Il principio della laicità è presente nella Costituzione degli Stati Uniti, e sembra riflettere una concezione politica che affonda le sue radici nei presupposti deisti dei suoi autori, Thomas Jefferson in particolare, ma soprattutto Benjamin Franklin. Eppure, la retorica politica, dalla fondazione della Repubblica a oggi è intessuta di riferimenti a Dio.

Il principio della laicità è presente nella Costituzione degli Stati Uniti, e sembra riflettere una concezione politica che affonda le sue radici nei presupposti deisti dei suoi autori, Thomas Jefferson in particolare, ma soprattutto Benjamin Franklin. Eppure, la retorica politica, dalla fondazione della Repubblica a oggi è intessuta di riferimenti a Dio. Tutti i presidenti, nella storia americana, hanno nominato Dio nei loro discorsi inaugurali o solenni e continuano tutt’ora a farlo, mettendo la religione al centro della moralità pubblica, in modo più o meno marcato. Ma come si concilia questa retorica con un concetto laico della società?

Alessandro Portelli

Secondo me non si concilia. C’è una differenza tra stato a-confessionale e uno stato laico. Direi che negli Stati Uniti le due cose convivono; basta pensare a certe battaglie condotte dalla American Civil Liberties Union: per esempio la controversia sulla preghiera nelle scuole, o l’assenza di una religione ufficiale di stato. Anche certe cose di principio della ACLU mi sembrano addirittura esagerate, come il fatto che non si può fare il presepe sui gradini dell’ufficio postale.

Da un lato, negli Stati Uniti c’è un laicismo che viene da una lettura laica della Costituzione. In realtà i mancati riferimenti religiosi della Costituzione sono non tanto il prodotto di una visione laica del mondo quando il risultato di un relativo pluralismo religioso, cioè il risultato di un rifiuto del modello inglese della Chiesa di Stato, per cui essendoci una pluralità di confessioni religiose cristiane, all’interno degli Stati Uniti nessuna confessione poteva avere la preminenza sulle altre e lo Stato se ne deve tener fuori. Naturalmente, all’interno di questo era incerto il ruolo, per esempio, degli ebrei, anche se si sono inventati questa categoria della tradizione giudeo-cristiana, che se uno ci pensa storicamente consiste in duemila anni di pogrom. Gli americani della Costituzione sicuramente non si ponevano il problema di altre forme religiose e neanche quello dell’ateismo: un deista come Thomas Jefferson era una cosa diversa da un ateo. Thomas Jefferson scrisse nelle Dichiarazione d’indipendenza che “all men are created equal” cioè “tutti gli uomini sono creati uguali”, mentre nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, la formula dice “tutti gli uomini nascono uguali”. Quindi, mi verrebbe da dire che nella rivoluzione americana c’è quasi l’idea della religione come di un plafond, una specie di cosa di default che da una parte non ha neanche bisogno di essere enunciata e che poi si articola in una pluralità di maniere. Un dato acquisito che nemmeno si pone in discussione.

Ci sono stati dei momenti in cui i riferimenti a Dio sono diventati ancora più forti. Anche questo ha avuto una storia; penso come negli anni cinquanta, per esempio, nel giuramento di fedeltà alla bandiera, hanno introdotto la frase “under God” non per motivi di fede ma per motivi di anticomunismo. Essenzialmente, gli Stati Uniti sono un paese fortemente marcato da una presenza della religiosità nella sfera del discorso pubblico, che tuttavia resta ancora abbastanza fuori dalle istituzioni, tanto è vero che l’emendamento contro i matrimoni gay non è stato fatto nemmeno da Bush. Alla fine, le istituzioni resistono a quel tipo di ingerenza, anche perché non c’è una chiesa che si pone come il centro o come depositaria della verità e con l’autorità e il potere che un tale ruolo comporta. Anche perché ci sono molte confessioni …

Circa 1300 stando a quanto dice Foner in Storia delle libertà americane.

Alcune sono più potenti di altre ma nessuno può dire che gli Stati Uniti sono un paese battista o metodista. Si può dire “questo è una paese cristiano”, ma né i battisti né i metodisti parlano per tutti.

Facendo un ulteriore passo indietro al periodo coloniale, sembra che libertà politica e tolleranza religiosa andassero di pari passo nelle colonie britanniche, anche se sempre all’interno del cristianesimo. Nevins e Commager, in Storia degli Stati Uniti, enunciano alcuni caratteri nell’organizzazione delle colonie, come la tassazione e i rapporti con lo stato. Per esempio, nel caso del Massachussetts e del Connecticut, la chiesa si era identificata con lo Stato, portando avanti una sorta di “regime ecclesiastico” nel corso della prima metà del Seicento. Anche nella società il concetto teocratico di un certo puritanesimo ebbe effetti negativi, per esempio, la tirannia, gli atti di persecuzione nei confronti dei dissenzienti, un certo fanatismo religioso …

Del resto la retorica puritana è riuscita a permeare il discorso politico dell’America bianca con una certa efficacia che ancora oggi è percepibile – ne parla Sacvan Bercovitch in The American Jeremiad – per esempio è frequente il ricorso a elementi biblici che sostengono l’idea dell’America, dalle neonate colonie in poi, come luogo cui è conferita una missione speciale, un paese che incarna un destino speciale, una sorta di “eccezionalismo” per cui “God Bless America” come se il paese fosse l’unico a meritarsi la benedizione di Dio …

È l’idea della missione. Fin dall’origine puritana, il paese è pervaso da un senso di missione. Devo ammettere che, per quanto mi riguarda, ho molto più rispetto per il puritanesimo che per altre varianti della religione cristiana perché il puritanesimo si accompagnava anche, nelle sue forme migliori, a un forte senso di autonomia della persona, di responsabilità, elementi tuttora presenti nella cultura americana, oltre che a un rigore intellettuale molto forte. Il punto è che allora, come d’altronde in seguito, la religione è stata tirata in ballo su ogni versante. Da un lato hai le giustificazioni bibliche dello sterminio degli indiani e della schiavitù e dall’altro hai tutta la religiosità afro-americana che si ispira a un’idea religiosa di uguaglianza e di liberazione.

La cosa che pare a me è che quel fervore di discussioni ideologiche che abbiamo avuto da noi sulla politica, l’economia, l’ideologia, negli Stati Uniti sia avvenuto sul terreno della religione. Cioè, se si devono dividere, gli americani si dividono sul terreno della religione: le scissioni delle chiese, delle piccole chiese, delle sette, ricorda assai i nostri gruppi extra parlamentari …

Ferma restando, però, la “sacralità” della religione civile, che per la società americana sembra un punto ben saldo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni.

E rimane saldo il principio che in ultima analisi Dio ha affidato agli Stati Uniti una missione speciale. Alla fine è in nome di questo che gli americani vanno in Iraq. Diceva giustamente Sofri, qualche giorno fa, che la cosa tragica di Bush è che al di là del petrolio, ha pure delle buone intenzioni.

Beh, del resto ha aumentato gli stanziamenti per Medicare e Medicaid e ha introdotto il rimborso dei farmaci per i malati anziani …

Proprio ieri un’amica americana mi diceva che il più bel piano di sistema sanitario pubblico venne varato da Richard Nixon.

Perché nel caso di Nixon, lui apparteneva a una generazione che, di destra o di sinistra che fosse, era ancora convinta che lo Stato avesse delle responsabilità. La generazione di Bush, e forse anche di Clinton, non è più convinta che lo Stato abbia una responsabilità nei confronti del cittadino, dando così mano libera a principi di liberismo spinto inaugurati già da Reagan.

Facendo un salto un po’ azzardato, vorrei fare riferimento a un saggio che si intitola I due occidenti in cui Gret Haller mette a confronto la concezione politica degli Stati Uniti e quella dell’Europa, analizzando anche il rapporto tra Stato e religione. In questo confronto tra due modelli democratici e sugli effetti della loro politica estera, Haller individua negli Stati Uniti alcune peculiarità, proprio a partire dalla religiosità di cui è intrisa la società americana. Per esempio, una differenza con l’Europa sta proprio nel rapporto tra Stato e chiesa: mentre in Europa è storicamente lo Stato a doversi tutelare da influenze religiose, negli Stati Uniti la separazione tra Chiesa e Stato è rigorosa come in nessun altro paese e si dispone che sia la religione a dover essere tutelata dall’ingerenza dello stato. Un’altra accezione del concetto di libertà americana?

La vera grande differenza che si può notare con gli Stati europei è che anche i paesi che hanno avuto la riforma protestante in Europa, Inghilterra, Scozia, Germania, Svizzera, si sono dati una religione di stato. Avere potenti organizzazioni di dimensione nazionale, con competenza esclusiva sulla dimensione religiosa significa che tu ti trovi davanti a un’entità che se vuole ti può fare a pezzi. Basti pensare a cosa è successo in Polonia. Se in Polonia il quadro religioso fosse stato come quello degli Stati Uniti, beh, ci sarebbero ancora i comunisti al potere, o quello che si chiamava comunismo, perché la grande differenza è l’enorme dimensione istituzionale di queste chiese. E quindi, una religione di stato rappresenta in realtà un vincolo forte: pensiamo all’Italia che ha il concordato nella Costituzione …

Si può dire che la frammentazione delle chiese negli Stati Uniti sia stata una garanzia rispetto all’ingerenza della chiesa. Anche rispetto a questa ultima elezione che apparentemente sembra così dominata dagli evangelici, se uno guarda bene, scopre che questi hanno imposto una certa base di discussione; poi però non hanno avuto il potere di imporre che ne seguissero degli atti politici. Ora, in Italia, fino a qualche tempo fa in Spagna, in Europa e in certe parti dell’America latina la chiesa cattolica, o in Inghilterra la stessa chiesa anglicana, ha il potere di negoziare direttamente con lo Stato sulla legislazione. Negli Stati Uniti, è invece un movimento di opinione che può decidere un’elezione ma poi non può andare a dire al Parlamento di varare una certa legge. Non c’è il papa, non ci sono i vescovi, che si pongono come rappresentanti sull’intero territorio della sfera pubblica religiosa.

E nella letteratura, invece, dove le cose si complicano e si articolano perché lo scrittore deve mediare tra il sé e la società, cosa succede? Esiste a tuo parere una linea immaginaria o, magari più concretamente, una serie di scrittori che hanno fatto della laicità o almeno del discorso laico il tema portante della loro opera?

Sicuramente laico direi che è Washington Irving. Complicatamente e problematicamente laico Melville, con quel meraviglioso discorso sul grande dio democratico in Moby Dick. Laico ai confini dell’irriverenza, sicuramente Mark Twain. Alla luce di questo discorso sarebbe interessante rileggere proprio di Twain A Connecticut Yankee at King’s Arthur Court dove pone proprio il problema che la Chiesa può farti saltare tutte le riforme, tutto il progresso. È un libro anti cattolico anche un po’ terrificante, perché lui individua l’esistenza di un controstato, che di fatto negli Stati Uniti non c’è. Henry James, Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner possono essere definiti laici. Tutto sommato, mentre sono tutti intrisi di linguaggio biblico – la Bibbia è il testo su cui si è formata la loro lingua letteraria, oltre a Shakespeare – a me non vengono in mente testi letterari, o del canone letterario importante, che facciano come i Promessi sposi, che abbiano un messaggio religioso. Molti testi affrontano il problema ma non in chiave religiosa.

Un libro molto divertente è The Damnation of Theron Ware di Harold Frederic, peraltro molto bello. Frederic è un autore della generazione di Bret Harte, della fine dell’ottocento, e racconta la crisi di un pastore protestante rispetto al fascino liturgico rituale del cattolicesimo. Ovviamente Emerson, Hawthorne hanno al centro dei propri scritti la problematica religiosa, ma l’hanno affrontata in un modo che noi oggi chiameremmo laico, cioè senza sottostare ai diktat di un’autorità spirituale di alcun genere. Tra l’altro Emerson si fece cacciare da Harvard per le cose che disse sulla natura di Cristo.

La storia letteraria degli Stati Uniti è spesso costellata di scrittori che hanno manifestato un certo dissenso, più o meno marcato. Forse anche questo fa parte del fascino del mito americano che ci influenza tutti, almeno noi letterati o storici della cultura.

Siamo tutti influenzati dal mito americano … non so quanto questo è vero per chi ha oggi diciotto anni. La generazione dei diciottenni di oggi forse lo è molto meno. Questi hanno visto gli Stati Uniti sempre in guerra.

Dagli Stati Uniti sono arrivati nel corso del tempo Hollywood, il rock and roll, il meglio della fantascienza, i grandi generi. Negli ultimi vent’anni… Non è che non arrivi proprio più niente, arrivano Don De Lillo, Bruce Springsteen, Toni Morrison … ma non sono più il centro da cui si emana la cultura che dà il segno ai tempi: Kerouac e tutte quelle cose che facevano parte della tua autobiografia, per cui non potevi non dirti americano. Allora studiare letteratura americana significava fare dell’autobiografia. La musica, per esempio … quella americana non è più centrale come un tempo. Molti dei gruppi più importanti non sono nemmeno più americani – certo, fanno una musica che viene da lì, ma una due generazioni fa. Per la generazione giovane l’America ha perso quell’appeal e questo è molto pesante anche sul piano delle relazioni internazionali. Il soft power degli Stati Uniti si è molto indebolito proprio nel periodo in cui gli americani hanno ricominciato a sparare.

Alla luce di questo discorso, gli anni Sessanta hanno rappresentato quindi un periodo di grande fertilità e influenza della cultura americana. Dalla musica alla letteratura alla politica e al rinnovamento della società, si può dire che quel decennio sia stato un periodo segnato soprattutto dalle grandi battaglie per i diritti civili. Riprendendo un po’ il discorso della laicità applicato a quello della politica, le due figure più interessanti da questo punto di vista restano Malcolm X e Martin Luther King. È interessante che nei discorsi di entrambi, i riferimenti a Dio siano frequenti: in Malcolm X, però il rapporto con la religione è diverso, anche perché lui non era cristiano ma musulmano.

Manning Marable che ha studiato a fondo Malcolm X diceva che tutta una serie di riferimenti islamici sono stati molto messi da parte, sono stati rimossi perché non si conciliavano con l’immagine che ci siamo formati di Malcolm.

Analizzando le strategie retoriche di King e di Malcolm, la retorica “classica” dell’America bianca dell’inclusione attraverso la condivisione del “sogno” americano viene rovesciata, in particolare da Malcolm X, ma anche da Martin Luther King che nel discorso “I have a dream” usa immagini estremamente pragmatiche e quotidiane per denunciare la discriminazione e il mancato adempimento da parte dell’America, della promessa di liberazione economica dei neri. È possibile parlare di un laicismo dei due leader afro-americani, o comunque di posizioni tendenzialmente più laiche nel caso di Malcom X prima della morte?

No, direi proprio di no. A parte che lui è un grande autobiografo e Haley è un grande intervistatore [in The Autobiography of Malcolm X]. Malcolm X racconta tutta la sua vita prima della conversione all’Islam, ma la racconta dopo essersi convertito. Ha una grande capacità di revocare l’io narrato. Ci sono momenti meravigliosi del libro, uno è quando racconta lo stiramento dei capelli …

Nel film di Spike Lee questo momento è rappresentato molto bene …

Anche se manca quello che dice Malcolm nell’autobiografia: “Come ero stupido”. Però la costruzione del racconto contiene da una parte l’uso straordinario dell’allitterazione “smooth sheen of shining red hair” [PP. 137-138] quando parla dei suoi capelli stirati usando altre allitterazioni e il ritmo sincopato che si ritrovano un po’ in tutta la prima parte del racconto, che è poi quella più bella, quella che narra della “caduta” e di come è avvenuta questa caduta. D’altronde non è un caso che tutti questi libri, come per esempio anche Native Son di Richard Wright e Ceremony di Leslie Silko, siano più avvincenti nella prima parte. Nell’ultimo, le cerimonie sono due: la cerimonia indiana del risanamento e quella occidentale di un romanzo sulla frammentazione. Nel libro di Silko, nemmeno riesco a ricordarmi bene l’incontro con la figura femminile della montagna, mentre ricordo parola per parola il disagio psichico del protagonista. E questo perché forse noi lettori moderni siamo lettori della crisi, mentre testi come questi sono romanzi del risanamento. Persino Native Son, in cui alla fine l’incontro di Bigger Thomas con l’avvocato aiuta il processo di risanamento del protagonista, è un romanzo di questo tipo. Molta critica parla di una vittoria del protagonista di Native Son – facendo finta di non ricordarsi che alla fine va sulla sedia elettrica. Ma c’è una necessità “progressista” di salvezza – per esempio, i romanzi “proletari” puntano alla presa di coscienza del protagonista – e invece il grande modernismo è tutto di destra. Perché in fondo il grande romanzo è la descrizione dell’abisso, della crisi, del fallimento, del disastro. Le eccezioni sono donne e neri, Virginia Woolf, Toni Morrison, perché quello che ai maschi bianchi sembra il crollo dell’universo, a loro sembra il crollo dei maschi bianchi borghesi.

Nel caso di romanzi come Martin Eden di Jack London, il crollo si innesta sulla struttura del romanzo proletario in un certo senso …

Beh, London non lo metterei nel filone modernista. Tuttavia, la vicenda di Martin Eden si conclude con un suicidio, e il personaggio non riesce proprio ad arrivare al risanamento.

Martin Eden sulla falsariga del Pierre di Melville, insomma, dove alla società si soccombe sempre. Mentre nel caso del Malcolm X dell’autobiografia la salvezza è nella scoperta della religione …

In realtà siamo noi lettori moderni a fare delle letture laiche di un testo che è la storia raccontata da uno che si autodefinisce come sacerdote di un culto religioso.

Malcolm X è complementare a King?

C’è un libro bellissimo di James Cone, Martin, Malcolm and America, che li avvicina molto. Anche nel caso di queste due figure, quando si devono dividere lo fanno sul piano religioso. È quasi impossibile pensare che si possa farlo solo sulla politica. Nel caso di Malcolm, non succede che, se hai deciso che il cristianesimo è la religione del vittimismo, dell’accettazione, allora tu diventi laico. No, tu ti inventi un’altra religione, che ha posizioni differenti. La religione diventa l’unico terreno praticabile dell’ideologia, perché poi l’ideologia sul piano politico, la religione civile, è talmente compatta e dominante che non viene nemmeno messa in discussione. È invece in campo religioso che avvengono gli scontri sui valori e sui principi.

Oggi molti studi di stampo storico culturale sono dedicati all’analisi del rapporto tra politica e destra cristiana, per non parlare dei media, sempre attenti a cogliere gli aspetti più “estremi” del dibattito politico in America. Alcuni studiosi, come Susan Jacobi, lamentano tuttavia la sciatteria e l’approssimazione di alcune sette e posizioni religiose, che si sono diffuse negli ultimi due decenni in un società che a sua volta si presenta disgregata.

Sono tutti così moderati sul piano politico, negli Stati Uniti, che alla fine è proprio l’ambito religioso quello in cui si consumano i dibattiti e le discussioni e si tirano fuori le idee più estreme o, perché no, anche più strampalate. In un certo senso, l’altra faccia del pluralismo negli Stati Uniti è il solipsismo. Penso a Whitman quando dice dell’America “nation of nations”: il fatto che tutte le nazioni siano dentro gli Stati Uniti porta ad assumere un atteggiamento per cui non gli serve il resto del mondo, tanto questo paese li contiene tutti. Il pluralismo religioso forse significa anche questo. Credo che ci sia una relazione forte tra pluralismo e solipsismo, la costruzione di una sfera plurale ed esclusiva al tempo stesso.


Vengono riportati alcuni dei testi citati nell’intervista:
Eric Foner, Storia della libertà americana, Donzelli, Roma, 2000;
Malcolm X, The Autobiography of Malcom X (with the assistance of Alex Haley) Penguin, 1996;
Jack London, Martin Eden, Penguin Books. 1993; edizione italiana Milano, Garzanti;
Sacvan Bercovitch, The Amerian Jeremiad, The university of Wisconsin Press, 1978;
Nevins e Commager, Storia degli Stati Uniti, Torino, Einaudi, 1989;
Richard Wright, Native Son, trad. ital. Paura, Milano, Bompiani, 2000;
Leslie Marmon Silko, Ceremony, Penguin, 1988;
Mark Twain A Connecticut Yankee at King’s Arthur Court;
Gret Haller, I due occidenti, Roma, Fazi, 2002;
James H. Cone, Martin & Malcolm & America A Dream or a Nightmare, Orbis Books, NY, 1992;
Herman Melville, Moby Dick.;
Harold Frederic, The Damnation of Theron Ware, Penguin Classics.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Foto di Alessandro Portelli di @fondazionefeltrinelli.it

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