Nel 1898, alla vigilia delle giornate di Bava Beccaris, usciva in un giornale locale milanese un romanzo a puntate d’ispirazione verista: “La Milano sconosciuta e la Milano moderna”.

Nel 1898, alla vigilia delle giornate di Bava Beccaris, usciva in un giornale locale milanese un romanzo a puntate d’ispirazione verista: “La Milano sconosciuta e la Milano moderna”. Un’operetta minore, che si rifaceva allo Zola della contestazione, e che probabilmente sarebbe passata inosservata se non avesse messo in moto la macchina dell’ordinamento giudiziario, su su fino alla Cassazione.

Le descrizioni della miseria, delle fanciulle ubriache, delle madri che prostituivano le figlie, della prostrazione morale e materiale degli strati più bassi della popolazione erano per l’Italia liberale una sicura offesa per il buon costume; e secondo quanto previsto dall’articolo 339 dell’allora vigente codice penale, l’opera doveva ritenersi oscena.

Ma era davvero l’osceno che la corte voleva colpire?

La risposta si trova un po’ nella storia, e un po’ nelle carte processuali. L’autore di “La Milano sconosciuta e la Milano moderna”, Paolo Valera, era allora un anarchico socialista, un po’ poeta ed un po’ bohémien, molto attivo nella capitale meneghina. Uno di quegli intellettuali bennati che il giovane Stato lasciava scrivere sui giornali (con qualche sporadica comparsa nei commissariati), in nome della nuova tolleranza politica. Era, in termini più diretti, un socialista innocuo. 

Questo elemento è rilevante, perché dalle carte processuali appare che, se l’imputazione è per osceno, la condanna è per socialismo. 

Secondo la pronuncia di Cassazione1 “quando lo esplicamento di una teoria sociale tende non allo immiglioramento sociale ma alla depravazione, alla degenerazione sociale, quando invece di moralizzare gli organismi sociali e coloro che li costituiscono li deprava, li assassina moralmente, lo Stato ha il diritto ed il dovere di oppugnarla. Non solo: ma come negazione del diritto, incriminarla e punire i propugnatori della stessa. (…)”

Perché, allora, prendersela con un romanzo, quando Valera pubblicava normalmente disquisizioni sul pensiero marxista e le sue derive, con il fine dichiarato di fare propaganda politica?

Certamente l’accusa di oscenità era una buona maschera per un processo che non si voleva politico, ma a questo si aggiunge un elemento ulteriore. Sempre dalla motivazione della Cassazione si ricava che il vero problema era di evitare che le idee socialiste penetrassero nelle masse, ed un romanzo era certamente un veicolo migliore che non la stampa specializzata destinata (nella pratica) alle sole élites:  “Il mostrare nelle loro nauseanti nudità le putride piaghe sociali, lo svelare tutti i vizi dei bassi strati sociali, illustrare con figure oscene la degenerazione di taluni gruppi di gente corrotta, non si può ritenere come uno scopo sociale che possa tendere ad ingentilire gli animi, ma come un obbiettivo tendente ad avvelenare gli animi, specialmente giovanili.” Paolo Valera finì in prigione.

Questa vecchia storia fa sorgere alcuni interrogativi. In primo luogo per quanto ancora, e quanto spesso, l’osceno è stato usato come strategia per colpire fattispecie diverse. In secondo, quali sono state queste fattispecie e quale collocazione temporale hanno avuto. Infine quali siano, e che rilevanza abbiano avuto, i discorsi di classe nella valutazione delle opere d’arte oscene. 

A questi interrogativi si cerca di rispondere in questo scritto, attraverso l’analisi dei processi più famosi alle opere d’arte.

Un precisazione: quest’articolo non indaga l’ambito di applicazione del 528 c.p. e della scriminante del 529 c.p. nella sua interezza (norme applicate, nella grande maggioranza dei casi, in modo utile e corretto) ma solo alcuni dei mille possibili problemi legati all’interpretazione delle disposizioni normative vaghe. 

Ne viene fuori un quadro sociale interessante, sebbene storicamente dato. Lo studio parte dalla definizione di arte ed oscenità. E’ questo il centro di tutto il problema, perché la formulazione dell’articolo 529 c.p. -che prevede la repressione delle opere oscene salvo il caso di quelle di arte o di scienza- non definendo né arte né osceno, lascia la porta aperta alle più varie interpretazioni. La conseguenza è che, quando si è voluto impedire la circolazione di un’opera, è stato facile sostenere che fosse oscena e non artistica.

In seguito si prendono in considerazione casi in cui l’osceno è stato usato per colpire comportamenti considerati devianti, ed i rapporti fra arte oscena e religione.

Infine, si esamina in che modo la visione della stratificazione sociale e della pericolosità della diffusione del messaggio fra le masse abbia influito sulla scelta del giudizio.

1. Il problema della definizione di arte e di oscenità

L’articolo 529 del codice penale recita: “Agli effetti della legge penale, si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore. Non si considera oscena l’opera d’arte, salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta, o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto”.

Questa disposizione lascia aperto il problema della definizione di arte e della definizione di osceno, per cui si usa una tautologia: è osceno ciò che offende il comune sentimento del pudore, ed il comune sentimento del pudore si definisce sulla base di ciò che lo offende, cioè l’osceno. 

Tanto per l’arte quanto per l’osceno si verifica lo stesso fenomeno: si percepisce (o almeno si crede di percepire) quando un’opera è artistica, e si percepisce quando il senso del pudore è violato, ma si ha difficoltà a definire sia l’una che l’altra percezione. Nel giudizio istintivo entrano in gioco tutta una serie di elementi di precomprensione personale (l’età, la cultura, le esperienze passate, e così via) che difficilmente possono essere rinchiuse in una definizione di senso universale. O si spiegano l’arte e l’osceno con una formula che tenti d’essere precisa, ed allora la definizione diventa esclusiva di troppe cose, o si è invece costretti ad utilizzare concetti vaghi, che inevitabilmente sono suscettibili di attribuzioni di significato polisemiche.

E’ il problema di tutti gli oggetti sociali: esistono, li percepiamo, ma li verbalizziamo con difficoltà.

La ricerca di definizioni precise di arte e di osceno è necessaria per svelare quanta parte abbia la logica giuridica nelle decisioni delle corti, e quanta parte abbia invece il soggettivismo del giudice – soggettivismo che si camuffa nella retorica adottata per giustificare attribuzioni di senso, rimaneggiamenti di pensieri altrui, e più o meno evidenti corruzioni del contesto.

Ciò è tanto più importante se si tiene conto che tutte le posizioni ermeneutiche dell’articolo 529 c.p. necessitano il chiarimento dei termini.

Le tre posizioni sono: a) se l’opera è oscena, sicuramente non è arte; b) il fatto che un’opera sia artistica esclude la rilevanza penale dell’osceno; c) l’oscenità è penalmente rilevante quando ecceda il pregio artistico dell’opera. 

