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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Riflessioni
19/06/2011
Abstract
Pensare il futuro diventa una sfida che richiede la nostra capacità di progettazione in un nuovo spirito, uno spirito creativo e divergente, capace di immaginazione. Entra in crisi an­che l'identità dell'uomo d'oggi che vede sostituire alle dimensioni rassi­curanti della continuità e della stabilità, le dimensioni della provvisorietà e della mobilità.L’unica possibilità per la sopravvivenza umana è il passaggio dall'antagonismo alla simpatia. Simpatia che in senso etimologico significa “vibrare con”. Educare è, infatti, entrare in rapporto con l’altro, prendersi cura della formazione quale possibilità di attivare e praticare la pace

La parola che, spesso, ricorre nel definire la situazione del mondo contemporaneo è complessità. In effetti, siamo di fronte a situazioni so­ciali, politiche, economiche, tecnologiche e culturali che ci appaiono estremamente problematiche, o per meglio dire polivalenti: l'esplosione della produzione, il dominio scientifico sulla natura, l'intreccio sempre più fitto della informazioni e dei messaggi, la partecipazione delle masse alla gestione del potere e lo sviluppo della coscienza dei diritti dell'uomo.

L'uomo si è reso conto della crisi che ha messo in difficoltà la fiducia in un progresso lineare e continuo, dalle crisi energetiche all'esplosione della violenza e della conflittualità, dalla disoccupazione giovanile alla coscienza dell'inquinamento dell'ambiente e dell'estinzione di svariate specie animali.

Tali quantità di problematiche e di contraddizioni hanno portato ad una nuova immagine del nostro universo, un universo diversificato, non più gerarchica­mente ordinato, ma policentrico e polivalente, e alla consapevolezza dell'inesistenza di un modello di sapere razionale e monocentrico. Le forme del conoscere e dell’esistere si potrebbero rappresentare come una trama che ci apre ad un modello di sapere e di esperienze reticolato in cui si intrecciano anche l'irrazionale, il dubbio, l'imprevedibile, l’emozione, la corporeità.

Complessità significa, quindi, scoperta di problemi, ma non ricerca di soluzioni uniche.

Pensare il futuro diventa, allora, una sfida che richiede alla Persona la capacità di ri-progettazione della propria vita, nell’ottica di un nuovo spirito, uno spirito creativo e divergente, capace di immaginazione, di sogno.

Entra in crisi an­che l'identità dell'uomo d'oggi, il quale vede sostituire alle dimensioni rassi­curanti della continuità e della stabilità, le dimensioni della provvisorietà e della mobilità.

Da ciò deriva il bisogno di sviluppare, educare e sostenere una personalità diversa, capace di cambia­mento, con il senso dei propri diritti, pronta ad immedesimarsi nei diritti degli altri.

È necessario, allora, salvaguardare questa nuova dimensione dell'uomo, difendendola dalla banalizzazione, e aprendola al dinamismo come fonte d'innovazione e di liberazione critica da ogni dogmatismo. La dimensione della complessità ha inciso anche sulla riflessione scienti­fica; è crollato il mito dell'onniscienza, dell'attendibilità di un sapere ge­nerale già definito, e si è invece fatta avanti la consapevolezza del limite e del dubbio, anche se permane le pretesa dei privilegi legati alle professioni intellettuali.

Insorgono diversi e preoccupanti nuovi problemi, capaci in alcuni casi di mettere in forse la sopravvivenza stessa della vita sulla terra: problemi per i quali è necessario un impegno pluridisciplinare e cooperativo, e di alcuni casi distinguendosi, in altri contrapponendosi, oppure mescolando­si. In ogni caso tutto ciò suscita problemi, stimola il dialogo, porta alla riflessione, propone dei cambiamenti comportamentali. La terra è diventa­ta uno spazio unitario, globale, all'interno del quale si muovono realtà differenti e grandi dislivelli di opportunità economiche, sociali e culturali.

«Le umanità che abitano la terra sono diventate contigue l'una all'altra, e sono tutte insieme sotto incombenti minacce che toccano la specie come tale »1.

