Sintesi Dialettica debutta affrontando il tema dell’identità politica e l’idea di partito, e lo fa andando direttamente alle radici: avvalendosi delle riflessioni del professor Francesco Malgeri, del consiglio d’amministrazione dell’Istituto Luigi Sturzo; del professor Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci; dell’onorevole Valerio Zanone, presidente della Fondazione Giulio Einaudi di Roma.
Ma perché alle radici? Perché occorre sollecitare un’analisi seria partendo proprio dalle culture politiche, quelle che genericamente sono chiamate le “diverse tradizioni” e, soprattutto, partendo da una chiara definizione dei termini della politica, secondo un metodo libero, democratico e intellettualmente obiettivo. 
Siamo convinti che senza questo tipo di approccio – privo di moralismi – non potremmo mai giungere alla compiutezza di un vasto, sentito e solido “patto” tra esperienze diverse, sia culturali che di militanza o adesione politica.

Cos’è l’identità di un partito politico?

Francesco-Malgeri
Francesco Malgeri

Malgeri . Va in primo luogo ricordato che il partito è il risultato di un processo storico che accompagna l’affermazione delle democrazie rappresentative nell’ambito delle grandi trasformazioni che, tra il XVIII e il XIX secolo, sono seguite alla rivoluzione industriale, sul piano economico-sociale, e alla rivoluzione francese e alla diffusione delle idee liberali e costituzionali, sul piano politico.

In questo nuovo quadro che è alla base dell’affermazione della democrazia di massa, il partito diventa strumento della dialettica politica, e strumento di mediazione tra i cittadin i e le istituzioni statali.

L’identità di un partito è legata alle sue radici culturali, sociali e politiche. In una parola, alla sua storia e alla sua collocazione all’interno di una comunità civile.

Giuseppe Vacca

Vacca. L’identità di un partito politico è, in definitiva, la cultura politica che lo dà. La cultura politica è fatta fondamentalmente di scelte di valore ed è bene ricordare che i partiti politici sono ciascuno parte di un insieme più ampio e quindi, a cominciare dai valori identitari, si definiscono razionalmente, cioè non autoreferenzialmente. In questo senso, più libertà che autorità, più uguaglianza che disuguaglianza, più coesione che competizione, e così via.

Ma questo non basta. Questo, in qualche modo, costituisce i prolegomeni di una cultura politica: i suoi paradigmi fondamentali.

Una cultura politica poi si costruisce sulla base della funzione storica che il soggetto politico vuole assumere e tale funzione ha, come punto di riferimento principale, il proprio Paese, dunque è una funzione nazionale.

Dire che è una funzione nazionale nell’epoca contemporanea – dalla Rivoluzione francese in poi ma soprattutto negli ultimi cinquant’anni – vuol dire anche definire, fra i possibili nessi tra la dimensione nazionale, sovranazionale, internazionale, qual è il versante su cui si colloca il partito politico in questione. La giustificazione storica, cioè la ragione per cui sono nati ed esistono i partiti politici è, in definitiva, legata al modo in cui interpretano il “destino” – detto tra virgolette, perché la parola è forte – di una nazione, cioè del proprio Paese e questo destino è, storicamente, composto di dinamiche interne ed esterne: nazionali ed internazionali.

L’orizzonte storico concreto delle culture politiche (dentro cui nascono, vivono e, se sono capaci, si riproducono i partiti) è la giustificazione storica della loro capacità di interpretare il destino della nazione che differisce secondo i modi in cui interpretano la combinazione di politica interna e politica internazionale.

Nel contesto in cui ragioniamo oggi, questo vuol dire una cosa precisa, ancora più precisa che in passato, poiché da cinquant’anni è in atto il processo di integrazione europea, forse il fenomeno storico più rilevante della modernità, più originale, più denso di innovazioni rispetto alle forme politiche della modernità europea dal Cinquecento ai nostri giorni.

Interpretare il destino della nazione vuol dire quindi interpretare il rapporto con l’Europa. Interpretare il ruolo che ha il Paese dato, che la nazione può assolvere – o che si intende fare assolvere – nel processo di integrazione europea, cioè nella costituzione dell’unificazione del vecchio continente e nella sua proiezione sulla scena globale come un attore politico compiuto. Questo è, infatti, il principale criterio di distinzione, soprattutto dopo la fine dell’epoca bipolare e con l’inizio dell’ultima fase della globalizzazione. E’ il criterio principale di differenziazione degli interessi, delle culture e delle visioni che costituiscono i partiti politici o le coalizioni di partiti politici, comunque i raggruppamenti, le forze politiche a livello nazionale che sempre più trovano nel nesso nazionale europeo il criterio distintivo o anche gli elementi, non solo di differenza, ma anche di contrapposizione e, persino, di contrasto irriducibile.

