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La riflessione di Foucault su Sorvegliare e Punire si situa in un preciso momento del suo percorso intellettuale che lo porta ad affrontare il tema secondo una prospettiva del tutto particolare, volta ad evidenziare il legame tra le procedure penali, la costruzione della società e la formazione dell'individuo moderno

«L’uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l’effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un’ “anima” lo abita e lo conduce all’esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L’anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima prigione del corpo». M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, 1975.

Intraprendere la lettura di “Sorvegliare e Punire”1 significa confrontarsi con il ruolo che, a partire dai primi anni settanta, lo studio e l’analisi del potere rivestì nel Sonderweg foucaultiano. Il pensatore francese fu, indubbiamente, affascinato dalla politica, che considerava “il tema forse più cruciale della nostra esistenza”2. Questo interesse emerse, con forza sempre maggiore, proprio nel momento in cui le ricerche incentrate sulla problematica del sapere3 lo portarono a riflettere - agli inizi degli anni Settanta4, nello stesso momento in cui elaborava le prime congetture attorno al concetto di biopolitica5 - su un duplice ordine di questioni direttamente connesse all’approccio ermeneutico e metodologico adottato negli scritti testé elencati. Sotto il profilo del metodo, Foucault era consapevole che l’“archeologia”6, da lui sviluppata nel corso degli anni Sessanta, si limitava a fornire un’analisi sincronica e strutturale senza essere in grado di spiegare diacronicamente e casualmente gli effetti di un determinato sistema concettuale7, ovvero, in ultima istanza, il passaggio da una struttura di pensiero ad un’altra8. Ne risultava una riproblematizzazione degli esiti interpretativi della sua riflessione sviluppata intorno alla tematica del sapere che apriva la porta ad un nuovo sistema di priorità9 attraverso il quale si riformulavano le istanze del decennio precedente seguentemente: Come nasce il sapere? Si tratta di qualcosa che produce o che viene prodotto? Quale è il suo rapporto con la società moderna? A partire da queste questioni Foucault, ulteriormente stimolato da una lunga riflessione su Nietzsche10, diede vita a quella svolta metodologica che prenderà il nome di “genealogia”11, ovvero lo studio della “produzione concreta dei discorsi” e dunque della “dispersione di questi in una zona dell’interazione storica che va al di là delle loro matrici di regolarità12”. Lo studioso di Poitiers proponeva, quindi, un nuovo approccio che, una volta applicato puntualmente alla problematica del sapere moderno, lo avrebbe portato a scoprire, per dirla con Gary Gutting, “that changes in thought are not themselves the products of thought”13. Tali mutamenti, infatti, si situerebbero/produrrebbero nella costante interazione “trascendentale”14 del sapere con il potere, grazie alla quale è possibile legare al potere stesso – che diviene, partendo da siffatto ragionamento, una delle questioni chiave15 della ricerca foucaultiana – una funzione positiva16, dal carattere “creativo”17. Una peculiarità che si eserciterebbe in una forma relazionale immanente ad ogni altro nesso sociale18, in un continuo ed instabile gioco strategico di azione-reazione.

In merito Foucault scriveva:

“Bisogna insomma ammettere che questo potere lo si eserciti piuttosto che non lo si possieda, che non sia privilegio acquisito o conservato dalla classe dominante, ma effetto d’insieme delle sue posizioni strategiche – effetto che manifesta e talvolta riflette la posizione di quelli che sono dominati. D’altra parte, questo potere non si applica puramente e semplicemente, come un obbligo o un’interdizione, a quelli che non l’hanno; esso l’investe, si impone per mezzo loro e attraverso loro; si appoggia su di loro, esattamente come loro stessi, nella lotta contro di lui, si appoggiano a loro volta sulle prese che esso esercita su di loro. Ciò vuol dire che queste relazioni scendono profondamente nello spessore della società, che non si localizzano nelle relazioni fra lo Stato e i cittadini o alla frontiera delle classi e che non si accontentano di riprodurre a livello degli individui, dei corpi, dei gesti e dei comportamenti, la forma generale della legge o del governo; che se esiste continuità (esse, in effetti, si articolano facilmente in questa forma secondo tutta una serie di complessi ingranaggi), non c’è analogia, né omologia, ma specificità di meccanismo e di modalità. Infine esse non sono univoche, ma definiscono innumerevoli punti di scontro, focolai di instabilità di cui ciascuna comporta rischi di conflitto, di lotte e di inversioni, almeno transitorie, dei rapporti di forza19

