«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».
Umberto Eco
«Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare».
Jean Cocteau
«Occorre esprimere e fare cose che superino la dominante ideologia commerciale. Si ha il dovere intellettuale di tale lavoro critico all’interno di questi stessi mezzi di massa».
Theodor Adorno
Tutti parlano. Quanti pensano? Tre personaggi diversi che, in epoche diverse, riflettono sulla comunicazione, sui mezzi che la veicolano e sugli scenari che ne derivano. Colpisce la loro attualità: pensieri espressi nell’arco di un secolo, oggi parlano al nostro presente.
Eco evidenzia l’assenza di filtri culturali, che produce una pericolosa equivalenza tra competenza e incompetenza nello spazio pubblico della comunicazione.
Cocteau si spinge oltre e, con sguardo antropologico, denuncia la pretesa della stupidità di razionalizzarsi e legittimarsi, con il rischio di trasformarsi in strumento di costruzione dell’opinione e del consenso. Una dinamica che oggi riconosciamo chiaramente nei social, dove l’architettura delle piattaforme amplifica la visibilità più della competenza ed è alimentata da algoritmi che premiano semplificazione, reazione e rumore.
Adorno, infine, offre una risposta etica: di fronte al dilagare di mezzi dominati dalla logica commerciale e ideologica (all’epoca, il riferimento era alla televisione), l’intellettuale non solo può, ma deve riappropriarsi degli strumenti, piegarli a un uso critico capace di spezzare l’automatismo del consumo e dell’omologazione.
Montale, nel 1971, scriveva: «tutti ancora parlano e il mondo da allora è muto». Oggi come allora viviamo in fiumi di parole: spesso vuote, stanche, e funzionali all’omologazione della nostra percezione del reale.
Credo che la strada sia quella indicata da Adorno: fermarsi, analizzare, scegliere.
Con «Sintesi Dialettica» cerchiamo di seguire proprio questa strada, soprattutto nel contesto ampio dei social media.
Dobbiamo esercitare il senso critico senza lasciarci travolgere dalla sovrabbondanza di una comunicazione tanto rumorosa quanto povera.
Stiamo pensando o solo ripetendo ciò che sentiamo?
I social, in genere, insegnano o confondono?


