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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
08/12/2008
Abstract
Dire che siamo diversi è quasi una ovvietà mentre dire che siamo eguali sembra un’astrazione giuridica: come imparare il sentimento dell’eguaglianza?

So che parlare oggi di eguaglianza è visto con sospetto; lo è perchè la parola eguaglianza viene spesso confusa con omologazione,assimilazione e negazione delle differenze. Credo invece il contrario e penso profondamente che non ci sia incontro possibile senza il sentimento dell’eguaglianza tra gli esseri umani: insisto sentimento dell’eguaglianza! Cioè capacità di riconoscersi nell’altro diverso da sé e riconoscere l’altro in se stesso. A 16 anni quando leggevo “Le Confessioni” di Rousseau mi venne questa illuminazione; passarono gli anni e attraverso il mio lavoro d’insegnante, di educatore, di operatore sociale e di ricercatore in azione ho finito per mettere molto l’accento sulle differenze; cosa che era necessaria ma che si rivelò anche una trappola nella quale si rischia di non uscire. Oggi il mondo è lo specchio di questo accento messo sulla diversità; siamo diventati così diversi che non riusciamo più a comunicare e ad incontrarci. Non vi sono più le mediazioni fornite dalle similitudini che creano quelli spazi intermedi che ci permettono di essere in contatto e di scoprire che, in fondo, non siamo così diversi gli uni dagli altri. Si è parlato di filosofia delle differenze, di etica della diversità, di pedagogia delle differenze ecc...; sempre il sottolineare differenza e diversità; il creare lontananza e anche separazione. L’accento messo così ossessivamente sulle differenze crea una situazione di allontanamento, di ripiegamento su se stesso, di difesa, di paura e talvolta di aperto conflitto. Se l’altro è così diverso da me non ha nulla a che fare con me, anzi devo difendermi, la diversità diventa quindi un muro invalicabile e la comunicazione si rivela impossibile. Si pensava che fossero caduti i muri dopo Berlino eppure si costruiscono oggi muri ancora più pericolosi; muri in nome della diversità; muri materiali e soprattutto mentali: muri a Gerusalem per separare israeliani e palestinesi, muri a Bagdad, muri a Padova, muri nelle scuole in nome della diversità del bambino, muri verso i Rom, muri per non vedere i poveri del mondo, muri televisivi per non fare vedere la realtà umana come è veramente, muri tra religioni, muri tra culture, muri culturali nell’ambito della ricerca in nome della separazione e dell’iperspecializzazione delle discipline che si occupano della condizione umana, muri ovunque in nome della non accettazione dell’altro ma anche, paradossalmente, in nome della sua valorizzazione. In nome della valorizzazione della diversità si creano nuovi ghetti sociali, culturali e anche scientifici. Si crea le condizioni che permetteranno ad alcuni di continuare a dominare gli altri. Era Mazzini che affermava che “bisogna abolire la parola straniero dalla favella dell’umanità”: povero illuso dirà qualcuno; roba da ottocento dirà qualcun’altro; falsità dirà l’esperto d’intercultura! Eppure sono profondamente convinto che avesse colto l’aspetto centrale della nostra condizione: l’essere insieme simili e diversi; similitudine e differenza si uniscono tramite il sentimento dell’eguaglianza. Alla parola eguaglianza Mazzini univa quella di libertà e soprattutto quella di umanità. Umanità è anche il titolo del giornale creato dal grande socialista umanista e pacifista Jean Jaurès; l’umanità è fatta dallo stesso materiale e questo a prescindere dal colore della stoffa e dalla sua forma. Questo è una cosa che bisogna imparare dall’esperienza e dovrebbe essere compito dell’educazione creare le condizioni relazionali e sociali che favoriscono questa presa di coscienza negli esseri umani fin dalla primissima infanzia!