Si noti che finché i concetti di arte e di osceno non sono precisati, queste tre letture possono essere usate interscambiabilmente a seconda del significato che si voglia attribuire ai termini – anche se sembrerebbero avere un orientamento molto chiaro: la prima privilegiando il buon costume, la seconda l’espressione artistica, e la terza cercando di contemperare i due valori.

Delineare il concetto di osceno è un po’ più facile che delineare il concetto di arte. 

Generalmente viene definito osceno ciò che è atto ad eccitare i sensi e, per quanto questa definizione sia vaga e passibile delle più varie interpretazioni, per lo meno restringe il campo d’indagine alla sola sfera sessuale. In questo modo viene ristretto anche l’ambito del “comune senso del pudore”.

Il “comune” senso del pudore viene valutato secondo due diversi parametri: il primo considera il pudore della media dei cittadini (cioè un dato statistico), il secondo il livello di pudore dell’uomo normale. 

Questi due criteri si sembrerebbero una mera strategia discorsiva: il primo perché fa riferimento ad una media che è, nei fatti, difficilmente calcolabile; il secondo perché si riferisce ad una figura ideale che altro non è che la proiezione della coscienza dello stesso giudice. Non stupisce dunque che i due parametri sembrino usati interscambiabilmente. 

Tuttavia, ad un’analisi più attenta, può notarsi un uso tendenzialmente costante dei due criteri: fino alla metà degli anni Settanta le corti usano la media per condannare e l’uomo normale per assolvere; in seguito i criteri si invertono: è il sentimento medio il criterio maggiormente usato per giustificare le assoluzioni, mentre il pudore dell’uomo normale viene usato per le condanne. 

La spiegazione di questo fenomeno può essere probabilmente collegata con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa ed la conseguente rapidissima evoluzione del costume, che ha reso la media nazionale molto poco pruriginosa. 

Per contrasto l’ “uomo normale” ha finito per diventare il criterio conservativo, utilizzato per giustificare la repressione di rappresentazioni (e contenuti) che un buon pater familiasavrebbe trovato indegne di circolare.

Più difficile la definizione di arte, per cui la ricerca di costanti definitorie rimane infruttuosa. 

Per l’arte vengono individuate alcune formule vaghe, riempite dal giudice di significati 

diversi, oppure create delle formule ad hoc sulla base del giudizio che si vuole rendere. 

Per le corti l’arte è “ l’intuizione di contenuto universale”, “ciò che emoziona, sorprende, convince”, “ciò che commuove ed educa” , “lo spirito espresso in una forma” e così via. 

Queste formule, che di per sé non vogliono dire nulla, sono spesso giustificate dal pensiero (vero o presunto) di filosofi e critici, citati in tutto o in parte a seconda della convenienza. In particolare si è fatto gran uso del nome di Benedetto Croce, figura sufficientemente conosciuta e carismatica da essere considerata convincente per giustificare le soluzioni più diverse.2

Quest’operazione di stravolgimento delle teorie della filosofia estetica non è sempre cosciente. Non bisogna immaginare, in altri termini, che il giudice vi si avvicini in mala fede; piuttosto si tratta spesso della cattiva comprensione di un linguaggio che rimanda ad altra e più specifica sensibilità. 

Se questo è il caso, ci si può chiedere come mai il parere sull’ opera non sia affidato ad un esperto. In effetti il ruolo del perito è diventato rilevante a fini processuali molto tardi, ed è stato assai a lungo considerato con sospetto.

Ciò è dovuto a ragioni sia di ordine psicologico che di policy. 

In primo luogo è stata viva la preoccupazione di mantenere in sede giudiziale il controllo sulla eventuale pericolosità del messaggio veicolato dall’opera. L’astrattezza della previsione normativa permette di condurre, in qualche modo, una sorta di politica culturale applicata, che verrebbe certamente limitata dall’opinione di un agente esterno.

Il giudizio di un esperto di arte, se percepito all’esterno come maggiormente tecnico e imparziale, -in caso di contrasti con quello della corte- può favorire dubbi sulla decisione.3 E’ questo un rischio che le corti conoscono e tengono in considerazione, palesandolo in diverse sentenze sui movimenti d’avanguardia, percepiti come pericolosi per l’ordine sociale ed il buon costume della società. Ne è un caso il giudice di “Dora”4: “ L’esperienza quotidiana insegna che nell’epoca attuale vengono messi a disposizioni di falangi di lettori quantità ingenti di sedicenti prodotti letterari (…).  Quali che possano essere le tesi prospettate dagli esperti, è di tutta evidenza che il decidente non dovrà ritenersi vincolato da questa(…). Codesta indipendenza di giudizio sarà tanto più necessaria quanto si tratti di movimenti d’avanguardia, i quali spesso si alimentano di false e torbide idealità, sia morali sia estetiche, e si sttraggono da se stessi al domino della vera arte.”

In secondo luogo, alle preooccupazioni di policy si è aggiunta spesso la presunzione di saper giudicare che cosa sia arte e che cosa non lo sia. Secondo la corte di appello di Bologna5, l’opinione del perito non era necessaria perchè: “ascoltare un’opinione esterna è solo aggiungere un’ altra opinione a quelle che la Corte possiede in abbondanza.” 

2. La contestazione della borghesia e delle sue istituzioni

Come abbiamo premesso, l’osceno è stato utilizzato per colpire fattispecie che per sé non sarebbero state passibili di sanzione penale. Abbiamo citato il caso Valera di fine Ottocento: accusa di osceno e condanna per socialismo.

A distanza di oltre settant’anni i casi analoghi sono stati diversi. Non si tratta, beninteso, di repressione nuda e cruda delle dottrine politiche, ma della critica alla società nel suo complesso ed ai suoi valori. 

Le fattispecie colpite sotto l’egida dell’osceno sono tipiche: la sessualità perversa (ovvero omosessualità), la famiglia, la contestazione giovanile in tutte le sue forme, la religione.

E a riprova che la strategia ha funzionato, i grandi processi che all’epoca hanno fatto scalpore oggi sono ricordati come processi alla rappresentazione sessuale (che è la maschera), e non all’ideologia soggiacente (che è la sostanza). 

Un esempio tipico è “Ultimo tango a Parigi”, di cui tutti ricordano il putiferio scatenato dalla scena del burro e dalla sodomizzazione, e non la reale motivazione del giudice, che a queste scene dedica poche righe sprezzanti: tutta l’opera è un volgare attacco a quanto di più sacro abbia creato la società umana, dalla famiglia alla speranza di un mondo migliore. O ancora, dieci anni dopo, il caso di “Porci con le ali” di cui si ricorda l’incipit volgare, ma non le parole della corte : il romanzo propone un modello di socialità deteriore che incita alla violenza ed alla droga.

Il codice penale non contempla un articolo per punire la critica alla famiglia come luogo degli affetti, all’amore coniugale come unico legittimo, alla relazione fra generazioni e fra coetanei, e l’osceno è stato il mezzo per colmare questa “lacuna”.

