Sintesidialettica.it

Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
01/04/2009
Abstract
Dire che siamo diversi è quasi una ovvietà mentre dire che siamo eguali sembra un’astrazione giuridica: come imparare il sentimento dell’eguaglianza?

I rischi del discorso sulla libertà e la diversità in educazione:

Eguale non vuol dire identico ma della stessa natura; Pierre Janet, lo psichiatra francese della fine ottocento e dei primi del novecento, affermava che l’unità è qualcosa di più vasto dell’individuo: in effetti ognuno di noi è un esemplare unico e irrepetibile ma anche unito agli altri dalla stessa natura umana fatta di sentimenti, emozioni, percezioni, passioni e desideri. Nel discorso sulla diversità quello che viene meno è appunto quello che unisce ognuno agli altri; quello spazio che crea il contatto e l’interpenetrazione; quello che Jean Jacques Rousseau chiamava “la trasparenza dei cuori” cioè quella parte empatica delle relazioni reciproche che permette la comprensione e anche la possibilità dell’incontro. L’affermazione della diversità presentata come assoluto rischia di cristalizzarsi in una forma di separazione mentale e affettiva che crea le condizioni della non comunicazione. Il rischio è quello della costruzione di barriere mentali ed emotive invalicabili, di muri interiori, prima che esteriori, che non permettono più di vedere l’altro e di riconoscerlo come prossimo e simile. Si rischia di fare di una tratto caratteristico un’essenza che separa; chi ha il colore della pelle diverso è diverso nella sua essenza, chi ha una religione o cultura diversa diventa una specie diversa, chi ha un deficit ha una natura diversa dalla nostra; questo approccio porta con sé una concezione segmentata dell’organizzazione sociale, una concezione atomizzata dove ognuno viene identificato con una unica dimensione (culturale, etnica, patologica...) e spinto in uno spazio diverso e separato. In questo senso si può parlare dei danni del discorso sulla diversità: mi sento così diverso da pensare di essere un essere eccezionale oppure un mostro: il discorso sulla diversità dell’altro o sulla mia trasforma l’altro e mi trasforma in una entità fondamentalmente incomprensibile e impossibilitata di comprendere l’altro. L’impossibilità di comprendere, di comprendersi e di essere compreso: di comprendere il modo di essere dell’altro partendo da quello spazio cognitivo, emotivo e intuitivo che ci rende simili; potersi comprendere nel rapporto con l’altro ed essere compresi dagli altri. Il sentimento della diversità è in fondo molto più naturale: la mia corporeità m’indica che sono diverso dall’altro anche se scopro che il mio corpo funziona come il suo, che i disturbi che lo possono colpire possono colpire me e che tutti sentiamo più o meno le stesse cose. È naturale pensarsi diverso e pensare l’altro diverso da sé; quello che complica tutto è quando si trasforma la diversità dell’altro in un predicato che lo definisce una volta per tutte. In fondo il capitalismo è insieme un modello di rapporti sociali di produzione e una espressione di questo sentimento così naturale della diversità; la concorrenza e la competitività ne sono il motore, sono anche presentati corrispondenti alla natura profonda dell’essere umano. Tuttavia sappiamo che le cose sono più complicate e che anche il mondo animale che viene chiamato alla riscossa come prova di questa teoria neo-darwiniana dimostra l’esistenza di comportamenti che vanno anche nel senso della solidarietà. Libertà, concorrenza e competitività non sono dei fenomeni naturali ma delle costruzioni umane, storiche, sociali e un prodotto dell’educazione ricevuta.

Oggi ognuno vuole trasformare la propria diversità in qualcosa di più vendibile sul mercato delle differenze.Per affermarsi nella propria differenza occorre guardare l’altro come merce scadente, di minor qualità e anche dannosa per la salute e l’esistenza della mia diversità. Tutto ciò crea competizione, enfatizzazione ultra-positiva della mia diversità e ultra-negativa di quella dell’altro; l’abitudine a classificare e misurare diventa prassi relazionale. Fin da bambino il sapersi distinguere diventa l’atteggiamento che ci viene insegnato; anzi viene considerato come un valore per l’affermazione dell’individuo; tutte le relazioni dove siamo inseriti (familiari, sociali e culturali) ci dicono che siamo diversi anche se il fatto di poter comunicare gli uni con gli altri implica che siamo soprattuto e anzitutto simili. Eppure il bambino impara a conoscersi e anche ad affermarsi, a scegliersi come essere per sé e in sé attraverso la mediazione delle sue relazioni sociali e della costellazione di rapporti che lo educa: genitori, fratelli, conoscenti, compagne e compagni di gioco o di classe. Aveva ragione Gyorgij Lukacs, il filosofo ungherese, quando affermava nel suo grande testo “Ontologia dell’essere sociale” che si diventa essere per sé e in sé nella misura in cui si è diventato essere per l’altro: è tramite il legame sociale che avviene la vera conoscenza di sé; una conoscenza che c’insegna che la nostra differenza parte anche dalla nostra somiglianza con gli altri. Invece assistiamo oggi ad una assolutizzazione dell’ego dell’individuo come essere totalmente diverso dagli altri; la conseguenza è anche una concezione altrettanto assoluta della sua libertà.