Dire che siamo tutti diversi è quasi una ovvietà ma costruire le diversità sulla base di rappresentazioni sociali e categorie pre-fabbricate non fa che aumentare l’incomprensione degli uni verso gli altri. Sono profondamente convinto che l’eguaglianza non è qualcosa che viene determinato dalla legge o dal diritto, cose importanti certo, ma è soprattutto un apprendimento della relazione io-tu, noi-loro, sé-altro, dentro-fuori, un apprendimento del fatto che chi è diverso da me stesso è tuttavia simile a me; che la similitudine dell’altro sta anche nel fatto che mi vede come diverso e che è anche diverso. Non è un gioco di parole ma una realtà profonda che ognuno può sperimentare partendo dalla propria esperienza di vita. Ricordo che quando ero adolescente mi trovavo immerso in mille sensazioni e mille conflitti interiori; sentivo l’aggressività delle relazioni tra ragazzi e mi chiedevo perchè. Non riuscivo a capire me stesso e quindi a capire gli altri; non riuscivo a dare un senso e un significato a quello che sentivo; come figlio di una emigrante italiana in Belgio sentivo le stigmatizzazioni che vivevano tanti migranti; ne soffrivo e tendevo a sentirmi inferiore rispetto ai miei compagni. A 16 anni incontro Jean-Jacques Rousseau e leggo le sue “Confessioni”; a distanza di più di duecento anni capisco il senso delle sue parole e soprattutto il senso delle mie emozioni. Finalmente riesco a dare un significato al mio mondo interiore strutturando un linguaggio che organizza la mia esperienza di vita e in questo modo comprendo che tutti gli esseri umani vivono le stesse cose; che ogni essere umano è eguale ad un altro. Che questa eguaglianza è quello che permette la comprensione reciproca, l’amicizia, l’amore, la solidarietà e la costruzione di legami affettivi profondi. Non vi è, su questo piano, nessuna differenza tra un indiano, un africano e un europeo; tutti hanno quindi diritto ad essere trattati con dignità e in questo senso la società ha degli obblighi verso ogni essere umano. Ma questo sentimento che crea empatia e comprensione reciproca passa attraverso un apprendimento; la possibilità di costruire un proprio linguaggio interiore che crea la coscienza e ci fa comprendere come l’altro diverso da noi funziona con gli stessi meccanismi anche se attraverso dei mediatori esperenziali e culturali specifici.

Questo me l’ha insegnato un vecchio storico belga, Robert Devleeshouwer, che insegnava storia contemporanea all’Università libera di Bruxelles. Me l’ha fatto capire in due momenti: il primo durante una sua lezione sulla rivoluzione russa dove sentì parlare di Lenin e della sua passione per la liberazione delle classi oppresse dalle catene dell’oppressione; la cosa interessante è che il professore fu disturbato da studenti di estrema sinistra che entrarono nell’aula urlando di uscire per fare la rivoluzione (era in corso una occupazione dell’Univeristà ); con calma il professore aprì la finestra e ci disse:”Guardate fuori! Cosa vedete? Degli operai che lavorano. Non si muovono quindi non c’è nessuna rivoluzione”. M’insegnò l’umiltà e la lezione delle cose, soprattutto disse queste cose con un grande rispetto per la fatica di questi operai sulla strada. Io figlio di operaio in mezzo ai figli della borghesia che giocavano a fare la Rivoluzione mi sentivo vicino a questi operai e anche valorizzato nella mia esperienza di vita dal professore. Mi aveva fatto capire che i discorsi di Lenin si basavano sul rispetto dell’esperienza di vita delle classi lavoratrici come produttrici di saperi e di conoscenze. Di quelle, ovviamente, che non s’insegnano nelle aule universitarie. Un altra lezione che mi ha dato è stato durante un ricevimento ufficiale organizzato dal direttore del dipartimento di storia: vennero tutti i genitori dei miei compagni e delle mie compagne; tutti provenienti dall’alta borghesia di Bruxelles (medici,avvocati,ministri,docenti universitari); arrivarono i miei (mio padre metalmeccanico e mia madre casalinga e di origine italiana).Tutti portavano lo smokink; mio babbo era vestito con il suo vestito della domenica e la sua piccola cravatta rossa, mia madre con un vestitino che aveva cucito da sé. Nessuno fece caso e nel momento di sedersi a tavola il professore andò incontro ai miei e gli fece sedere vicino a sé affianco al direttore del dipartimento al centro della tavolata. In quel gesto sentì il senso profondo del rispetto dell’eguaglianza di questo mio insegnante che fu per me un maestro di vita. Capì che le sue lezioni sulla rivoluzione russa e su Karl Liebknecht, assassinato con Rosa Luxemburg, nel 1919 in Germania per le loro idee socialiste, non avevano nulla di artificiale. Da quel momento l’importanza del sentimento dell’eguaglianza, la sua centralità per creare umanità e riconoscimento, non mi ha più lasciato. Mi ha accompagnato nel mio lavoro d’insegnante, di educatore e di operatore sociale, oltre che nella mia vita di uomo e cittadino.