Cominciamo con l’esame del processo a “Ultimo tango”, la storia che –da un punto di vista processuale- finisce peggio. Dopo anni di rimpalli fra corti, e di vivace dibattito nella critica e nella società civile, venne emessa la condanna al rogo di tutte le pellicole in Italia: tutte tranne due, salvate per intervento dell’allora presidente della Repubblica Leone. 

La motivazione del giudice d’appello6 merita di essere ricordata per la sua militanza.

Innanzitutto, come ricordato poco sopra, il grande scandalo della scena del burro non erano le immagini o il concetto, ma le frasi contro la famiglia che in quel contesto Jeanne era obbligata a ripetere – cosa che il giudice considerava intollerabile come violenza morale, e la violenza morale “ancor più ripugnante di quella fisica, è gravemente e turpemente offensiva del pudore”.

La corte non vedeva in quel contesto alcun approfondimento psicologico, ma solo sesso mostrato “a distruzione dei valori morali” – distruzione che, secondo la corte, era il vero scopo di tutto il film, come testimoniato dalla psicologia dei personaggi.

Jeanne è il modello della donna perduta: ha un fidanzato, ma lo tradisce con uno sconosciuto; si sposa per noia e non per amore; rinnega i valori e la figura del padre eroicamente morto combattendo per la patria.

Paul è un concentrato di vizi e perversioni: l’uomo antisociale per eccellenza.

Disprezza la famiglia e non riesce a mantenerne una: per sua ammissione non ha figli, sua moglie si suicida, e quando la suocera gli offre aiuto, “assume un atteggiamento di assoluto disprezzo che culmina in odio quando, alla donna che equivocamente gli tende la mano (“non sei solo”) , risponde con un morso al braccio”. Non solo: è anche amico dell’amante della moglie, con cui ricorda nostalgicamente la defunta, e ricopre di contumelie volgari il di lei cadavere. In sostanza, Paul “è un fallito, negatore di tutti i valori morali per odio accumulato nella sua vita contro la società borghese”.

Si tratta di tesi” a giudizio della corte “ che nel film trovano eco in confuse idee provocatorie, che tendono alla distruzione dei valori sociali tradizionali e si traducono in una serie di contumelie contro la famiglia, la religione, l’umana convivenza, intesa come binomio istinto—sentimento, di una specie di contestazione generale contro la società borghese “conformista, ipocrita, bigotta e pruriginosa” contestazione di cui viene fatto paladino Paul, ozioso e corrotto, che di quella società è uno dei più degeneri rappresentanti (sfruttatore e protettore di prostitute), che scarica tutto il suo odio verso una società in cui è riuscito ad inserirsi malamente, nella selvaggia violenza di tutta una gamma di turpi rapporti sessuali con una sconosciuta, che distruggono il pudore, al fine di dimostrare che il mondo è dominato da una sola verità, quella del sesso (non amore, ma solo corpo ed istinto)”

Pertanto, “anche se è stato scritto che Ultimo tango a Parigi è un’opera altamente educativa, il film è ,invece, profondamente immorale, perché in esso si negano tutti i valori morali su cui si fonda la civile società

Un caso simile, che ebbe altrettanto eco giornalistico ma una fine meno amara, è quello di “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Il film aveva avuto un parere negativo da parte del Comitato Cattolico Cinematografico, perché sembrava trasmettere valori negativi ed un messaggio di disperazione: “ La vicenda della famiglia meridionale trasferita a Milano e colà impegnata a costruirsi una nuova esistenza si complica in una esposizione di tesi equivocamente polemiche. Accanto ad alcuni elementi positivi , ne figurano altri negativi, i quali finiscono per soverchiare i primi. Gli eccessi rappresentativi cui fa uso il regista, il crudo verismo di scene ripugnanti, nonché un fatalismo distruttore e la mancanza di speranza anche nei personaggi migliori , impongono la esclusione del film”.

Lo scalpore del mancato premio al Festival di Venezia, nonché le accuse di immoralità avanzate sulla stampa, segnalarono l’uscita del film nelle sale milanesi al procuratore della Repubblica, Carmelo Spagnuolo. Al film furono imposti tagli sotto minaccia di sequestro, come era in uso in quegli anni, ma lo scalpore creato da “Rocco” , adeguatamente amplificato dalle polemiche del “Corriere della sera”, non riguardavo le sole scene di violenza (come quella di Simone alla Bovisa) bensì, piuttosto, la rappresentazione della disgregazione di una famiglia sradicata dal suo contesto sociale. Il procuratore della Repubblica riprendeva sinistramente il giudizio di disvalore del Centro Cinematografico Cattolico, secondo quanto riportato in un’intervista al Corsera : “Poiché “Rocco” potesse aspirare al completo riconoscimento dei suoi pregi artistici ed evitare l’azione penale doveva essere sottoposto alla revisione di alcune scene. (…) La Magistratura milanese ha inteso rivolgere un chiaro monito per evitare il progressivo sfaldamento di quelle barriere morali – il sentimento del pudore, ordine della famiglia, comprensione nei rapporti sociali- che costituiscono l’ unico e insostituibile baluardo della società civile.”7

Ciononostante, e seppur con molti tagli, “Rocco e i suoi Fratelli”, alla fine venne lasciato circolare.

Un altro caso esemplare è quello di “Rocco e Antonia, porci con le ali”8. Si tratta di un romanzetto giovanile comparso alla fine degli anni Settanta, che fece un enorme scalpore per il suo contenuto e per la sua forma. Narra le prime esperienze sessuali di un gruppo di giovani in piena contestazione delle istituzioni, dei loro (non facili) rapporti familiari, delle esperienze con la droga, dei primi impegni in politica, della scoperta dell’omosessualità; il tutto con linguaggio colloquiale, spesso enfatizzato da parole o espressioni volgari.

“Porci con le ali” è un caso interessante di bolla commerciale. Il romanzo -salutato appena tiepidamente dalla critica- sarebbe probabilmente passato inosservato ai più se l’azione cattolica non avesse scatenato una campagna di demonizzazione: terribile boomerang che trasformò il romanzetto nello status symbol della gioventù di sinistra (e degli intellettualmente curiosi). 

Il caso del romanzo è interessante soprattutto per il riferimento alla politica, che manca in “Ultimo tango”: “ sussistono quindi tutti gli estremi del delitto contestato anche sotto il profilo soggettivo nella forma del dolo generico, che viene ancor più in chiara luce in relazione alle evidenti finalità ideologico-politiche che un certo condizionamento culturale intende perseguire. Ed il discorso vale per tutti gli imputati… (anche per l’amministratore finanziario della società perché “non poteva non sapere”). Quindi “Porci” è veicolo di idee sovversive, anzi: è scritto apposta con l’intento di veicolare idee sovversive fra i giovani lettori (altrimenti non ci sarebbe il dolo).