Valerio Zanone

Zanone. L’identità di un partito è un insieme: l’insieme dei caratteri che lo rendono “identico” a se stesso, ossia coerente con la propria tradizione; e quindi l’insieme dei caratteri che lo differenziano dagli altri partiti e consentono ai cittadini di riconoscerlo.

L’insieme è complesso. Può comprendere: a) il sistema dei valori e dei principi di riferimento; b) la loro continuità nella storia, e quindi i personaggi più rappresentativi di quella storia; c) i modi del comportamento pubblico, lo “stile” dell’azione pubblica; d) i riferimenti sociologici (massimi nei partiti “di classe”) che individuano quasi l’antropologia degli associati: in passato, un liberale e un socialista potevano distinguersi quasi dall’abito e dalla professione; e) il linguaggio abituale, le parole d’ordine ricorrenti, la scenografia delle assemblee, i contrassegni elettorali. L’elenco potrebbe proseguire, ma nella società postindustriale non tutti quei caratteri (ad esempio al punto d) restano identitari. I nuovi partiti finiscono per somigliarsi l’un l’altro in molte cose.

Cosa si intende oggi per difesa dell’identità da parte di un partito?

Malgeri . La difesa dell’identità significa per un partito soprattutto rivendicare il significato storico e politico delle sue radici, della sua tradizione, attribuendosi un ruolo e una funzione nel quadro delle battaglie politiche e civili che attraversano la storia del Paese.

Vacca. La difesa dell’identità è un’idiozia perché l’identità di un partito politico si ricostruisce, si rigenera ogni giorno esattamente come la democrazia. La si difende, se così si vuole, se si è capaci di rigenerarla, e la si rigenera in base al “servizio”, ovvero alla funzione storica che il partito esercita.

Identità concepite diversamente sono un fantasma perché sono, come dire, una definizione astorica del partito politico.

Il partito politico è un soggetto storico. E’ un soggetto parziale, relazionale, ha un’identità ma la sua identità altro non è che la missione storica che esso adempie, la cultura politica da cui nasce e che esso, per primo, deve essere capace di rigenerare perchè lì ci sono le risorse attraverso cui giustifica e riproduce la propria esistenza.

In definitiva, un partito politico si definisce in base al programma che è capace di proporre al proprio Paese, che è capace di sviluppare, alla partecipazione che è in grado di sollecitare, ai legami che definisce tra dirigenti e diretti – cioè al tipo di democrazia che organizza- , al modo in cui interviene e condiziona (ed è, a sua volta, condizionato) i diversi flussi e le diverse correnti della cultura nazionale. Questa è l’identità di un partito. E se è qualcosa da difendere, vuol dire tradire il senso dell’identità.

La si deve continuamente rigenerare. E’ una scommessa. Non la si può difendere, la si può rigenerare, anche perché o la si rigenera – cioè la si reinventa – in un processo dialettico e storico, oppure i partiti, come nascono, muoiono.

Zanone. La difesa dell’identità è la preservazione di alcuni tratti peculiari che rendano il partito inconfondibile, e quindi selezionino l’arena del consenso possibile.

Il primato della politica passa attraverso la valorizzazione delle identità culturali?

Malgeri . Un partito difficilmente nasce a tavolino, ma è il riflesso di un pensiero che non è soltanto il frutto di una elaborazione teorica, ma risponde anche ai bisogni, agli interessi, alle attese di determinate fasce sociali. Il sistema di valori che caratterizzano la fisionomia di un partito si traduce poi nell’impegno diretto nella vita pubblica con l’obiettivo di realizzare un progetto politico che si richiami a quei valori.

Vacca. Parlerei di valorizzazione della funzione e non dell’identità, perché l’identità è il risultato della funzione e non viceversa.

Questo poi è un punto di differenziazione che attraversa e si riproduce in termini diversi nel processo storico e impronta di sé le differenze interne ai diversi partiti.

Se facciamo il caso dei Democratici di Sinistra, storicamente quella che è la minoranza di sinistra si autodefinisce più in termini identitari, mentre quella che è la maggioranza riformista è più squisitamente togliattiana, cioè concepisce il partito politico in base alla funzione storica che è in grado di esercitare.

