Siamo stati tutti colpiti dalle alluvioni in Emilia-Romagna, dal dramma di migliaia di famiglie che, in alcuni casi, hanno perso anche i loro cari. E siamo rimasti ugualmente commossi nel vedere centinaia di ragazzi lasciare i loro studi e le loro attività per prestare soccorso. Li hanno chiamati “angeli del fango”. Perché?

«Per voglia di esserci e per dare il mio contributo» (Veronica Zarattin, veneta); «per non tirarmi indietro» (Pier Vincenzo Piazza, siciliano); «è doveroso, dobbiamo impegnarci» (Amelie Viuller, valdostana). Tutti studenti universitari. A dispetto di ciò che in genere si dice dei giovani italiani, questi ragazzi hanno dato una lezione a tutti i loro coetanei e a tutti noi.

Alla loro spontaneità abbiamo sovrapposto l’enfasi comunicativa della nostra società mediatica. Un eccesso, questo, che denuncia una ordinaria carenza sentimentale rispetto alla quale abbiamo bisogno di credere e far credere che siano ancora possibili esempi di generosità, capaci di smentire il nostro inveterato scetticismo sulla società moderna.

Una tale smentita è arrivata, ma da parte di tante ragazze e di tanti ragazzi che si sono impegnati, in modo sincero, senza pretese e senza attese. Un esempio, questo, di quella morale insita in noi, gratuita, di cui parlava Kant quando affermava che il senso del dovere non deriva dal mio sentimento di contentezza: per quanto posso provare compiacimento per un’azione, questo piacere personale non è il suo motivo determinante. Ecco, parlando con quei ragazzi ho compreso che la loro solidarietà nelle regioni alluvionate è stata del tutto spontanea, priva di secondi fini. Ed ecco perché, nelle loro azioni, dobbiamo vedere una rinnovata linfa della nostra società.

In Emilia-Romagna abbiamo assistito ad una sorta di chiamata, un appello alla nostra coscienza ad aiutare tutti, indistintamente. Un esempio visibile, concreto, questo, della potenziale universalità posseduta dai nostri sentimenti solidali; un retaggio antico di quel senso di comunità che, per lungo tempo, ha animato il nostro vivere sociale. La solidarietà emotivamente sorretta ha, cioè, evocato un modo di stare insieme contraddistinto dalla predisposizione fiduciosa verso gli altri, verso tutti gli altri, ossia ha richiamato l’esigenza dell’uomo della socialità ampia.

Del resto, vivere in società comporta necessariamente la condivisione di situazioni rispetto alle quali non possiamo considerarci del tutto estranei, o, peggio, indifferenti. Al contrario, l’esercizio di una socialità solidale dovrebbe permeare di sé i nostri costumi e le nostre abitudini di vita, così da diventare prassi consueta e cifra di una civiltà, tale da rifondare la nostra stessa personalità, la quale, appunto, si costruisce anche in rapporto a ciò che si fa. A questo punto, il singolo si sentirà parte di una totalità più grande e, all’interno di questo insieme, potrà trovare un senso autentico alla sua vita.

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Immagine di copertina @ANSA

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