Ogni cultura possiede un proprio modo di produ­zione storica, nessuno dei quali può proporsi come universale, come centro della circonferenza. Infatti, la storia non è altro che il conferi­mento di significato ad accadimenti che di per sé sono solo fatti empirici.

Un accadimento diventa un evento storico nel momento in cui entra in relazione con un dato sistema simbolico, e cioè in quanto viene interpreta­to. «L'immagine che io ho di me stesso è un dono che mi viene dalla cultura che mi ha partorito e la cultura che mi ha partorito è solo una forma di poter essere umano»2.

L'espressione tipica della nostra civiltà originaria fu la guerra, il cui scopo fu l'assoggettamento o lo sterminio dell'altro; indubbiamente questo condizionamento storico è di lunga dura­ta e di enorme portata nella costituzione del comportamento, ma la vitalità della specie reagisce ad esso con il disagio, con il ricorrente senso di colpa e di angoscia.

L’unica possibilità per la sopravvivenza umana è il passaggio dall'antagonismo alla simpatia. Simpatia che in senso etimologico significa “vibrare con”: «È questa vibrazione che ci conduce a sentire l’altro comunicandogli il nostro “sentirlo”» anche e soprattutto attraverso il corpo. Il corpo è il luogo in cui sono inscritti potenzialità e limiti della persona.

L’uomo di domani sarà dotato di una virtù che si potrebbe ritenere prerogativa dell'uomo primitivo: la coscienza e il ri­spetto dei propri limiti. Così intendono i pensatori contemporanei più im­mersi nella coscienza della crisi e nella ricerca del cambiamento. Dalle lo­ro pagine, dalle loro accurate riflessioni, giunge l'opportunità di rivedere i modi di pensare acquisiti quasi inconsapevolmente, di chiarire l'entità dei pregiudizi e dei danni prodotti dalle concezioni totalizzanti e dalla "cultura del dominio".

Tra loro E. Balducci afferma che non esistono culture evolute e culture primitive. Entra in crisi il pensiero moderno, cioè si disgrega l'autocoscienza che abilitava l'uomo occidentale a narrare la propria storia come se fosse la Storia e a trapiantare dovunque le sue istituzioni come se fossero il punto di arrivo prestabilito per ogni essere umano. Crolla il mito della moder­nità ciò che è detto per l'uomo occidentale non è valido per ogni uomo. «Chiusa [infatti] l'epoca del colonialismo, è facile constatare che la modernità non ha penetrato l'anima delle culture, le ha strette nel suo in­volucro, a volte distruggendole, a volte provocandone il ripiegamento su di sé nel segno dell'autodifesa e del risentimento »3.

La cultura moderna non è universale perché la sua diffusione ha portato con sé la negazione, spesso violenta, delle altre culture. Infatti la cultura moderna è solo uno dei tanti tipi possibili di cultura.

Fino al secolo XIX il pensiero occidentale non arriva ancora a mettere radicalmente in questione se stesso, la cultura europea appare la cultura per eccellenza. Eppure proprio nel momento in cui si dispiega il massimo della potenza europea, cominciano ad insinuarsi dubbi e domande. Nasce una nuova scienza, l'etnologia, la quale assume una funzione-guida nella riflessione sulla diversità: cadono i miti dell'etnocentrismo e dell'eurocentrismo, si avviano studi e riflessioni su culture prima ritenute primitive, per ritrovare al loro interno complessi apparati concettuali, procedimenti logico-astratti di pensiero, raffinati sistemi di segni e codici linguistici. Sia pure in forma molto diversa dalle nostre, le culture Altre appaiono portatrici di una propria autonomia e ricchezza.

Le diversità di culture «documentano la meravigliosa versatilità di una specie che ha saputo inventare risposte diverse alle diverse sfide, sen­za compromettere l'unità del patrimonio genetico che fa della razza uma­na, una sola razza»4. È crollato il paradigma eurocentrico, l’occidente non può continuare a essere il luogo del sapere, si guarda a oriente. Anche la riflessione sulla formazione non può rimanere lontana da questa nuova visione dell’uomo, in quanto persona complessa, unica e irripetibile, ma connessa con le storie di ogni altro essere umano.

«In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità.

Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia i rischi che le opportunità»5.