“Porci con le ali” è l’ultimo caso (da noi trovato) in cui l’osceno viene utilizzato per colpire una fattispecie diversa – ma si noti che il giudizio d’appello è del 1982: solamente ventitrè anni fa.

3. La sessualità deviante

Altra categoria che mi sembra interessante menzionare è quella della sessualità “deviante”.

E’ questo il campo in cui il filo della critica sembra più sottile: da un punto di vista logico si potrebbe ritenere osceno a priori tutto ciò che non corrisponde ad un modello di erotismo assunto come normalità; e se il modello assunto è (a torto o a ragione) quello volto alla procreazione, consenziente ed eterosessuale, non c’è da stupirsi di trovare condannati l’autoerotismo, la sessualità violenta e l’omosessualità.

Ci sono però tre aspetti interessanti. In primo luogo, la condanna viene motivata con strani intrecci di moralismo e preoccupazioni di policy. Il pericolo che si ravvede è questo: la pubblicizzazione di questi temi “normalizzarebbe” comportamenti antisociali –come la sessualità violenta- o “patologie” – come l’omosessualità. 

Così il giudice di “Nudi per vivere” 9: “la rappresentazione della violenza , e cioè di unadegenerazione sessuale, può essere oggetto di studi e di cure, ma non deve essere portata a conoscenza di tutti (…) perché suscita turpe allettamento nella persona incline a simili attrattive sessuali”; o quello di “Spostamenti progressivi del piacere”10 di Guillet, film giudicato un capolavoro dalla critica, preoccupato di  “arginare il ricorso ai fatti patologici sessuali, che nella permissività dei tempi moderni sono dilaganti in ogni dove”.

Questo puritanesimo è legato in parte alla percezione dell’osceno come fattore criminogeno, in parte alla resistenza ad un’evoluzione sociale considerate troppo veloce.11

Alcuni studi di criminologia degli anni settanta hanno analizzato questi due fenomeni, più legati di quanto si possa pensare: permettere di rappresentare l’osceno su larga scala, attraverso un film o un romanzo popolare, avrebbe portato presto alla sua accettazione sociale, con conseguente decadimento dei costumi morali. Questo decadimento sarebbe stato, a sua volta, il primo passo per il crollo delle altre istituzioni, come la sessualità di coppia e la famiglia, via via fino a quelle politiche in un devastante effetto domino.

Nei momenti di contestazione questa percezione era acuita dalle richieste del movimento giovanile: gli stessi studenti che chiedevamo la liberazione dei costumi sessuali erano anche quelli che contestavano famiglia, religione e Stato.

Si prenda come esempio il già citato “Porci con le ali” in cui la motivazione del giudice d’appello è focalizzata sui i beni collettivi e le strutture sociali.12

Riprendendo le argomentazioni di chi collegava diffusione della pornografia e criminalità, il giudice di secondo grado compie un capzioso collegamento fra lettori del romanzo, giovani arrabbiati, drogati e criminali : “ ogni individuo ha dei doveri nei confronti della comunità. Le note della civiltà e del progresso passano anche per la tutela del buon costume, ed è innegabile che, perduto questo valore attraverso la c.d. nuova morale si perde uno stile di vita per far posto a violenza, rabbia, ribellione e magari rifugio nei paradisi artificiali della droga,13 vera e propria piaga sociale, veicolo di una numerosa serie di delitti.”

Violenza ed omosessualità, sebbene considerate entrambe devianti, non sono giudicate egualmente gravi.

E, a differenza di quanto si possa pensare, è la violenza sessuale ad essere considerata meno grave dell’omosessualità.14 Questo perché la violenza, sebbene comportamento antisociale, rientra ancora in una visione accettata della sessualità, e non viene vista come un pericolo per la procreazione o come una scelta impeditiva della famiglia (intesa in senso tradizionale).15

La preoccupazione di arginare la proposizione questo tipo di temi ha spesso avuto il sopravvento sulla valutazione dell’osceno in quanto tale, almeno nella misura in cui lo si voglia definire – secondo formule vaghe, ma accettate- come ciò che è in grado di eccitare i sensi.

Un secondo punto è che, nel caso della sessualità “perversa”, il fatto non è più giudicato secondo la sua attitudine a risvegliare delle pulsioni sessuali, ma è condannato in sé, quale ne sia la modalità di rappresentazione16.

Si hanno così condanne contro la sessualità intuita, o solo accennata, anche quando – di fatto- non si vede nulla.

Non ne fa mistero il giudice di “Spostamenti progressivi del piacere” : “il film incriminato unisce al tema visibile dell’omosessualità femminile (…), contenuti movimenti, fredde contemplazioni, pur abbozzati accarezzamenti dei seni, dubbi movimenti rianimativi sulle labbra (…)”

Anche queste condanne per l’intuito sono giustificate dall’offesa al comune senso del pudore. Non sorprende particolarmente che un comportamento sessuale non accettato possa offendere il pudore anche quando è solo accennato.17 Tuttavia, nelle motivazioni di queste sentenze l’offesa al pudore gioca un ruolo del tutto marginale rispetto alle considerazioni di policy. Ciò diventa evidente quando l’opera viene assolta perchè il messaggio che veicola è considerato desiderabile. 

Questo punto è estremamente importante: violenza, omosessualità, autoerotismo non offendono più quando sono rappresentate, anche in modo crudo e completo, per condannare o ridicolizzare i personaggi che ne fanno uso, o per operarne una catarsi.

Ne è un esempio la disquisizione del procuratore di Milano sul film di Luis Bunuel “Bella di giorno”18: “ La protagonista in nessun momento appare una persona pervertita, bensi preda di nevrosi assunta come un caso limite per dimostrare quella disperante condizione umana (…). Dall’opera traspare, anzi, la ripulsa di queste distorsioni attraverso la descrizione degli umilianti e ripugnanti pervertimenti dei soggetti”

Un caso di catarsi più famoso è “Teorema”19 di Pierpaolo Pasolini, film accusato di osceno “per l’inconcepibile senso di omosessualità che permea tutta l’opera”20.

La motivazione del Tribunale di Venezia, che ne ordinò il dissequestro argomentò che: “il tema è riscattato dal messaggio di speranza dell’opera, visibile nell’atteggiamento di Lucia e Paolo (la madre ed il padre) lasciati nella fase della ricerca, che è una forma di salvezza secondo il concetto agostiniano (…)” 

Per dare un ultimo esempio celebre, si ricordino “I racconti di Canterbury”21 l’omosessualità è scusata perché riferita a personaggi negativi, “subumani” e “relegati in un inferno assai più perverso scellerato di quello della Divina Commedia, perché non vi affiora neppure il rammarico della perduta amicizia con il re dell’universo”.

