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La crescente complessità dell’organizzazione anatomica e funzionale del cervello ha reso possibile l’evoluzione della specie umana e la sua progressiva diffusione sulla Terra. “Ominazione” è l’insieme dei processi evolutivi del tutto casuali sui quali ha agito principalmente la selezione naturale, e che per serie successive di modificazioni sia morfologiche sia strutturali hanno prodotto, affermandosi, la nostra trasformazione da scimmie in esseri sociali e culturali, in persone consapevoli di se stesse

La lenta ma inarrestabile espansione cerebrale e i conseguenti cambiamenti cognitivi sono stati resi possibili lungo il percorso evolutivo sostanzialmente da due fattori: una alimentazione adatta a sostenere il costo metabolico di un cervello che via via aumentava di dimensioni e complessità  funzionando senza sosta e il vivere all’interno di un gruppo di consimili che ha significato non soltanto l’affinamento delle tecniche di caccia e di raccolta, ma anche più controllo, protezione e contrapposizione  nei confronti di predatori, estranei e nemici del gruppo stesso.

L’idea di Charles Darwin secondo il quale “la differenza tra l’Uomo e gli animali superiori è certamente di grado non di tipo” e dunque fosse da attribuire alle dimensioni del cervello, ha resistito fino agli anni ’60 del secolo scorso quando Ralph Holloway, antropologo della Columbia University di New York, suggerì che la evoluzione delle capacità cognitive potesse essere ascrivibile non tanto ad un semplice aumento delle dimensioni del cervello quanto ad una vera e propria riorganizzazione della sua struttura.

Nel 1999 a sostegno della sua intuizione, Holloway ebbe le prove scientifiche da Todd Preuss, neurologo e neurofarmacologo della Emory University di Atlanta in Georgia, che insieme al suo gruppo individuò per primo differenze microscopiche nella organizzazione cerebrale di uomini e scimmie.

Leon Festinger, uno dei più importanti psicologi sociali e cognitivisti americani, docente del MIT (Massachussets Institute of Technology)  e membro della National Academy of Sciences, sostiene che “il bipedismo, tappa fondamentale della evoluzione umana, ha reso possibile inventare una straordinaria varietà di usi per mani e braccia”.

Secondo Festinger, avrebbero portato alla evoluzione del cervello la curiosità insieme alla capacità di inventare e di imitare, qualità entrambe presenti negli uomini, sebbene in misura differente, ma molto rare tra gli animali. La specie alla quale apparteniamo può essere considerata a ragion veduta quella dove l’evoluzione culturale raggiunge la sua massima espressione.

Disponiamo di un enorme repertorio di abilità molte delle quali altamente sofisticate che, combinandosi tra di loro, possono generare altre capacità. Tutto ciò ha sicuramente comportato una riorganizzazione imponente nella struttura del nostro cervello.

Cosa sia accaduto perché tutto ciò potesse realizzarsi è ancora avvolto nel mistero.  Ad ogni modo è stato chiarito che le nostre capacità non hanno, se non in minima parte, nessuna relazione con le dimensioni cerebrali raggiunte nel corso della evoluzione le quali dipendono, più che dall’aumento del numero delle cellule, soprattutto dalle loro connessioni soggette ad una  continua trasformazione su uno schema di base, una sorta di impalcatura fissa, stabile, sulla quale hanno via via formato qualcosa di molto simile ad una foresta, un denso intreccio di prolungamenti cellulari in contatto fisico e biochimico tra loro.

 In questa jungla il disordine è però soltanto apparente poiché  le reti nervose hanno la tendenza a specializzarsi e hanno generato i cosiddetti “moduli funzionali” costituiti da raggruppamenti di neuroni connessi tra loro e appunto specializzati in funzioni specifiche.

I segnali generati dai moduli nel corso della loro funzione possono essere trasmessi mediante specifiche sostanze biochimiche a quelli di altre regioni cerebrali che,  attivandosi a loro volta,  potranno continuare a trasmettere i loro segnali eccitatori oppure attenuare  o addirittura bloccare la comunicazione utilizzando molecole di differenti neurotrasmettitori.

Prima di andare avanti desidero ricordare il significato di alcuni termini.

Encefalo è tutto ciò che si trova all’interno di quella “cassaforte ossea” rappresentata dal cranio. La parola viene direttamente dalla lingua greca; è composta da en=dentro e kefalé=testa, encefalo è dunque ciò che sta dentro la testa. Comprende il cervello, cioè i due emisferi cerebrali collegati tra loro da  fibre nervose, il cervelletto, il tronco dell’encefalo che è il prolungamento del midollo spinale all’interno del cranio.

La parte più esterna del cervello è la corteccia cerebrale che ha un aspetto molto irregolare e viene indicata con nomi diversi - frontale, temporale, parietale, occipitale- in riferimento all’osso del cranio che le sta sopra e la protegge; ad esempio la corteccia temporale è quella regione di corteccia cerebrale della parte di cervello coperta dall’osso temporale. Le cellule del cervello sono i neuroni e le cellule della glia. Qui per semplificare verranno presi in considerazione soltanto i neuroni, cellule che hanno la peculiarità di “attivarsi” generando impulsi bioelettrici in risposta a stimoli specifici. Ad esempio ci sono i neuroni specializzati nel recepire i suoni, altri specializzati nella visione di oggetti in movimento, altri ancora che si attivano per stimoli di tipo meccanico come quando stringiamo la mano a chi vogliamo salutare oppure accarezziamo la testa di un bimbo e così  via.