Il discorso sulla valorizzazione e il riconoscimento della diversità andrebbe quindi un tantino rivisto: non dimentichiamo che ogni discorso funziona con delle categorie che organizzano il nostro modo di comprendere le cose; categorie che ci permettono di classificare e dividere, di creare delle barriere o dei ponti mentali nel rapporto con l’altro; attualmente tutti i discorsi nel campo della psicologia, della pedagogia e della sociologia tendono ad accentuare le diversità con la mediazione di una reticolato di parole che funziona come regolatore del nostro modo di concepire noi stessi e gli altri. La parola dell’altro, il suo linguaggio, la sua storia, è sentita talmente diversa dalla nostra che risulta lontana; la conseguenza è che così non prendiamo più il tempo di ascoltare e non facciamo lo sforzo di comprendere. Non lo facciamo perchè partiamo dal presupposto che l’altro non è eguale a noi e che la sua diversità, come la nostra d’altronde non ci permette in fondo di comunicare. Anzi l’altro non essendo eguale non è degno della nostra attenzione anzi è solo degno della nostra attenzione negativa: visto che lui o lei è diverso/a da me sono autorizzato a non fare lo sforzo necessario per comprenderlo o comprenderla. Non ci può essere quello che Paul Ricoeur ha chiamato un percorso di riconoscimento dove non vi è prossimità; dove non si sente l’eguaglianza delle storie e delle esistenze; la loro eguaglianza sul piano dell’importanza, della significatività e della dignità che viene attribuita ad ogni vita. Tutto oggi educa al non riconoscimento, alla non importanza della vita altrui; ci sentiamo più eguali di chi viene da un altro paese, da chi parla un’altra lingua, da chi pratica un’altra fede o un altro credo politico, da chi appartiene ad un gruppo sociale o culturale che consideriamo come inferiore. Questo sentirsi più importante è strutturato come un vero pregiudizio; cioè come qualcosa d’irrazionale e difficilmente correggibile secondo il filosofo Norberto Bobbio. Tra discriminazione positiva e discriminazione negativa si parte sempre dal pregiudizio della diseguaglianza fondata sull’assunto dell’irreducibile diversità degli esseri umani tra di loro. Era quello che pensavano uomini come Hobbes, Locke e Hume anche se in modo diverso: ognuno partiva dalla constatazione apparentemente evidente della diversità degli esseri umani tra di loro e della necessità di trovare un punto di equilibro tra le spinte individualistiche della concorrenza, il mercato economico e l’organizzazione dello Stato. Utilitarismo e individualismo diventano le ideologie che confermano le diseguaglianze naturali tra gli uomini. Per sostenere questo tipo di argomentazione si è finito per affermare che le diseguaglianze naturali sono predeterminate dal punto di vista genetico. In fondo l’eugenetica dei medici nazisti fu l’estremizzazione ideologica di questa visione delle cose. Andavano eliminati tutti i soggetti considerati pericolosi per la “razza pura” e per la sicurezza, tutti i soggetti considerati come un peso inutile per la società: con René Girard si può parlare di “vendetta mimetica”; eliminando l’altro non lo si fa perché diverso da sé ma proprio perché eguale a sé; perchè ci assomiglia terribilmente in tante cose; per non fare i conti con se stesso se la si prende con l’altro. Tutto parte dal fatto che si dà per scontata la diseguaglianza naturale mentre in realtà esiste una eguaglianza di fondo tra tutti; in natura precisavano Rousseau e Helvétius. Ma cosa significa eguaglianza in natura? E perché il discorso sulla diversità finisce per giustificare le diseguaglianze?