Si delineerebbe dunque il sorgere e l’operare di una serie di micropoteri i quali, colti nella loro relazionalità – necessariamente situata su uno specifico campo storico - andrebbero a definire un’autentica “microfisica” del potere20. Quest’ultima, analizzata nel corso dell’età moderna, si manifesterebbe come “un’insieme di elementi materiali e di tecniche che servono da armi, collegamenti, vie di comunicazione e punti di appoggio alle relazioni di potere e di sapere” aventi come oggetto – e qui si potrebbe parlare d’intuizione/scoperta21 fondamentale - il corpo22 umano, investito ed assoggettato, in quanto oggetto di sapere, dalla “micro-meccanica” costitutiva di quello che si estrinsecherebbe come un autentico “corpo politico23”. Sarebbe quindi il corpo umano – da qui buona parte della problematica connessa al ragionamento di Sorvegliare e Punire – l’ente moderno su cui si esercitano le relazioni di potere-sapere. Esse, tuttavia, data la loro peculiare natura storica, opererebbero attraverso delle specifiche tecnologie capaci di plasmare, piegare ed assoggettare il corpo, di renderlo forza utile e produttiva24. Tali tecnologie “politiche” (in quanto relative al “campo politico” in cui è immerso il corpo) sarebbero in grado – con la loro pervasiva ubiquità - di produrre la stessa “anima25” dell’uomo moderno e di determinarne le stesse forme ed i campi di conoscenza (“soggetto” compreso)26. Il compito dello studioso consisterebbe dunque nell’ “individuare e far emergere27” queste modalità di controllo dei corpi, tra le quali particolare importanza – ai fini della caratterizzazione dell’età moderna - rivestirebbero le “tecnologie disciplinari28” e, con esse29, l’istituzione del carcere30, apparentemente neutra ed indipendente rispetto al potere politico31.

Fatta questa premessa sarà dunque ora più semplice comprendere come e con quali motivazioni intellettuali32 Foucault si accinse, nel corso del 1974, a scrivere “Surveiller et punir. Naissance de la prison”. Obiettivo dichiarato del lavoro in questione33 era:

“una storia delle correlazioni tra l’anima moderna e il nuovo potere di punire; una genealogia dell’attuale complesso scientifico-giudiziario dove il potere di punire trova le sue basi, riceve le sue giustificazioni e le sue regole, estende i suoi effetti e maschera la sua esorbitante singolarità34”.

Lo scopo testé indicato veniva perseguito secondo quattro regole generali:

“1. Non centrare lo studio dei meccanismi punitivi sui loro effetti “repressivi”, sul solo lato di “sanzione”, ma collocarli in tutta la serie degli effetti positivi che essi possono indurre, anche se, al primo sguardo, marginali. Considerare di conseguenza, la punizione come una funzione sociale complessa”

“2. Analizzare i metodi punitivi non come semplici conseguenze di regole di diritto o come indicazioni di strutture sociali, ma come tecniche aventi una loro specificità nel campo più generale degli altri processi del potere. Assumere, sui castighi, la prospettiva della tattica politica”

“3. In luogo di trattare la storia del diritto penale e quella delle scienze umane come due serie separate, il cui incrociarsi avrebbe sull’una o sull’altra, forse su entrambe, un effetto, come si voglia perturbatore o utile, cercare se non esista una matrice comune e se entrambe non derivino da un processo di formazione “epistemologico-giuridico”; in breve, porre la tecnologia del potere come principio dell’umanizzazione della penalità e della conoscenza dell’uomo”

“4. Indagare se questo ingresso dell’anima sulla scena della giustizia penale, e con esso l’inserzione nella pratica giudiziaria di tutto un sapere “scientifico”, non sia effetto di una trasformazione del modo in cui il corpo stesso è investito dai rapporti di potere35”.

Partendo da tale prospettiva Foucault osservava un fondamentale cambiamento dello stile penale tra la metà del Settecento ed il ventennio 1830-1848. I supplizi, attraverso i quali si caratterizzava come “spettacolo”36 il castigo che veniva imposto al reo fino al XIX secolo37, lasciavano posto ad una punizione volta ad agire in profondità nel cuore, nel pensiero, nella volontà e disponibilità del criminale: una pena che stabiliva la sua presa sull’anima38. La domanda che ne emergeva era: come era potuto avvenire questo passaggio? A quale esigenza storica e logica rispondeva? Lo studio di Foucault, su siffatta scia, si rivolgeva all’esame – da svilupparsi secondo le regole generali sovraenunciate - delle differenti figure di punizione esistenti tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo. Ne emergevano “tre maniere di organizzare il potere di punire” chiaramente distinte e diversamente motivate. La prima, il “supplizio penale”, rappresentava la dimensione paradigmatica39 attraverso cui si manifestava la punizione per i reati gravi nell’Ancien Régime. Si trattava di una pena con le sue regole e che non doveva essere assimilata “all’estremismo di una rabbia senza legge”. Essa era:

