Il nuovo approccio storiografico, l’Opposizione cattolica, la democrazia cristiana di Romolo Murri, la questione romana, il patto Gentiloni, il clero e il laicato, l’Opera dei congressi, la concezione della laicità, il laico Sturzo e l’appello ai liberi e forti del 1919, i cattolici durante il fascismo, la Democrazia Cristiana di De Gasperi e l’incontro dei cattolici con lo Stato nazionale, gli storici steccati. Il giudizio su Amintore Fanfani e Aldo Moro.

Professor Ceccuti, qual è l’importanza del celebre volume di Giovanni SpadoliniL’Opposizione cattolica da Porta Pia al ’98 (Le Monnier)per comprendere la vicenda del cattolicesimo italiano dopo l’unità d’Italia?

Il libro uscì nel 1954, quando Spadolini aveva 29 anni ma si era già imposto all’attenzione del pubblico con Il Papato socialista (1950). Rispetto ai suoi lavori precedenti questo volume si caratterizzava per un maggiore ricorso alle fonti, in primo luogo quelle di tutta la pubblicistica cattolica dall’unità d’Italia alla fine del secolo scorso, mai utilizzata prima di allora in modo così sistematico ed innovativo. Attraverso gli Atti e documenti ufficiali dell’Opera dei Congressi, punto d’incontro e comitato promotore per l’attività dei cattolici intransigenti nella seconda metà dell’Ottocento, Spadolini analizzò tutto quel composito e dimenticato periodo dall’ “interno” ricostruendo le posizioni dei cattolici ultras e dei cattolici conciliatoristi, l’atteggiamento del clero e quello del laicato, le direttive del papato, il giornalismo e le prime organizzazioni giovanili. Un angolo visuale assolutamente indipendente dalle influenze o dai condizionamenti della storiografia tradizionale: tutto il filone crociano e post-crociano aveva sempre relegato in un angolo la  storia dei cattolici politici, e quasi ignorato quella  dell’intransigentismo.

La presenza della D.C. al potere non fece perdere a Spadolini la visione di un retroterra del mondo cattolico italiano diverso da quello che appariva nella visione di maniera di una certa storiografia accomodante; la ricerca dell’Italia del dissenso dopo quella del troppo facile e smaccato consenso, l’individuazione  dei filoni di protesta e di negazione della soluzione borghese-liberale quale si era espressa nel sapiente compromesso diplomatico di Cavour. E gli interrogativi suscitati da quel libro tornarono nei dibattiti scientifici, si chiarirono e approfondirono nelle successive indagini degli altri studiosi, si precisarono al vaglio di un nuovo filone di studi.

L’eco suscitata dal volume fu, come già accennato, grandissima. Contribuivano molto in tal senso il titolo e la copertina, raffigurante Don Davide Albertario (coinvolto nei moti milanesi del 1898) in manette fra i Regi Carabinieri, sullo sfondo delle campagne di Filighera. Un libraio di Napoli, in occasione del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana tenutosi nella città partenopea a fine giugno 1954, allestì un’intera vetrina con quella provocatoria copertina.

Quale era il giudizio di Spadolini sulla democrazia cristiana di Romolo Murri ?

Per Spadolini Murri era l’uomo che in qualche modo chiuse l’opposizione cattolica, cioè la separazione, la scissione dei cattolici dallo Stato unitario, ed era l’uomo che attraverso quella parola magica, fascinatrice, «democrazia cristiana», aveva rotto le suggestioni legittimiste, teocratiche, reazionarie, che dominavano larga parte del laicato cattolico fino alla fine del secolo.

Fu il fermento critico di una storia vivente, con pochissime forze. In questo c’era l’origine risorgimentale, perché Murri agiva esattamente come i mazziniani avevano agito 70 anni prima, con pochi seguaci ma dispersi un po’ in tutta Italia, rappresentativi di una realtà, quella dei cattolici democratici o moderni, in parte modernisti, che affiorava nei punti più diversi quasi come un sottomarino, di cui certe punte denunciano la navigazione. Per Spadolini Murri fu il “sottomarino” del movimento cattolico democratico, che agì in mezzo a mille difficoltà, di ogni genere, negli anni tra il 1896 e il 1904: incorse poi nella sospensione a divinis, più per un complesso di incomprensioni che di volontà.

Quale interpretazione ha dato Spadolini dell’evoluzione politica dei cattolici nella vita nazionale, in particolare negli anni della “questione romana” e del Patto Gentiloni ?