Occorre quindi ripartire dall’eguaglianza; in questi anni si è parlato troppo d’individuo, di libertà e di diritti e non abbastanza di persona, di responsabilità e di doveri. Si sottolinea fino alla nausea la diversità dicendo che siamo totalmente diversi e che ognuno ha il diritto di auto-affermarsi; una auto-affermazione che non tiene conto dell’insieme di relazioni di cui la persona è insieme prodotto e produttore. Si ragiona come se non ci fosse nulla di simile tra gli uomini, tra gli uomini e le donne, tra popoli e popoli; come se non esistessero legami, relazioni, zone meticce e vincoli reciproci. In questo modo si è esaltato l’affermazione dell’ego; un ego gonfiato in modo disproporzionato, un ego che nega l’esistenza dell’alter non solo come soggetto esterno ma anche come componente integrante della nostra vita. Si è dichiarato che la cosa più importante è l’identità e l’appartenenza non capendo che sia la prima che la seconda è qualcosa di molteplice e complesso; identità e appartenenza rischiano spesso di essere delle camice di forza. Ma questa consapevolezza deve essere il frutto di un apprendimento che deve partire dall’esperienza di vita di ognuno che è sempre relazionale e comunicativa; quindi un processo dinamico di contaminazioni anche nelle situazioni di apparente impossibilità di contatto, come nel caso dell’autismo.

Nell’agire di tutti i giorni e in particolare in quello educativo si dimentica che la dimensione dell’eguaglianza è quella zona d’incontro che permette di riconoscersi nel rapporto con l’altro e riconoscere l’altro come un altro io diverso da sé: uso qui l’espressione di Rousseau che trovo estremamente calzante rispetto alla realtà. L’esperienza relazionale e comunicativa è possibile nella misura in cui siamo simili e in grado di farci investire da quello che sente l’altro perchè in fondo lo sentiamo anche noi; chi di noi non ha mai avuto a che fare con la sofferenza psichica e fisica, con il dolore dovuto alla malattia; chi di noi non si è sentito qualche volta stigmatizzato, non considerato e anche escluso? Chi di noi non si è trovato in contraddizione con se stesso e non ha vissuto le frustrazioni di questa situazione? Ogni essere umano, a modo suo, vive queste esperienze che producono una cultura pratica dell’adattamento continuo alle difficoltà della vita. Insistere troppo sulla diversità vuol dire non capire che questo crea una lontananza che non permette di vedere nell’altro gli elementi di una trama comune; significa spesso costruire dei muri e delle barriere artificiali che ci isolano e isolano l’altro nella sua e nella nostra diversità. Invece imparare il sentimento dell’eguaglianza, averne coscienza vuol dire sperimentare la comunione dei vissuti e in questa comunione la diversità dei linguaggi per esprimerla. Il ritorno all’eguaglianza vuol dire ripristinare il senso della propria dignità e di quella altrui; riorganizzare il filo conduttore di questo Noi che ci comprende tutti a prescindere dalle nostre origini e dalla nostra storia, significa