Le differenti povertà dell’uomo, l’azione e la dottrina della Chiesa Cattolica, la solidarietà internazionale organizzata, la politica, la società, l’economia, la democrazia, il sistema dell’informazione, il dialogo tra le religioni di fronte al fenomeno.

Eminenza, alle povertà tradizionali se ne aggiungono purtroppo altre come le nuove povertà, le povertà relazionali: quali sono?

In primo luogo mi piace sottolineare che alla Chiesa la povertà sta a cuore in quanto colpisce delle persone. Quindi sono di per sé i poveri ad essere al centro del suo interesse, e la riflessione sulle povertà serve per descrivere la situazione in cui essi versano. Proprio la sua domanda sulle povertà relazionali mette in luce questa dimensione umana, propriamente personale della povertà, perché si riferiscono alla assenza o perdita di quelle relazioni sociali che sono necessarie per la persona, la sua dignità e il suo sviluppo integrale, prime fra tutte quelle relazioni fondamentali che si danno nella famiglia. Casi tipici di queste nuove forme di povertà sono quelle che vivono le persone anziane e sole, i drogati, coloro che sono affetti da malattie croniche o mentali, i giovani ai quali la precarietà del lavoro impedisce di costruire una famiglia o un futuro sicuro, i soggetti espulsi precocemente dal mercato di lavoro, le famiglie monoparentali composte da una donna sola con figli, gli immigrati irregolari, ecc. Non posso sottacere neppure quelle povertà più profonde che si originano dalla mancanza di un senso vero della vita e spesso provocano solitudine e malattie di natura psichica. Le nuove forme di povertà coesistono con le antiche forme di essa, dovute alla mancanza di lavoro e di abitazione e, nei Paesi o nelle regioni più povere, alla mancanza di educazione primaria, di assistenza sanitaria e, persino, alla fame.

Come affronta oggi la Chiesa Cattolica questi problemi divenuti tanto più complessi e variegati rispetto al passato?

La risposta della Chiesa a queste nuove povertà è sempre la stessa, perché la Buona Novella di Gesù Cristo rimane insuperabile e, allo stesso tempo, essendo parola di Dio, ha una ricchezza inesauribile, capace di illuminare l’azione dei cristiani di fronte alle sfide di tutti i tempi. Spetta, dunque, a tutta la Chiesa trarre dal tesoro del Messaggio evangelico le risposte adatte ad ogni momento storico, compreso il nostro.

Il Santo Padre Benedetto XVI, nella Sua prima Enciclica “Deus Caritas Est”, specialmente nei numeri 28-30, ci offre gli elementi necessari per capire in quali modi la Chiesa risponde alle sfide sempre attuali della povertà.

La Chiesa, da una parte, illumina la coscienza dei fedeli e di tutti gli uomini di buona volontà affinché assumano la propria responsabilità e cerchino soluzioni politiche e sociali efficaci. Infatti l’azione politica “si trova di fatto inevitabilmente di fronte all’interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la giustizia?… Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile … Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare… (Deus Caritas est, 28). Qui si colloca l’opera della Chiesa alla quale “spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali, senza le quali non vengono costruite strutture giuste, né queste possono essere operative a lungo. Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici” (Deus Caritas est, N. 29)

Tuttavia, l’azione in ambito politico, economico e sociale, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, mai sarà sufficiente per affrontare i problemi della povertà, la cui soluzione non dipende soltanto da strumenti tecnici, ma anche dal cuore degli uomini. Infatti, la molteplicità e diversi tà delle nuove forme di povertà mettono in evidenza la naturale difficoltà di articolare risposte politiche e tecniche adatte a tutte le nuove sfide. Mai potrà mancare, quindi l’elemento della carità, che aggiunge alla risposta tecnica efficace il “plus” di umanità che consente di arrivare laddove la risposta tecnica o politica non riesce ad arrivare. Come scrive il Santo Padre: “L’amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo… L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano” (Deus Caritas est, 28, b). Ecco allora che si comprende il ruolo e l’azione dei singoli fedeli, e specialmente delle organizzazioni caritative della Chiesa. Esse “costituiscono un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d’altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore (Deus Caritas est, 29).

E’ muovendosi su questo duplice binario – quello di offrire con la sua dottrina sociale e con l’azione dei laici cattolici in quanto cittadini il suo contributo ad una società umana più giusta e quello di donare amore concreto attraverso l’opera dei cristiani e delle organizzazioni caritative ecclesiali – che la Chiesa affronta le nuove povertà soprattutto di tipo relazionale che emergono nel mondo attuale. E mi pare di poter dire che di fronte ad esse si dimostra ancora una volta quella “fantasia della carità”, con la quale la Chiesa e i suoi membri sanno in ogni epoca farsi carico dei bisogni dei fratelli più bisognosi.

Certo vorrei che non si dimenticasse mai che nella “fantasia della carità” rientra anche la riscoperta del Vangelo e quindi di una esperienza di fede che permetta all’uomo di incontrarsi con la carità di Dio. Specialmente oggi la Chiesa non può infatti dimenticare che molti uomini – anche se provveduti di beni materiali a sufficienza o perfino in abbondanza – sono però poveri di Dio. Per questo l’evangelizzazione e il magistero della Chiesa non sono da contrapporsi, bensì rientrano nell’azione di carità.

Cardinal Bertone, le attuali forme e gli attuali strumenti della solidarietà internazionale bastano ad affrontare i problemi delle povertà diffuse nelle zone più critiche del mondo, o è necessario un ripensamento di tali forme e di tali strumenti?

Non si può rispondere in senso assoluto. Si deve riconoscere che ci sono innumerevoli iniziative sia dei singoli Governi sia dell’insieme della Comunità Internazionale che funzionano. Il Santo Padre, ad esempio, ha voluto recentemente acquistare il primo “bond” dell’iniziativa internazionale International Financial Facility for Inmunization (IFFim), per incoraggiare una concreta iniziativa destinata a convogliare fondi per lo sviluppo di vaccini contro le grande pandemie tropicali, specialmente la malaria. Parimenti, il Santo Padre e la Santa Sede, nei suoi interventi al Corpo Diplomatico e alle diverse istanze della Comunità internazionale (Nazioni Unite e Organizzazioni specializzate) non cessano di incoraggiare l’attuazione dei molti programmi già esistenti.

Allo stesso tempo, c’è la consapevolezza che gli strumenti esistenti non bastano, e perciò la Santa Sede incoraggia costantemente il dialogo internazionale, la discussione serena, lo studio e l’attuazione di nuove soluzioni, al fine di migliorare ciò che esiste e di creare strumenti nuovi.

Non dobbiamo poi dimenticare a livello internazionale quanto sia oggi sviluppata l’attività condotta da innumerevoli Organizzazioni Non Governative cattoliche, le quali arrivano efficacemente anche laddove i Governi non riescono ad arrivare. In questo settore dellacooperazione internazionale si inserisce anche la benemerita azione degli ordini religiosi, di Caritas Internationalis e delle Caritas nazionali ediocesane e di tutta la galassia di iniziative promosse dai fedeli cristiani.

In sintesi, più che un ripensamento degli strumenti esistenti, si deve pensare ad un rinnovato e approfondito senso di solidarietà (nazionale e internazionale) che faccia sì che gli strumenti esistenti ricevano la necessaria assistenza economica e che, laddove si avvertano necessità insoddisfatte, si creino nuovi strumenti per dare ad esse un’adeguata risposta.

Si può pensare a rimedi efficaci contro i fenomeni delle povertà indipendentemente dalle caratteristiche di maggiore o minore democrazia dei contesti istituzionali e politici dei diversi Paesi?

Da una parte, la realtà pratica mostra che non c’è una connessione assoluta e necessaria tra democrazia e lotta contro la povertà materiale. Ci sono dei Governi non pienamente democratici che sono riusciti a soddisfare le necessità fondamentali delle loro popolazioni.

Da altra parte, anche l’evidenza storica mostra che il controllo democratico è fondamentale perché le risorse economiche degli Stati vengano utilizzate in favore dei poveri, per evitare gli sprechi e soprattutto per combattere contro la corruzione.

Essa, in particolare, può purtroppo rendere vani tutti gli aiuti internazionali. Perciò – e in questo punto faccio riferimento alla recente lettera del Santo Padre al Cancelliere tedesco Sig. ra Angela Merkel, in occasione della Presidenza Tedesca del G8 – è richiesta una speciale attenzione nel combattere certe forme di corruzione, presenti sia nei Paesi ricchi che si fanno “donatori” sia nei Governi dei Paesi poveri che ricevono l’assistenza internazionale.

Infine, si deve ricordare che la vera democrazia non si limita al rispetto del suffragio universale e della volontà degli elettori, ma comprende anche il rispetto della dignità dell’uomo e dei suoi diritti (tra cui il diritto alla vita), altrimenti si convertirebbe nella dittatura dei numeri. Ed è qui, in questo rispetto della persona, dove la democrazia vera lotta contro la povertà, perché il contributo più importante per far uscire gli uomini da tale situazione è proprio il riconoscimento della loro dignità. Ciò vale sia per le nuove forme di povertà che per le antiche, vale per la povertà sia a livello internazionale sia a quello nazionale.

I grandi mezzi di comunicazione di massa, soprattutto internet con la sua valenza di chiave d’accesso a un nuovo mondo virtuale affiancato ormai a quello reale, come possono cambiare i termini della sfida alle povertà?

Ogni tecnologia è utile per il progresso dell’umanità e, quindi, per la lotta alla povertà. Evidentemente anche i nuovi mezzi di comunicazione possono essere utilissimi, in quanto possono mettere a disposizione delle popolazioni più povere conoscenze, beni e servizi che prima erano inaccessibili. Però possono anche far crescere il divario tra poveri e ricchi, tra quelli che hanno accesso alla tecnologia e quelli che non hanno accesso. Ancora una volta, appare chiaro che alla fine tutto dipende dal cuore dell’uomo, che usa dei diversi mezzi a sua disposizione. In questo senso, i governi e la stessa società hanno la responsabilità di orientare le nuove tecnologie delle comunicazioni affinché servano al progresso di tutti i popoli.

La nuova realtà di internet e dei mezzi di comunicazione può facilitare i rapporti personali e sociali e, quindi, offrire un contributo alla lotta contro la povertà, ma può anche divenire un fattore di isolamento rispetto al mondo che ci circonda e ai suoi problemi. Infatti, oggi il mondo occidentale vive all’insegna di una cultura marcatamente individualista. Purtroppo, l’immersione delle persone in un mondo virtuale può portare ad una totale chiusura nel proprio egoismo. Sia a livello di morale personale sia dell’etica dei rapporti sociali o dellacarità evangelica, l’amore è sempre una energia che muove ad uscire da se stessi: a questo dovrebbero educare e servire anche le nuove tecnologie della comunicazione.

La spaccatura tra i Paesi ricchi e quelli poveri è sembrata in questi anni aumentare invece che ridursi. Resta davvero così utopistica la possibilità di un’equa ripartizione mondiale delle risorse e delle ricchezze?

Non è vero che aumenti in termini assoluti. La particolare posizione della Segreteria di Stato, specialmente della Sezione per i Rapporti con gli Stati, permette di guardare da vicino l’insieme del mondo e anche le attività dell’ONU e delle altre Organizzazioni internazionali. E’ assai facile comprovare che ci sono molti Paesi poveri che hanno avuto una crescita economica impressionante negli ultimi anni. Invece, altri purtroppo rimangono poveri e, per alcuni versi, la distanza tra il gruppo di quelli più ricchi e quello dei circa cinquanta Paesi più poveri tende ad allargarsi. Ma tra questi due gruppi c’è una maggioranza di Stati che stanno compiendo, in questo momento, sostanziali progressi economici ed istituzionali. Rimangono tuttavia, all’interno della maggioranza degli Stati e, persino negli Stati ricchi, notevoli sacche di povertà, alimentate sia dalle vecchie sia dalle nuove forme di povertà.

C’è poi il problema dei danni all’ambiente, che vengono arrecati dall’attività industriale dell’insieme dei Paesi ricchi e delle nuove potenze industriali emergenti: anche da qui potrebbe sorgere nel futuro nuove gravi forme di povertà.

Il giurista Ulpiano diceva che la giustizia è la perpetua e costante volontà di dare a ciascuno il suo. Credo che sia importante questa “perpetua e costante volontà”, cioè pensare a ciò che si fa e si può fare ogni giorno, a livello personale, nazionale ed internazionale, per rimediare le ingiustizie presenti e prevenire quelle future.

Eminenza, il dialogo fra le diverse religioni come può concorrere alla realizzazione di equilibri internazionali più attenti ai problemi dello sviluppo pacifico, dellacoesione e del superamento delle condizioni di difficoltà? All’interno di questo dialogo c’è un dovere in più delle tre grandi famiglie religiose che in diversa misura si richiamano ad Abramo?

Occorre distinguere l’impegno in questo ambito realizzato da una parte dai cristiani delle differenti confessioni e dall’altra dai credenti delle diverse religioni.

Il Decreto “Unitatis Redintegratio” sull’Ecumenismo, del Concilio Vaticano II, al N. 12, propone la cooperazione sociale tra i cristiani quale uno strumento importante per lavorare per la unità dei medesimi cristiani. Fondati sul comune Battesimo, i credenti in Cristo possono cioè, collaborando nella lotta alle antiche e nuove povertà, crescere nell’unità e testimoniarla, così da obbedire al comando del Signore che vuole la comunione dei suoi discepoli affinché il mondo creda. Ciò è stato ribadito anche dal Santo Padre nella sua enciclica Deus Caritas est (cfr. N. 30 b).

Per quanto riguarda l’impegno comune fra i cristiani e i seguaci delle altre religioni, la Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate” dedicata ai rapporti della Chiesa appunto con le religioni non-cristiane, incoraggia la cooperazione per difendere e promuovere insieme la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà. Infatti, se da una parte “non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutano di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio” (Nostra Aetate, N. 5), dall’altra, l’impegno concreto nella cooperazione in favore dello sviluppo pacifico porterà ad un approfondimento della conoscenza e comprensione reciproca.

Come Lei rilevava, anche sotto il profilo del comune impegno a lenire ogni forma di povertà e a costruire una società più giusta e solidale, vi è un peculiare rapporto con gli Ebrei. Per loro e per noi sono infatti vincolanti i comandamenti di Dio che nell’Antico Testamento chiede al suo popolo di “soccorrere l’orfano e la vedova”. Quanto ai musulmani, essi hanno fra i pilastri della loro religione l’elemosina, un valore che possiamo senz’altro condividere e praticare insieme in tutta l’ampiezza e attualità che esso oggi comporta.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend