Il metodo democratico, l’idea di “centro”, la parabola dei cattolici di fronte allo Stato, l’esperienza al Parlamento austriaco, la nascita del Partito popolare, la marcia su Roma, la vicenda del Partito comunista italiano, il codice di Camaldoli, il 1946, la Costituente, il giudizio su Vittorio Emanuele III, la Dc partito di centro che guarda a sinistra, l’anticomunismo democratico, il confronto con il Zentrum, le elezioni del 1948, l’operazione Sturzo, la legge elettorale, l’intuizione europeista, la difesa delle istituzioni democratiche, il rapporto con Pio XII, il Patto atlantico, gli accordi con Gruber sui confini, il grande rigore umano e politico.

«L’idea di centro è la radicazione di De Gasperi al fondamento della democrazia . Forse è un’idea che matura anche dall’esperienza del parlamento austriaco che, per la sua plurinazionalità, aveva abituato De Gasperi a vedere le cose da più punti di vista, e non con campanilismo. Quest’idea incarnerà veramente il carattere peculiare del caso italiano».

Sintesi Dialettica incontra Giulio Andreotti in Senato, nel suo ufficio di Palazzo Giustiniani.

Presidente Andreotti, qual è la chiave per comprendere la figura di Alcide De Gasperi ?

Forse il segreto per capire De Gasperi è partire dall’attivissimo giovane di Azione cattolica e sindacalista, cioè da una sua caratteristica che poi venne meno quando si dedicò ad altro.

Lui lo ricordava spesso nei suoi discorsi, e noi non capivamo bene che cosa fosse. Aveva fatto lo sciopero dei segantini, i tagliatori di legna e, le prime volte, quando ne parlava, non avevamo idea di chi fossero.

Altro aspetto importante per comprendere la figura di De Gasperi riguarda il grave disagio vissuto dai cattolici del resto d’Italia a causa di quella che fu definita la “questione romana”, ossia il difficile rapporto di relazioni tra Regno d’Italia e Chiesa cattolica. I cattolici trentini non ebbero questo problema poiché, quando si diede loro la possibilità di entrare nel parlamento nazionale (1921), ormai la questione romana era stata superata. La burocrazia italiana è meravigliosa e ci vollero dei mesi prima che i trentini potessero entrare nelle liste, per cui furono eletti solo nel 1921.

Nel frattempo, con la nascita del Partito popolare, il principio dei cattolici “nè eletti nè elettori”, che dopo il 1870 aveva creato dei gravissimi disagi, era venuto meno.

Un articolo del direttore Albertini sul Corriere della sera, distingue bene: “il fatto che noi chiediamo agli elettori cattolici di sostenerci nelle elezioni amministrative [del 1904] non significa beninteso l’entrata dei cattolici in parlamento”, quindi continuava a rimanere l’idea, non soltanto di una parte del mondo della Chiesa, ma anche del mondo civile che i cattolici erano dei cittadini non pleno iure. De Gasperi ebbe il vantaggio di non essere coinvolto, perché nel 1919 il Partito popolare era nato non formalmente, ma con il beneplacito di Papa Benedetto XV.

Inoltre De Gasperi aveva il vantaggio di essere stato eletto come rappresentante dell’Unione politica popolare del Trentino all’interno del parlamento austriaco. Si era quindi abituato a non vedere le cose con campanilismo ma confrontandosi sia con culture che con posizioni politiche di altra natura.

Basti pensare che si facevano anche riunioni miste del parlamento austriaco con il parlamento ungherese e questo servirà molto a De Gasperi per inquadrare tutte le sue linee politiche su un piano non di semplici confini nazionali. In fondo lo stesso europeismo di De Gasperi ha radici in questa sua esperienza.

Il grande successo che il Partito popolare ebbe nelle prime elezioni con la proporzionale, non si poteva “scontare in banca” perché la situazione nazionale era molto tesa, a causa delle violenze di piazza.

A sinistra, l’influenza della Rivoluzione russa esasperò le posizioni; la creazione in quegli anni del Partito comunista italiano indebolì la sinistra stessa e vanificò la possibilità di creare un fronte socialista-cattolico, l’unico che forse avrebbe potuto impedire al fascismo di dominare, di fatto, la situazione nazionale. Analizzando sia le carte ufficiali che la tradizione orale, emerge chiaramente come Mussolini, durante la marcia su Roma nel 1922, non contasse solo sui voti, ma facesse leva sulla difficile situazione italiana e sul desiderio generale di ordine, tranquillità e rispetto dei sacrifici dei combattenti; lo dimostra il fatto che Mussolini porterà al governo personaggi del mondo militare, compreso Diaz che era stato comandante in capo delle forze armate italiane.

Strutturando la ripresa, De Gasperi perseguì un indirizzo che aveva due filoni: da un lato puntò su una notevole caratterizzazione dei cattolici sul piano sociale; la riunione di Camaldoli, rappresentava un punto di incontro delle nuove generazioni con le vecchie. Io stesso vi partecipai e presi parte anche al comitato di redazione del Codice di Camaldoli, non perché avessi una competenza specifica ma perché ero presidente nazionale degli universitari cattolici e come tale fui invitato a casa di Sergio Paronetto. Questi era funzionario dell’Iri ed aveva organizzato questo circolo a cui parteciparono sia alcuni ex popolari che degli elementi nuovi: Ezio Vanoni, che fu ministro, elaborò lo schema di programma di sviluppo; Pasquale Saraceno, che con la Cassa del Mezzogiorno, in anni successivi, diede una spinta propulsiva alla politica per il meridione.

Allora era forte l’esigenza di trovare una mediazione tra questa caratterizzazione sociale e la necessità invece di andare d’accordo, intrecciando rapporti con gli altri partiti antifascisti, con il denominatore di essere contrari al fascismo e alla dittatura.

 Molti di questi antifascisti erano stati perseguitati dalla dittatura e alcuni, se non perseguitati, erano stati completamente emarginati. Questo duplice filone resistette per alcuni anni dopo la liberazione. La Costituente iniziò nel giugno del 1946. Nel maggio del 1947 eravamo in pieno lavoro e nel frattempo il governo, espressione del Comitato di liberazione nazionale, proseguì i suoi lavori prima presieduto dal presidente del consiglio Bonomi, poi da Parri e, dal 1945, da De Gasperi. Era un governo di coalizione che fu molto utile perché consentì di gestire il passaggio monarchia-repubblica in modo indolore. Per la verità anche il giugno del 1946 fu un mese, non voglio dire di ordinaria amministrazione, ma qualcosa di simile. Nei libri si trovano delle ricostruzioni a volte molto drammatiche, ma non fu così. Il rapporto, per esempio di De Gasperi con Umberto di Savoia era buonissimo; l’unica persona verso cui De Gasperi pronunciò, se non parole di odio, ma quasi, fu Vittorio Emanuele III. Questo perché, dopo l’assassinio di Matteotti, quando i membri del Parlamento italiano si ritirarono nella famosa secessione dell’Aventino, mandarono tre dei loro rappresentanti, tra cui De Gasperi, a parlare con il re invitandolo a prendere qualche iniziativa. Il re li aveva tenuti venti minuti senza dire una parola, poi si era alzato dicendo: “va bene, riferirò al capo del governo”.

Questo episodio suscitò in De Gasperi un forte risentimento nei confronti di Vittorio Emanuele III e permise, a mio avviso, che il rapporto con Umberto II di Savoia fosse diverso. Il re infatti non si era mai espresso positivamente nei confronti del figlio, abdicando in suo favore solo all’ultimo momento. Quando De Nicola, Paratore e Croce erano andati a parlare al re, fuggito a Ravello nell’Italia meridionale, chiedendogli di abdicare affinché non sorgesse il problema istituzionale, il sovrano aveva risposto: “non potrei e, fra l’altro, non saprei, a favore di chi?” e quando gli risposero che aveva un figlio egli disse “è un incapace!”.

Nel 1947, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, riuscimmo a definire un modus vivendi, e il clima di grande collaborazione che si era andato a creare permise che nessun articolo della Costituzione fosse espressione di un unico partito. C’era veramente un senso di mediazione e di collaborazione meraviglioso. Purtroppo però, nel maggio del 1947, la situazione internazionale si deteriorò a causa dell’esasperazione dei comunisti in Russia. Togliatti scrisse addirittura un articolo su quanto fossero cretini gli americani (che cretini non erano) e, da allora, risultò impossibile andare avanti, e ci fu la rottura. De Gasperi formò, dunque, un governo senza comunisti e socialisti; tuttavia è importante rilevare che il lavoro per completare la legge elettorale nell’Assemblea Costituente proseguì fino ai primi mesi dell’anno successivo, come se questo nuovo corso polemico non ci fosse.

