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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Riflessioni
05/11/2008

"Le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; e in questo interregno si verificano i fenomi morbosi più svariati" Antonio Gramsci – Quaderni dal Carcere

L’attualità politica e sociale italiana ci mostra una realtà sociale e morale appiattita e “costretta” dalla paura della recessione economica e dalla più concreta e quotidiana precarietà lavorativa ed esistenziale per molti individui e famiglie.

Le certezze del passato, le ideologie politiche che hanno segnato tutto il ‘900 risultano in piena agonia se non proprio morte, e con esse le “ricette” di un altro mondo possibile.

Come sosteneva Gramsci nel guardare alla crisi politica del proprio tempo, così, con le stesse parole, possiamo dire che oggi morto il vecchio, non essendoci ancora nulla di nuovo, si vive in un interregno in cui si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

L’unica ideologia che ancora resiste è quella della democrazia liberale così come si è andata definendo nell’occidente negli ultimi 20 anni, dopo il crollo dell’URSS.

La struttura su cui poggia questa ideologia è quella della mercificazione dell’uomo e di ogni cosa da questo prodotta materialmente e immaterialmente.

Che cosa descrive il termine “ideologia”?

Secondo Michael Ryan, l’ideologia descrive “le credenze, i giudizi e i modi di sentire che una società inculca con il preciso scopo di generare una riproduzione automatica delle sue premesse strutturali. L’ideologia è ciò che preserva il potere sociale in assenza di una coercizione diretta1.

Se per tutto il 900 le ideologie affermatesi, come fascismo, nazismo e comunismo, rappresentavano comunque, nel bene e nel male, un insieme di credenze e di giudizi affinchè si giungesse a realizzare un mondo secondo schemi “alti”, in un certo senso metafisici dunque trascendenti il materiale e l’immediato, oggi l’ideologia dominante, la democrazia, instilla nelle società un insieme di credenze e di modi di sentire del tutto favorevoli alla propria struttura, il libero mercato, il cui fine è quello di creare profitto, ricchezza materiale, di rendere ogni uomo e aspetto della vita umana pura merce da introdurre (dunque valida) o meno (da scartare) nel mercato globale.

Proprio perchè la ricerca della ricchezza, il fare profitto economico, sono il fine ultimo dell’uomo nella sua vita, questo (imprigionato da una propria creatura) vive, in quanto essere su questo mondo, proiettato esclusivamente nel presente, senza più cognizione del proprio passato e senza più alcuna preoccupazione per il futuro (del mondo che consegnerà ai propri figli).

Il profitto, cosi come ogni merce, vive nel qui-ed-ora, nell’unica dimensione in cui può avere significato e può crearne, il presente.

Vivere la dimensione del presente è dunque un presupposto culturale attraverso il quale, senza ricorrere a coercizione, il mercato perpetua se stesso.

Nella realta di oggi, le guerre condotte per il petrolio (Iraq) per l’apertura di nuovi “canali” di mercato (Jugoslavia e Afganistan) e dunque per il controllo della maggiore fonte di energia attraverso cui produrre merci e profitti, dimostra come ogni altra forma di organizzazione sociale diversa da quella democratico-formale dell’occidente non ha diritto di essere nel mondo globalizzato del mercato (senza esprimere qui giudizi sulla giustezza o meno di tali forme di organizzazione sociale, ma rivendicando il principio di autodeterminazione dei popoli). In questi casi, cioè di fronte ad espressioni di organizzazioni sociali economiche e culturali altre, l’uso della forza e dunque della coercizione diventano inevitabili (nella storia abbiamo visto altre forme di coercizione da parte della Democrazia verso forme altre di organizzazione sociale, economica e culturale: il genocidio degli Indiani d’America).

L’imperativo è democratizzare il pianeta, cioè rendere tutto il pianeta simile all’Occidente.

In Italia, anche a sinistra, c’è chi pensa che la stessa ONU (che raccoglie tutti gli Stati sovrani) debba essere riformata e trasformata in un club di Stati in cui l’essere ammessi presuppone l’accettazione del sistema democratico-liberale: “Queste Nove Nazioni Unite, avrebbero la legittimità necessaria per reagire credibilmente alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale”2

La dimensione del presente come unica dimensione dell’uomo esclude, nell’insieme di relazioni fra gli individui e fra governi e governati, la progettazione del domani e l’ elaborazione del passato, ritenuto non utile alla crescita economica, unico fine della democrazia.

« Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia.

Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente,

non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste

da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue.

È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta,

perché quella storia deve ancora essere messa in atto»

(Walt Whitman, Prospettive democratiche)

La DEMOCRAZIA così come concepita nell’Occidente, assume come proprio principio la libertà.

In nome della libertà ritiene se stessa come l’unico modello possibile per l’organizzazione delle società. La libertà diviene così il pass-partout per qualsiasi azione contro chi si fa portatore di sistemi sociali altri.

La libertà è un altro termine “vuoto” se affrancato dal concetto di responsabilità. Ogni uomo è libero ma nell’attimo stesso in cui incontra l’altro da sè, nella relazione sociale, la libertà è subordinata al rispetto e alla comprensione reciproca e alla relazione stessa.

La libertà in sè è solo affermazione dell’IO. Rispetto all’IO ogni cosa è relativa, compreso il concetto stesso di Bene e di Male. Questi valori, il bene e il male, sono tali se rapportati all’uomo nel suo vivere in-relazione con l’altro e con il mondo; la libertà dunque può produrre sia il bene che il male perchè dipende da come l’uomo vi si rapporta. Il mito del peccato originale e della cacciata dall’Eden del primo uomo altro non è che il racconto di questa consapevolezza. L’uomo è tentato continuamente dal serpente della vita (che non è ne bene ne male), dalla sua natura che è libera e in quanto tale si muove continuamente in ogni dove (sinuosa come un serpente appunto), ponendo l’uomo di fronte “al peccato del mondo” (Vangelo secondo Giovanni 1,29) che altro non è che legge che governa la natura e la società, la cieca affermazione di sè3. Nella sua storia, l’uomo ha però cercato e ricercato un’altra dimensione del mondo reale, alternativa alla concretezza della vita stessa, ne ha intuito l’esistenza (il “mondo delle idee” di Platone, il “mondo morale” di Kant, il “regno dei cieli” di Gesù Cristo). L’uomo ha cercato e ricercato sempre il superamento di un esistente dominato dalla cieca affermazione di sè, e la democrazia è il frutto di un insieme di eventi per l’ennesimo tentativo di un superamento della libertà naturale dell’individuo (l’affermazione di sè ad ogni costo) e di una riproposizione nel bene della stessa.

Tornando al concreto del quotidiano, come si esprime la libertà nei sistemi democratici?

Le libertà di parola e di pensiero sono reali e garantite fin quando non si traducono in azioni concrete, in quel momento esistono diversi modi di coercizione e repressione ad iniziare dall’isolamento sociale per arrivare al carcere. Guy Debord nei “commentari alla società dello spettacolo” sosteneva che la caratteristica del capitalismo oggi è quella di riuscire ad inglobare e a tradurre in profitto qualsiasi istanza altra, autoritaria, anti-democratica o libertaria, che la società esprimesse dal di dentro. Ovvero, il capitalismo riesce ad assorbire negli schemi democratico-liberali e ricondurre a proprio fine anche le istanze sociali ad esso opposte. Infatti ogni forma di esperimento sociale e culturale è stato sempre ricondotto dentro i margini di libera espressione permesse dal capitale e a questo funzionali.

La libertà è ipotecata, nell’occidente democratico, dalla funzionalità ai presupposti ideologici della dmocrazia liberale e liberista. Il socialismo stesso, organizzato in decine di partiti e movimenti, non predica più l’alternativa economica e sociale al capitalismo (superamento della proprietà privata e la proprietà socializzata di beni e servizi fondamentali alla vita materiale dell’uomo). Il socialismo è stato ricondotto alle stesse finalità cui tende la democrazia liberale, anzi questa è il fine stesso da preservare per partiti e movimenti che si richiamano al socialismo.

Oggi, per questo, il capitalismo non si misura più con una “proposta” economica e politica a sè alternativa e dunque non è in grado né di migliorarsi nel rapporto con l’uomo reale né di correggere se stesso rispetto le ingiustizie sociali che produce.

In Italia, come altrove, democrazia e libertà sono confusi con profitto e mercato.