Per eguaglianza in natura bisogna intendere che il bambino che nasce a Roma in una famiglia borghese è eguale al bambino che nasce nei bassi di Napoli e nelle bidonvilles di Casablanca; tra questi bambini l’unica differenza esistente è dovuta al contesto socio-culturale. Ma il potenziale di vita, quello che Bergson chiamava “lo slancio vitale” è eguale tra tutti questi bambini; anzi anche in presenza di un deficit o di una patologia la natura del bambino non cambia: vuole comunicare, essere amato, desidera essere curato, desidera amare, sente la gioia e la sofferenza, ha il senso quasi innato del giusto e dell’ingiusto. Eppure crescendo il bambino del quartiere residenziale di Roma si sentirà qualcosa di più rispetto al bambino dei Bassi di Napoli e delle bidonvilles di Casablanca. Come affermavano Rousseau, D’Holbach e Helvetius siamo eguali in natura e diseguale in società che significa anche a causa dell’educazione del contesto dove siamo cresciuti. Si può anche riprendere l’affermazione di Gramsci nei “Quaderni del carcere” dedicati agli intellettuali seconda la quale ogni uomo, compreso il contadino analfabeto e l’ultimo degli ultimi, è potenzialmente un Socrate cioè un filosofo (non di professione), un essere pensante. Ma qualcuno è convinto che questo non sia e che le diversità sono così forti che qualcuno è nato per comandare e qualcun altro per ubbidire. Il darwinismo sociale che parte dalla diversità per dire che le diseguaglianze naturali non possono che provocare una selezione “naturale” nella corsa per la vita, ci porta a fare della competitività la regola fondamentale che organizza la società. Se poi a questo aggiungiamo che la “mano invisibile” del mercato promuove la libera competizione non vi può essere dubbio sull’esito finale: l’esclusione di alcuni o di molti; il privilegio e il dominio di pochi e alcuni.

L’eguaglianza in natura vuol dire che non vi è differenza tra il figlio di un principe, di un ricco e quello di un operaio o di un deseredato; la società deve qualcosa a questi bambini che sono qualitativamente eguali per importanza di fronte all’esistenza e alla vita. Non solo la società ha dei doveri nei confronti di questi bambini che non hanno chiesto di nascere ma deve soprattutto qualcosa a quei bambini che si trovano in situazioni di svantaggio. Si parla molto di rispetto della vita fin dal concepimento ma quello che si verifica è il non rispetto della vita di tanti e tanti bambini che abitano in quartieri degradati, che vivono nella miseria e soffrono la fame, che subiscono violenze e soprusi di ogni genere; è la regola che non sembra provocare lo sdegno di chi parla sempre di diritto alla vita, di libertà e di rispetto delle differenze. Ci sono bambini meno eguali degli altri e sono tanti; tanti vengono poi educati al sentimento della diversità e al non riconoscimento dell’altro. Nei discorsi sull’identità e la diversità è passata la concezione di una dilatazione esponenziale dell’ego¸ di un ego così narcisistico da non riuscire a concepire non solo che esistono gli altri ma che su tante cose siamo simili. Eppure impariamo costantemente che siamo eguali senza essere identici: basta pensare alla nostre emozioni; al ciclo della vita, alle sofferenze che spesso ci accomunano e alla condivisione universale del punto finale della nostra esistenza cioè la morte.

Tutti noi siamo nati dall’incontro tra un uomo e una donna ; siamo geneticamente il prodotto di questa sintesi maschile-femminile, questo significa che siamo insieme maschile e femminile, siamo costruiti come un sistema ad incastro che contempla la presenza dell’altro dentro di noi. Tutti viviamo, anche se in modo diverso, la nascita, l’infanzia, la crescita fisica, la scoperta della sessualità, il travaglio dell’adolescenza, il passaggio all’età adulta, l’invecchiamento, la malattia e finalmente la morte. Tutto ciò ci dovrebbe permettere di vedere nell’altro un simile anche se diverso, tutto ciò ci dovrebbe aiutare ad entrare in empatia con l’altro; a rispettarne la dignità e l’umanità come vogliamo che sia rispettata la nostra. Ma questo non accade perché l’uomo storicamente determinato non riconosce nell’altro l’uomo come essere umano a prescindere dalla sua condizione specifica. Anzi questo non riconoscimento non spinge all’apertura per conoscere; non invita alla curiosità e alla scoperta. L’affermazione perentoria della diversità dell’altro elimina la possibilità della conoscenza e della comprensione.

