Discorso tenuto il 7 novembre 2021 in occasione del ritiro del Premio Cesare Pavese per l’Editoria, a Santo Stefano Belbo (Cuneo).

Stefano Mauri è oggi a capo di GeMS, il secondo gruppo editoriale italiano, di per sé una qualifica che non dovrebbe attirargli le simpatie dell’opinione colta del nostro Paese. È noto infatti che i cosiddetti ‘grandi gruppi’ sono in genere ritenuti responsabili del decadimento dell’editoria libraria: appiattimento nelle scelte, uniformazione, perseguimento ripetitivo di un vantaggio esclusivamente economico. Eppure, e questa è solo la prima delle sue molte diversità, GeMS gode invece di una buona stampa o perlomeno, in quanto grande gruppo, di un cauto se non rispettoso silenzio. Diverso il gruppo GeMS lo è sempre stato, a partire dal fatto che ha avuto non un fondatore, ma due, due figure mitiche dell’editoria italiana, Luciano Mauri e Mario Spagnol, accomunati da una ferrea amicizia, ma tra loro diversissimi, se non opposti, per visioni del mondo e stili di vita. Scomparsi i fondatori, è venuta in luce la maggiore delle diversità di GeMS, e cioè il fatto che, contraddicendo una legge universale, la seconda generazione, costituita dai figli dei fondatori, Stefano Mauri e Luigi Spagnol, si è rivelata persino migliore della prima e ha condotto il gruppo GeMS non solo alle dimensioni, ma al prestigio di cui oggi gode. Tra i due, Luigi Spagnol, purtroppo scomparso atrocemente, ha rappresentato la sensibilità editoriale, la capacità rabdomantica di individuare l’autore e di trasformare il suo libro in un successo spettacolare. Ma l’architetto di GeMS, quello che ha costruito il gruppo e gli ha dato le sue regole di funzionamento è stato ed è Stefano Mauri. E anche qui la parola chiave è diversità, in questo caso diversità di profili, di fisionomie delle case editrici che compongono il gruppo. Profili e fisionomie ben riconoscibili nonostante non derivino da una storia pregressa, ma siano, per la più parte, il frutto di un lavoro attento compiuto in anni recenti, una paziente costruzione di identità diversificate. Soprattutto, Stefano Mauri è riuscito a trovare il punto di equilibrio tra principi e metodi gestionali unificati e centralizzati da una parte e libertà di ricerca, cioè autonomia editoriale, dall’altra. E miglior elogio non si potrebbe fare a chi guida un grande gruppo.

Vi ringrazio vivamente per questo premio e per le generose motivazioni che lo accompagnano. Vi ringrazio anche a nome di tutti coloro che con me hanno costruito e guidano questa flotta di case editrici. E vorrei dedicarlo ai membri dell’equipaggio che sono recentemente scomparsi: Renzo Guidieri, Luis Sepúlveda, Luigi Spagnol e Simona Lari. Una collega molto amata.

Sono caratterialmente incline a non guardarmi indietro e a guardare sempre avanti per progettare e magari anticipare il futuro, ma negli ultimi anni, prima con la morte di Luigi Spagnol, a cui ero molto legato, e poi in questi giorni leggendo le bellissime motivazioni del premio, sono stato costretto a volgermi verso il passato per ripercorrere la navigazione fin qui compiuta. Sento di dovervi spiegare come è andata. E quanta fortuna ho avuto.

La fortuna di nascere in una famiglia che da un centinaio di anni si occupa a vario titolo di editoria. Scrittori, traduttori, editori, distributori, librai. A cominciare dal nonno, avvocato di Pirandello, e dal prozio, Valentino Bompiani, passando per Ottiero Ottieri, Fabio Mauri. Ma forse la persona più straordinaria era Silvana Mauri solo che all’epoca era bene che le donne stessero un passo indietro. Ha scritto tante pagine di libri al telefono con i suoi amici scrittori ma il suo nome non poteva comparire per non fare ombra al marito. Su questo era inamovibile. Per arrivare a Luciano Mauri, mio padre, che in questo mondo creativo ha sempre cercato di mettere rigore e ordine, sostenendo l’editoria con una società dedita al servizio di distribuzione, Messaggerie Italiane, che ha saputo aiutare molti editori di qualità nei momenti di difficoltà. Probabilmente grazie a quella esperienza famigliare ho sempre saputo che l’editore è un mestiere che si può interpretare in mille modi diversi.

Ho avuto una formazione eterogenea seguendo le mie curiosità e tutto, laurea in lettere, studi di psicologia, di lessicografia, analisi del mercato editoriale e della demografia italiana per la tesi, master of science in publishing, scuola per librai, hobby della programmazione, persino il servizio militare, tutto prima o poi mi è servito.

Dopo la pubblicazione della tesi sul mercato editoriale, nel 1988 mi si aprivano due porte. Nella distribuzione, core business della famiglia presidiato da mio padre dove mi stendevano un tappeto rosso, o nella “piccola” ma prestigiosa Longanesi diretta da Mario Spagnol, un ligure apparentemente ruvido e del tutto autonomo da mio padre che gli lasciava carta bianca. Scelsi la spartana Longanesi anche perché, come mi disse mio padre, in famiglia di distribuzione sapevamo già tutto mentre si era perso il know how editoriale dopo che zio Va è uscito di scena.

Mario Spagnol è stato uno straordinario maestro per me e per molti miei collaboratori all’epoca neolaureati che tutt’oggi sono in GeMS. Ci ha insegnato che Dio è nei dettagli e – cosa più importante in editoria – a non confondere il costo delle cose con il loro valore, visto che i migliori successi scaturiscono quasi sempre dalle buone idee e non da ingenti investimenti. Ad esempio, quando mi assunse come responsabile marketing dimezzò il mio budget di spesa e alle mie proteste rispose che era proprio da quei risparmi che sarebbe derivato il mio stipendio. Leggendo la lettera mai spedita di Pavese a Einaudi del ’46, in cui si lamentava della scarsità delle risorse, penso che al mio posto Pavese gli avrebbe suggerito di cambiare mestiere. Invece quegli anni furono una grande scuola: bisognava necessariamente ingegnarsi, ognuno di noi faceva quindi molte cose, e tutte diverse, risolvendo i problemi con le idee invece che con i soldi che non c’erano. Si cresceva rapidamente, ma nonostante i successi i conti non andavano molto bene, si investiva più di quel che tornava e il mantra ripetuto spesso nei corridoi era che in editoria è impossibile guadagnare e che ci si doveva solo accontentare di fare buoni libri sperando al massimo di pareggiare. Non pochi editori che avevano fatto la cultura del ‘900 in quegli anni versavano in gravi difficoltà economiche, come è noto. Spagnol un anno sì e un anno no chiedeva un aumento di capitale al socio principale, cioè Messaggerie. Per me era un problema serio perché mi sembrava che stessi chiedendo i soldi alla mia famiglia, non a un investitore da attrarre, e non era certamente quella la mia idea di emancipazione. Studiai quindi il modo di coniugare le esigenze editoriali e quelle aziendali e mi dedicai a correggere i punti deboli della nostra organizzazione. Per un editore il modo migliore per conquistare l’indipendenza è poter dipendere soltanto dai suoi autori e dai lettori. Da quando nel 1992 sono diventato direttore generale non abbiamo più chiesto un euro agli azionisti: avevo trovato il punto di equilibrio tra lo slancio editoriale e la concreta realtà economica. E mi fa particolarmente piacere che proprio questo aspetto sia premiato in questa sede. Perché la retorica dominante lo trascura. Questa è l’indipendenza e serve a certi autori di saggistica. Mentre spesso l’indipendenza è vantata da chi non la pratica affatto.

Nel 1999 purtroppo muore Mario Spagnol e so per certo che qualche concorrente ci dava per spacciati. Non aveva considerato il fatto che Spagnol era stato un ottimo maestro e ci aveva lasciato molti preziosi collaboratori.

Sono diventato amministratore delegato del gruppo al posto suo e ho articolato la governance in modo diverso. Perché da lui non avevo ereditato uno status ma un modo di pensare e l’abitudine a mettere continuamente in discussione tutto. L’editoria è un gioco di squadra anche se può sembrare diversamente. Persino nell’acquisizione di un libro si deve allineare il buon lavoro di non meno di sei persone in media. Mario Spagnol era insuperabile per esperienza, intelligenza, cultura bibliografica e iconografica, ma i tempi erano cambiati le case editrici già troppe e non era più possibile accentrare tutte le decisioni editoriali. Ho quindi deciso di superare la logica dell’uomo solo al comando e ho affidato a Luigi Brioschi la carica di direttore editoriale di Longanesi, mentre Luigi Spagnol aiutato da Guglielmo Tognetti, storico braccio destro di Mario Spagnol, dirigeva la Salani, controllata a maggioranza dalla sua famiglia. Ho riportato in casa editrice un ligure, Marco Tarò, come direttore generale. Perché comunque anche il manuale di contabilità degli accountant USA al capitolo editoria nel primo paragrafo dice che innanzitutto un editore deve risparmiare dove possibile. Potevamo farcela. Mancava però qualcosa che ci tenesse insieme e l’ho trovata nel passato.

Ho convocato la prima riunione generale di sempre. Ho raccontato a tutti i dipendenti la storia della lunga collaborazione delle due famiglie risalendo fino al primo incontro a Lerici tra Mario Spagnol e zio Valentino Bompiani. Dunque Spagnol aveva imparato il mestiere dal mio prozio e l’aveva poi insegnato a noi. Su queste fondamenta che col tempo sono diventate sempre più identitarie, il gruppo ha continuato a crescere.

Poi mi viene affidata la Garzanti. Con mio padre avevano già provato a risanarla Gianni Merlini, Mario Spagnol, Guglielmo Tognetti, Gianandrea Piccioli. Andava sempre peggio. Aveva ormai più debiti che ricavi, più perdite che patrimonio netto. Di nuovo qualcuno ci dava per spacciati. L’altro nostro socio che aveva il 20%, ha abbandonato il campo contro il mio consiglio. Meglio per noi. In due anni, con Renzo Guidieri l’abbiamo risanata. Mi fa piacere ricordarlo qui, era piemontese ed è stato un compagno di strada formidabile. Non ho mai licenziato nessuno. Anche qui è bastato più dialogo, più confronto con la realtà, più dati, più donne dirigenti.

Nel 2005, con Achille Mauri e la famiglia Spagnol fondiamo la holding di partecipazioni editoriali. Ci chiamavano gruppo Longanesi ma non volevamo che il nome Longanesi prevaricasse le singole identità editoriali, tra le quali Garzanti, Salani, Tea. Diventammo GeMS.

Gems si occupa ovviamente delle fasi più industriali, come la produzione, la contabilità e la commercializzazione ma anche, a differenza di quel che solitamente accade nelle holding, dell’ufficio diritti, guidato da Cristina Foschini, compagna di lavoro e di vita, altro tassello indispensabile della governance.

Ho diviso il gruppo in tre aree autonome dirette da me e altri due amministratori delegati di lunga esperienza nel gruppo. Non, si badi, amministratori di quelli che stanno solo attenti ai costi e se va male è colpa del direttore editoriale che ha scelto i titoli sbagliati. Ma amministratori delegati-editori che sudano e soffrono con le direzioni editoriali con le quali condividono l’acquisizione dei diritti e le strategie di marketing e commerciali. Gli amministratori hanno l’ultima parola sugli investimenti e le direzioni su tutte le scelte editoriali intese in senso lato.

Ho sempre pensato che fosse una costruzione originale: il gruppo diviso in tre aree autonome, in staff alla direzione l’ufficio diritti, ogni casa editrice guidata da una coppia, amministratore e direttore editoriale. Mi ha molto colpito scoprire in questi giorni che nel settembre del 1945 Giulio Einaudi, scriveva a Pavese:

«Questa direzione generale [cioè lo stesso Einaudi] che coordinerà il lavoro delle tre sedi completamente autonome avrà alle sue dipendenze un ufficio diritti. […] Ogni sede avrà due procuratori, uno editoriale e uno amministrativo.»

Questa riorganizzazione ha liberato nuove energie che ci hanno permesso sia di proseguire nell’acquisizione e, quando necessario, nel risanamento di altre case editrici, sia di fondarne di nuove, in Italia e in Spagna, creare società di servizi digitali e partecipare persino alla fondazione di un quotidiano di successo.

Ogni nuova casa editrice che abbiamo acquisito era un pianeta a sé con proprie logiche e sue procedure da conoscere e rispettare per capire come portarvi, senza stravolgerne l’identità, le nostre competenze.

Per farvi un esempio del nostro lavoro mi soffermo su un pianeta del nostro cielo stellato particolarmente legato a questo premio.

Nel 2009 Romilda Bollati, la Pierina di Cesare Pavese, ci ha affidato la sua amata Bollati Boringhieri. Era una filiazione di quell’Einaudi per la quale Pavese ha dato l’anima, creata da Paolo Boringhieri, padre di Giulia, giurata di questo premio, palestra di editoria di un giovane Gianni Ferrari, anch’egli tra i giurati, ma anche di Renata Colorni recentemente premiata. Casa editrice ambita da mio padre che, come pochi sanno, avrebbe già voluto acquistarla vari anni prima. Del resto, lo spirito calvinista e illuminato di mio padre non poteva non adorare la costruzione di Paolo Boringhieri e poi suo figlio, cioè io, per i diciotto anni gli aveva chiesto come unico regalo la magnifica edizione di Freud disegnata da Enzo Mari e curata da Cesare Musatti e Renata Colorni. Immaginate l’emozione che provai quando trent’anni dopo, durante la trattativa per l’acquisizione, la proprietà consentì a me e a Renzo Guidieri di visitare la sede. Abbiamo attraversato con rispetto quelle stanze dense di storia, sfiorato gli archivi in cui erano contenuti contratti firmati anche da Einstein. Si intuiva molto lavoro redazionale, ma anche l’assenza di metodi moderni, di una direzione chiara, di una collocazione logica degli uffici e del personale. Molta carta ma pochi schermi. Si vedeva chiaramente come il passato fosse diventato un peso che rischiava di soffocare il presente e il futuro. Una cosa mi aveva particolarmente colpito: l’ufficio di Giulio Bollati, scomparso tredici anni prima, non era più stato toccato. Ho sempre pensato che una casa editrice, per essere viva, debba ereditare dai fondatori e dal passato lo spirito non le cose. E lo spirito di un editore è sempre attento a scoprire ciò che c’è di nuovo. Lì invece era come se ci si fosse completamente fermati. “Abbiamo sempre fatto così” è una delle giustificazioni che personalmente detesto di più.

Una volta acquisita la Bollati Boringhieri, insieme a Renzo Guidieri l’abbiamo rimessa in moto senza licenziare nessuno, senza rinnegare nulla di quel che era stato fatto prima, anzi ammirando il severo lavoro di quella redazione ma imprimendole una direzione, valorizzando il catalogo, accompagnando le pubblicazioni con l’energia della comunicazione. E ancora una volta abbiamo potuto risanare e garantire autonomia editoriale a uno dei più prestigiosi cataloghi dell’editoria italiana, preservandone quindi quel carattere sottolineato da Romilda al momento di affidarcela: «Lascio una casa editrice di “carattere”, di cui sono fiera, che ha nell’indipendenza culturale la sua cifra più autentica».

Ho apprezzato la definizione di «architetto», perché quello che ho voluto realizzare in questi anni è stata proprio la costruzione di un solido spazio editoriale che potesse proteggere e diffondere i valori che secondo me devono essere alla base di questo mestiere e che sono oggi i valori del Gruppo GeMS: talento, libertà e rigore. Proteggere il talento vuol dire difendere il diritto d’autore e garantire ai nostri scrittori il nostro impegno totale per diffondere e vendere di ogni libro il massimo possibile.

La libertà che proteggiamo è sia quella di stampa e di ricerca, sia la libertà e l’indipendenza delle singole case editrici del Gruppo. Il rigore è in sostanza la serietà nello svolgere i propri compiti, qualunque sia la posizione nell’azienda. Ma il rigore consiste anche nell’avere un’estrema attenzione alla solidità economica visto che è soltanto quella che ci garantisce non solo l’indipendenza ma anche il rispetto e la remunerazione puntuale e sicura della professionalità e del lavoro quotidiano delle tante persone che si dedicano ai nostri progetti.

Questa è in breve la storia della costruzione di un’impresa che è andata ben oltre le aspettative di quel giovane idealista, un po’ timido ma parecchio testone, che nel 1988 aveva infilato la porta della Longanesi e che oggi è diventato un vecchio idealista.

Con i grossi cambiamenti in corso, non so quale sarà il futuro dell’editoria, ma so che noi ci saremo. Adesso andiamo a gonfie vele ma gli anni non sono sempre così felici. È capitato di essere un po’ scoraggiati di tanto in tanto ma ogni volta è arrivato un manoscritto strepitoso di una nuova giovane autrice o di un autore che ci ha subito restituito la certezza del futuro.

Ho avuto tanta fortuna, l’ho riconosciuta e ho cercato di non sprecarla. Che è poi il principale compito di un editore. La fortuna è cieca, sta a noi saperla vedere. E sì, lo so, a me ne è capitata tanta.

* Editore, presidente e amministratore delegato del Gruppo editoriale Mauri Spagnol.

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