La formazione, l’educazione, la scuola si trovano, oggi più che mai, a dover affrontare un insieme di problemi interdipendenti che costituiscono il simbolo della crisi che coinvolge l’intera civiltà contemporanea: sono problemi relativi la pace nel mondo, la giustizia e i diritti dell’uomo, il rispetto per le culture altre e le minoranze etniche, l’emarginazione e la salvaguardia dell’ambiente.

Il mondo non ha più un solo centro culturale, ma è costituito da una moltitudine culture diverse che si incontrano e si scontrano.

«Gli ambienti in cui la scuola è immersa sono più ricchi di stimoli culturali, ma anche più contraddittori. Oggi l’apprendimento scolastico è solo una delle tante esperienze di formazione che i bambini e gli adolescenti vivono e per acquisire competenze specifiche spesso non vi è bisogno dei contesti scolastici. Ma proprio per questo la scuola non può abdicare al compito di promuovere la capacità degli studenti di dare senso alla varietà delle loro esperienze, al fine di ridurre la frammentazione e il carattere episodico che rischiano di caratterizzare la vita dei bambini e degli adolescenti»6.

Per queste ragioni educare alla pace non può prescindere da un’educazione interculturale, come via della promozione della solidarietà, fondata sul rispetto delle diversità come fonte di crescita e di sviluppo.

«Ogni specifico territorio possiede legami con le varie aree del mondo e con ciò stesso costituisce un microcosmo che su scala locale riproduce opportunità, interazioni, tensioni, convivenze globali. Anche ogni singola persona, nella sua esperienza quotidiana, deve tener conto di informazioni sempre più numerose ed eterogenee e si confronta con la pluralità delle culture»7.

Attraverso l’educazione alla pace e l’educazione interculturale, prendono forma importanti esperienze educative che aprono la scuola e la società alla formazione e allo sviluppo di una nuova cittadinanza e coscienza planetaria.

L’educazione alla pace diviene, quindi, la risposta, in senso pedagogico, all’insieme complesso dei problemi che il nostro tempo presenta. Si configura come un movimento per la ricerca di un nuovo pensiero, un nuovo modo di vedere e interpretare il mondo.

Diventa, quindi, fondamentale intraprendere una riflessione sulla pace a partire dall’idea di pace con noi stessi, con la nostra esistenza e nella costruzione delle relazioni con gli altri. Questo potrebbe costituire il primo importante passo per partecipare in forma attiva alla realizzazione pratica di una vera cura pedagogica della pace. Educare è, infatti, entrare in rapporto con l’altro, costruire insieme relazioni significative, prendersi cura di se stessi e degli altri in quanto persone in divenire.

La dimensione pedagogica della cura rimanda alla centralità della relazione come momento decisivo del rapporto educativo. L’educazione, come la realizzazione di una pratica educativa, non possono non considerare la riflessione sulla dimensione relazionale. Essa rappresenta un’altra grande categoria dell’educazione all’interno della quale vi è irrazionale, l’emotività, l’incertezza. È un’attività complessa frutto di un investimento globale della persona e sulla persona. Un investimento che coinvolge sia dal punto di vista cognitivo che relazionale ed emotivo. È soprattutto l’aspetto emotivo a rendere coinvolgente ma anche difficoltoso il lavoro del prendersi cura, proprio perché proprio la costruzione di relazioni significative risulta essere incerta. «La cura è il luogo dove comincia il senso dell’esserci»8. Oggi, l’interesse verso la Persona passa proprio attraverso la ricerca di quel senso dell’esser-ci, di quel vivere che è vivere comune. Un soffermarsi sul bisogno di esistere in consonanza con gli altri, allacciando il mondo interno ed esterno dell’uomo. Ciò permette ad ogni individuo di incontrare altri individui e di ritornare verso se stesso, di interrogarsi per ricostruire significati, di confrontarsi, a partire dalla propria intimità storica, dalla propria biografia, con quella altrui. Collocare la persona al centro dell’attenzione pedagogica, significa pensare la persona stessa come possibilità, come tramite di incontro e apertura verso le relazioni. Una dimensione pedagogica nuova del prendersi cura e del curarsi degli altri dentro una relazione di reciprocità.