Ho detto prima che i neuroni si “attivano” ma si può anche dire che si “eccitano”. Eccitarsi, è questa la loro caratteristica e si palesa a seguito di un rapido cambiamento della concentrazione di determinati elementi biochimici dentro di essi e fuori da essi, tale da generare un flusso bioelettrico che, se risulta sufficiente secondo criteri di intensità e durata variabili in relazione ai diversi tipi di neuroni, può trasmettersi ad altri gruppi di cellule.

Aree diverse comunicano tra loro raccontandosi, per così dire, cosa hanno recepito dal loro punto di vista, e fanno sì che molte di queste informazioni emergano al livello di consapevolezza.

Facciamo un esempio: quando pronunciamo una parola, il suono articolato della nostra voce attiverà i neuroni di una determinata regione cerebrale; si ecciteranno  neuroni differenti se la parola verrà ascoltata da noi ma pronunciata da un’altra persona; altri ancora se leggeremo mentalmente la medesima parola scritta sulle pagine di un libro o sullo schermo del televisore o del computer e così via.

Tutti i gruppi di neuroni che sono stati attivati da stimoli specifici produrranno, grazie a un processo rapido e sofisticato, una sintesi dei molteplici aspetti dello stimolo traducendola in una percezione accurata della quale diventeremo velocemente consapevoli.

Il livello più evoluto del nostro cervello corrisponde alla neocorteccia che, come dice il nome, è la parte di corteccia cerebrale di formazione relativamente recente.

Posta al di sopra dei due strati di corteccia più interni e precedenti, la archicorteccia rappresentata dal sistema limbico e la paleocorteccia di età intermedia tra neo – e archicorteccia,  si è notevolmente estesa (se si appiattisse misurerebbe circa 2000 cm2 con una certa variabilità tra individui) lungo il percorso evolutivo dell’Uomo e, mediante un processo noto come “girificazione”, ha potuto adattarsi alle dimensioni del cranio formando ripiegamenti(i cosiddetti “giri”), solchi, avvallamenti e stropicciature.

I suoi circa 30 miliardi di neuroni producono pensiero, conoscenza, creatività, movimento e anche l’etica, la logica, la capacità di prevedere le conseguenze di una azione, il linguaggio, la memoria nelle sue tante espressioni e così via, insomma tutto quello che ci rende unici.

I circuiti formati dai suoi neuroni sono per lo più simmetricamente duplicati in ambedue gli emisferi cerebrali. Si tratta di simmetrie anatomiche e funzionali proprie dell’Uomo e anche di talune altre specie animali, ma nel nostro cervello risultano particolarmente numerose. Abbiamo tuttavia anche circuiti unilaterali presenti  soltanto in un emisfero senza il corrispettivo speculare nell’altro contralaterale.

Per quanto riguarda i diversi tipi di neuroni c’è da dire che alcuni di essi sono sicuramente specie-specifici; in più lo stesso tipo di neurone può avere in una specie proprietà non riscontrabili in una specie diversa. Per fare un esempio consideriamo i neuroni di von Economo. Scoperti nel cervello dell’Uomo, sono coinvolti nei circuiti relativi alla consapevolezza di Sé e del proprio ambiente sociale e nei processi rapidi  e intuitivi che ci permettono di selezionare tra le azioni possibili e di decidere quella che ci sembra la più appropriata in relazione a quel momento e in quelle circostanze, mentre non sappiamo ancora con certezza come possano intervenire nelle grandi scimmie, nei delfini e in certi tipi di balene dove sono stati scoperti di recente.

Il nostro cervello di sapiens, divenuto lungo il viaggio evolutivo una entità straordinariamente complessa, è dotato di una grande gamma di abilità rappresentate da reti e sistemi differenti organizzati non da un centro decisionale unico ma da una costellazione di centri decisionali diffusi. A questo proposito è davvero curioso che, pur avendo un cervello con più sistemi di controllo, noi ci sentiamo, ci percepiamo come entità “unitaria” con la convinzione assoluta e rocciosa quanto illusoria e misteriosa, che tutto sia riconducibile ad un capo, un responsabile, un Sé che prende tutte le decisioni su come dobbiamo comportarci, su come muoverci nel nostro mondo.

É possibile spiegare la sensazione di un Sé unico ed integrato se siamo costituiti da tanti moduli? Le reti del nostro cervello sono distribuite e specializzate. Alcune, innate e geneticamente determinate, sono proprie del genere umano, altre le condividiamo con certi animali, altre ancora appartengono a taluni animali mentre noi ne siamo privi.

E poi, cos’è la coscienza? A cosa si deve attribuire?

La coscienza può essere definita sostanzialmente come la capacità di essere consapevoli di Sé e del mondo circostante.

La coscienza scorre incessantemente,  interpreta  ed elabora percezioni, ricordi, azioni e genera una narrazione personale, unica e coerente, che corrisponde alla nostra storia vissuta e funziona secondo un processo “post hoc” cioè a cose fatte, a cose già avvenute.