Zanone. Il primato della politica dovrebbe passare attraverso la valorizzazione delle culture politiche. La cultura senza politica è disarmata, e la politica senza cultura è smemorata.

Se per identità si intende un sistema di valori che fondano l’agire politico, quali sono i principi che informano un’identità di tipo democratico?

Malgeri . La democrazia si riconosce in primo luogo nel rispetto delle regole che ne costituiscono l’aspetto imprescindibile: le libere consultazioni elettorali, il riconoscimento del ruolo delle minoranze, il rispetto delle libertà di opinione, di culto, di associazione e così via. Ma la democrazia non può limitarsi ad una concezione statica e formale ispirata esclusivamente al rispetto di alcune regole. La democrazia è anche ricerca di nuovi equilibri e nuove conquiste nel quadro della vita politica e “nel complesso ritmo sociale, attraverso i contrasti e le lotte”, come affermava Luigi Sturzo.

Vacca. E’ la democrazia come valore in sé. La democrazia non è solo regola, ma è sicuramente fatta di regole certe che, nello stesso tempo, non sono acquisite una volta per tutte.

Renan diceva che la nazione è un plebiscito che si ripropone ogni giorno, dunque, a maggior ragione, la nazione democratica vive ogni giorno della capacità di rimotivare la democrazia come la migliore delle forme politiche di organizzazione di una comunità e, ancora, nell’epoca data, se questa è la democrazia, essa non può avere solo un valore nazionale.

La democrazia nasce come ordinamento interno dello stato-nazione e, nell’epoca dell’interdipendenza e della globalità, per svolgersi, per rigenerarsi e per sopravvivere e difendersi, deve sempre più essere nazionale, sovranazionale e internazionale.

In definitiva, la democrazia quindi è un’idea della politica che presuppone la unificabilità del genere umano come risultato del suo autonomo sviluppo.

Zanone. L’identità democratica si distingue anzitutto dai suoi opposti (identità oligarchica o monocratica). E’ una distinzione che risale alla Grecia classica. Ma oggi l’identità democratica non si riassume nel sistema rappresentativo, ossia nell’investitura popolare degli eletti alle cariche pubbliche. Contano molto i modi e i luoghi della discussione che precede le scelte pubbliche.

Quali culture politiche rappresentano l’Istituto Sturzo, l’Istituto Gramsci e la Fondazione Einaudi? Quale il loro significato e la loro attualità?

Malgeri . L’Istituto Luigi Sturzo non può naturalmente non ispirarsi a quella cultura “cattolico-democratica”, le cui origini vanno ricercate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, quando matura in seno al cattolicesimo militante la prospettiva di un impegno politico ispirato ai valori e alle istanze del pensiero sociale cristiano, ma con una sua autonoma politica rispetto alla Chiesa e alla gerarchia ecclesiastica.

Si tratta di una scelta ispirata saldamente ai valori della democrazia e della giustizia sociale. Con una prospettiva antitotalitaria, sensibile alle autonomie locali, lon­tana da integralismi e confusioni tra politica e religione, con alcune indicazioni di carattere programmatico che delineano i contorni e la fisionomia di una proposta politica non attardata nel rimpianto del passato, sensibile anche ai valori della tradizione liberal-democratica, con l’obiettivo di avviare un processo di riforme istitu­zionali e sociali, alla luce dei problemi emergenti dalla realtà italiana. Il pensiero di Luigi Sturzo si pone alla base di questa cultura, che ha trovato successivamente in altri uomini, da De Gasperi ad Aldo Moro, un ulteriore approfondimento, anche alla luce di nuovi e diversi scenari politici.

Lo studio e l’approfondimento su piano storico, sociologico e giuridico costituisce l’impegno più significativo dell’Istituto, che può contare, tra l’altro, nella presenza di fondi archivistici di grande interesse storico, che vanno dall’Archivio personale di Luigi Sturzo, all’Archivio della Democrazia cristiana e alle carte di numerose personalità politiche cattoliche.