Sul piano pedagogico l’insistenza sull’affermazione dell’ego come qualcosa di radicalmente diverso dall’alter distrugge la possibilità del riconoscimento e dell’incontro. Oggi le espressioni auto-affermazione e auto-stima sono dominanti ed esprimono la liquidazione della dimensione collettiva della costruzione della personalità. Senza questa dimensione è difficile vedere nell’altro, il nero, il giallo, il musulmano, il disabile..., un qualcuno eguale a noi anche se ha il colore della pelle diverso, anche se ha una religione diversa oppure presenta una qualche anomalia rispetto a quello che viene considerata come norma. In un suo libro molto lucido,intitolato “la società sotto assedio”, Z.Bauman afferma che assistiamo alla distruzione della società fatta di legami, relazioni, mediazioni, costruzioni collettive e quindi di riconoscimento proprio perché siamo eguali e non così diversi come ci vogliono fare credere. Ricorda anche il libro di Kant “Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”(1784):

Kant osservò che il pianeta su cui viviamo è una sfera,e prese a meditare sulle conseguenze cui giunse furono che tutti noi viviamo e ci spostiamo sulla superficie di quella sfera, non abbiamo altro posto in cui andare e dunque siamo destinati a vivere per sempre in reciproca contiguità e compagnia” (Z.Bauman,2007, p103).

Per favorire l’incontro, lo scambio, la comunicazione Kant parlava di favorire “l’unificazione civile del genere umano”; ma questa è possibile solo se abbiamo la consapevolezza che viviamo tutti, a prescindere delle nostre storie, lingue e culture, su questa sfera chiamata pianeta terra che appartiene a tutti e non è di nessuno in particolare. Anche la consapevolezza che tutti gli esseri umani sentono le stesse emozioni ovunque e funzionano nel medesimo modo nonostante la loro grande varietà. Se abbiamo consapevolezze di questo vi è la possibilità di una cittadinanza che sia effettiva perché riconosce ad ognuno la propria particolarità. Ma solo l’acquisizione profonda del sentimento dell’ uguaglianza tra gli esseri umani può aprire lo spazio per il riconoscimento effettivo delle loro differenze. Qui l’educazione ha un ruolo fondamentale ; un ruolo formativo dal punto di vista della costruzione, tramite l’esperienza di relazione, delle capacità empatiche e della conoscenza di sé. Il grande educatore svizzero Heinrich Pestalozzi notava:

Dobbiamo essere convinti, che scopo finale della educazione non è quello di perfezionare le nozioni scolastiche, bensì quello di preparare alla vita, non di dare l’abito dell’obbedienza cieca e della diligenza comandata, ma di preparare all’agire autonomo. Dobbiamo tener presente che l’allievo, a qualunque ceto sociale egli appartenga e a qualunque professione sia destinato, partecipa di certi elementi della natura umana, che sono comuni a tutti e costituiscono il fondamento delle forze umane. Noi non abbiamo alcun diritto di limitare a qualsiasi uomo la possibilità di sviluppare tutte le proprie facoltà. Può essere opportuno trattare alcuni con maggiore attenzione, e invece proporre ad altri scopi meno elevati. Ma, ripeto, non abbiamo alcun diritto di rifiutare al fanciullo la possibilità di sviluppare anche una sola facoltà, neppure quelle, che per il momento noi non riteniamo molto essenziale per la sua futura professione e per il posto ch’egli terrà nella vita”. (H.Pestalozzi, 1968, p 34)

Era consapevole dell’importanza dell’apprendimento del sentimento dell’eguaglianza per formare dei cittadini e degli uomini in grado di assumere le loro responsabilità sia sul piano personale che sociale nonché sviluppare il senso della vita in comunità. Spesso l’educazione si trova di fronte alla resistenza di chi deve imparare, come oggi succede in molti contesti è qui che inizia veramente la sfida pedagogica dell’apprendimento del sentimento di eguaglianza. Le rivolte nei licei, nelle banlieus, l’opposizione di chi rifiuta il nostro aiuto per imparare sono i problemi con i quali Pestalozzi si è confrontato; si tratta della problematica educativa di chi sembra non volere imparare per principio solo perché si sente così diverso e sente gli altri lontani :