Molti neuroscienziati ritengono che la coscienza venga generata dal lavoro di più moduli di neuroni specializzati in una specifica capacità, dei quali si è già fatto cenno. 

Di cosa avvenga al di sotto della soglia di coscienza siamo del tutto inconsapevoli e, senza che ce ne rendiamo conto, il cervello inconscio lavora incessantemente per mantenere funzionanti ed efficienti i processi adattativi e regolatori che garantiscono non una stabilità immutabile ma invece una moderata variabilità dei parametri vitali in risposta alla costante mutevolezza delle condizioni ambientali.         

A tutti noi è chiaro che l’ambiente fisico in cui viviamo non è certo fisso e stabile, è al contrario instabile, a volte cambia anche in modo significativo e i cambiamenti di quanto sta intorno a noi sicuramente influiscono sui nostri pensieri, sui nostri comportamenti e probabilmente sul nostro genoma  che rappresenta quelli che sono i fattori ereditari contenuti nei cromosomi.

Ci è chiaro anche che la sopravvivenza di un neonato così come quella di un adulto dipende moltissimo dalle risposte innate, automatiche, geneticamente trasmesse e per questo affidabili ed economiche, senza dubbio più che da quelle che conosciamo e apprendiamo nel corso della vita grazie alla esperienza ma anche attraverso processi di tipo culturale che comunque richiedono tempo ed energia e potrebbero essere non sempre disponibili.

Questo insieme di reazioni fa sì che ciò che viene svolto dai nostri apparati e sistemi-  la respirazione, le contrazioni cardiache, il mantenimento della temperatura corporea etc. etc. – rappresenti di volta in volta, in linea con le necessità del momento, la risposta più appropriata perché possano continuare ad attuarsi gli innumerevoli processi biochimici che garantiscono, naturalmente entro certi limiti, la nostra esistenza.

Le Neuroscienze ci hanno rivelato che gran parte del lavoro dell’organismo si svolge al di sotto dello stato di coscienza, senza alcun intervento della volontà e della consapevolezza, salvo che per qualcuno degli effetti (ci accorgiamo se il nostro cuore batte più velocemente o se uriniamo più del solito).

I lavori del cervello inconscio non sono dunque manifesti e, dal momento che sono veloci, precisi, efficienti sono stati favoriti dalla selezione naturale. Diversamente, i processi di cui siamo consapevoli sono lenti e costosi in termini energetici. Intendiamoci, cervello consapevole e cervello inconscio non sono due pianeti isolati e distanti; malgrado siamo portati a pensare il contrario, comunicano, interagiscono, hanno bisogno l’uno dell’altro per garantire, ognuno a suo modo, la sopravvivenza e la riproduzione poiché è proprio questo che la natura vuole, che la specie non si estingua.

I processi inconsci intervengono anche nell’ambito sociale. Pensiamo ad esempio ai legami che stabiliamo con i nostri consimili oppure a ciò che sta dietro ai nostri giudizi, o a come riusciamo ad accorgerci e a riconoscere chi ha intenzione di ingannarci, chi non è sincero e così via.

Facciamo davvero fatica ad immaginare e anche ad accettare che questi processi così complessi si realizzino nella totale assenza di un capo, una guida, un direttore d’orchestra per così dire, un qualche principio organizzativo esterno, una gerarchia, un referente che sovraintenda, vigili e controlli tutto. Così, malgrado non ci sia nessuno ad occupare la cabina di comando, abbiamo la netta impressione che tutto avvenga grazie alla supervisione di qualcuno, un qualcuno per ciascuno di noi.

 A cosa si deve la sensazione che tutto sia sotto controllo?

E’ ormai quasi del tutto certo che sia opera dell’emisfero cerebrale sinistro che tende a dare ordine al disordine, l’emisfero che crea una storia, quello che contestualizza dandosi una spiegazione, creandosi un perché, il medesimo che costruisce una relazione causa-effetto mettendo in piedi una struttura anche dove questa sembrerebbe non esistere.

E’ sempre l’emisfero sinistro che interviene nella sfera emozionale cercando ad esempio una spiegazione ai nostri cambiamenti di umore.

Le sue sceneggiature sono il risultato di un processo di interpretazione di tutte le informazioni che riceve, vere e anche non vere, utili per metter su una impalcatura narrativa che abbia senso, che sia cioè “razionale”.

Tutto ciò a volte può portarci fuori strada e far sì che interpretiamo erroneamente molte delle nostre reazioni emotive. Da qui possono nascere fobie poiché le interpretazioni di uno stato d’animo alterato generalmente si consolidano e si memorizzano.

E che ruolo ha l’emisfero destro? É attrezzato come il sinistro per fornire spiegazioni alle emozioni, ai pensieri, ai comportamenti?

Uno dei tanti studi condotti su soggetti “split-brain” può aiutarci a capire.

I soggetti split-brain (cervello diviso, in inglese) sono pazienti che, a causa di forme molto gravi di epilessia non controllabili con i farmaci, vengono operati di commissurotomia, cioè di resezione chirurgica del corpo calloso, robusto contingente di fibre nervose che collega anatomicamente e funzionalmente i due emisferi cerebrali. 