Giolitti, rispettoso della libertà di coscienza, non ammetteva “mezzadrie” fra Chiesa e Stato in tutto ciò che toccasse la sfera della vita civile: fedele a quel liberalismo che aveva radici e origini cavouriane, che si identificava con un “abito mentale” del vecchio Piemonte. Di conciliazione non si parlò più in quegli anni. Sembrò anzi che il liberalismo italiano considerasse la posizione fatta alla Chiesa in Roma come il non plus ultra della perfezione giuridica, in quanto contemperava tutte le libertà della Curia col margine di sicurezza dello Stato, senza impegnarsi in nessuna di quelle formule aprioristiche, dottrinarie e teologiche che ostacolano il libero movimento della storia.

Da parte vaticana, riconfermando la sua opposizione incondizionata alle Guarentigie, Pio X, succeduto a Leone XIII nel 1903, riaffermò solennemente la sua condizione di “schiavitù” nella Roma italiana, che aveva usurpato “contro ogni diritto il suo principato civile”, e quando a Roma fu innalzato il monumento a Vittorio Emanuele II il mite Pontefice dichiarò quel giorno “grave lutto per la Chiesa”.

Rotti ormai i ponti con la diplomazia europea, spente le speranze di uno sfruttamento internazionale della questione romana, Pio X si preoccupò di salvare le ragioni profonde dell’unità cattolica rivendicando l’integrità del proprio messaggio. In Italia come in Francia confusioni di sfere fra clero e laicato non furono consentite; liquidati i fasci democratici cristiani di Murri, sciolta l’Opera dei Congressi lacerata dal contrasto fra giovani e anziani, il cattolicesimo laico venne riorganizzato su nuove basi, con l’enciclica Il fermo proposito, in stretta dipendenza dall’autorità dei vescovi. Nacquero così le “Unioni”, per dirigere rispettivamente l’attività sul terreno sociale (Unione popolare), economico ed elettorale.

Sarà il presidente della Unione elettorale, Ottorino Gentiloni, a impartire le direttive alle sezioni locali, nel 1909 e nel 1913, diramando i famosi punti da sottoporre all’impegno dei candidati liberali in cambio del voto dei cattolici. Il prezzo e le modalità del loro appoggio ai candidati liberali, verranno mano a mano precisandosi nelle istruzioni dettate all’elettorato cattolico nel 1909 e nel 1913, in occasione del patto Gentiloni. Le sue conseguenze saranno profonde e durature; si sovrapporranno e si intrecceranno con quelle ancora più grandi del Primo Conflitto Mondiale, con il nuovo atteggiamento assunto dalla Santa Sede in quegli anni terribili.

Spadolini riteneva che nell’appello di Luigi Sturzo “ai liberi e forti” del 1919 fosse esaltato e ben definito il tema della laicità come intelaiatura del partito di ispirazione cristiana ?

Direi senz’altro di sì, tanto che Spadolini amava parlare del laico Sturzo. E citava spesso un episodio. Quando, il 19 gennaio 1959, cadde il quarantesimo anniversario del manifesto “ai liberi e ai forti”, Sturzo volle ricordare prima di tutto che egli si era proposto di costituire non un partito cattolico, ma un partito costituzionale nazionale che poteva anche qualificarsi “laico”, se tale aggettivo non fosse servito a indicare un anticlericalismo di fondo; in ogni caso “aconfessionale”, contro quanti si arrogavano il diritto e il compito di rappresentare la Chiesa e le autorità ecclesiastiche.

Professore, quale fu, secondo Spadolini, il ruolo dei cattolici durante il fascismo ?

Spadolini riteneva che i Patti lateranensi avessero posto fine ad un grande problema nazionale e proprio per i loro riflessi positivi sull’opinione pubblica accrebbero il consenso al regime. Negli anni seguenti le convergenze tattiche fra Vaticano e fascismo saranno larghe, le collaborazioni numerose e le sfere della Chiesa e dello Stato finiranno più di una volta per confondersi. Il pericolo per il papato era notevole e la stessa restaurazione religiosa tentata da Pio XI rischiava di essere annullata dall’identificazione della Chiesa con il fascismo.

Non mancarono però i contrasti, come quello sui compiti dell’Azione Cattolica, che il regime voleva limitare alla sola sfera religiosa, senza ricaduta alcuna sul sociale. Gradualmente la Santa Sede e i cattolici italiani riusciranno a sottrarsi alle più stringenti conseguenze politiche della Conciliazione, sfuggendo alla collusione ideologica vera e propria: a metterli in guardia saranno soprattutto l’alleanza con la Germania hitleriana e l’introduzione delle leggi razziali.

Professore, qual era il giudizio complessivo di Spadolini sul partito della Democrazia Cristiana?

