Dopo la firma della Costituzione europea e dopo i referendum di Francia e Olanda in molti si chiedono se il processo di integrazione politica del “vecchio continente” possa avere un corso virtuoso.Oggi in Europa gli stati-nazione sono disposti a superare le logiche nazionalistiche del passato? Se si guarda agli Stati Uniti di Bush e alla Russia di Putin si può parlare di nazionalismo ? Ne parliamo con lo storico Giovanni Sabbatucci, ordinario di storia contemporanea alla Sapienza di Roma.

Professor Sabbatucci, esiste la possibilità di un nazionalismo sopranazionale europeo? La Francia e la Germania potranno mai consentirne l’affermazione?

Giovanni Sabatucci

Io eviterei questi ossimori. Il nazionalismo è l’ideologia che, dalla fine del ‘700, forse più di tutte le altre dell’età contemporanea, ha condizionato e continua a condizionare i comportamenti collettivi in Europa e non solo.

Lo stato-nazione è, ancora oggi, l’agente più importante della vita politica internazionale. La storia di Francia e Germania è ciò che ha principalmente ostacolato la formazione di un’identità europea. In questo senso, la storia delle nazioni è ancora così forte da frenare la formazione di un’identità europea altrettanto forte. Noi ci facciamo condizionare dalla nostra idea di nazione e pensiamo a un’Europa che dovrebbe essere come sono state la Francia e la Germania, ma il futuro che si prepara è qualcosa che prescinde da queste identità così salde. Certo, finché esistono e sono così invadenti, sarà difficile che l’Europa come soggetto politico decolli, ma è un errore immaginarci che sia una super-nazione con le caratteristiche delle vecchie nazioni, solo più grande.

Se i paesi europei non assecondassero compiutamente la formazione dell’Europa politica, si rischierebbe, in qualche misura, un ritorno ai nazionalismi del passato?

Il rischio c’è: non esistono processi irreversibili e storicamente predeterminati. Chi avrebbe previsto che la crisi dell’impero esterno sovietico avrebbe fatto rinascere movimenti nazionalisti in forma più virulenta di quella che mai si fosse vista? Non credo che questa sia un’eventualità adesso vicina o probabile, certo è possibile.

Lo stato-nazione che aspira a diventare anche potenza, è un modello incompatibile con la costruzione europea che è una costruzione sopranazionale, ma atipica. Il vecchio stato-nazione come soggetto autonomo di una politica che, almeno nelle aspirazioni, è una politica di potenza, non dovrebbe più ripresentarsi.

E come trovare un giusto mezzo tra le crescenti spinte multiculturali e l’idea di identità nazionale? Per tutti gli anni ‘90 sono nati, infatti, molti movimenti regionalisti anche informati a impostazioni xenofobe.

Questi movimenti non sono nazionalisti, sono localistici e contribuiscono, anziché a rafforzare, a indebolire quella costruzione nazionale che, dall’alto, è indebolita dalle identità sopranazionali. Far convivere multiculturalismo e identità è la grande scommessa di questi anni. I fenomeni migratori e la convivenza spesso non prevista, disordinata, tra diverse culture hanno prodotto anche reazioni identitarie di tipo regressivo. Se si giungerà a un diverso equilibrio magari virtuoso è ancora presto per dirlo. Possiamo solo augurarcelo.

Come giudica l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea?

Ho avuto molti dubbi e li ho tuttora; non sono dubbi sulla qualità della democrazia turca, forse più solida di quella di tanti paesi dell’Est che sono entrati o stanno entrando, ma dipendono dalle implicazioni, non tanto di tipo religioso, quanto di ordine geografico, geopolitico -La Turchia confina con l’area oggi più calda della politica mondiale- che potrebbero essere un carico troppo forte per l’Unione europea, contenitore ancora fragile. E poi c’è il problema dei curdi. Tuttavia, nonostante i rischi, credo che sia una scommessa da fare.

Gli Stati Uniti non hanno intrapreso nel passato una politica colonialista. Si può ritenere che la teoria neoconservative dell’esportazione della democrazia sia una forma di neocolonialismo nazionalista? E, per antiche sinergie con gli USA, la politica di Putin verso l’Ucraina può intendersi come un tentativo nazionalistico della Russia parallelo a quello presunto americano?

No, credo che siano due casi molto diversi. Gli Stati Uniti non hanno una tradizione coloniale, né potevano averla essendo nati da una rivoluzione anticoloniale. Certo, c’è l’episodio delle Filippine, della guerra di Cuba in cui gli Stati Uniti sono apparsi come qualcosa di simile a una potenza coloniale, ma si trattava un po’ di eccezioni. Gli Usa hanno dato una grossa mano, non va dimenticato, allo smantellamento degli Imperi coloniali. I 14 punti di Wilson e la Carta Atlantica sono due pietre miliari della decolonizzazione. Nella storia degli Stati Uniti c’è una vocazione alla costruzione di un impero informale o comunque una vocazione all’egemonia mondiale che non sempre è stata così forte perché si è sempre alternata a spinte egoistico-isolazioniste.

Oggi gli Stati Uniti sono, di fatto, l’unica potenza mondiale e hanno delle responsabilità cui devono far fronte, al limite, anche se non lo vogliono.

Ricordo, tra l’altro, che la presidenza Bush è cominciata in modo molto diverso rispetto a come si è poi sviluppata. L’idea fortemente ideologica dell’esportazione della democrazia è piuttosto una ripresa, con segno molto diverso, di quella vocazione tipica del wilsonismo, quindi dei democratici più che dei repubblicani, anche se, ripeto, viene declinata, in modo molto diverso.

La Russia ha sempre avuto un colonialismo anomalo in quanto esercitato in continuità territoriale, contrariamente alle altre potenze che andavano a cercarsi le colonie oltremare. Che ci sia una spinta a ricostruire l’Impero sovietico riportando nell’orbita russa realtà come l’Ucraina, peraltro dall’identità nazionale molto dubbia, è abbastanza normale e rientra, questo sì invece, in una concezione imperiale di tipo tradizionale, propria della storia russa.

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Foto di Giovanni Sabatucci @rdeditore.it

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