Che cosa dobbiamo intendere in politica per “centro”?

C’è una frase che De Gasperi espresse poco dopo la liberazione: la Democrazia cristiana è un partito di centro che guarda verso sinistra; ufficialmente l’ ho scritta io in un articolo, ma quella frase fu dettata da De Gasperi, in un articolo di fondo del Popolo. Lui l’ha ripresa molte volte e io l’avevo solo trascritta come suo portavoce. Anche se l’articolo era firmato da me quella frase era di De Gasperi. Da questa espressione si può capire il concetto di centro.

Il modello era il Zentrum tedesco?

Il Centro tedesco era un modello, ma essendo poi fallito come esperienza politica, era visto più come un punto di partenza; doveva esserci un superamento. Perché il Centro tedesco era fallito? Noi avevamo informazioni privilegiate perché il segretario del Zentrum era un sacerdote, canonico di San Pietro, mons. Kaas e viveva a Roma. Nel dopoguerra faceva delle chiacchierate con noi universitari. Da quei discorsi emerse che il Zentrum era perfetto come impostazione ma era caduto a causa delle due ali: nazional-socialista e socialista. Le due ali, di fatto, si erano accordate per far cadere il Zentrum, mentre ognuna cercava di escludere l’altra dal governo. È stato più “bravo” Hitler che è riuscito ad ottenere la collaborazione di una fetta molto più ampia della popolazione, persino degli ebrei, spaventati dalla Rivoluzione russa. Seppure come male minore, molti si affidarono ad Hitler perché non pensavano certo che si sarebbe distinto per una terribile involuzione razzista. L’idea del “centro” in Italia rispecchiava veramente il nostro carattere e i nostri interessi, senza tralasciare il fatto che siamo una nazione estremamente diversa dalla Germania per lo sviluppo storico e culturale.

Molti studiosi ritengono che l’idea degasperiana di centrismo è sostanzialmente diversa dalla definizione di centrismo oggi proposta dalla politica. Che concetto aveva, dunque, De Gasperi del “centrismo”?

Questo è vero. Per De Gasperi il centrismo era la radicazione al fondamento della democrazia. Un radicamento tale vissuto veramente proprio da chi, come lui, aveva vissuto l’esperienza dello scivolamento alla dittatura. All’inizio del periodo fascista molti dicevano: “che può fare Mussolini con i suoi trenta voti?”, ma, alla fine mise  fuori gioco tutto il resto della nazione e tutta la rappresentanza democratica.

Presidente, c’è stata un’evoluzione del centrismo degasperiano?

È chiaro che a grandi linee possiamo trovare un’evoluzione. Ad esempio la collaborazione con i comunisti, che De Gasperi instaurò all’interno del Comitato di liberazione, gli aveva fatto incontrare delle difficoltà anche ai vertici del mondo cattolico. Questa linea politica non era ben vista, perché durante il dopoguerra in alcune zone del Paese i comunisti erano stati di una durezza terribile: in Emilia, per esempio, ci furono moltissimi sacerdoti uccisi. Inoltre, dove governavano i sovietici o sotto la loro influenza la persecuzione religiosa era in piena. Quindi era chiaro che una certa diffidenza ci fosse; soprattutto in pochi riuscirono a cogliere le ragioni squisitamente politiche, che in parte obbligavano ad avere questa partecipazione collaborativa. De Gasperi aveva capito che la collaborazione con le sinistre risultava essere l’unica strada per preparare un’alternativa che consentisse di spezzare l’unità delle sinistre. Il motto di Nenni era “camminare separati per colpire uniti”, tuttavia nel 1948 le sinistre si erano presentate unite nel Fronte popolare. Anche i socialisti stessi, nel febbraio del 1947, avevano avuto una scissione interna dalla quale erano nati i socialdemocratici. Inoltre De Gasperi incontrò delle difficoltà a causa delle pressioni che gli vennero fatte da una parte ecclesiastica affinché fosse fatto ad ogni costo un accordo con la destra, ritenuta un male minore rispetto all’eventualità di una vittoria da parte dei comunisti. Il momento in cui ciò venne avvertito di più fu nel 1952, al momento delle elezioni amministrative di Roma, con la famosa “Operazione Sturzo”.