Se si parla della Democrazia Cristiana di De Gasperi, direi che fu senz’altro positivo: Spadolini la riteneva un partito di centro, mediatore di tutte le istanze, conciliatore delle più diverse esigenze di classi e di ceti. La D.C. per la stessa eterogeneità dei suoi componenti,  per la varietà dei suoi filoni e delle sue tra­dizioni, non poteva pretendere un’unanimità di posizioni politiche, economiche e sociali. Considerate queste premesse, l’abilità e i meriti di De Gasperi nel farne un partito di governo, funzionale ed articolato, grazie alla costante ricerca di un punto d’incontro, di un termine d’intesa valido per tutti, furono più che mai lodevoli.

Diverso il giudizio per la DC degli anni seguenti, soprattutto quando taluni – come Fanfani – tentarono di farne un partito-guida, un partito strumento di rottura e di rinnovamento, fuori dei classici schemi di equilibrio parlamentare e politico.

Spadolini disapprovava che l’ispirazione cattolica della DC fosse ostentata in tutte le occasioni, invocata a discriminante, sentita come arma di predestinazione nella sfera della vita pubblica. Gli appariva quanto mai necessaria l’autonomia delle forze politiche di formazione cristiana dalle schiere dell’apostolato laico, la separazione fra il piano della Chiesa e il piano del partito, al fine di evitare quelle involuzioni confessionali che avrebbero danneggiato fra l’altro la Chiesa stessa.

Volendo approfondire la valutazione spadoliniana su De Gasperi ?

Allo statista trentino Spadolini riconosceva in primo luogo il grande merito di aver promosso e attuato l’incontro fra i cattolici e lo Stato nazionale sul terreno politico, sul piano de­gli ordinamenti democratico-­parlamentari, al di fuori di ogni tentazione esclusivistica, di ogni velleità clericale e intollerante. I pur generosi slanci di iniziativa sociale, di riformismo guelfo, agitati dalla “sinistra” dossettiana, non sareb­bero bastati a salvaguardare le posizioni dei cattolici in Italia se non fossero stati ac­compagnati da una ferma e precisa coscienza dei doveri pubblici verso lo Stato democratico-liberale, da un’accetta­zione cordiale e senza riserve dei dati costitutivi della formazione unitaria.

L’accordo operoso fra D.C. e partiti laici doveva scongiurare una volta per sempre quegli “storici steccati” fra guelfismo e ghibellinismo che avevano caratterizzato tanta parte della storia italiana e che nel nuovo contesto del dopoguerra rischiavano di essere non solo anacronistici ma anche molto dannosi. La mediazione doveva per necessità essere di natura politica, investire lo stesso fondamento istituzionale, l’orientamento democratico parlamentare delle forze cattoliche, quel fondamento che era mancato ai generosi tentavi di Murri e anche di Sturzo.

Per finire, quale considerazione Spadolini aveva di Amintore Fanfani e di Aldo Moro, i due “cavalli di razza” della Democrazia Cristiana ?

Spadolini non disconosceva le doti di Fanfani, grande organizzatore, eccellente ministro tecnico, lavoratore instancabile. Avversava invece la sua visione della politica, che finiva per identificare in sé, nella sua persona, la salvezza del paese e nei suoi avversari gli avversari stessi della democrazia e della nazione. Visione, paragonabile per Spadolini a quella dell’ultimo Crispi, per la quale tutte le formule erano strumentali e secondarie rispetto al fine orgoglioso e perentorio della riconquista del potere; visione che comportava il dissolvimento delle categorie stesse di destra e sinistra di fronte alla spregiudicatezza e alla capacità di manovra.

Spadolini guardava con favore ad un altro centro-sinistra, quello che ravvisava per tanti aspetti nel pensiero e nell’opera di Aldo Moro. Un centro-sinistra condizionato e non incondizionato, sperimentale e non finalistico, lontano da tutti gli utopismi e da tutti i dogmatismi, nei limiti e nei confini classici di una equilibrata coalizione centrista, mediatrice e conciliatrice di forze storicamente differenziate e ideologicamente discordanti. Un centro-sinistra che credeva fermamente nelle riforme sociali ma non nello statalismo, che temeva l’ENEL più come strumento di corruzione politica che non di invadenza economica.

Questa valutazione positiva di Moro, espressa più volte nel corso degli anni Sessanta dalle colonne del Resto del Carlino e del Corriere della Sera, si tradusse poi in una concreta e convita collaborazione politica, sia pure in un altro contesto, quando Spadolini ricoprì (1974-1976) la carica di Ministro per i Beni Culturali, nel governo bicolore DC-PRI.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Foto di Cosimo Ceccuti di Accademia delle Arti del Disegno @aadfi.it

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