«Il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia. Sceglie sempre di far marcire una mela buona»
Alda Merini

Questa è una potente metafora sulla natura delle persone cosiddette tossiche, come oggi si usa dire.

La mela buona indica una persona onesta, positiva, costruttiva, solidale. Il verme, invece, una persona invidiosa della serenità altrui. Una persona incapace di raggiungere quella stessa costruttività ha come scopo la sua distruzione.

Così, il “verme” non cerca gli infelici, ma al contrario, opera su chi emana una luce che a lui manca.

Si tratta di un tentativo (inconscio?) di bilanciare il proprio dolore, proiettandolo sull’altro.

Manca di empatia e non riconosce il male che causa, non ne è consapevole. Cercare di farlo ragionare sarebbe come pretendere che un verme capisca le sfumature di un’opera d’arte; un’impresa vana.

Davanti a un “verme”, l’approccio migliore è la distanza? La sua intelligenza emotiva non è capace di comprendere il dolore che ha causato, e tentare di spiegarglielo è tempo sprecato. Non dobbiamo cedere alla rabbia o al desiderio di vendetta.

La vera vittoria non sta nell’umiliare il “verme”, ma nel riprenderci la nostra serenità e lasciare che il tempo attenui le ferite. Allontanandoci da quell’individuo non solo proteggiamo la nostra salute mentale, ma lanciamo anche il segnale inequivocabile che il suo tentativo di farci marcire è fallito. Solo così non gli permetteremo di rovinarci, e dimostreremo anche che la nostra “mela” è più resistente di quanto lui possa pensare.

Avete mai incontrato persone cosiddette tossiche? Il termine è orribile, ma usiamolo per intenderci. Sarebbe meglio chiamarle malevole o deleterie.

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