“una produzione differenziata di sofferenze, un rituale organizzato per il marchio delle vittime e la manifestazione del potere di chi punisce; non è per nulla la esasperazione di una giustizia che, dimentica dei suoi principî perda ogni ritegno. Negli eccessi dei supplizi, è investita tutta una economia del potere”40

Centro di questa economia era il corpo che - anche per il sospettato41 - costituiva il punto di applicazione del castigo ed il luogo di estorsione della verità: un corpo “interrogato”, che doveva riprodurre la verità del crimine42. Il che era possibile in quanto si trattava di un orizzonte penale che non obbediva ad alcun sistema dualistico – Vero o Falso – ma ad un principio di graduazione continua: “un grado raggiunto nella dimostrazione43 formava già un grado di colpevolezza e implicava per conseguenza un grado di punizione44”. Secondo la stessa logica era possibile “cominciare a punire in virtù delle indicazioni già raccolte e servirsi di questo indizio di pena per estorcere il resto di verità ancora mancante45”. Proprio per questo l’esecuzione pubblica delle pene presentava precisi aspetti direttamente connessi alla “visibilità” del corpo del suppliziato sul quale, altresì, avveniva l’epifania del potere politico. Il delitto infatti comportava una lesione momentanea della sovranità del sovrano, il quale, attraverso la legge, veniva colpito dal crimine. In ogni infrazione vi era dunque “un crimen majestatis46 che doveva essere “vendicato47” attraverso la riaffermazione pubblica del potere del sovrano, che, in quanto tale, avveniva come spettacolo dello squilibrio e dell’eccesso, a dimostrazione della superiorità intrinseca – di diritto e di fatto – del principe. L’obiettivo del supplizio era dunque quello di “rendere sensibile a tutti, sul corpo del criminale, la presenza scatenata del sovrano. Il supplizio non ristabiliva la giustizia, riattivava il potere”48. Da qui una duplice finalità:

“Il supplizio fa parte della procedura che stabilisce la realtà di ciò che viene punito. Ma c’è di più: l’atrocità di un crimine è anche la violenza della sfida lanciata al sovrano; è ciò che scatenerà da parte sua una replica che ha funzione di rincarare questa atrocità, di padroneggiarla, di vincerla con un eccesso che annulla. L’atrocità che ossessiona il supplizio gioca dunque un doppio ruolo: il principio di comunicazione del delitto con la pena, è, d’altra parte, l’esasperazione del castigo in rapporto al crimine. Assicura nello stesso momento lo splendore della verità e quello del potere; è il rituale dell’inchiesta che si compie e la cerimonia dove il sovrano trionfa. Ed essa li riunisce nel corpo del suppliziato49”.

Quindi il supplizio come “spettacolo”, “cerimonia”, manifestazione del potere sovrano e della sua forza aventi come oggetto il corpo del reo. Ma il quadro non è completo. Foucault chiosava compiutamente la peculiare dinamica di queste “scene di terrore” grazie all’analisi del ruolo svolto da un attore fondamentale: il popolo. Si trattava di un soggetto dalla veste ambigua, che oscillava tra l’essere mero spettatore e l’assumere una parte propriamente attiva. Quest’ultima poteva esternarsi attraverso un “concorso” tollerato alla “vendetta” del re50, inserita all’interno del supplizio, o in un’aperta rivolta indirizzata ad impedire un’esecuzione ritenuta ingiusta. In tal caso il popolo riusciva a mettere in evidente difficoltà il potere sovrano, snaturando l’atmosfera ed il senso della cerimonia:

“Si vedeva chiaramente che il grande spettacolo delle pene rischiava di essere sovvertito da quelli stessi cui era diretto. Lo spavento dei supplizi accendeva in effetti focolai d’illegalità…ma soprattutto - ed è qui che gli inconvenienti divenivano un pericolo politico – mai quanto in questi rituali che avrebbero dovuto mostrare abominevole il crimine ed invincibile il potere, il popolo si sentiva vicino a quelli che subivano la pena, ma esso si sentiva quanto loro, minacciato da una violenza legale che era senza equilibrio né misura51”.