Si voleva che la Democrazia cristiana accettasse l’idea di spoliticizzare le elezioni di Roma, cioè di organizzare un listone moderato, per usare il vecchio linguaggio. Era un errore enorme, perché faceva cadere la coalizione governativa, composta da democristiani, socialdemocratici, liberali e repubblicani. Inoltre questa operazione di fatto metteva in gioco proprio le destre e le conglobava in un disegno unitario. Chi l’aveva concepita, chiese con molta abilità il patrocinio di Sturzo, del quale nessuno poteva mettere in discussione la fede antifascista.

Sturzo era un sacerdote obbedientissimo e non aveva mai criticato la Chiesa, nonostante si fosse sentito abbandonato nel 1925, e nonostante questa gli avesse impedito di ritornare in Italia prima della risoluzione della questione monarchia-repubblica. Anche in questo caso gli fu chiesto, a nome del Papa, di aderire, e lui obbedì. Furono giorni drammatici. La vicenda si risolse quando facemmo un appunto per il Papa molto preciso e sintetico che io stesso portai a Madre Pascalina, la sua segretaria, in modo che lo potesse ricevere direttamente. Poche ore dopo la consegna, mi telefonò il Segretario di Stato accusandomi di non essermi fidato di loro. C’era la necessità e l’urgenza da parte del Papa di sapere come stavano le cose e infatti, poche ore dopo, “l’operazione Sturzo” fallì e si andò alle elezioni.

Il rapporto con i partiti alleati era difficile perché nelle elezioni perdevano quota, c’era sempre una certa tendenza a polarizzarsi verso i partiti più grandi e fu chiesta la modifica della legge elettorale.

De Gasperi ebbe un ripensamento sui rapporti reciproci tra parlamento e governo? Fu questa la causa che condusse al problema della legge elettorale?

È stata definita la “legge truffa” ma non lo era. Chi vuol polemizzare sulla “legge truffa”, si rifà alla legge del 1923, la famosa legge Acerbo, che aveva soppiantato la proporzionale. La legge Acerbo stabiliva che chi avesse ottenuto il 25% dei voti deteneva i 3/4 del parlamento. Nella nostra proposta invece era necessario ottenere il 50% dei suffragi. L’opposizione era fortissima e bisogna riconoscere che anche i comunisti non avevano torto, perché con i 3/4 del parlamento si potevano fare modifiche costituzionali senza appellarsi al referendum. Tant’è vero che, nel corso della discussione, l’opposizione proprio qui in Senato propose di ridurre il premio di maggioranza: e se si fosse accettata la riduzione, probabilmente sarebbe finito anche l’ostruzionismo. In quell’occasione fu Saragat a opporsi.

Alle elezioni noi ottenemmo ugualmente la maggioranza e si rifece il governo, ma non scattò il premio di maggioranza perché ci fu un numero enorme di voti nulli – tant’è vero che poi abbiamo cambiato il modello delle schede. Allora c’erano gli stemmi dei vari partiti e, in fondo, le righe per le preferenze. Nel ’54 si è verificato il caso di moltissimi elettori che hanno messo i numeri ma non hanno indicato il doppio segno, invalidando, di fatto, il voto. Nella sola provincia di Frosinone ci sono state 10.000 schede nulle, con le votazioni 1, 2, 7; De Gasperi, io e il candidato locale Fanelli. Però questo vale solo a titolo di consolazione perché tutte le liste avevano quei tre numeri e quindi non ci potevano essere attribuite.

La situazione si era incattivita perché Saragat ottenne alle elezioni un magro risultato e si arrabbiò prendendosela con De Gasperi accusandolo di aver stretto un accordo con Nenni. Cosa che smentisco al cento per cento! Non solo, Saragat era talmente arrabbiato che si rifiutò di parlare con De Gasperi dal giorno in cui arrivarono i risultati delle elezioni.