Che cosa sia la dimensione della cura non è di semplice interpretazione. Si potrebbe affermare con certezza che per cura si intendono tutte quelle forme e atteggiamenti che facilitano la qualità di vita dell'altro.

Il prendersi cura è attività che fa parte della nostra cultura e della nostra società da diverso tempo. Oggi, però, essa assume nuova forma. Una forma pedagogica che porta con sé l’idea di autoformazione, della cura sui. Essa «implica una crescita personale, una riflessione sulla soggettività, un’indagine sul proprio sé […], in quanto l’aver-cura-di-se-stessi viene a significare ascoltarsi, interrogarsi, analizzarsi», essa diviene «indispensabile per la costruzione di una forma di vita autenticamente umana»9. La cura sui non deve essere confusa con la ricerca di un sé personale e privato, non è una dimensione vissuta in solitudine e lontano dagli altri. Essa è, invece, pratica sociale perché accresce le relazioni: occuparsi di sé per occuparsi dell'altro. Siamo, però, disponibili a tale atteggiamento nei confronti di noi stessi e degli altri? «Tutti, se disposti a mettersi in ascolto della dimensione ontologica fondamentale, sono capaci di cura, perché per tutti […] la cura è esperienza primaria»10. Un’esperienza che abbiamo sentito, toccato, provato e che, oggi, ci porta con interesse rinnovato alla pratica consapevole: «chi pratica la cura[…],come aver cura teso a promuovere nell’altro le possibilità di attualizzare il suo essere più proprio, conosce il valore di ciò che fa […]»11. Da tali considerazioni si può facilmente comprendere quanto il prendersi cura e l’educare alla pace siano allacciate, attorcigliate, unite. Ma come è possibile praticare l’una e l’altra? Quali gli atteggiamenti che rendono attuabile il prendersi cura? Secondo la Mortari essi sono: la ricettività, cioè l’essere in contatto con l’altro senza agire; l’ascolto, l’essere capaci di prestare orecchio per fare entrare le parole dell’altro senza incorniciarle in pre-comprensioni; la responsività la capacità di saper reagire in maniera adeguata agli inviti dell’altro; la disponibilità cognitiva ed emotiva cioè il porre a disposizione dell’altro le nostre risorse del conoscere e del sentire; la capacità di attenzione che richiede un pensiero ricettivo senza indirizzi precostituiti altrimenti ci si limita a vedere solo ciò che si vuole vedere; la non intrusività e saper attendere che significa non essere frenetici o ansiosi ma coltivare la dimensione dell’emotività e della calma; la speranza che alimenta la fiducia in qualcosa e nell’infinito nel tempo della vita; la tenerezza quale condizione dell’anima, cioè capacità di andare incontro all’altro. Se riuscissimo a mettere in pratica tali atteggiamenti, tali pre-disposizioni, si potrebbe iniziare a pensare a un nuovo e comune percorso di pace. Infatti, una società in cui ciascuno possa sentirsi libero di esprimere se stesso e in cui sia possibile compiere pienamente il proprio poter es­sere, nel rispetto della propria differenza, è luogo di cura e ben-essere, è luogo di pace. Edu­care significa, allora, agire partendo dalla consapevolezza che le finalità fondamentali siano quelle di sviluppare, sostenere e accogliere la Persona pre-disponendosi alla cura, all'amicizia, alla pace, aiutando ogni individuo a riconoscersi nella diversità dell’altro come parte di se stesso.

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1 Ernesto Balducci, La terra del tramonto, p.50

2 Ernesto Balducci, ibidem

3 Ernesto Balducci, op. cit. p.25

4 Ernesto Balducci, op. cit. p69

5 D.M.31-7-2007, Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo dell’Istruzione

6D.M.31-7-2007, Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo dell’Istruzione

7 D.M.31-7-2007, Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo dell’Istruzione

8 L. Mortari, La pratica dell’aver cura, Milano, Mondadori, 2006, p. VII

9 A. Mariani, “Autobiografia e coscienza della corporeità”, in Percorsi dell’autobiografia tra memoria e formazione, Daniela Sarsini (a cura di), Milano, Unicopli, 2005, p.76

10 Luigina Mortari, op.cit., p.22

11 Luigina Mortari, op. cit., p.27

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