La commissurotomia impedisce che l’eccitazione patologica, abnorme e sincrona di un certo numero di neuroni in una determinata area di uno degli emisferi, possa diffondersi anche all’emisfero “sano” con l’inevitabile aggravamento di tutta una serie di manifestazioni di tipo motorio – convulsioni – e cognitivo – le cosiddette assenze.

I soggetti split-brain sono stati fondamentali per scoprire le peculiarità e le specializzazioni che ciascuno dei due emisferi possiede ivi compreso il diverso modo di analizzare l’ambiente, il mondo.

Oggi sappiamo che l’emisfero sinistro, come se sentisse la necessità di uno schema, tende a cercare, a dedurre una causa e a dare spiegazioni.

 L’emisfero destro tende invece a massimizzare cioè a spiegare gli eventi sulla base di ciò che nel passato si è verificato più frequentemente. É totalmente fedele alla realtà, non perde mai di vista i fatti reali, ricorda con straordinaria accuratezza ciò che vede e, a differenza dell’emisfero sinistro, non include nella sua narrazione un qualsiasi elemento estraneo al materiale originario reale. É inoltre molto abile nei compiti visivi che prevedono elaborazioni complesse (per esempio riesce molto bene a distinguere tra immagini vere e speculari e sa ruotare mentalmente oggetti complessi) e anche nelle operazioni di discriminazione temporale (per esempio sa se due soggetti compaiono in sequenza su uno schermo per un tempo uguale oppure no).

IL LIBERO ARBITRIO, LA LIBERTA’ DI SCEGLIERE

Il processo di “razionalizzazione” attuato costantemente dall’emisfero sinistro e perfezionato lungo il nostro percorso evolutivo ha notevoli ricadute sulla responsabilità personale, sulla morale e sul libero arbitrio, grazie alle quali gli esseri umani hanno potuto sopravvivere e riprodursi.

Nel momento attuale, le scoperte nel campo delle Neuroscienze hanno aperto le porte alla tendenza di considerare l’Uomo come una macchina biologica soggetta alle stesse leggi chimiche e fisiche che governano il mondo, riducendo notevolmente il ruolo del libero arbitrio e la responsabilità delle proprie azioni.

É necessario fare molta attenzione a non abbracciare questa tendenza poiché è assolutamente sbagliato ritenere che la scienza possa affermarsi  annullando secoli di pensiero su principi di etica e di filosofia. Al contrario è proprio grazie alla relazione vitale e al dialogo costante tra la scienza, la filosofia e l’etica che quei medesimi concetti possono arricchirsi di nuovi significati.

Cosa si deve intendere per libero arbitrio? Secondo la filosofia classica il libero arbitrio è una scelta, la scelta di un comportamento, che non è determinata da forze di natura fisica né da qualcosa di non fisico come il destino oppure una divinità, bensì da ciascuno, dal cervello di ciascuno di noi, capace di scegliere nella assoluta libertà da qualsivoglia ingerenza se non stati mentali, pensieri, convinzioni, desideri e cose del genere, in grado di orientare la scelta di agire in un modo piuttosto che in un altro.

Tutti noi siamo convinti di godere di questa possibilità e, come hanno dimostrato molti ingegnosi esperimenti, comunità e singoli individui si comportano meglio se hanno la sicurezza di scegliere e di agire in piena libertà e ritengono di poter prendere ogni decisione in autonomia e senza alcuna pressione.

Credere nel libero arbitrio è opportuno e utile per imbrigliare e controllare gli impulsi egoistici e i comportamenti aggressivi.

Ma come possiamo spiegare questi processi e i loro risultati se teniamo presente che il cervello è un sistema dinamico, funziona costantemente, riceve informazioni da fonti diverse, le elabora e sceglie e soltanto a questo punto del processo emerge la nostra coscienza?

In sostanza, se le nostre scelte, le nostre decisioni, i nostri comportamenti vengono avviati senza che ne abbiamo consapevolezza, come possiamo ritenere che siano stati prodotti dalla volontà cosciente?

 La scienza non ha ancora chiarito il processo mediante il quale il cervello, entità fisica, generi la mente, astratta, impalpabile, qualcosa di nebuloso che però ci rende così speciali e unici; non tutti gli scienziati poi ritengono che il cervello, soltanto perché è una entità fisica, come tutto ciò che è fisico debba essere determinato e dunque prevedibile, rendendoci automi privi di volontà, governati da forze fisiche e chimiche, le medesime alle quali è soggetto il mondo naturale.

Non si conoscono ancora le leggi deterministiche di un sistema nervoso in azione ed è verosimile che le leggi e i principi che lo governano siano differenti a seconda dei diversi livelli della sua organizzazione.

Quando consideriamo i livelli superiori del sistema nervoso – e il pensiero cosciente è una proprietà di livello superiore – si devono applicare regole nuove. La mente è senza alcuna discussione una proprietà del cervello e dipende da questo anche se ne è in qualche modo indipendente.

Ad ogni modo, quando aumenta la complessità di un processo aumenta in modo esponenziale anche il numero dei componenti e dei parametri con esso correlati.

