cantieri che funzionano come stampanti 3D, aerei-drone per passeggeri. Non è difficile immaginare un singolo pallet (pedana porta merci) che esce da una fabbrica di Hong Kong, entra in un container, arriva in un porto, viene caricato in una nave, e dopo un viaggio di 9.000 chilometri arriva in quello di Amsterdam, senza mai aver visto un uomo. Adempimenti fiscali, doganali e logistica, tutto da remoto.Cosa ne sarà del reddito da lavoro dipendente quando non ci sarà più bisogno di forza lavoro, umana? Questa quarta rivoluzione industriale sposterà ancora di qualche decennio il problema della disoccupazione tecnologica, ma il pericolo è la profezia di Leontieff, il quale negli anni Ottanta asseriva che «l’uomo del XXI secolo sarebbe uscito dal mercato del lavoro a causa dell’automazione così come avvenne per il cavallo nel XX secolo».

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