Nel suo libro “Sudditi – Manifesto contro la Democrazia”, Massimo Fini si interroga sul significato di democrazia, analizza la stessa prendendo ad oggetto quelle che risultano essere le parole chiave del concetto di democrazia: “consenso”, “libertà”, “uguaglianza”, “rappresentanza”, “elezioni”, “criterio della maggioranza”, “controllo sull’attività dei governanti”, “governo del popolo”.

  • Consenso: per consenso si intende l’appoggio di una maggioranza relativa o totale di cittadini ad un regime-governo, ad una classe dirigente. La storia ci ha insegnato che anche le dittature più feroci come il nazismo e il fascismo sono nate e cresciute attraverso il consenso di una maggioranza di popolo su una minoranza. Il nazismo è arrivato al potere non attraverso un colpo di stato ma, cosa spesso dimenticata, attraverso libere, liberali, e democratiche elezioni.

  • Uguaglianza: il dato di fatto che nell’occidente capitalistico solo il 20% della popolazione detiene l’80% della ricchezza prodotta (e lo stesso rapporto vale tra il nord e il sud del momdo), serve a dimostrare che ci sono “cittadini più uguali degli altri”, per cui uguaglianza rispetto a cosa?

In uno Stato di diritto come il nostro, democrazia presuppone l’uguaglianza dei cittadini “rispetto alla legge”. ..... Gli ultimi fatti di cronaca giudiziaria dimostrano il contrario, un anonimo cittadino non è uguale ad un Berlusconi o Napolitano rispetto alle leggi dello Stato italiano. Dimostrazione lampante, questa, che l’uguaglianza, nella democrazia italiana, è formale e non sostanziale.

  • Elezioni e rappresentanza: ognuno di noi delega ad un altro da sè la gestione del potere attraverso le elezioni (chi vota è poi veramente libero di fare le sue scelte?) in cui più individui raggruppati in più partiti concorrono al governo del Paese (unità territoriale vasta) e del Comune (unità territoriale più prossima al cittadino). Governa chi ha più voti. Il delegato, una volta tale, non è più subordinato al controllo del delegante, nessun reale processo di controllo esiste nella democrazia verso chi governa da parte di chi è governato. In Italia la cosa è più assurda: il cittadino neanche può scegliere chi votare, ovvero i candidati sono espressione delle lobby dei partiti, per cui il cittadino è chiamato a scegliere o meglio a ratificare candidati scelti per lui (Max Webr in “Economia e società” nota che il pluripartitismo non è carattere principale di una democrazia in quanto “l’esistenza dei partiti non è contemplata, da nessuna Costituzione democratica e liberale”).

  • Governo del popolo: come afferma Massimo Fini, nel già citato libro, “scordiamoci che la democrazia liberale tolleri” o tollererà “mai un governo del popolo”. E’ paradossale che gli unici momenti di un reale governo del popolo si sono avuti in epoche preindustriali, preliberali, predemocratiche; basta ricordare “la comunità di villaggio europea in epoca medievale e rinascimentale, prima che lo Stato nazionale si affermasse e assorbisse tutto il potere. L’assemblea di villaggio, formata da capifamiglia in genere uomini ma anche donne se il marito era assente o morto, decideva tutto ciò che riguardava la vita del villaggio”, dalle tasse, alle leggi di convivenza, fino a scelte di carattere ordinario come nomina sindaco, riparazione strade, ecc.4

Quale definizione, allora, chiarisce il concetto di democrazia?

Popper definisce democrazia “quella forma di governo caratterizzata da un insieme di regole che permettono di cambiare i governanti senza far uso della violenza”, definizione vuota perchè anche nei regimi monarchici predemocratici spesso i cambiamenti avvenivano senza ricorrere all’uso della violenza, così come nei regimi totalitari. Bobbio propone una definizione di democrazia, dopo anni di studi, priva di significato discriminante rispetto ad altre forme di organizzazione sociale; in “Il futuro della democrazia” Bobbio scrive “per regime democratico s’intende primariamente un insieme di regole e di procedure per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”.

Senza scomodare più Massimo Fini e il suo “Sudditi”, diciamo che Democrazia risulta oggi un termine vuoto e in quanto tale può essere riempito a piacere con diversi significati, fra loro in contraddizione.