LA MENTE SOCIALE

Il neuroscienziato Michael Gazzaniga, direttore del SAGE Center for The Study of Mind, Università della California a Santa Barbara (UCSB), sostiene che “la responsabilità delle proprie scelte, azioni e comportamenti deriva dallo scambio sociale; lo scambio sociale richiede più di un cervello e la interazione tra più cervelli fa emergere elementi nuovi, altrimenti non prevedibili e si stabiliscono sistemi di regole tra i quali libertà e responsabilità”.

 La capacità di interagire con gli altri è una delle abilità che possediamo fin dalla nascita e funziona da subito proprio perché non è appresa ma, in un certo senso, è “preconfezionata”.

Siamo in grado fin da piccolissimi – già in età preverbale – di valutare gli atteggiamenti degli altri e di capire chi ha un atteggiamento altruista e chi invece no. Questa capacità è particolarmente vantaggiosa per gli essere umani i quali acquisiscono autonomia e indipendenza dopo un tempo molto lungo.

TEORIA DELLA MENTE

Nel 1978 David Premach, psicologo della Università della Pennsylvania, definì “Teoria della Mente” – in inglese TOM, acronimo di Theory Of Mind – una facoltà umana che aveva notato appena abbozzata nei bambini a partire dai 18 mesi di età e che sembrava via via svilupparsi fino a manifestarsi pienamente intorno a 5-6 anni di età.

La teoria della mente venne descritta da Premach come la capacità di capire stati mentali, pensieri, convinzioni, desideri generati nella mente di un’altra persona.

I “neuroni specchio” scoperti nella corteccia cerebrale di scimmia da Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato dell’Università di Parma e dal suo gruppo, sono presenti anche nel cervello umano e rappresentano la prima prova concreta del rapporto tra il riconoscimento di un’azione compiuta da un’altra persona e la comprensione delle sue finalità, come anche nella imitazione di un’azione e nella comprensione dei suoi scopi.

Osserviamo e comprendiamo azioni e anche emozioni altrui mediante un complesso processo di riconoscimento e analisi che emerge al livello di coscienza e ci fa provare ciò che prova la persona che stiamo osservando.

Si tratta di una immedesimazione profonda, una vera e propria immersione negli stati mentali e anche fisici altrui (coinvolgimento delle ghiandole surrenali che producono grandi quantità di catecolammine, adrenalina soprattutto) attraverso una simulazione del tutto involontaria.

Nelle persone affette da Autismo si osserva l’incapacità di comprendere gli stati d’animo degli altri con la conseguente compromissione, anche molto grave, delle loro capacità sociali.

IL CONTAGGIO EMOTIVO

La tendenza  spontanea, inconscia e del tutto priva dell’intervento della volontà, di imitare le espressioni facciali, il modo di muoversi, di parlare e buona parte degli atteggiamenti di una altra persona, viene definita “contagio emotivo”.

Si tratta di un processo adattativo senza dubbio vantaggioso soprattutto quando riguarda la mimica facciale che, con le sue tante espressioni, costituisce la caratteristica sociale più evidente del genere umano.

Imitare è un segnale di appartenenza a un gruppo, favorisce e rafforza le relazioni tra i componenti e, di conseguenza, l’unità e la sicurezza di quella comunità. É innegabile che andiamo più d’accordo e siamo più disponibili e collaboranti con chi è in qualche modo simile a noi.

Con chi sentiamo più vicino, con chi ci piace di più ci intratteniamo volentieri e con buona e rilassata disposizione d’animo. Al contrario, se c’è competizione o se dobbiamo necessariamente metterci in relazione con chi è estraneo al gruppo di cui siamo membri o con chi la pensa diversamente da noi, il nostro atteggiamento cambia completamente, almeno all’inizio. Infatti, non ne imitiamo la mimica, ci teniamo a distanza di sicurezza, siamo prudenti, guardinghi, perfino ostili.

Beninteso, nel tempo il livello di queste “precauzioni” può rimanere identico, aumentare o anche ridursi fino a scomparire per il sopravvento di un atteggiamento più aperto dovuto a curiosità, interesse, ammirazione, deferenza e così via.

Diversamente dalla imitazione involontaria, automatica, degli atteggiamenti mimici e posturali altrui, quella volontaria non è sempre vantaggiosa; innanzitutto, non  essendo inconsapevole, richiede tempo ed energia e poi perché rischia di apparire come artefatta, non spontanea né sincera.

Gli esseri umani certamente sono e molto probabilmente sono stati e continueranno ad essere degli straordinari imitatori volontari. Questa loro attitudine viene condivisa soltanto con le grandi scimmie, con quei meravigliosi cetacei che sono i delfini e anche con certi uccelli.

A tutte le latitudini gli esseri umani mentono, simulano, dissimulano e imitano comportamenti ed emozioni utilizzando queste attitudini per comunicare e per muoversi nella complessità delle nostre società.

Nell’articolo “Il lungo cammino dei nostri antenati” ho voluto sottolineare che i comportamenti sociali hanno avuto inizio con la fine del nomadismo dei cacciatori-raccoglitori preistorici via via sostituito da uno stile di vita stanziale grazie allo sviluppo della agricoltura e dell’allevamento, quando sono venute man mano a formarsi comunità di individui sempre più folte, all’interno delle quali diminuivano l’aggressività e gli atti di violenza, mentre si andava affermando tra i membri un atteggiamento collaborativo e di aiuto reciproco.