De Gasperi formò l’ultimo governo, quello di luglio, monocolore, perché i socialdemocratici non vollero assolutamente partecipare.

Per capire l’idea di centro è molto prezioso leggere il discorso che De Gasperi fece il 31 agosto del 1952, l’anno precedente al fallimento “dell’operazione Sturzo”. Continuava una forte pressione per un’alleanza con le destre; a questo proposito è stato pubblicato un volumetto di carte di quello che allora era monsignor Pavan, poi diventato cardinale, che ebbe due colloqui con De Gasperi nel 1952, sostenendo che ci si sarebbe dovuti alleare con le destre. De Gasperi nell’estate del 1952 pronunciò un discorso fondamentale per raccogliere la sensibilità di questa spinta e per cercare un’alternativa all’abbandono da parte dei socialdemocratici e dei repubblicani.

Si trattò del discorso di Predazzo che distingueva monarchici da missiniÈ un documento fondamentale e rappresenta una vera e propria teorizzazione; De Gasperi lo tenne in occasione dei suoi cinquant’anni di vita politica nelle valli del trentino. In esso, si fece una distinzione netta quando de Gasperi disse: “in fondo voi monarchici cosa pensate? Se ci togliete i voti andrete voi al governo o si avrà la restaurazione? No, certamente; i numeri sono quelli che sono, perciò rischiate solo di far andare la sinistra al governo, ottenendo così il risultato opposto”. De Gasperi, quindi, concluse: “con voi monarchici si può discutere mentre invece con il Movimento sociale il colloquio non c’è” (De Gasperi chiama i missini i “gambalati”, per i gambali e afferma, “quando li vedo penso ancora al passo dell’oca”).

Seguì la legge elettorale, le elezioni e la formazione del governo De Gasperi di minoranza. In aula , questi fece ancora un appello ai monarchici dicendo “noi non ci conosciamo, non abbiamo mai fatto lavori in comune”; sostanzialmente era interessato solo al loro appoggio e forse, successivamente, ad approfondire il discorso. I monarchici non accettarono probabilmente perché ritenevano che De Gasperi si potesse prendere gioco di loro: di fatto c’era ancora la maggioranza con i partiti minori e temevano quindi che De Gasperi, trascorsa l’estate, poteva cercare di rimettere in piedi la coalizione. Così il 28 luglio fecero cadere il governo. Ci fu un esecutivo quasi tecnico di Pella per il bilancio, dopo un tentativo fallito di Fanfani e in seguito il governo di Scelba. De Gasperi morì nel 1954 amareggiato da quegli eventi, ma confortato perché era diventato presidente della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio).

Il suo europeismo vedeva finalmente una concretizzazione, ma era amareggiato a causa della difficile situazione interna, tanto è vero che una delle realizzazioni da lui condotte con molto impegno, la Comunità europea di difesa (Ced), era stata portata in parlamento per la ratifica da Scelba solo negli ultimi mesi di vita di De Gasperi, e non fu mai discussa. C’era il timore che la Francia non ratificasse la Ced, però gli altri paesi avevano ratificato il trattato e de Gasperi sosteneva che se noi lo avessimo fatto, ciò avrebbe rappresentato una spinta per la parte titubante francese. In Francia era cambiato il governo e c’era il problema dell’Indocina, quindi un po’ di non belligeranza da parte dell’Unione sovietica era auspicabile.

Fondamentale nella linea politica, l’importanza della Germania. L’atteggiamento generale era contrario alla Germania e il primo nucleo di Unione europea occidentale, il Patto di Bruxelles, a cui noi non aderimmo, nasce proprio in funzione antitedesca e dall’esigenza di controllarne il disarmo. Ho letto dei cronistorici non corretti in cui viene spiegato il motivo dell’esclusione dell’Italia. Non è vero affatto, l’Italia era invitata ma De Gasperi, con grande acume, diceva “io non so di che colore sarà la camicia dei tedeschi fra dieci anni, ma se noi non creiamo insieme qualcosa immettendoli in un quadro comune, certamente la camicia non sarà democratica”, e la sua politica era orientata verso questa direzione.

Presidente Andreotti, quali furono le novità della visione degasperiana?