Nell’Italia Repubblicana, per restringere la visuale a roba di casa nostra, il “potere del popolo” non è stato mai esercitato nei fatti. L’Italia è il Paese, per antonomasia, dei misteri insoluti, dei trafficanti del potere, dell’antistato come le mafie; l’Italia ha prodotto e produce spesso novità regressive anche in ambito liberale e democratico (Mussolini ieri, Berlusconi, ma non solo, oggi) proprio attraverso la democrazia. La democrazia è oggi l’assenza di idealità, in cui non esiste più lo “scontro” fra tensioni e visioni del mondo diverse e contrapposte capace di generare novità, esperimenti sociali e culturali, ricambio generazionale, ecc. Lo scenario politico attuale, nelle “forze” che lo rappresentano, è privo di progettualità per il futuro e di “pensiero”, non si è capaci di andare oltre l’immediato e le apparenza dell’immediato (scriveva Hegel “ il pensiero è essenzialmente la negazione di un esistente immediato”), si vive, come detto sopra, nel presente, che di per sè è il vuoto (in quanto ancora deve essere e ancora non è il già stato) e si tende a perpetuarlo.

La rinascita di razzismi vari e tendenze fascistoidi nei progetti di governo dell’Italia di questi ultimi mesi dimostrano tutta l’inconsistenza e l’incapacità della democrazia nel difendere se stessa, ma soprattutto l’incapacità dei “democratici” nel praticare e far maturare quelle necessarie tensioni ideali fra i cittadini, soprattutto fra le nuove generazioni, unici anticorpi ai mal’anni della democrazia (nelle presidenziali francesi di alcuni anni fa, destra e sinistra, accomunati dall’ideale democratico dell’antifascismo non hanno permesso a Le Pen di andare avanti in termini elettorali; in Italia questo è impensabile e viene da pensare che il fascismo non sia stata una spiacevole parentesi della storia unitaria del Paese ma una normale degenerazione di un sistema sociale, il democratico-liberale, incapace di realizzare se stesso).

La degenerazione della democrazia a cui stiamo assistendo oggi, attraverso il berlusconismo che ne è l’aspetto più evidente (ma che non ha nulla da invidiare ai teorici di certa sinistra autoreferenziale), non avviene per casualità della storia. Il berlusconismo così come la politica italiana, almeno nelle sue espressioni offerteci dalle 2 maggiori coalizioni, è conseguenza dell’anomalia storica di un Paese in cui i problemi reali (ad iniziare dall’unità nazionale alla questione meridionale – prima pauperizzato dalla piemontizzazione e oggi condannato al continuo bisogno e allo stigma della mafia-, dall’elaborazione di ciò che è stato il fascismo all’esclusione a priori per 50 anni di quella metà del Paese che si riconosceva nel PCI da ruoli di governo, ecc.) sono stati sottaciuti o nascosti sotto la sabbia; ed è proprio questo “carattere nazionale” di nascondere le contraddizioni, di non affrontare le problematiche sociali, culturali e politiche via via espresse nella storia, che porta oggi al riesplodere di “forze” sopite e represse (la specificità delle diverse culture italiche che non hanno mai avuto reale “diritto di cittadinanza”, la mafia in quanto vettore di una sub cultura popolare di tipo feudale che ormai ha invaso, come forma-mentis ampi settori “periferici” o localistici della politica, i fenomeni secessionisti e la chiusura delle coscienze nel “personale”, ecc.); forze, verso cui la politica non è capace di dare sponde accettabili in un quadro di progresso democratico. Al contrario, la politica, strumento per la gestione e la formazione della polis, subordina se stessa all’economia, all’interesse economico, come se l’uomo per vivere abbia bisogno unicamente di pane-denaro. E’ continua in questa direzione anche di fronte all’attuale crisi finanziaria (prima preoccupazione non sono le persone reali ma le banche e la virtualità del denaro).

Un Paese, l’Italia, oggi senza storia, perchè incapace di elaborarla nel proprio intimo, in cui aridità culturale, individualismo, consumismo ad ogni costo e razzismo sembrano essere gli unici valori pedagogici da trasmettere ai cittadini e alle generazioni nuove di cittadini da parte delle attuali classi dirigenti. Un Paese dunque senza alcuna visione del mondo “alta”, trascendentale, condivisa, senza alcun ideale e senza più alcuna utopia verso cui tendere (l’idea di un’Europa unita è frutto del pensiero di italiani, come Mazzini, oggi dimenticati completamente in patria).