Da questa peculiare atmosfera ne risultava una solidarietà “di fatto” della maggioranza della popolazione con i piccoli delinquenti comportante la crescita di un certo “illegalismo popolare” che, oltre a far paura al potere ed a renderne meno efficace i mezzi (da cui un problema di inefficacia punitiva connesso alla pratica dei supplizi), sfociava spesso in un’esaltazione della figura del criminale, il che, nella peculiare dinamica storica dell’epoca (lo sguardo di Foucault si focalizza in merito sul XVIII secolo) assumeva una ben determinata “pericolosità” politica e sociale. L’Ancien Régime si era, infatti, caratterizzato per l’esistenza di un ampio margine di “illegalismo tollerato”, di cui beneficiavano i diversi strati sociali e che, nel caso del popolo, assumeva i tratti di un autentico “illegalismo necessario” in quanto, grazie alla sua peculiare economia, andava a definire le stesse condizioni di esistenza dei bassi ceti. Era, altresì, possibile discernere un legame diretto con la criminalità che, al medesimo tempo, definiva la forma estrema e il pericolo interno di tale atteggiamento popolare52. Un danger53 che cresceva con l’avanzare del XVIII secolo e che andava a impattare con i profondi cambiamenti connessi al divenire della società borghese. Il che aveva comportato alcuni interessanti evoluzioni sul piano quantitativo e qualitativo. Riguardo al primo veniva evidenziata una diminuzione dei delitti di sangue e delle aggressioni fisiche mentre riguardo al secondo era possibile evidenziare il passaggio da un illegalismo rivolto ai “corpi” ad un illegalismo indirizzato ai “beni”54. Tale trasformazione - oltre ad essere connessa ad “una modificazione del gioco delle pressioni economiche, da un innalzamento generale del livello di vita, da un forte incremento demografico, da una moltiplicazione delle ricchezze e delle proprietà e dal bisogno di sicurezza che ne è conseguenza”55 – veniva in luce grazie al fatto che nella nuova società borghese – definita da una “proprietà terriera assoluta” e dal massiccio investimento commerciale e industriale – non è più possibile vivere grazie ad un “illegalismo dei diritti” (abbandono di antichi obblighi e consolidamento di pratiche irregolari56) non più consentito, con la conseguenza di un massiccio ricorso al furto ed ad altre pratiche delittuose ai fini di sopravvivenza e di esasperata ritorsione. Emergeva, dunque, un “illegalismo dei beni57” che la borghesia considerava esiziale ed insopportabile e che appariva difficilmente arginabile attraverso la vecchia ed inefficiente pratica del supplizio che nello stesso momento storico subiva gli attacchi dei riformatori58. Su questa scia veniva progressivamente a formarsi una nuova strategia per l’esercizio del potere di castigare:

“E la riforma propriamente detta, quale viene o formulata nelle teorie del diritto o schematizzata nei progetti, è la ripresa politica o filosofica di questa strategia, con i suoi obiettivi primari: fare della punizione e della repressione degli illegalismi una funzione regolare, suscettibile di estendersi a tutta la società; non punire meno ma punire meglio59, punire con una severità forse attenuata ma per punire con maggior universalità e necessità; inserire nel corpo sociale, in profondità, il potere di punire”60

La Riforma penale del XVIII secolo nasceva quindi “nel punto di giunzione tra la lotta contro il “superpotere” del sovrano e quella contro l’“infrapotere” degl’illegalismi conquistati e tollerati”. Cosa determinata dal fatto che “tra quel superpotere e quell’infrapotere si era annodata tutta una rete di rapporti”; proprio la forma della sovranità monarchica - con il suo potere illimitato, ma discontinuo ed irregolare – lasciava campo ad un illegalismo endemico, che era come il “correlativo di quel tipo di potere61”. I supplizi, dunque, venivano criticati aspramente nel corso dell’età dei lumi in quanto era proprio durante quella “barbara cerimonia” che si congiungevano visibilmente i due poteri. Da qui l’esigenza, secondo Foucault, di un’umanità delle pene come regola da dare ad un regime di punizioni capace di stabilire dei ben precisi limiti a questi due poteri dalla intrinseca natura parossistica:

“L’uomo62 che si vuole far rispettare nella pena, è la forma giuridica e morale data a questa duplice delimitazione”63

Ciò che, la riforma penale del XVIII secolo voleva costituire, grazie al lavoro dei “grandi riformatori”, era, dunque, una seconda maniera di organizzare il potere di punire, definibile nei termini di una “pena rappresentativa”. In essa il diritto di punire veniva spostato “dalla vendetta del sovrano alla difesa della società” nello stesso momento in cui veniva introdotto un principio di “sensibilità” nel castigo per evitare il ritorno ad un superpotere terribile ed illimitato, capace di travolgere con i suoi “effetti di ritorno”64 l’intera società borghese. Da qui la perorazione delle “punizioni umane”:

“Se la legge deve trattare umanamente colui che è fuori natura…la ragione non si trova in una umanità profonda che il criminale nasconderebbe in se stesso, ma nella necessaria regolazione degli effetti di potere”65