Infine, a contrario, sono diverse le pronunce di assoluzione in base al fatto che la sessualità proposta è quella sana, e non perversa22: così nell’ “Amante di Lady Chatterly” (il rapporto sessuale è sano e completo, e non complicato e pervertito), o in “Banana meccanica” filmetto di intrattenimento degli anni settanta (nella pellicola esulano del tutto rappresentazioni di rapporti omosessuali o contronatura… etc). 

4. L’offesa alla religione cattolica

Interessante il caso dei rapporti fra osceno e religione perché qui, a sorpresa, le corti mostrano un insospettato volto laicista. 

Come per la moralità borghese, le sue istituzioni, la famiglia e la sessualità, l’osceno è stato talvolta utilizzato per colpire l’offesa alla religione ed ai suoi dogmi. Ma i casi sono rari.

Si tenga conto che per l’offesa alla religione esisteva, prima della pronuncia di incostituzionalità,23 una norma specifica a giustificazione della repressione penale, cioè l’articolo 402 c.p. ;per questa ragione la questione può essere impostata come rapporto fra disposizioni normative, e l’analisi deve volgere a scoprire quale delle disposizioni prevalga, come e perché, e se vi sia un gioco di supplenza o integrazione. 

Nel caso della religione vi è stato appunto un gioco di integrazione, che ha giustificato alcuni processi ad opere d’arte né sufficientemente oscene da essere colpite dalle disposizioni sull’ offesa al pudore, né sufficientemente offensive da essere colpite dalle disposizioni sul vilipendio.

Tuttavia, la pluralità di elementi considerati negativi si è riversata nel giudizio complessivo sulla validità dell’opera, portandone talvolta alla condanna. L’integrazione dei capi d’accusa è avvenuto in due modi. A volte un capo di imputazione è dipeso dal giudizio sull’ altro, per cui l’opera era vilipendiosa in quanto oscena od oscena in quanto vilipendiosa; talaltre si è fatto cadere un capo d’ accusa formalmente (o lo si è declassato a reato minore), perché sostanzialmente si è ricompreso il giudizio negativo sull’opera nella sanzione relativa all’altra imputazione. E’ il caso in cui si afferma che l’opera non è vilipendiosa ma oscena, perché il collegamento fra sessualità e religione offende il pudore assai più che non il solo riferimento alla sessualità, oppure che l’opera non è oscena ma vilipendiosa, perchè l’accostamento del sacro col profano deve essere considerato inaccettabile.

Prima di passare alla rassegna di questi casi, ci sembra opportuno aprire una parentesi sull’applicazione dell’articolo 402 c.p.

Questa previsione normativa, che sanciva, appunto, la responsabilità penale di colui che vilipendesse la religione cattolica (e solo la cattolica), i suoi culti ed i suoi dogmi, è stata in vigore fino alla pronuncia di incostituzionalità del 1984.

Non presente nel codice del 1889 ed inserita in quello del 1930 con l’intento di assicurare una ulteriore protezione alla religione della maggioranza degli italiani, è rimasta in vigore fino alla decisione (sofferta e tarda) della Corte Costituzionale; giustificando prima di allora processi ad opere di indubbia qualità artistica. 

Bisogna aggiungere però che la censura cattolica si serviva della repressione penale come extrema ratio, perché il controllo sulle opere avveniva ad un livello diverso: sia attraverso l’influenza sull’approvazione di un soggetto, sia nell’orientamento nelle commissioni di censura, sia –più praticamente- nel vietare ai fedeli certe letture e nell’escludere i film dai circuiti delle sale parrocchiali, spesso le uniche frequentate in campagna.24

Ritornando al rapporto fra disposizioni normative, un caso in cui il legame fra arte, oscenità, e vilipendio è talmente stretto da far dipendere un capo di imputazione dall’altro si trova nella “Vergine Proibita” di Donini.25

Siamo nel lontano 1934, e la sentenza è di condanna. Il convenuto sosteneva di aver creato un’opera d’arte, e per questa ragione di non essere passibile di sanzione penale né per oscenità né per vilipendio. Non era esclusivamente un’argomentazione sull’elemento soggettivo, ma anche (e soprattutto) un tentativo di interpretare la scriminante del 529 c.p. in modo da ricomprendervi la fattispecie del vilipendio, diversa ed estranea secondo la lettera della norma. 

Ma la Cassazione non accolse questo ragionamento, anzi: ribattendo puntualmente –ed unicamente- sulla mancanza di artisticità (perché “la vera arte non eccita i sensi, si diceva), finì per ribadire la dipendenza fra le due fattispecie.

Poichè la “Vergine proibita” non era opera d’arte, anche l’accusa di vilipendio era fondata.

Il legame fra oscenità ed offesa alla religione viene mantenuto anche quando i capi di imputazione vengono formalmente mantenuti distinti. Questo legame esiste in genere a livello crittotipico, ossia come la regola inespressa che guida la decisione.

Si prenda ad esempio uno dei tanti processi al periodico “Il male”,26 condannato per alcune vignette lesive del buon costume. Siamo nel 1979, e la Consulta non aveva ancora cambiato orientamento sulla legittimità del 402 c.p., considerato conforme ai principi del nostro ordinamento costituzionale. Ciononostante le polemiche erano vive e sentite, tanto a livello sociale che a livello di Corti. In questa situazione il tribunale di Roma si trovò a dover giudicare una serie di vignette satiriche raffiguranti situazioni sia audaci sia oltraggiose per la religione.

Fra i disegni incriminati ce n’era uno raffigurante, sotto il titolo “8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione”, la Madonna ed un personaggio con ali ed aureola, (verosimilmente un angelo o un arcangelo) di fattezze volgari e grossolane.

Questo angelo suscitava il commento sarcastico della Madonna : ”Con uno così, o la fai immacolata o non la fai”. Una seconda vignetta raffigurava un riquadro bianco, con la dicitura “Immacolata Concezione”. 

Sostenne il giudice che “indubbia e patente appare l’offesa alla Santa Vergine, venerata dalla religione cattolica; viene infatti dileggiato il dogma della Immacolata Concezione (…). Al di là della mera offesa, appare evidente l’intenzione di esporre al ludibrio ,allo scherno ed al disprezzo la stessa religione cattolica, attraverso i suoi dogmi e l’Immacolata Concezione” . La causa fu risolta con la caduta dell’ accusa di osceno, e la condanna per violazione del 725 c.p., cioè l’ offesa alla pubblica decenza – concetto meno grave ma più comprensivo di quello di pudore, la cui violazione sarebbe stata data “non tanto con riferimento al segno grafico, indubbiamente stilizzato ed essenziale, quanto in relazione alle didascalie che si concretano in espressioni triviali, scurrili…in una parola: indecenti”.

In questo caso, l’offesa alla pubblica decenza in sé non sarebbe stata sufficiente a fondare una condanna: infatti non era comparso nella didascalia della vignetta alcun riferimento che avrebbe potuto, per sé, essere considerato offensivo. Né sarebbe stata grave la stessa situazione se riferita ad una donna “normale”. L’offensività poteva essere trovata solo nel rimando di senso, e proprio in quel particolare contesto legato alla religione cattolica, con tutti i suoi sottintesi.

Ma, come abbiamo detto, i casi fin qui riportati appartengono ad una minoranza: e sebbene i processi che hanno legato oscenità e religione siano stati molti, poche sono state le sentenze di condanna.

5. I discorsi di classe nel giudizio sull’arte e sull’osceno

Il lettore attento avrà notato che in diversi casi si è fatto riferimento o allo spirito paternalista di alcune decisioni, o alle argomentazioni di classe che le hanno sostenute.

Il campo dell’arte e dell’osceno sembra essere doppiamente adatto ad un’analisi di questo tipo: l’osceno permette di intravedere l’orientamento della classe dominante sulla morale sessuale, l’arte di inserire discorsi sulla capacità di ricezione del segno e del messaggio.

Due casi indicativi sono i “Dubbi amorosi” di Pietro Aretino27J, e “Fanny Hills” di John Cleland28.

Il problema di classificare queste opere come oscene, e pertanto di proibirne la diffusione, era apparso solamente quando due case editrici avevano voluto inserirle in collane economiche. Queste collane non erano raccolte di testi audaci, né tantomeno avevano avuto una pubblicità volta ad attirare un lettore concupiscente; erano, però, destinate al consumo del grande pubblico.

Quello che non veniva detto esplicitamente, ma veniva sottinteso in modo assolutamente evidente, era la preoccupazione che i fruitori dei libri a basso prezzo (in genere di classi sociali meno agiate) non fossero in grado di inserire l’osceno in un contesto culturale che ne annullasse il potenziale eccitante. 

Il sillogismo era questo: le collane economiche sono acquistate o da giovani o da persone povere e quindi meno colte; i giovani e le persone povere (e quindi meno colte) non sono in grado di contestualizzare l’osceno nell’arte e quindi ne sono eccitate; chi compra opere oscene in collane economiche sarà, probabilmente, eccitato sessualmente: pertanto è necessario impedire che le opere “oscene” circolino in edizioni a basso costo.

Edizioni a basso costo, si noti: per le edizioni di pregio (quindi costose, e genericamente rivolte ad un pubblico che desidera “davvero” l’opera e si presume colto) il problema non veniva posto.

In questo modo l’osceno finiva per avere un peso diverso a seconda di chi ne fosse il destinatario: la disparità di regole non scritte contrapponeva la classe colta, agiata, in grado di contestualizzarlo alla massa, facile preda degli istinti. 

Il discorso era tanto più sentito per la cinematografia, “che nelle sue scene identifica e riproduce realisticamente la vita, con un’efficacia divulgativa di prim’ordine che supera certamente quella della carta stampata, dei libri (…)” come ci ricorda il giudice di Tabù29 e che, per questa ragione, “è pure immensa la responsabilità etico-sociale di questo mezzo di espressione segnalatamente nei confronti dei giovani, delle persone di debole struttura mentale e delle categorie sociali meno evolute e più sprovvedute” , laddove la dizione “categorie sociali meno evolute e più sprovvedute” lascia pochi dubbi di interpretazione.

Nel caso di “Ultimo tango a Parigi” e di “Porci con le ali” si hanno degli esempi simili per quanto riguarda la decriptazione dei messaggi artistici. 

In entrambi i casi il giudice di primo grado ritenne l’opera non oscena perché formulata in termini tali da poter essere compresa pienamente solo da chi abbia la necessaria preparazione culturale. Non si trattava neanche di contestualizzare l’osceno, perché la fattispecie era diversa: l’osceno era solo apparente, perché ci si trovava di fronte a casi di linguaggio quasi simbolico.30

Così, secondo il giudice di primo grado di “Ultimo tango” (l’unico che scagionò l’opera) il film non era osceno perché le scene, anche scabrose, sono inserite in un discorso narrativo che si rifà ad autori di alta cultura, indirettamente citati o parafrasati: si trattava perciò di un linguaggio mediato e comprensibile nella sua interezza solo a chi avesse una conoscenza “meditata” (parola del giudice) di quegli autori. La volgarità non era che un aspetto superficiale, offensiva solo per chi non fosse padrone di quel linguaggio: “trattasi di un’indagine antologica, (…) dove si rinvengono reminiscenze tratte da altri autori: l’idea del burro è presa da Céline in “morte a credito”, l’ambientazione parigina dell’infimo albergo l’ispirazione di Carné anni trenta, nella riproduzione del volto di Marcel il cinema italiano anni quaranta, nella scelta di Brando come protagonista la stagione del cinema americano anni cinquanta, nella satira del cinema varietà la nouvelle vague, infine, nell’insistente persecuzione della cinepresa di Tom un’evocazione appena mediata di Antonioni e dell’ultimo Fellini.(…) Solo chi conosca queste opere potrà comprendere in pieno il lavoro di Bertolucci”.

Diverso il ragionamento del giudice d’appello che ritenne di dover calcolare l’offesa al pudore sulla media nazionale: “considerare non oscena un’opera perché espressa in un linguaggio che solo pochi possono comprendere significa non tener conto della tutela penale rivolta a tutti i cittadini, e privilegiare poche persone munite di una cultura specifica e meditata”. La media nazionale qui si riferiva alla media culturale, evidentemente, non alle conoscenze dell’ intellettuale decostruzionista.

Egualmente la dialettica fra primo grado e secondo caso in “Porci con le ali”. Anche qui fu fondamentale il riferimento al pubblico cui è destinato il libro: giovani intellettuali, liceali ed universitari; persone difficilmente scandalizzate o particolarmente sorprese dal contenuto del romanzo e dalla sua espressione. Si sottointendeva egualmente la scarsa probabilità che l’operaio andasse a leggere “Porci con le ali”, cosa che rendeva infondate le preoccupazioni relative al potenziale eccitante dell’osceno. Si noti: non infondate perché il ragionamento che lega classe sociale e istinto sessuale è fallace, ma perché il libro non avrebbe mai interessato gli strati bassi della popolazione.

Diversamente la pensò la corte d’appello: “proprio la lettura del libro senza palpiti di pseudointellettualismo (in considerazione del fatto che il libro è stato stampato per essere divulgato alla generalità dei cittadini e non destinato ad una “riserva culturale”!) non poteva condurre il tribunale all’affermazione che “non esiste una descrizione compiaciuta del sesso e dei rapporti sessuali (…)”.