Questi bambini - scrive Meirieu- che non si riescono a fermare, che si alzano durante la lezione, che sono incapaci di controllare i loro impulsi, che escono per bere e che tornano dopo mezz’ora dopo avere sventrati tre zaini e rotti due vetri…questi bambini che non vogliono capire nulla di quello che diciamo loro poiché, appunto, non sono nel registro della ragione. Questi bambini ci mettono di fronte alla questione fondatrice alla quale fu confrontato Pestalozzi lungo tutta la sua vita e alla quale ci dà molti elementi di risposta: come fare sentire ragione ad un bambino che non si trova nella ragione e che non ha scelto la ragione? In effetti quanti educatori vediamo oggi ostinarsi ed esaurirsi nel voler fare sentire ragione a dei giovani che non sono nel dominio del razionale? Sono in un altro dominio, che non è quello del simbolico, per riprendere una espressione psicoanalitica, ma piuttosto in quello dell’immaginario, di una onnipotenza simbolica in cui tutto è possibile subito, dove nessuno ruolo è affidato a nessuno e dove nessun confine non è stato ancora tracciato.” (P.Meirieu, 2003, p. 40)

L’esperienza del riconoscimento dell’altro è effettivamente l’apprendimento più difficile; è una questione che investe oggi tutti i momenti della vita delle nostre società e della vita dei popoli; alcune risposte le possiamo trovare in alcuni educatori come Pestalozzi ; in alcune esperienze di vita sociali basate sulla cooperazione, il dialogo e la solidarietà. È quello che tentarono di fare due figure così diverse come Célestin Freinet, l’educatore francese morto nel 1966, e Don Lorenzo Milani, il fondatore della scuola di Barbiana e di cui si ricorda l’opera oggi a 40 anni dalla morte. Il primo era laico, comunista e libertario, operò nel Sud della Francia, il secondo un sacerdote cattolico messo al bando e che operò nella campagne del Mugello in Toscana; eppure senza conoscersi fecero cose molte simili e condivissero una concezione comune dell’educazione. In ambedue si sente la manifestazione di quello che ho chiamato il sentimento di eguaglianza.

Note bibliografiche:

Antonio Banfi:1961, Pestalozzi, Firenze, Nuova Italia

Zygmunt Bauman:2007, La società sotto assedio, Bari, Laterza

Norberto Bobbio:2005, L’età dei diritti, Torino, Einaudi

Robert Devleeshouwer: 1999,Sur l’histoire et le prèsent, Bruxelles, Epo-Liber amicorum

Célestin Freinet: 2000, Oeuvres Pédagogiques, Paris, Seuil

Célestin Freinet: 1975, Educazione del lavoro, Roma, Editori Riuniti

Célestin Freinet: 1970, I Detti di Matteo, Firenze, Nuova Italia

René Girard: 2000, Il capro espiatorio, Roma, Adelphi

Antonio Gramsci:1976, La formazione dell’uomo, Roma, Editori Riuniti

Helvétius: 1995, De l’Homme, Paris, Fayard

Ivan Illich:2004, La convivialità, Milano, Boroli editore

Jean Jaurès:1999, De l’éducation, Toulouse, Syllepse editeur

Pierre Janet: 2004, Leçons au Collège de France, Paris, L’Harmattan

Immanuel Kant: 1963, Pedagogia, Roma, Signorelli, Roma

Immannuel Kant:1963, idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Torino,UTET

G.Lukacs:1980, Ontologia dell’essere sociale, Roma

Philippe Meirieu: 2002, Repères pour un monde sans repères, Paris, Desclée De Brouwer

Lorenzo Milani: 2000, Lettera ad una professoressa, Firenze,Libreria editrice fiorentina

Giuseppe Mazzini: 1969,I doveri dell’uomo, Firenze, Nuova Italia

Heinrich Pestalozzi: 1968, Madre e figlio, Firenze, Nuova Italia

Heinrich Pestalozzi: 1967, L’educazione, Firenze, Nuova Italia

Alessandro Pizzorno:2007, Il velo della diversità, Milano, Feltrinelli

Paul Ricoeur: 2003, Parcours de reconnaissance, Paris, Folio

Jean-Jacques Rousseau: 1973, les Confessions, Paris, Folio

Tzvetan Todorov: 1987, La fragile felicità. Saggio su Rousseau, Bologna, Mulino

Simone Weil: 1989, L’enracinement, Paris, Folio

Leggi la prima parte

Valid CSS! Valid HTML 4.01 Transitional