Sebbene nel momento storico attuale le cronache quotidiane ci sembrino provare il contrario, siamo una specie a cui non piace uccidere e contrapporsi ferocemente ai nostri consimili e siamo consapevoli che la vita di ciascuno di noi è legata a quella degli altri. In ambito sociale, coloro che hanno saputo adattarsi e rispondere meglio alle regole e alle pratiche sociali hanno avuto più possibilità di sopravvivere e riprodursi, sono stati dunque favoriti dalla selezione naturale.

 Abbiamo un senso innato del comportamento più appropriato o invece questo è figlio di ragionamenti e induzioni? Filosofie e religioni dibattono da secoli su questo tema e oggi, fiduciosi nelle risposte delle neuroscienze, ci domandiamo se il cervello dispone di aree e circuiti utili a prendere decisioni che hanno implicazioni morali.

Siamo capaci e desideriamo stabilire relazioni con gli altri e attualmente con i sistemi informatici entriamo con facilità nelle comunità dei social attraverso le quali ci mettiamo in contatto con centinaia di “amici”. In realtà è possibile mantenere rapporti con un numero limitato di persone poiché per farlo ci vogliono tempo e dedizione, complesse capacità di elaborazione, specializzazioni specifiche, capacità di modificare in modo sensibile il nostro ambiente, stabilendo gerarchie, affermando norme sociali, orientamenti morali, facendo ricorso anche a credo religiosi e a credenze per controllare e organizzare la comunità.

 I cambiamenti dell’ambiente, del mondo intorno a noi, sicuramente influiscono sui nostri comportamenti, sui nostri pensieri e probabilmente anche sul nostro genoma che rappresenta quelli che sono i fattori ereditari contenuti nei cromosomi.

É così anche in ambito sociale; coloro che da quando esistono le comunità hanno saputo adattarsi e rispondere meglio alle regole ed alle pratiche sociali hanno avuto la possibilità di sopravvivere e di riprodursi, sono stati cioè favoriti dalla selezione naturale.

Dal momento che il comportamento di ciascun componente caratterizza il gruppo sociale a cui appartiene che comunque si evolve e pone dei limiti al comportamento individuale, è verosimile che i limiti imposti ai comportamenti egoistici abbiano determinato via via modificazioni genetiche tali da spingere alla cooperazione i singoli componenti.

Controllando la naturale tendenza alla aggressività ed alla competizione e isolando dal gruppo chi “dissentiva”, l’Uomo ha potuto formare e vivere in comunità sempre più estese. Il nostro maggiore interesse è senza alcun dubbio il mondo sociale e le relazioni sociali occupano gran parte del nostro tempo e delle nostre energie.

VIOLARE LE REGOLE

Da quando gli uomini hanno iniziato a vivere insieme, si sono dati regole e leggi per garantire ordine, per punire i dissidenti, per prevenire le dispute, regole e leggi che ciascun membro ha dovuto e deve rispettare. In sostanza, la vita degli appartenenti ad una comunità viene regolata da ordinamenti giuridici, senza trascurare il ruolo dei rituali, fenomeni importanti nelle società umane come in quelle animali, che hanno sempre prodotto un rafforzamento dei legami e un maggiore senso di appartenenza tra i membri di ogni gruppo.

La violazione di una qualsivoglia regola viene considerata un’offesa oltre che all’individuo a tutta la società, con conseguenze che si basano sul principio della cosiddetta “giustizia retributiva” secondo la quale – almeno in teoria – chi venga riconosciuto responsabile di un crimine, merita di scontare una pena commisurata all’entità del crimine commesso.

 La legge tuttavia non considera il crimine tout court, cioè avulso dal contesto, poiché per formulare un giudizio si deve tenere conto di circostanze e testimonianze, dell’ambiente culturale nel quale il crimine è stato consumato, delle motivazioni e dei sentimenti dell’inquisito, di come la comunità, la società percepisce quel crimine e tanto altro.

É poi di estrema importanza delimitare la responsabilità penale di un imputato, in particolare se è affetto da una qualche malattia mentale a causa della quale potrebbe essere stato, in qualche misura, inconsapevole della portata della propria azione.

Oggi disponiamo di importanti e fondamentali conoscenze scientifiche sul cervello e si stanno facendo enormi progressi sulla conoscenza della mente, del rapporto mente/cervello e del comportamento, grazie alle moderne metodiche di indagine di brain imaging come TAC, PET e RMf. Soprattutto la RMf -Risonanza Magnetica funzionale-operando scansioni cerebrali multiple, permette di individuare attraverso un calcolo probabilistico dove si svolge nel tempo una certa attività neuronale.

Sappiamo che un comportamento anormale non può essere attribuito automaticamente ad anormalità cerebrali riscontrate mediante esami di neuroimaging nell’ambito di un reato. Allo stesso modo non è automatico che avere un cervello anormale comporti necessariamente una incapacità di comprendere e di rispettare le regole, dunque di agire responsabilmente.

É da tenere sempre presente che per diversi motivi i cervelli sono differenti tra loro come lo sono le impronte digitali. Ciascun cervello ha una configurazione unica per forma, misura, peso e organizzazione della fitta rete di fibre nervose. E così, cela va sans dire, ciascuno di noi risolve i problemi in maniera diversa.