Queste note sono più importanti di quanto appaiano a prima vista, perché riflettono discorsi di classe invertiti. Chi ha posizioni progressiste usa una argomentazione élitista (l’opera non deve essere considerata oscena perché non lo è secondo la capacità di decriptazione di un gruppo sociale ben identificato); chi ha posizioni conservatrici, invece, si appella alla capacità di interpretazione della comunità nel suo complesso – il che, sebbene paternalisticamente- è più democratico, ma anche nettamente meno favorevole all’arte ed alla sua espressione.31

Rileva notare che, da un punto di vista sistematico, hanno evidentemente ragione i giudici d’appello: in nessun punto del codice, in nessuna interpretazione dottrinaria viene scusato l’osceno con riguardo al pubblico a cui (eventualmente, e nelle intenzioni dell’autore) è rivolta l’opera. Questa sarà l’argomentazione che permetterà la circolazione delle videocassette pornografiche alla fine degli anni ottanta, ma gravata di un significativo elemento ulteriore: che tale commercio è legittimato dal comportamento attivo del fruitore. Si tratta, naturalmente, di un argomento estensibile in via teorica anche a chi manifesta il suo comportamento attivo comprando un libro o il biglietto di un film; ma qui rileva sottolineare che il discorso della classe sociale è unicamente, puramente, agiuridico.

I casi di “Ultimo tango“ e “Porci con le ali” sono assai simili a quelli dei “Dubbi amorosi” e di “Fanny Hills”, sia per il paternalismo della visione sociale, sia per la soggiacente visione della giustizia. Con una differenza, o meglio con una apparente contraddizione: nei casi di “Fanny Hills” e dei “Dubbi amorosi” il discorso di classe si basa sulla capacità delle masse di contestualizzare l’osceno; nel caso di “Ultimo tango” e “Porci con le Ali”, della capacità delle élites di decifrare la forma artistica. Ma naturalmente è una contraddizione soltanto apparente, perché si tratta di due facce della stessa medaglia. 

Non manca chi lo fa notare, in modo provocatorio, come il Procuratore di Milano nel caso delle “Caldi notti di Poppea”. Perché prendersela con un innocente filmetto, quando “Salò o le 120 giornate di Sodoma” circola liberamente? “Purtroppo sembra assodato che anche nella repressione di questo tipo di reato i poveracci, i diseredati, gli umili siano gli unici ad andarci di mezzo (…)”. Poppea, continua il procuratore, “non è molto peggio di altro e allora, che si condanni o si assolva , la questione principale non è più la libertà dell’arte ma impedire che la giustizia si pieghi a discorsi apertamente inegualitari: questa sarebbe la prima libertà da conquistare”.32

Conclusioni.

Si può dunque rispondere agli interrogativi posti all’inizio di questo studio.

L’osceno è stato a lungo utilizzato come mezzo per colpire comportamenti considerati devianti. Queste fattispecie sono tipiche, e riguardano la critica alle istituzioni ed ai valori borghesi, i modi non accettati di intendere la sessualità, ed in misura molto minore la religione. Da un punto di vista temporale, i processi per oscenità pretestuosa si sono concentrati negli anni della contestazione, e comunque nel momento in cui il cambiamento sociale era percepito come troppo veloce.

Al giorno d’oggi non ve ne sono praticamente più, sia perché l’evoluzione dei costumi ha quasi completamente sdoganato la rappresentazione della sessualità, sia perché l’evoluzione della società è andata di pari passo con l’affermazione di un più ampio pluralismo.

Sembrano scomparsi sono anche i discorsi paternalistici sulla capacità delle masse di contestualizzare i messaggi, così come la paura dell’osceno come fattore criminogeno – fattori che pure avevano condizionato tanti giudizi del novecento. Nella valutazione artistica la divergenza di regole di classe è andata rapidamente scomparendo, e pertanto può essere considerata anch’essa un fattore storicamente determinato. 

Resta attuale l’interesse che può avere l’analisi delle motivazioni e la ricerca di quanta parte corrisponda alla legge, quanta alla giustizia, e quanta alla personale idiosincrasia.


Note

1) Corte di Cassazione di Roma, 25 novembre 1898,Manduca, in Foro It. 1899

2) ad es. Cass.Pen.,III,10 ottobre 1978, in Foro It.,II,431; Cass.Pen., III, 30 ottobre 1969, Tedeschi, Foro It., Rep.1970, voce Pubblicazioni e spettacli osceni ; Cass.Pen., III, 20 febbraio 1970, Muscolo, in Foro It.,II,110,1971 ma anche Trib. Brescia, 4 maggio 1965, in Giur.It.,II,154,1966 ;Cass.,Pen.,I, 24 febbraio 1969, Mancini, Foro It., repertorio 1970, voce cit. ;Cass.Pen., III, 15 febbraio 1978, cit.; Cass.Pen.,III,10 ottobre 1978,in Foro It., II,431,1978

3) e dei critici non ci si può fidare, perché sono di parte, o venduti o schiavi delle mode pseudo -intellettualistiche in voga: così ad esempio nel caso “Satyricon” , Trib. Roma, 30 gennaio 1970, in Rass. Dir.Cin. 1971, non chè la disquisizione del Procuratore di Milano nel caso “Le calde notti di Poppea” Proc. Rep.Trib.Milano, 10 giugno 1970, in Rass. Dir.Cin. 1971, in cui il problema posto è proprio l’attendibilità dei critici, troppo spesso facilmente severi con le opere destinate ad un pubblico “basso” e di manica troppo larga con le opere destinate ad un pubblico colto. L’osceno sarebbe, secondo il procuratore, inaccettabilmente valutato in due modi diversi. Per questo discorso, che è un interessante problema di rapporti fra classi e di teoria del diritto, si veda infra, cap. IV par. 5

4) Cass.Pen.,III, 20 gennaio 1959, in Foro It., II, 113,1959,

5) Trib.di Bologna, 2 febbraio 1973

6) App.Bologna, 4 giugno 1973, in Crit.pen.,101,1973

7) E’ l’intervista rilasciata al Corriere della Sera, 29 ottobre 1960

8) App.Roma 15 aprile 1982, in Giur.merito, II, 428, 1982

9) Trib. Roma, 18 maggio 1964, in Rass. Dir.Cin. 1964

10) Cass.Pen., III, 10 ottobre 1978, Mele, in Foro it, II,431,1980

11) Si veda il bello studio di G.Pisapia in Sociologia del diritto, 319,1975

12) per dirla con le parole della Corte : “la necessità di garantire la coesistenza delle varie sfere della libertà individuale, e dall’altro l’esigenza di salvaguardare determinati beni collettivi e le strutture fondamentali dello stesso ordinamento”

13) La preoccupazione della droga non affligge solo il giudice romano, ma non sembra essere una costante: nella rassegna dei casi abbiamo trovato solo altre esempi in cui ci si riferisce all’argomento: le poesie di A. Ginsberg e Trash, film di Andy Wharol. Con la differenza che nel caso delle poesie il messaggio viene considerato negativo, quasi una istigazione alla tossicodipendenza, mentre nel caso di Trash, la rappresentazione brutale della perdita di sé viene considerata educativa. “Sesso e droga sono visti nella loro oggettività, spogliati dell’alone erotico e romantico presente invece nel modo tradizionale di rappresentarli(…) Le immagini di Trash viceversa, provocano una reazione da rigetto, ponendo lo spettaatore di fronte a se stesso , nella conseguita consapevolezza della gravità del guasto esistente nella società e delle comuni respondabilità”, cosi il Proc. Rep. Trib. Milano, 30 luglio 1973, in Rass. Dir. Cin. 1970