Si può capire la sua visione analizzando gli eventi che seguirono le elezioni del 1948. Elezioni che avevano condotto ad un grande risultato per la Democrazia cristiana, che da sola alla Camera aveva raggiunto la maggioranza assoluta. Ed è proprio in questa situazione di maggioranza assoluta della Dc che si capisce la socialità della sua ispirazione. De Gasperi volle assolutamente dare il segno delle riforme: la Riforma agraria, cioè lo spezzettamento del latifondo, la terra ai contadini e la Riforma per il mezzogiorno con la Cassa per il Mezzogiorno e la legge di promozione degli investimenti nel Sud. Queste scelte furono anche la causa della successiva debolezza del governo, perché forse una parte della borghesia, che aveva votato la Dc nel 1948, per la paura dei comunisti, non fu certamente contenta delle riforme approvate in quel periodo. Ad esempio i proprietari agricoli nel 1953 votarono monarchico o missino, ma non più noi. Ma questo era il segno della visione degasperiana. La Politica non si deve fare per vincere le elezioni ma per svolgere una linea; in De Gasperi prevaleva la linea sociale. La difesa delle istituzioni democratiche non è soltanto la difesa del metodo e del voto, ma è difesa di come utilizzi il voto che hai avuto.

Nella vita di De Gasperi si può parlare di evoluzione del pensiero?

Non so se si possa parlare di un’evoluzione o se sia meglio parlare forse di una certa continuità. Una continuità di pensiero che fa i conti con la realtà del momento, con una realtà in continuo mutamento.

Quale era il rapporto con il Papa Pio XII, ci furono solo screzi e incomprensioni?

No, certamente. Papa Pio XII ci dette una mano formidabile quando si trattò di aderire al Patto atlantico, attraverso il quale si concretizzava la possibilità di creare delle forze militari associate tra Europa occidentale, Canada e Stati Uniti d’America, che fossero superiori a quelle del blocco sovietico, in modo da scoraggiare ogni ipotesi di attacco: la famosa deterrenza.

Tali equilibri riuscirono a mantenere la pace, tanto è vero che non servì far sparare un solo cannone. In quel momento, non solo nel mondo cattolico, ma anche nella stessa Democrazia cristiana sussisteva una grande contrarietà verso i patti militari che erano considerati come qualcosa di non conforme alla dottrina cattolica e in più, l’asse Roma-Berlino-Tokyo e il Patto d’acciaio del periodo fascista, avevano rafforzato una forte diffidenza. Monsignor Montini, persona che aveva grande sensibilità politica, anche perché suo padre era stato deputato popolare, suggerì di far parlare con il Papa qualcuno che potesse esporgli chiaramente il problema. Serviva una persona stimata e non uno che andava lì a recitare una lezione a favore del Patto atlantico. Fu incaricato allora l’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, fra l’altro appartenente al Partito d’azione, lontano dalle sensibilità democratico-cristiane. Fu fissata l’udienza con Papa Pio XII e Tarchiani poté spiegare al pontefice la pericolosità della situazione. Il suo intervento fu provvidenziale. Immediatamente giunse il disco verde e l’incoraggiamento del Papa. Si poté così aderire nonostante una notevole contrarietà interna di comunisti e socialisti che, (unica volta) tentarono di invadere il parlamento. La riunione durò tre giorni e tre notti. L’appoggio del Papa in quel momento di tensione fu preziosissimo. E occorre ricordare che a Papa Pio XII non piacevano molto le alleanze in genere, le pensava come una specie di ‘contagio’.

In una udienza, quella dell’11 febbraio 1949, De Gasperi fu ricevuto da Pio XII che, per l’occasione, fece un discorso innovando nella tradizione perché, i discorsi del Papa erano riservati solo ai capi di stato e non ai capi di governo. In quell’occasione fece un discorso splendido anche sulla persona di De Gasperi.

In anni successivi ho voluto vedere chi avesse scritto il discorso, dato che il Papa non può scrivere tutti i suoi discorsi da solo. Fui sorpreso sapendo che era tutto di suo pugno e vi erano delle correzioni a mano e una riga di elogi. Ecco perché anche su un argomento del genere l’esperienza politica vissuta dall’interno abitua a vedere le cose in un modo molto diverso.

