Poco conosciuto, ma diffuso su tutto il territorio nazionale, il fenomeno dei combattimenti tra cani alimenta i profitti dei sodalizi criminali e promuove una mentalità della violenza.
Conoscere questo tragico fenomeno è parte essenziale della nostra educazione civile.
Per il dogfighter il cane è un oggetto, un mezzo per ottenere un guadagno, ma c’è di più. La criminologia culturale, infatti, ci spiega che le motivazioni sottese al voler organizzare i combattimenti sono anche di natura psicologica. Inoltre, un contesto socio-culturale degradato può influenzare le persone, in particolare i giovani che, tendenzialmente più vulnerabili, possono rimanere affascinati dalla possibilità di opporsi alla società convenzionale.
Il microcosmo dei combattimenti tra cani, le cui prime tracce risalgono al VI secolo a.C., si è ormai diffuso quasi ad ogni latitudine. In Italia, precise norme di divieto ne ostacolano la diffusione, ma i dogfighter continuano ad agire nell’illegalità. E se il guadagno rimane un movente inconfutabile, l’urgenza è anche decostruire un sistema culturale che legittima il combattimento quale forma di intrattenimento, soprattutto negli ambienti criminali.
Educare, informare, agire: questi gli obiettivi che porta avanti il progetto “Io non combatto” promosso da Fondazione Cave Canem e Humane World For Animals.
Nato per contrastare il fenomeno, da un lato promuove una cultura fondata sull’empatia e il rispetto degli esseri viventi; dall’altro, investe in ricerca scientifica e formazione dei professionisti sul tema della rieducazione.
Non da ultimo, sostiene l’azione come dovere condiviso. Un dovere che si traduce nelle attività delle Forze di Polizia sul piano investigativo; nell’operato dei professionisti in materia di rieducazione e nelle denunce di una società che, se ben informata, può divenire la prima linea di difesa contro la violenza.
* Ph. Chiara Muzzini per il progetto “Io non combatto”. L’autrice autorizza Sintesi Dialettica alla pubblicazione.
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