rilegare similitudine e differenza, responsabilità e libertà, socialità e individualità. Ma l’eguaglianza è insieme un sentimento che nasce dal riconoscimento della comunione delle emozioni tra esseri umani e una presa di coscienza che si apprende attraverso l’esperienza di vita: in famiglia, a scuola, con gli amici, nella società, nella vita sociale e lavorativa. Mi ha sempre colpito il fatto che nessuno si è mai chiesto perchè si leggono con interesse degli scrittori russi come Dostoievski o Tolstoi oppure degli autori francesi come Victor Hugo e Daniel Pennac o ancora degli scrittori marocchini come Driss Chraibi; si leggono attraverso le traduzioni anche se sappiamo che alcune cose sono difficilmente traducibili (perché legate alla specifica storia) e scopriamo che la descrizione della condizione umana fatta nella narrazione ci porta in tanti mondi diversi ma anche in tanti mondi dove le reazioni sono tanto simili. La condizione umana attraverso il tempo e lo spazio è si diversa ma anche molto simile; perchè se fosse solo e soprattutto diversa non si capisce perché si dovrebbe leggere testi incomprensibili. Eppure Cervantès, Rousseau, Pirandello, Gogol, Mafuz e tanti altri ci dicono ancora qualcosa e riconosciamo in loro il prisma multicolore della molteplicità delle nostre esperienze e dei nostri vissuti. Il senso dell’eguaglianza è quindi quel sentimento che ci fa rispecchiare nell’altro e scoprire che è come noi; che parte di lui o di lei è dentro di noi e che proprio questo processo di rispecchiamento interno/esterno rappresenta un processo di apprendimento. Frutto di una elaborazione personale collegata all’esperienza dell’altro; la formazione di questo linguaggio interiore che appartiene a tutti fonda la nascita del sentimento di eguaglianza e ci rende semblables e prossimi gli uni agli altri. Ci permette di entrare in contatto, di comunicare e, a quel punto, e soltanto allora, di scoprire che siamo anche profondamente diversi gli uni dagli altri.

La pedagogia dell’eguaglianza si basa tuttavia su una etica dell’eguaglianza; infatti bisogna capire che è la scoperta del dovere verso l’altro che fonda il diritto e il rispetto dei diritti altrui. Quest’aspetto è importante sul piano pedagogico: la presa di coscienza dell’importanza di quello che ci lega e di quello che ci vincola passa tramite l’apprendimento del sentimento dell’eguaglianza e dei doveri dell’uomo in stretto rapporto con i suoi diritti. Questo significa avere una concezione dei diritti non individualistica ma aperta alla comunione e al rapporto con l’altro. Se non s’impara a sentire l’altro dentro di sé, a sentire i propri doveri verso l’altro non si può sentire che, in fondo, l’altro è, appunto, un altro io ma diverso da me. È quello che aveva capito Rousseau quando spiega nella sue “Confessioni” come l’amor di sé, diverso dall’amor proprio in quanto questo ultimo è puro narcisismo e vanità, sia il riconoscimento dell’altro in se stesso e quindi l’amore per quello che c’è di profondamente umano in tutto noi.