Il fine era quello di calcolare una pena in funzione non del crimine, ma della sua possibile ripetizione:

“Non mirare all’offesa passata ma al disordine futuro. Fare sì che il malfattore non possa avere né la voglia di ricominciare, né la possibilità di avere imitatori. Punire sarà dunque un’arte degli effetti…Che la punizione riguardi l’avvenire e che una almeno delle sue funzioni principali sia prevenire, era da secoli, una giustificazione corrente del diritto di punire. Ma la differenza è che la prevenzione che ci si attendeva come effetto del castigo e della sua risonanza – dunque della sua dismisura – tende a divenire ora il principio66 della sua economia e la misura delle sue giuste proporzioni…L’esempio non è più un rituale che manifesta, è un segno che ostacola67”.

In tale prospettiva i segni diventano la tecnica attraverso la quale si influenzano e si codificano i comportamenti. Ecco, dunque, il senso in cui era possibile parlare di una “pena rappresentativa”; ovvero di un castigo che utilizzava la semiologia come strumento mirante alla sottomissione dei corpi attraverso il controllo delle idee68. Ne emergeva un modello capace di evidenziare le potenzialità dei “poteri sottili”, in opposizione al passato sistema dei supplizi. Essi si rivolgevano al controllo dello “spirito” in quanto in esso si situava la vera chiave per il controllo della società:

“…bisogna che le idee di delitto e castigo siano legate fortemente e si succedano senza intervallo…Quando avrete formata in questo modo la catena delle idee nella testa dei vostri cittadini, potrete allora vantarvi di guidarli e di essere i loro padroni. Un despota imbecille può costringere gli schiavi con catene di ferro; ma un vero politico li lega assai più fortemente con la catena delle proprie idee; è al piano fisso della ragione che egli ne attacca il primo capo; legame tanto più forte perché ne ignoriamo la tessitura e lo crediamo opera nostra. La disperazione ed il tempo corrodono i legami di ferro e di acciaio, ma nulla vale contro l’unione abituale delle idee, non fanno che rinserrarsi sempre più; sulle molli fibre del cervello è fondata la base incrollabile dei più saldi imperi”69.

1 Titolo originale Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it. – da cui saranno tratte d’ora in avanti le citazioni per il presente scritto – Sorvegliare e Punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993.

2 Nel corso di un celebre dibattito con Noam Chomsky (1971), Foucault alla domanda “perché si interessa così tanto di politica?” rispose come segue: “Perché non dovrei esserne interessato? Quale cecità, quale sordità, quale sostrato ideologico potrebbero avere il potere di impedirmi di interessarmi al tema forse più cruciale della nostra esistenza, ovvero la società nella quale viviamo, le relazioni economiche con le quali funziona e il sistema che definisce le forme regolari, i permessi e i divieti che sorreggono normalmente il nostro comportamento? Dopo tutto, l’essenza della nostra vita è costituita dal funzionamento politico della società nella quale siamo inseriti”. Noam Chomsky, Michel Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive ed Approdi, Roma 2008, pag.46.

3 “Le Parole e le Cose” (1966); “l’Archeologia del Sapere” (1969); “L’ordine del discorso” (1971).

4 Il contesto storico dell’epoca ebbe a sua volta una forte influenza nel far emergere la questione del potere. Si pensi agli effetti del maggio del 1968 ed a quelli della partecipazione diretta di Foucault ai lavori del “Gruppo di Informazione sulle Prigioni” nel 1971. In merito si veda Ester Diaz, La Filosofia de Michel Foucault, Biblos, Buenos Aires, 2005, pag. 77.

5 “Le terme de biopolitique, apparaît en octobre 1974 dans la conférence donnée par Michel Foucault à l’Institut de Médecine sociale de l’Université de Rio à travers le thème du contrôle capitaliste du corps : « Le contrôle de la société sur les individus ne s’effectue pas seulement par la conscience ou par l’idéologie, mais aussi dans le corps et avec le corps. Pour la société capitaliste, c’est la bio-politique qui importait avant tout, le biologique, le somatique, le corporel. Le corps est une réalité bio-politique ; la médecine est une stratégie bio-politique »”. Bernard Andrieu, La fin de la Biopolitique chez Michel Foucault, in Le Portique. Revue de Philosophie et de Science Humaine, mis en ligne le 15 juin 2007, Consulté le 27 avril 2010, par.7, in http://leportique.revues.org/index627.html.