Nel momento attuale non è possibile utilizzare esami di neuroimaging nelle aule dei tribunali, oltre che per quanto esposto anche per i seguenti diversi motivi:

Il cervello elabora senza sosta e di pari passo cambiano emozioni, pensieri, programmi, la mente insomma. Pertanto ciò che un esame di neuroimaging registra non può rispecchiare ciò che, mentre l’imputato stava compiendo il crimine, il suo cervello stava elaborando.

Il cervello, i suoi neuroni e la loro organizzazione sono sensibili a numerosi fattori come farmaci, alcool, droghe, patologie, affaticamento etc. etc. Sul comportamento agiscono anche i ritmi biologici in particolare quelli circadiani (relativi cioè alle 24 h di una giornata) come sappiamo tutti per esperienza. Per esempio riusciamo a risolvere un compito più facilmente in certe ore della giornata piuttosto che in altre.

É inoltre straordinariamente rilevante l’influenza esercitata sul pensiero dal  patrimonio genetico, ma soprattutto dalla cultura .

LA CULTURA, I GENI E I PROCESSI COGNITIVI

Richard E. Nisbett, professore di Psicologia Sociale presso l’Università del Michigan e membro della National Academy of Sciences, nel suo libro The Geography Of Thought: How Asians And Westerners Think Differently And Why sostiene che Asiatici e Occidentali appartengono a culture diverse, utilizzano processi cognitivi diversi e di conseguenza pensano in maniera diversa.

Nisbett ritiene che alla base di tale differenza ci siano i loro sistemi sociali; da una parte quello asiatico nato dalla civiltà dell’antica Cina, dall’altra quello occidentale figlio della civiltà della Grecia antica.

A questo proposito scrive “I Greci più di qualsiasi altro popolo dell’Antichità e perfino più della maggior parte delle persone di oggi, avevano una straordinaria consapevolezza del proprio agire: erano ben consci che la direzione della loro vita dipendeva soltanto dalla volontà personale e si sentivano liberi di compiere le loro scelte in piena autonomia. Sfruttare le capacità individuali per provare a raggiungere la perfezione nel corso di una esistenza libera di costrizioni, era questa per loro una possibile definizione di felicità. Mentre per i Greci l’elemento cardine era l’agire, per i Cinesi era l’armonia. Ogni cinese era prima di tutto il membro di una collettività o piuttosto di molteplici collettività: il clan, il villaggio e, specialmente la famiglia. L’individuo non era come per i Greci una unità separata che conservava la propria identità nei diversi contesti sociali”.

Nisbett osserva che se un soggetto vede se stesso come parte integrante di una scena più ampia è capace di guardare a tutti gli aspetti del mondo in modo olistico.

Se invece vede se stesso come individuo per certi versi avulso da un contesto, guarderà in maniera individuale tutti gli aspetti del mondo.

Lo psicologo in un esperimento formò due gruppi uno di cinesi e l’altro di americani in numero uguale. Ai due gruppi separati vennero fatte vedere delle scene identiche e dopo le proiezioni venne chiesto a ciascun componente di raccontare cosa ricordasse di aver visto. Tutti i cinesi fecero riferimento ad ogni scena nel suo insieme, mentre gli americani riferirono circa quelli che ritenevano gli elementi principali di ciascuna scena. I due gruppi mostravano di essere differenti culturalmente soprattutto per un diverso modo di focalizzare l’attenzione. In coloro che vivono in comunità dove la cooperazione è la caratteristica più significativa, l’attenzione risulta essere di tipo olistico rispetto a comunità dove prevalgono le necessità e i punti di vista individuali.

Nei processi mentali che riguardano la attenzione è cruciale il ruolo del neurotrasmettitore serotonina, cioè il tramite biochimico delle connessioni tra neuroni, che interviene anche nella memoria. Ambedue le funzioni, attenzione e memoria, sono correlate all’assetto genetico dal quale possono dipendere esiti psicologici diversi a seconda del contesto culturale.

MORALE ED ETICA

Veniamo al mondo dotati per così dire di particolari “intuizioni” come il senso dell’equità, di reciprocità, di punizione. Bambini di età compresa tra 16 e 24 mesi sono in grado di aiutare, confortare e condividere cibo e giocattoli con chi abbia subito una trasgressione, mentre dimostrano di essere non soltanto meno inclini a confortare, aiutare e giocare ma tendono anzi ad isolare chi ha commesso una trasgressione. Giudicano “cattivo” chi ha violato le regole volontariamente e tendono a non considerare colpevole chi lo ha fatto involontariamente.

La maggior parte di noi ritiene giusto e si augura che un reo riceva una pena proporzionata alla gravità del reato commesso e che per assegnare una pena giusta sia necessario considerare se il reato sia stato eventualmente compiuto da chi, anche solo temporaneamente, non era pienamente responsabile delle proprie azioni.

A questo proposito bisogna tener presente che dal punto di vista neurofunzionale ogni decisione che venga presa viene preceduta, prima che il processo divenga cosciente, dalla attivazione di gruppi di cellule nervose evidenziabile tramite metodiche elettrofisiologiche.

Per quanto riguarda la “consapevolezza” vale il principio secondo il quale c’è un reo soltanto se c’è una “mens rea”, cioè se si è coscienti delle proprie intenzioni di compiere un’azione che sia buona o cattiva, legale o illegale, e delle sue eventuali conseguenze. In sostanza, se si è consapevoli di comportarsi in maniera da causare un determinato effetto, dunque se c’è “premeditazione”.

La premeditazione fa parte dei circuiti cerebrali coinvolti nella intenzionalità: la consapevolezza nasce dai sistemi emozionali e da quelli della gratificazione e del piacere.

In ogni giudizio le emozioni giocano un ruolo importante. Da un recente studio su casi ipotetici condotto utilizzando la RMf è emerso che quando i soggetti esaminati valutavano la responsabilità di un reato e assegnavano la pena da scontare, si attivavano le regioni cerebrali coinvolte nelle emozioni e la pena risultava proporzionale alla intensità della loro attività. In sostanza quanto più elevata era la indignazione morale, tanto maggiore risultava la pena da scontare.

Quasi tutti desideriamo far soffrire chi direttamente o indirettamente ha procurato dolore, sofferenze, disagi gravi. Nella realtà, tuttavia, si va e si deve andare oltre la reazione emotiva considerando la pena come una necessità contro i comportamenti antisociali, tenendo conto della sua, per così dire, inutilità se chi ha commesso il reato non ha potuto esercitare un opportuno controllo dei suoi propri comportamenti a causa di una insufficiente capacità del proprio cervello.

Il neuroscienziato Antonio R. Damasio del Brain and Creativity Institute – University of Southern California di Los Angeles, sostiene che per formulare giudizi morali le emozioni hanno un ruolo fondamentale.

Damasio e il suo gruppo, studiando soggetti che presentavano gravi lesioni dell’area di corteccia frontale dedicata alla generazione delle emozioni, hanno scoperto che i pazienti avevano difficoltà a produrre e a controllare le loro reazioni alle emozioni pur conservando inalterati intelligenza, ragionamento logico, osservanza delle norme sociali e morali.

Ai medesimi pazienti furono poste delle domande su situazioni che implicavano decisioni che li favorivano a scapito del benessere altrui. Alle domande poste dagli sperimentatori non seguivano forti reazioni emotive certificate dalla RMf, le risposte erano costantemente rapide e utilitaristiche, diversamente da quelle date dai soggetti di controllo che non avevano alcuna lesione ed erano capaci di tenere in considerazione  eventuali danni nei confronti di altri.

Sembra che ad architettare tutto sia il cervello non cosciente piuttosto che quello cosciente poiché, come già accennato prima, ogni azione, ogni movimento vengono preceduti per un tempo brevissimo dalla attività di neuroni della quale non siamo assolutamente consapevoli.

Siamo inoltre provvisti da una specie di “freno”, una sorta di meccanismo di autocontrollo di cui sono capaci i neuroni di una piccola zona della parte frontale della corteccia cerebrale, i quali inviano segnali inibitori ai neuroni che sono deputati a preparare il movimento.

Se da esami di neuroimaging dovesse risultare un difetto o una lesione nel percorso tra l’intenzione di compiere un movimento e la sua realizzazione, in un’aula di tribunale potrebbe sorgere il dubbio legittimo se il possibile colpevole sia normale o no, ma come sappiamo, una scansione cerebrale non può essere elevata a prova di colpevolezza o di non colpevolezza.

LE PENE SONO UTILI?

È chiaro a tutti che senza le pene la cooperazione all’interno di gruppi di persone è destinata a fallire. La cooperazione infatti può mantenersi se viene punito chi trasgredisce, chi non rispetta e non segue le regole condivise dal gruppo sociale al quale appartiene.

La pena determina l’allontanamento del colpevole dalla società per un tempo limitato se si tratta di prigionia o per sempre se si tratta di condanna a morte, ovviamente negli Stati che la prevedano.

Tra i suoi effetti c’è anche quello di selezionare i temperamenti cooperanti, virtuosi, utili ad aumentare la coesione del gruppo stesso.

Ad ogni buon conto la gran parte delle persone è capace di rispettare le regole attraverso il controllo inibitorio quasi costante delle proprie intenzioni inconsapevoli.

Il cervello di ciascuno di noi funziona interagendo con quello degli altri dimodoché ogni nostro comportamento potrà avere influenza su quello di un altro o di altri.

Se ci pensiamo è un bene che la “responsabilità” delle nostre scelte, decisioni e azioni non sia localizzabile nel cervello poiché se lo fosse saremmo senza alcun dubbio notevolmente vulnerabili.

É verosimile invece che sia distribuita nelle leggi, nei programmi, negli algoritmi che regolano il funzionamento dei sistemi.

Il nostro cervello è una struttura affidabile su cui hanno influenza le esperienze di vita, personali e sociali, forze potenti che agiscono sulla mente facendo sì che dalla relazione mente/cervello possa nascere la coscienza della realtà in cui ci muoviamo e la possibilità di viverla in tempo reale.

I neuroscienziati hanno l’obiettivo comune di scoprire come i principi e le leggi cui sono sottoposti tutti i moduli separati e distribuiti agiscano per dare origine a ciò che si definisce “condizione umana” che si rende presenti nel tempo, capaci di vivere la nostra vita e responsabili delle nostre scelte e delle nostre azioni.

 


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