14) Si prenda ad esempio il noto caso di “Ricatto a Teatro” di Dacia Maraini. I motivi della denuncia per oscenità erano diversi, ma primeggiavano la proposizione di violenze e sadomasochismo. La corte ne è turbata, ma ancor più turbata è per “Il contenuto chiaramente amorale estrinsecato in manifestazioni amorose fra donne e tra uomini” in Trib. Montepulciano, 4 febbraio 1970, in Rass. Dir. Cin. 1970

15) Preoccupazione anche del Trib. Modena, 10 diceembre 1979, in Giur. Merito, II,409,1982 che dispone del sequestro di alcuni poster in cui due donne stanno per baciarsi, per il timore che la proposizione di sesso “non volto alla procreazione” possa fuorviare i giovani.

16) In “Mondo di notte n. 3” non basta “la perfezione della fotografia (…) né l’eccezione dell’opera tecnica ad attribuire dignità artistica ad uno spettacolo che indulge a motivi di facile presa sullo spettatore” Nel film viene in ballo un problema delicato: la fecondazione artificiale, Trib. Roma , 21 dicembre1963, in Rass. Dir. Cin. 1964. Ha guai per una scena di violenza carnale accennata anche “Rocco e i suoi fratelli” di L.Visconti, accusato di osceno dal P.M. di Milano Spagnuolo. Anche se la pronuncia della corte fu a favore del film, la commissione di censura impose alcuni tagli, fra cui proprio quello della violenza. Fino a quel momento, per prevenire i fulmini di cui l’aria era già carica, il macchinista del cinema “Capitol” di Milano, ove il film veniva proiettato, aveva escogitato un sistema per oscurare le scene contestate senza sospendere la proiezione.

17) In “Porci con le ali” la corte motiva sostenendo esplicitamente che l’evoluzione del costume permette di parlare liberamente dell’argomento, ma non quando esso è anormale: “la pur mutata critica morale ritiene inaccettabili le manifestazioni devianti di morbosa sessualità (mentre per il radicale mutamento dei canoni etici sono ormai disposti ad accettare le manifestazioni che, pur ai limiti del buon gusto, sono espressione di normale sessualità)” vedi infra.

18) Proc.Rep. Milano 18 novembre 1967, in Rass. Dir. Cin. 1968

19) Trib.Venezia, 23 novembre 1968, cit.

20) Sono le argomentazioni del Procuratore di Roma che il 13 settembre 1968 ne aveva ordinato il sequestro

21) Trib.Benevento, 20 ottobre 1972, cit.. Si può aggiungere che l’educazione può essere intesa anche in senso culturale. Le rappresentazioni dell’omosessualità sono scusate quando vi sia un serio intento di ricerca scientifica dietro, in “Erika”, Trib. Rimini, 19 maggio 1972, in Rass. Dir.Cin. 1973 .Nel caso di specie, però, l’intento scientifico non venne ritenuto presente.

22) Trib.Milano, 14 maggio 1947, cit; Trib.Prato, 11 dicembre 1974, in Giur.Merito,II,31,1976; Trib. Bologna, 9 dicembre 1970, in Giur.Merito, II, 71,1973; Proc.rep. Rimini,18 gennaio 1972, in Giur.Merito, II,177,1972

23) “Uno stato laico, democratico e repubblicano non può accordare una tutela penale privilegiata alla religione cattolica, considerandola “religione dello Stato”, senza con ciò violare i principi fondamentali della Costituzione”. È questo il principio che è possibile ricavare dalla lettura della sentenza n. 508 del 13 novembre 2000, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 402 del codice penale, intitolato appunto “Vilipendio della religione dello Stato”, per contrasto con gli articoli 3 ed 8 della Costituzione. La Consulta era stata investita della questione con un’ordinanza del 5 novembre 1998, con la quale la Corte di cassazione ha dubitato della legittimità costituzione dell’art.402, in riferimento agli art.3 c.1 e 8 c.1 Cost.

24) Processo allo spettacolo, cit.

25) Cass. del Regno, ud. 30 maggio 1934, Romano, cit.

26) Trib.Roma, 24 marzo 1979, in Foro It.,II,457,1980

27) Cass. Pen., III, 20 febbraio 1970, Muscolo, in Foro It., II,110,1971. La sentenza conferma l’appello del 28 giugno 1968

28) App.Milano, 21 novembre 1967, in Dir. Aut. 1968

29) Trib.Roma, 23 dicembre 1963, in Rass. Dir.Cin. 1963

30) Argomentazioni simili si trovano anche nel caso del “Decameron” di Pasolini. Dopo avere argomentato quanto sopra, il giudice taglia la testa al toro: “Tali novelle sono espressioni tipiche dello stile del Pasolini, e piaceranno se ed in quanto piaccia questo stile allo spettatore”, vale a dire che non sono oscene secondo la corretta esegesi che può farne una persona di cultura; ciò detto, il resto è una questione di gusto personale; in G.I. Trib.Trento, 27 agosto 1971, in Rass. Dir.Cin. 1971

31) E le argomentazioni sono sempre le stesse, anche quando ci si riferisce alla religione: non si deve calcolare l’offesa sulla capacità di penetrazione degli intellettuali, ma delle masse. Naturalmente la sentenza è di condanna (l’appello riformerà). Così nel primo grado di “Rogopag”, l’episodio della “Ricotta”, sempre di Pasolini, viene affermato “ Con la sua opera il Pasolini non si rivolge soltanto ad un’élite di intellettuali, che nella loro sufficienza traggono motivi per disquisire su cose e sentimenti sacri, di cui magari nella loro incredulità hanno maturato il superamento. E neppure l’opera di Pasolini è destinata alla sola meditazione di chi , con la propria cultura e la propria educazione religiosa non si sente affatto scalfito nella sua fede. L’opera del Pasolini è destinata a tutti e cioè alla massa completa del popolo italiano , ancora gelosa del proprio patrimonio spirituale, ma appunto per questo meno difesa e più soggetta a subire gli attacchi ideologici di chi ,con disinvoltura ed abilità riesca a mettere in ridicolo e a immiserire le componenti essenziali della sua credenza”; Trib. Roma, 7 marzo 1963, in Rass. Dir. Cin. 1964

32) Bella ed appassionata disquisizione del Proc. Rep.Trib.Milano, 10 giugno 1970, in Rass. Dir.Cin. 1971,che segnaliamo non tanto per il giudizio sulla validità di alcune opere d’arte, ma perché uno dei rari casi in cui la magistratura è sembrata accorgersi del problema dell’ineguaglianza sostanziale nelle decisoni su arte ed osceno.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend