«Quant’è bella gentilezza, che si fugge tuttavia!» verrebbe oggi da dire riadattando una celebre ballata di Lorenzo il Magnifico che, per l’atmosfera euforica e al tempo stesso malinconica, propria dell’epoca medicea, sembra ben rappresentare anche i giorni nostri.
Papa Francesco la pone al centro di un’enciclica, «Fratelli tutti», le città di Firenze e di San Marino le hanno da poco dedicato un festival, e presso il Meyer Health Campus, nel febbraio 2022, partirà perfino un master. Nel frenetico mondo contemporaneo e, più in particolare, nell’odierno scenario italico caratterizzato da costanti liti perfino per il green pass, qualcosa si muove nel segno della riscoperta di un valore quasi dimenticato: la gentilezza. Essa aleggia nelle parole e nel pensiero, ma inizia a non appartenere più alla realtà materiale: probabilmente non c’è niente di più anacronistico della gentilezza.
Fin da piccoli ci abituano all’utilizzo del “grazie”, “per favore” e “per piacere”, che con l’ingresso nel mondo lavorativo si accompagnano all’uso abbondante nelle mail delle formule stereotipate “Gentile X” e “Gent.mi”. Eppure, il parlato e l’agire quotidiano tradiscono ben altro. L’aggressività diffusa e malcelata sotto le vesti del sarcasmo è comunemente percepita quale indice di intelligenza e sagacia. Gli urlatori proliferano e chi riesce a zittire gli altri risulta vincente e risoluto. Se si ha la fortuna di non vivere tutto ciò nel proprio micro-cosmo, i media fanno comunque da cassa di risonanza riportando quanto avviene altrove, a cominciare dalle tribune politiche, dove di gentilezza non v’è più traccia.
Partendo dall’etimo, “gentilezza” (rectius: l’aggettivo “gentile”) deriva dal latino «gens, gentis», termine riservato alle famiglie nobili che, secondo la tradizione, avevano fondato Roma (la Gens Ulpia, la Gens Iulia, ecc.). La comunanza di uno stesso capostipite comportava doveri reciproci di assistenza e difesa, la possibilità di ereditare – in mancanza di familiari più diretti – i possedimenti gli uni degli altri, e di utilizzare il medesimo luogo di sepoltura. Essere “gentili” pertanto implicava l’adozione di comportamenti più fraterni rispetto agli estranei di altre gentes. Ma queste erano talmente ampie che spesso i gentili nemmeno si conoscevano. Di qui, nel tempo, essere gentili ha acquisito il significato di rispetto e cura anche nei confronti dei non familiari, del saper ascoltare e attuare piccoli gesti con benevolenza, genuinità e disinteresse.
Spesso confusa con la mera educazione, la gentilezza esprime un senso di appartenenza e ha qualcosa di diverso e di più profondo del noioso manierismo: significa non invadere la libertà altrui, non ostacolare, non criticare, non giudicare. Tutti verbi, questi, che coniugati all’imperativo negativo fanno pensare a una versione aggiornata dei comandamenti cristiani, una sorta di release per stare al passo coi tempi. E invece la gentilezza non ha nulla a che vedere con l’imposizione, è un moto dell’animo positivo e spontaneo, laico, leggero e impalpabile, che non comporta oneri, ma solo il coraggio di non scivolare in facili pregiudizi, di liberarsi da preconcetti, di resistere alla superbia, alla supremazia, e di tendere l’orecchio a chi ci sta intorno. È un’attitudine che produce effetti benefici, comprovati da evidenze scientifiche, in ogni ambito. In quello aziendale, ad esempio, la gentilezza si declina nel fare squadra, nel collaborare tutti nella stessa direzione per raggiungere efficacemente gli obiettivi prefissati e sempre più alti livelli di produttività, nel pieno rispetto del benessere e delle personalità dei lavoratori. Insomma, quasi una chimera.
È così difficile oggi esercitare la gentilezza che nel 2000 abbiamo mutuato da Tokyo un’apposita giornata di celebrazione (il 13 novembre). Difficile ma non impossibile. Già quarant’anni fa il neuroscienziato Richard Davidson metteva in luce come la gentilezza e la meditazione possono modificare la struttura cerebrale. Il primo lockdown da Covid-19, conl’improvvisa mole di tempo per riflettere da soli, aveva fatto ben sperare in direzione della riscoperta dell’empatia, dell’attenzione e della cura dei rapporti umani. A distanza di un anno tutto è tornato pressoché com’era, con l’aggiunta di un refrain di rabbia costante di sottofondo, per essere stati rinchiusi dentro casa e per essere stati privati di autonomia e indipendenza. In preda all’egoismo, in barba alla tutela collettiva che dovrebbe prevalere, si cavalcano opposizioni fomentate da opportunismi di bassa lega.
La prima edizione di “San Marino Festival Gentile”, appena conclusasi, portava il sottotitolo “CHANGE! Costruire il cambiamento”, proprio a sottolineare come la gentilezza e i valori a essa collegati siano reali motori di rivoluzione, capaci di generare un significativo impatto sociale. La gentilezza può fungere da guida per riportare al centro del dibattito e dell’agire la persona, intesa come singolarità e la sua idea: un Everest filosofico. La frontiera geoculturale della persona – così come delineata dal giuspersonalismo di Giuseppe Limone – è un bene comune il cui significato è enucleato all’interno di una costellazione, ove essa è realtà singolare, è l’eccezione istituente una regola che riesce e non riesce a farsene istituire, è l’idea di qualcosa che resiste alla possibilità di essere ricondotta a un’idea. Attraverso le costellazioni l’uomo ritrova la strada smarrita e riprende il cammino. Così, la persona gentile resiste alla cattiva politica e alla cattiva cittadinanza, rafforzando l’identità democratica propria e altrui, ricordando ai reticenti che lì dove finisce il loro diritto comincia quello di un altro, e così via.
La gentilezza è un muscolo che va allenato. Prima ancora, è necessario far capire che essere gentili non è sintomatico di debolezza ma, al contrario, di forza potente, di resistenza alla frenesia del nuovo millennio mediante una curiosità discreta: un ossimoro solo apparente, perchè chi è gentile è attento e interessato all’altro (in latino “inter-esse”: essere dentro, stare, “abitare in mezzo a noi”), ad ascoltarlo per stringere un legame sincero. È quanto fanno i “giusti” di Borges, persone che preferiscono che abbiano ragione gli altri e che, sottotraccia, stanno salvando il mondo.
Nella foto: un rilievo monumentale con personaggi della gens Claudia, presso il mausoleo di Galla Placidia
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