6 L’archeologia “esamina i processi di rarefazione e di raggruppamento dei discorsi, come pure le procedure di controllo e di esclusione attraverso le quali vengono a costituirsi i territori del senso e della verità”. Stefano Catucci, Introduzione a Foucault, Laterza, Bari 2008, pag. 83.

7 “Although archaeology is quite capable of describing the conceptual system underlying a practice, linguistic or not, it is not suited to descrive the effects of a practice. It is a structural, synchronic mode of analysis, not a causal, diachronic method” Gary Gutting, Foucault. A very short introduction, Oxford University Press, New York 2005, pag. 45.

8 Il primo a sollevare, sia pur parzialmente, questa problematica fu Raimond Aron in un celebre colloquio avvenuto l’otto maggio 1967 all’interno di un programma radiofonico dell’emittente “France Culture”, ora in Jean-François Bert (edité par), Raimond Aron Michel Foucault, Dialogue, Ligne, Paris 2007, pp.19-20.

9 Scrive in merito Stefano Catucci: “Il passaggio dalla prospettiva archeologica a quella genealogica corrisponde in Foucault precisamente al riassestarsi di un sistema di priorità che segue lo spostamento dei suoi studi dal piano dei discorsi, considerati nella loro relativa autonomia, a quello dei loro effetti, visti di necessità in un contesto di pratiche, relazioni e riferimenti che non consentono ormai di isolare neppure dal punto di vista metodologico la dimensione ristretta della discorsività”. Id, op.cit, pag. 82.

10 In merito si veda Michael Mahon, Foucault’s Nietzschean genealogy: truth, power and the subject, State University of New York Press, Albany 1992, pp.1-18.

11 Si veda in merito Hannelore Bublitz, “Geheim Rasereien und Fieberstürme” Diskurstheoretisch-genealogische Betrachtungen zur Historie in Jürgen Martschukat (Hg.), Geschichte schreiben mit Foucault, Campus Verlag, Frankfurt/Main, 2002, pp.29-41

12 S. Catucci, op.cit., pag. 83.

13 Gary Gutting, op.cit., pag. 44.

14 Da intendersi, in questo caso, come non-pensabilità del sapere al di fuori di una relazione di potere e viceversa, tanto che Foucault si esprimerà proprio a partire da “Sorvegliare e Punire” in termini di “sapere-potere”. Il concetto di trascendentale in Foucault è altamente controverso, in quanto tutto il lavoro di Foucault può, da una determinata angolazione, essere visto come il tentativo di storicizzare il trascendentalismo kantiano, emendandolo da ogni riferimento alla soggettività. Allo stesso tempo lo stesso Foucault confessava a Preti, nel 1972, che un riferimento al trascendentale –sia pur “storicizzato” - sarebbe stato inevitabile nella sua opera. Si veda in merito Béatrice Han, Foucault Critical Project. Between the trascendental and the historical, Stanford University Press, Stanford, 2002; S. Catucci, op.cit., pp. 11-12.

15 Il problema – e non la soluzione - del potere sarebbe rimasto nel cuore della riflessione foucaultiana per tutti gli anni Settanta. Si veda Stefano Cantucci, op.cit., pag. 87.

16 In merito è sottolineare come questa positività/produttività del potere sia direttamente connessa ad una sua relazione con la libertà. Scrive in merito Judit Revel “…è precisamente nella misura in cui Foucault rende indissociabili potere e libertà –indissociabili non vuol dire uguali, non vuol dire identici e non vuol dire confusi – che si può riconoscere al potere un ruolo che non è soltanto un ruolo repressivo, coercitivo, ma anche produttivo” Judit Revel, Michel Foucault, un’ontologia dell’attualità, Rubettino, Soveria Mannelli 2003, pag. 109.

17 Questa svolta ha le sue origini nel ragionamento sviluppato nell’“Ordine del discorso” (1971), dal quale traspare come “si el poder no fuera mas que represivo, si no hiciera nunca otra cosa que decir que no, no se le obedeceria. Lo que hace que se adepte el poder es simplemente que no pesa solamente como una fuerza que dice no sino que de hecho produce cosas, induce placer, forma saber, produce discursos”. E. Diaz, op.cit., pag. 84.

18 Proprio per questo il potere risulterebbe sparso “dappertutto”, in quanto “proveniente da ogni dove”. S. Catucci, op.cit., pag. 90

19 M. Foucault, Sorvegliare e Punire…, cit., pag. 30

20 Nel corso degli anni Settanta Foucault sarebbe passato, sulla scia del suo nuovo concetto di “governamentalizzazione” dall’analisi della microfisica del potere a quella della macrofisica del potere. Si veda Lorenzo Bernini, Le Pecore e il Pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault, Liguori, Napoli 2008, pag. 141.

21 In questi termini ne parla Gary Gutting che evidenzia come “the forces that drive our history do not so much operate on our thoughts, our social institutions, or even our enviroment as on our individual bodies…a Foucaultian genealogy, then is a historical causal explanation that is material, multiple and corporeal” G. Gutting, op.cit., pag. 47.

22 “Para Foucault, o corpo é ao mesmo tempo uma massa, um invólucro, uma superfície que se mantém ao longo da história. Sintetizando, pode-se dizer que, para Foucault, o corpo é um ente, composto por carne, ossos, órgãos e membros, isto é, matéria, literalmente um locus físico e concreto. Essa matéria física não é inerte, sem vida, mas sim uma superfície moldável, transformável, remodelável por técnicas disciplinares e de biopolítica. Com isso, o corpo é um ente – com sua propriedade de “ser” –, que sofre a ação das relações de poder que compõem tecnologias políticas específicas e históricas”. Claudio Lucio Mendes, O corpo em Foucault: superfície de disciplinamento e governo, in “Revista de Ciências Humanas”, Florianópolis, EDUFSC, n. 39, Abril de 2006, pag. 168.

23 Ovvero la rappresentazione anatomica – per cui si può anche parlare in Foucault di “anatomia politica” – della microfisica del potere.

24 Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 29.

25 In merito Idem, pag. 33.

26 In merito la convinzione di Foucault è la seguente: la “signoria sul corpo” e il “sapere del corpo” (che unite formano la tecnologia politica del corpo, ovvero una determinata reificazione storica del potere-sapere) danno vita ad una serie di processi e di lotte che risultano determinanti per il divenire stesso della conoscenza. In merito non si può non riportare il passo emblematico che segue: “Forse bisogna rinunciare a tutta una tradizione che lascia immaginare che un sapere può esistere solo là dove sono sospesi i rapporti di potere e che il sapere può esistere solo là dove sono sospesi i rapporti di potere…bisogna piuttosto ammettere che il potere produce sapere (e non semplicemente favorendolo perché lo serve, o applicandolo perché è utile); che potere e sapere si implicano direttamente l’un l’altro; che non esiste relazione di potere senza correlativa costituzione di un campo di sapere, né di sapere che non supponga e non costituisca nello stesso tempo relazioni di potere. Questi rapporti potere-sapere non devono essere dunque analizzati a partire da un soggetto di conoscenza che sia libero o no in rapporto al sistema di potere, ma bisogna al contrario considerare che il soggetto che conosce, gli oggetti del conoscere e le modalità della conoscenza sono altrettanti effetti di queste implicazioni fondamentali del potere-sapere e delle loro trasformazioni storiche. In breve, non sarebbe l’attività del soggetto di conoscenza a produrre un sapere utile o ostile al potere, ma, a determinare le forme e i possibili campi della conoscenza sarebbero il potere-sapere, e i processi e le lotte che lo attraversano e da cui è costituito”. Ivi, pag. 31.

27 Durante il dibattito con Chomsky del 1971 Foucault affermava: “Invece uno dei compiti che mi pare più urgente , immediato, al di sopra di ogni altro è il seguente: dobbiamo individuare e far emergere, anche quando sono nascoste, tutte le relazioni del potere politico che attualmente controlla il corpo sociale, lo opprime e lo reprime”. N. Chomsky, M. Foucault, op.cit., pag. 50.

28 “From the eighteenth century a new set of procedures and operations – technologies – came together around the objectification of the body…Foucault refers to one of these technologies as discipline. Not to be identify with a structure or institution, discipline is a type of power, a modality for its exercise…Disciplinary technology is designed to produce a body which is docile, that is, one can be subjected, used, transformed and improved” Shelley Tremain, On the subject of Impairment, in Mairian Corker and Tom Shakespeare (edited by), Disability/Postmodernity: embodying disability theory, Continuum, London, 2002, pag. 36. Si veda anche Didier Ottaviani, Foucault-Deleuze: de la discipline au controle, in Emmanuel Da Silva (edité par), Lectures de Michel Foucault. Foucault et la Philosophie, v.II, ENS, Lyon 2003, pp.59-74.

29 Esistono più tecniche disciplinari ma tutte hanno “come strategia comune la cura infinitesimale dei dettagli”. S. Cantucci, op.cit., pag. 100.

30 “A più riprese, nel corso di interviste e conferenze di quegli anni, Foucault sottolinea l’esigenza di ripensare anche a livello teorico la genealogia di un’istituzione che nel mondo contemporaneo provoca un disagio sempre più generalizzato. Un nuovo Beccaria è forse la figura di cui il nostro presente ha bisogno, proprio perché oggi le stesse prigioni di cui il XIX secolo andava fiero suscitano invece un senso di vergogna che è appunto il segno di un mutamento in atto”. Stefano Catucci, op.cit., pp.92-93

31 Foucault si poneva esplicitamente il compito di criticare questo tipo di istituzioni. Si veda N. Chomsky, M. Foucault, op.cit., pag. 51.

32 Puntualmente riportate da Foucault nel capitolo primo di “Sorvegliare e Punire”, all’interno quale vennero fissate le ipotesi della ricerca e le prospettive d’analisi. Foucault era solito concepire i propri lavori come libri-esperienza attraverso i quali trasformava/implementava le proprie ipotesi di partenza al fine di formarsi un pensiero sull’argomento oggetto di ricerca. Si veda in merito Duccio Trombadori, Colloqui con Foucault, Castelvecchi, Roma 1999, p.32.

33 Una volta concluso questo lavoro assunse una posizione del tutto particolare nell’ auto-valutazione teorica del suo stesso autore. Foucault, infatti, una volta lo definì “il suo primo libro”. Si veda in merito José G. Merquior, Foucault, University of California Press, Berkley 1987, pag. 86.

34 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit, pag. 26.

35 Ivi, pp.26-27.

36 In merito è da sottolineare l’ouverture del libro caratterizzata dalla spettacolare e terrificante esecuzione di Robert-François Damiens che, nel 1757, aveva attentato alla vita di Luigi XV fallendo il regicidio.

37 Si tratta di una pratica che andò scomparendo con una notevole irregolarità tra il XVIII ed il XIX secolo. Si veda in merito Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pp. 17-19.

38 Ivi, pag. 19.

39 I supplizi propriamente detti non costituivano le pene più frequenti. Se la maggior parte delle condanne comportava il bando e l’ammenda è pur vero che “gran parte di queste pene non corporali era accompagnato a titolo accessorio da pene che comportavano una dimensione di supplizio…è non solo nelle grandi e solenni esecuzioni capitali, ma anche in questa forma annessa che il supplizio manifestava la parte significativa che aveva nella penalità: ogni pena un po’ grave doveva portare con sé qualcosa del supplizio”. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 36.

40 Ivi

41 “Il sospettato, in quanto tale, meritava sempre un certo castigo, non si poteva essere innocentemente oggetto di sospetto. Il sospetto implicava, nello stesso tempo, da parte del giudice un elemento di dimostrazione, da parte del prevenuto il segno di una certa colpevolezza e da parte della punizione una forma limitata di pena”. Ivi, pag. 46.

42 Ivi, pag. 51.

43 Foucault dedica pagine interessantissime all’inchiesta ed all’istruttoria penale durante l’Ancien régime. Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pp. 38-47.

44 Ivi, pag. 46.

45 Ivi

46 Ivi, pag. 58.

47 Il re da un lato persegue il torto compiuto nel suo regno e dall’altro si vendica per l’affronto fatto alla sua persona. Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 52.

48 Ivi, pag. 54.

49 Ivi, pag. 61.

50 Ivi, pp.63-64.

51 Ivi, pag. 68.

52 Ivi, pag. 91.

53 “Possiamo dire che, nel secolo XVIII, si era progressivamente aperta una crisi dell’illegalismo popolare”. Ivi, pag. 92.

54 Ivi, pp.82-83.

55 In merito Foucault si rifà espressamente a Chaunu. Ivi, pag. 83.

56 Si veda Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 93.

57 Ivi, pp. 92-94.

58 Per Foucault i riformatori del XVIII secolo vedono nella violenza del supplizio i pericoli dell’eccesso, in esso “la tirannia…vi fronteggia la rivolta; esse si richiamano l’una all’altra. Doppio pericolo. Bisogna che la giustizia criminale, invece di vendicarsi finalmente punisca”. Ivi, pag. 80.

59 Il corsivo è di chi scrive.

60 Ivi, pag. 89.

61 Ivi, pp. 95-96.

62 Il problema dell’invenzione dell’uomo era già stato affrontato da Foucault nel suo studio “Le parole e le cose”. Si veda in merito Id, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Bur, Milano 2006, pag. 413.

63 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 97.

64 “Ciò che è necessario regolare e calcolare sono gli effetti di ritorno del castigo sull’istanza che punisce e sul potere che pretende di esercitare”. Ivi, pag. 100.

65 Ivi

66 I corsivi sono di chi scrive.

67 Ivi, pp. 101-102.

68 Si veda Michel Foucault, Sorvegliare e punire, op.cit., pag. 112.

69 Si tratta di un testo di Servan ripreso da Foucault in Id, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 112.

 


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