De Gasperi sapeva coniugare una estrema lungimiranza con la contingenza politica?

Certo. Le racconto un episodio che dimostra la sua grande abilità. Nel 1946 riuscì a risolvere il problema dei confini. Durante il periodo del trattato di pace, noi italiani eravamo isolatissimi. Quasi nessuno ricorda infatti che l’Italia, a causa dell’opposizione sovietica, riuscì ad entrare nell’Onu solo dopo la morte di De Gasperi nel 1955. Nel 1946 noi avevamo una vita difficilissima per quanto riguardava la Venezia Giulia e la Dalmazia perché Tito premeva molto, appoggiato dai sovietici. Per quanto poi concerneva il Brennero c’era un certo disinteresse dei sovietici perché dai sondaggi emergeva che gli austriaci non davano credito ai comunisti. De Gasperi riuscì, accordandosi con il ministro degli esteri austriaco, Gruber, a fare un accordo sui confini. Questa iniziativa eliminò il problema di una parte dei confini italiani dal tavolo del trattato di pace. Perdendo una valle, come la Pusteria, la situazione italiana non sarebbe peggiorata e la perdita non avrebbe influito neppure dal punto di vista militare, ma psicologicamente mettere in discussione i confini della Prima guerra mondiale significava creare un motivo di pretesto, di malcontento o di opposizione che sarebbe stato negativo. Per questo motivo si ebbe l’idea di creare la Regione speciale del Trentino Alto Adige, dando alla popolazione di lingua tedesca e ladina tutta una serie di facoltà, compresi i poteri legislativi, rispetto della lingua, delle tradizioni. È stata una soluzione illuminata. Se andiamo a guardare cosa è successo alla fine della Federazione titina nella Iugoslavia, capiamo cosa sarebbe potuto accadere similmente in Italia. Questa capacità di saper guardare lontano era il tratto distintivo di Alcide De Gasperi.

È stato forse il più grande statista italiano, ma non era amato e popolare?

Non era amato perché Alcide De Gasperi era l’antidemagogo per eccellenza. Per esempio, nei discorsi usava più sostantivi che aggettivi, cercava proprio di convincere le persone. I suoi discorsi erano molto efficaci, era di un enorme rigore e voleva che tutti noi giovani collaboratori, camminassimo dritti. Anche al di là del proprio dovere. Per riuscire a capire De Gasperi basta leggere il suo primo discorso parlamentare che fece nel 1921 da deputato; qualcuno si sarebbe aspettato un esordio un po’ patriottico, non dico da libro Cuore, ma un po’ romantico, invece iniziò discorso dicendo “badate signori, noi siamo abituati ad un concetto rigido di bilancio e di spesa pubblica”, e fece un esempio su quanto costasse una raccomandata all’amministrazione austriaca e quanto costava in Italia che, detto così, forse può sembrare un po’ qualunquista. Fece anche il calcolo di quanto costava la ceralacca e i bolli e dimostrò che in Italia era molto più cara. Sostenendo che dovessimo fare nostra “dall’Austria questa parte buona”.

Una cosa, dunque, era l’Austria che occupava terre altrui; altra cosa lo Stato austriaco che ci insegnava ad amministrare il denaro pubblico.

Dopo Caporetto nel parlamento di Vienna De Gasperi fu l’unico che commemorò Battisti. In quell’occasione ci fu una votazione sulle spese di guerra e mentre gli altri deputati italiani, forse per ragioni ideologiche, votarono a favore, De Gasperi e i popolari votarono contro.

De Gasperi dimostrava la stessa coerenza della vita pubblica nella sua vita privata. Nei suoi anni giovanili, da studente, condusse una vita difficilissima, dando ripetizioni.

La sera delle volte era stanchissimo ma non andava mai a dormire senza dire il rosario. Lauro, uno dei dirigenti del partito monarchico, nel periodo in cui discuteva con De Gasperi, disse: “ma in fondo dove sta questa bravura di De Gasperi, a settant’anni non ha una lira!?” Un’affermazione che evidenzia proprio due concezioni diverse della vita. Anche se poi Lauro, che aveva fatto una vita molto fortunata come armatore, finì poveretto con un fallimento. Mi lasci pensare che a volte è meglio non avere una lira, ma stare tranquilli.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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