Vacca. Ovviamente il nome di Antonio Gramsci ne definisce il principale riferimento storico e filosofico. Ma tanto più perché Gramsci è un pensatore della prima metà del Novecento ed è anche un uomo politico, non è un pensatore come di solito si intende questa parola, cioè il punto di riferimento di un sistema chiuso e conchiuso. E’ invece un pensatore a rete, il cui lascito è fatto di analisi, di teorie, di sperimentazioni innervate da una maglia di concetti che sono al tempo stesso chiavi analitiche della realtà – prevalentemente del processo storico di tutta l’epoca moderna – e presupposti di un agire strategico. Gramsci è un pensatore straordinario e il suo lascito è, in qualche modo, un luogo di incontro e di scontro delle principali correnti filosofiche, politiche, economiche, sociologiche che hanno attraversato il Novecento.

Zanone. La Fondazione Einaudi di Roma è costituita dal 1962, si occupa di studi di politica ed economia, orientati secondo la cultura liberale. Il suo indirizzo politico non è neutrale ma è imparziale. Non è neutrale perché è orientato dalla cultura liberale, ma è imparziale nel senso che non predetermina una opzione partitica.

Cos’è oggi un partito politico e quali i suoi pregi e difetti rispetto al passato? Mi riferisco soprattutto alla partecipazione, alla democrazia interna e alla funzione del partito come ente intermedio tra la società civile e le istituzioni.

Malgeri . Il ruolo dei partiti è stato fondamentale nella storia della democrazia italiana. Il giudizio, abbastanza sbrigativo, che generalmente individua nei partiti le cause dei mali della nostra repubblica, non tiene conto di tempi e situazioni diverse, dimentica quanto le forze politiche presenti nella realtà italiana del secondo dopoguerra, ciascuna per la propria parte, hanno vissuto stagioni di grande significato ed anche di grande partecipazione ideale alle battaglie che hanno sostenuto.

I partiti sono stati, a loro modo, strumenti importanti nella crescita e nella formazione di grandi masse che si affacciavano alla vita democratica, educandole alla partecipazione, al confronto, al metodo della democrazia. Non va dimenticato il cammino percorso dal 25 aprile 1945: la realizzazione di una Costituzione tra le più moderne e le più sensibili ai valori della libertà, della democrazia, della solidarietà e del rispetto della persona umana, la ricostruzione di un Paese distrutto, uno sviluppo economico che ha permesso per lunghi anni una esistenza serena alla grandissima parte dei cittadini, superando profonde sacche di miseria ereditate da quasi un secolo di storia nazionale, una crescita democratica tale da portare anche la gran parte di coloro che non si riconoscevano nel metodo della democrazia parlamentare, ad accettarlo con convinzione.

Naturalmente non sono mancati, come è ben noto, i limiti, i guasti e i processi degenerativi di un sistema, nel quale i partiti hanno assunto, col passare degli anni, un ruolo e un peso che andava al di là di un corretto equilibrio tra forze politiche, istituzioni, poteri economici, apparati dello Stato, alimentando con il passare degli anni una crisi destinata a minare dalle fondamenta il sistema politico che era nato dalla Resistenza e aveva segnato e caratterizzato la storia della nostra Repubblica.

Vacca. Per quanto riguarda i partiti del passato e del presente, è sempre la stessa cosa. Il partito è il soggetto politico più moderno dopo la Stato e quindi, diciamo, un soggetto che formalmente ha più o meno la stessa età dello Stato moderno europeo. Noi applichiamo la nozione di partito politico già alla storia europea degli ultimi trecento anni, ma il partito politico lo abbiamo conosciuto noi che abbiamo la fortuna di vivere nell’epoca dell’organizzazione democratica dell’Europa occidentale, dunque da pochi decenni: cioè, dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Il partito politico è ciò che dice la Costituzione, cioè lo strumento fondamentale attraverso cui si organizza la partecipazione dei cittadini alla definizione dell’indirizzo politico di governo. E poiché il governo è la forma in atto dello Stato, e in un regime democratico i partiti politici assolvono questo compito, il partito politico è una forma di organizzazione corrispondente allo Stato, volontaria piuttosto che “necessitata”.

Lo Stato è una forma di organizzazione “subita” – nel senso che si nasce in un territorio e quindi si vive in uno Stato – che è la forma di organizzazione politica che si riceve.

Il partito è la forma di soggettività politica che si sceglie liberamente perché è un’associazione oltre che un’istituzione, ed è appunto, come diceva Hegel, la trama privata dello Stato, com’è ancora oggi. E’ un animale giovane che ha davanti a sé i prossimi secoli.