Esiste tutta una letteratura sulla diseguaglianza o la libertà ma poco sull’eguaglianza; unico concetto che rende gli esseri umani prossimi gli uni agli altri; la parola eguaglianza esiste ancora sulle scritte all’ingresso dei tribunali anche se tutti sanno che, nel mondo delle merci e del denaro re, non esiste. L’eguaglianza ha accompagnato le grandi utopie filosofiche, politiche e religiose da Platone al cristianesimo passando per la Rivoluzione francese e il socialismo ma nessuno ha mai fatto uno sforzo serio per definirla. Attualmente l’eguaglianza non appartiene più al vocabolario della politica, anzi viene vista con sospetto. È stata derubricata dalla riflessione scientifica e nel mondo del narcissismo e dell’individualismo dominante, appare come superata e anche arcaica. Più nessuno s’interessa all’eguaglianza perchè ognuno pensa a se stesso nel mondo atomizzato del narcisismo diffuso e si sente svincolato da ogni responsabilità verso il prossimo; come diceva Rousseau domina l’amor proprio e l’altro non è quindi più il nostro “semblable”. Riprendere e affermare l’eguaglianza tra gli esseri umani vorrebbe dire compiere di nuovo l’atto rivoluzionario del primo schiavo della storia che si alzò per dire no al suo padrone e quello di Cristo che affermava che tra Cesare e il più povero degli schiavi non vedeva nessuna differenza che giustificasse l’inferiorità del secondo nei confronti del primo. Riaffermare l’eguaglianza vorrebbe dire mettere sullo stesso piano Bill Gates, Berlusconi, il manager della grande impresa, il politico miliardario e l’ultimo zingaro dell’ultimo campo dell’ultima periferia. Vorrebbe dire interrogarsi sui privilegi di alcuni e la miseria ingiusta, anzi ingiustificata sul piano umano, degli altri. L’eguaglianza dovrebbe essere la cose più naturale di questo mondo eppure è la cosa più improbabile e scandalosa della nostra società. Oggi nessun uomo politico, nessun intellettuale, nessun ricercatore farebbe dell’eguaglianza il centro del suo impegno e del suo lavoro intellettuale, non è vendibile, non permette di fare carriere, non è né political correct né scientifical correct! Vi sono cose più importanti come la libertà individuale, piacevole cosa per chi se la può permettere, la carriera, il consumare, l’arricchirsi e il voler apparire ad ogni costo. Anzi si può affermare che l’ideologia della libertà assoluta e della diversità assoluta sono legate e sono diventate il nuovo conformismo; senso comune come avrebbe detto il nostro Antonio Gramsci; la libertà di scegliere in un quadro già scelto da altri è il nuovo modo di concepire la libertà; questo è normale dove non vi è più eguaglianza. Jean-Jacques Rousseau, Giuseppe Mazzini e Simone Weil sono forse le tre personalità che hanno posto con più costanza la centralità dell’eguaglianza nel loro discorso politico, filosofico e pedagogico; hanno messo l’accento sulle similitudini, i legami, la responsabilità degli uni verso gli altri e i doveri dell’uomo. Simone Weil notava: “In nessun modo non potrò mai giudicare accettabile per un mio simile, chiunque sia, quello che considero moralmente intollerabile per me stessa”. (S.Weil,1989, p.45) Se non v’è una consapevolezza dei doveri dell’uomo verso l’uomo non vi può essere che una concezione distorta dei suoi diritti; di una concezione dei diritti che esalta la libertà individuale dimenticando l’eguaglianza che produce legame con l’altro, che fa che la società ha dei doveri verso il bambino che viene al mondo perché non lo ha chiesto lui. Ma il sentimento del dovere non è qualcosa d’innato; è qualcosa che impariamo nell’esperienza di comunità, nel gruppo, nella relazione con l’altro, è quello che Hegel chiamava “l’essere per l’altro” cioè la realizzazione dell’essere in sé e per sé nella misura in cui si riconosce nell’altro. Questo sentimento viene acquisito attraverso la mediazione dell’educazione dalla primissima infanzia all’adolescenza; l’eguaglianza è quella mediazione che mi fa prendere coscienza che l’altro è come me ed è portatore della stessa dignità. Jean Jaurès parlava della nostra umanità comune; dell’anima comune degli uomini e delle donne; non poteva accettare l’idea di un mondo in cui l’essere diverso implicava diseguaglianza; considerava che la scoperta della nostra anima fa scoprire l’anima dell’altro; per lui l’idea socialista, la cooperazione solidale in un mondo di uomini e donne libere ma eguali,è proprio quella che crea le solidarietà per comprendere le differenze.

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