Zanone. I nuovi partiti subentrati nel 1994 al crollo dei partiti storici si distinguono da quelli soprattutto per tre elementi: minore radicamento tradizionale, minore apparato interno, maggiore personalizzazione dei ruoli apicali. I partiti storici avevano un nome storico, quelli nuovi hanno un nome per lo più botanico e talvolta provvisorio. I partiti storici potevano avere leaders storici, ma non erano mai il partito di tizio o di Caio. La variazione è principalmente dovuta alla televisione quale strumento prevalente, se non ossessivo, della comunicazione politica.

Nei partiti attuali si può riconoscere una coerenza tra identità culturale e definizione dei programmi politici?

Malgeri . Il quadro politico appare notevolmente mutato rispetto al passato, con la presenza di forze politiche nuove che, pur trovando un non trascurabile consenso elettorale, non riflettono la struttura tradizionale dei partiti politici. Forza Italia, ad esempio, sembra essere soprattutto la diretta emanazione del suo leader, e apparve senza un retroterra storico-culturale, senza un passato e senza radici, al di là di generici richiami ad una tradizione liberale e liberista o a sporadici tentativi di fare propria e catturare l’eredità di personalità politiche del passato (da Einaudi a Sturzo a De Gasperi e così via), che appartengono ad altre storie e ad altre culture.

Gli altri partiti, essendo, nella gran parte, emanazione, sia pure attraverso una ampia revisione ideologica e culturale, nelle vecchie formazioni politiche presenti nel panorama della cosiddetta prima Repubblica, si richiamano, in forme più o meno marcate alle proprie matrici, anche se non sono mancati radicali processi di revisione e di adeguamento al nuovo quadro politico, nazionale e internazionale che è seguito alla svolta degli anni Novanta.

Vacca. Questo si vede meno in Italia perché fra le nostre particolarità c’è anche quella di aver vissuto nel passaggio, definito dalla fine della guerra fredda, un espianto del vecchio sistema dei partiti, proprio perché tale sistema in Italia era molto ricalcato. Il sistema dei partiti si poteva considerare come terminale del sistema internazionale della guerra fredda, quindi è esploso o imploso anche per questa sua specularità col sistema mondiale.

Il processo di ricostruzione dei partiti politici è una cosa molto faticosa, molto lenta e resa molto difficile in Italia dal fatto che il sistema politico che è succeduto a quella che viene definita prima Repubblica è ben lungi dall’essersi stabilizzato, e la sua mancata stabilizzazione ha come radice il mancato riconoscimento politico tra i due principali attori del bipolarismo che si è sviluppato dal 1994 in poi.

Dentro questo processo, il profilo politico degli attori principali della lotta politica che si sfidano reciprocamente per il governo del Paese, mi pare molto ben delineato secondo un criterio di coerenza tra i fondamenti di una cultura politica e il programma che poi consente l’aggregazione dei consensi e della coalizione.

Le discriminanti sono molto precise: c’è molta coerenza tra l’euroscetticismo della Casa delle Libertà e le sue politiche sociali, il sistema dei valori, le sue politiche economiche, la sua politica internazionale. E, per altro verso, tra l’europeismo della coalizione di centro-sinistra (quanto meno nella parte più europeista che è sostanzialmente l’Ulivo) e ciò che ne deriva in termine di programma e anche di motivazione del programma che, per essere evidente, deve essere qualcosa che cammina sul consenso, sull’azione, sull’iniziativa di milioni di italiani.

Questo è possibile appunto se c’è sintonia tra cultura politica, programma e il modo in cui esso si snocciola quotidianamente.

Le forme possono essere molto meno consolidate che nei partiti del passato, però la proposta politica delle due coalizioni è riconducibile con estremo rigore e coerenza ai rispettivi riferimenti di cultura politica. Inoltre, dietro la destra e dietro la sinistra ci sono culture politiche molto forti e strutturate che, naturalmente, non sono solo nazionali, ma sono variante nazionale di processi internazionali e mondiali.

Zanone. I programmi decisivi sono quelli di coalizione, e quindi non esprimono un’identità culturale univoca. Le coalizioni non discendono da un pensiero unico, devono avere soltanto un programma comune.

Noi di Sintesi Dialettica riteniamo che per concepire un partito democratico occorra promuovere una profonda elaborazione culturale prima di discutere di liste elettorali e ipotetici organigrammi. Riteniamo, infatti, che gli statuti, così come anche i programmi politici, nascano da una concezione culturale che sia quanto più possibile chiara, strutturata e vitale. Qual è la sua opinione?

Malgeri . Per rispondere a questa domanda vorrei citare Sturzo. Si tratta di un brano del discorso da lui pronunciato al secondo congresso del partito popolare, svoltosi a Napoli nell’aprile del 1920, che mi sembra perfettamente in linea con le tue osservazioni: “Una corrente politica non si impone solo con le opere, che spesso determinano contrasti personali e diffidenze rese vive dall’egoismo umano; ma con la formazione di un pensiero che diviene convinzione, che genera la discussione, che occupa il campo della cultura, che supera le barriere delle università e che crea una propria letteratura. Né questa è una concezione borghese e intellettuale della politica, è realismo della vita che si applica sempre più su larga scala, quanto più vasti sono i fenomeni di rivolgimento politico e quanto più vasta è la massa operante mossa da una idea. Perciò è necessario destare presso di noi questo movimento di cultura che non è solo il movimento interno, prettamente organico e organizzato, ma è anche movimento collaterale, autonomo, simpatizzante; che però deve avere larga rispondenza nel movimento organizzativo, con circoli di cultura, pubblicazioni di riviste, di opuscoli di monografie e di libri, con ritmo largo e confidente”.

Vacca. Sono interamente d’accordo. Questa elaborazione può essere fatta in vari modi. Un pezzo se n’è già fatta, cioè con una sperimentazione di una democrazia dell’alternanza incentrata sul bipolarismo e con l’imparare a convivere dentro uno stesso campo di forze di donne e di uomini o ispirati da culture diverse o comunque provenienti da esperienze storico-politiche e culturali diverse.

Però è fondamentale esattamente quello che dici tu, se poi ci si dà l’obiettivo di costituire un soggetto politico unitario, quello comunemente denominato “partito democratico”.

C’è il problema di investire nell’elaborazione non dico di una cultura politica univoca, ma quanto meno compatibile, coesa, fatta anche di reciproco riconoscimento della compatibilità delle differenze.

Questo vuol dire elaborare una visione condivisa dell’etica pubblica, del confronto tra politica e religione (tra politica e teologia politica), dell’interculturalità, del multiculturalismo, una visione sui fenomeni migratori e sul pluralismo religioso e culturale che caratterizza e caratterizzerà sempre di più l’Europa.

C’è bisogno di elaborare una visione condivisa del soggetto europeo, e occorre giungere a un’elaborazione fatta di riconoscimenti condivisi di cosa è stata la storia del Novecento, la storia della Repubblica. Per fare l’esempio più ovvio, della complementarietà della storia della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano perché, o si liquidano le categorie della guerra fredda, quindi le forme ideologiche che hanno sostenuto il vissuto della contrapposizione, oppure non è possibile immaginare un partito democratico.

E’ tutto un lavoro da fare.

Zanone. Se per partito democratico si pensa a quello in gestazione nella coalizione di centrosinistra, ritengo che la sua origine culturale possa trovarsi nelle tre famiglie storiche della democrazia europea: liberaldemocratica, socialdemocratica, cristiano-democratica. Se quelle tre tradizioni si incrociano, dalle identità culturali nasce il progetto politico.

E’ possibile e auspicabile la formazione di un partito democratico in Italia?

Malgeri . L’idea di un partito democratico in Italia è indubbiamente suggestiva, ma va preparata con attenzione e con la convinzione che ben difficilmente potrà nascere un partito con una fisionomia netta e precisa. La complessa articolazione di idee, cultura, radici storiche e politiche che caratterizza il tradizionale quadro politico italiano, rende per lo meno problematica l’ipotesi che questo nuovo partito possa avere una netta e precisa fisionomia. Il problema, infatti, è anche quello di non appiattire e tanto meno cancellare l’identità di quelle matrici politico-culturali che dovrebbero costituire il nuovo partito. E’ più facile, forse, dar vita ad una sorta di federazione democratica, che attraverso vincoli ben precisi, realizzi una politica unitaria, riconoscendo al suo interno la ricchezza di presenze e di culture che sono patrimonio non trascurabile nella vita politica del nostro Paese.

Vacca. Nel senso che dicevamo testé, è possibile, è difficile, ne vale la pena e quindi è molto auspicabile. Non so in quanto tempo perché queste cose non si possono calendarizzare volontaristicamente, ma è molto auspicabile.

Zanone. Nel senso appena detto, penso senz’altro di sì.

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