La Democrazia si presenta da noi come una “realtà” sociale, politica e culturale che chiude il cittadino nelle proprie paure ed incertezze (sempre più bisognoso di mediatori accondiscendenti e malleabili fra sè e le leggi fondamentali del Paese), a questo si aggiunge anche il tentativo di una classe dirigente di creare un capro espiatorio – l’immigrato, il diverso - del disagio sociale diffuso (poiché è in atto un vero e proprio processo d’impoverimento non solo delle classi popolari ma anche del ceto medio); con il risultato che si sta formando un cittadino che come l’Homer Simpson del cartoon, esorcizza la propria sensazione di abbandono e solitudine, cercando il “branco” più che la comunità, abbracciando appieno quei fenomeni morbosi che l’incertezza generale stessa crea (il razzismo è il fenomeno più evidente che si sviluppa nei momenti di incertezza) in modo da poter riversare le proprie frustrazioni, e riempire così il proprio vuoto esistenziale, su oggetti (soggetti) di “sfogo” diversi (oggi tocca al Rom, domani?).

Una realtà non creatasi dal caso ma frutto, si voglia ammettere o no, dell’ormai indiscutibile sistema di relazioni economiche capitalistiche e democratico-liberali.

Ripensare la Democrazia significa innazitutto ridefinire la posizione dell’uomo rispetto al proprio mondo (centralità dell’uomo o del denaro?) e al mondo intero di relazioni in cui è inserito (centralità dei bisogni dell’uomo vs ripsetto dell’ambiente, dei suoi equilibri naturali); significa chiarire quali “assiomi etici” costituiscono la base di una visione-del-mondo e di una pedagogia orizontale e verticale (in cui l’educazione è intesa come strumento con cui debellare la contrapposizione Uomo-Uomo) da proporre alle nuove generazioni e ai cittadini tutti da parte di una “classe dirigente”, locale e non, che si propone a “guida” di una società (riferimenti valoriali quali: fascismo vs antifascismo, spreco vs austerità, individualismo vs coooperazione, solidarietà vs condivisione, libertà vs responsabilità , egoismo vs uguaglianza – nessuno parla più di uguaglianza-, razzismo vs fratellanza, conflitto vs dialogo, laicità del collettivo vs condizionamenti morali e religiosi di un ceto).

In termini più strettamente politici, ripensare la Democrazia ("La democrazia è il peggior sistema di governo, salvo tutti quelli sperimentati finora" diceva Chuchill), significa iniziare a superarla nelle forme in cui si è realizzata fino ad oggi, ad iniziare dal superamento del concetto di rappresentanza, della delega ad altri da sè, nella gestione del potere, del bene comune.

Significa, anche invertire il rapporto tra economia e politica, perchè oggi quest’ultima risulta subordinata alla prima, e nella gestione della “polis” (dal locale al globale) si realizza solo il profitto di alcuni e non la ricerca di una equa redistribuzione dei beni fra i molti.

Oggi, parlare di democrazia, praticare la democrazia, presuppone una riflessione seria sull'importanza dell'educazione nell'apprendere il senso stesso della democrazia che è, e non può essere altro, che fondata sulla giustizia sociale, l'eguaglianza e la fratellanza.

Giustizia, eguaglianza e fratellanza come sentimenti dell’uomo e pratica politica non possono esistere fin tanto che non viene recuperata una dimensione pedagogica della politica ad ogni livello (centrale e periferico) e in ogni luogo in cui si esplica (dal governo al parlamento, dalle amministrazioni alle gestioni di istituti pubblici come la scuola), e fin tanto che continua ad esistere il principio della delega nella gestione del potere e delle decisioni; il sistema della delega, dunque il parlamentarismo così come lo conosciamo, ha prodotto solo una grande e radicata de-responsabilizzazione dei cittadini, dell’individuo e del collettivo verso sè stesso e verso la comunità tutta.

Innanzi tutto, ripensare la Democrazia significa tornare a discutere di Educazione, ripartire dall’educazione. La democrazia, nel suo significato più profondo che comprende il concetto di uguaglianza e fratellanza fra gli uomini, va insegnata e praticata nel quotidiano in ogni spazio sociale utile ad iniziare dalla scuola, scriveva Raffaele La Porta:“Se si parla a scuola di libertà e di democrazia, bisogna , mentre se ne parla , farla vivere nei fatti e negli atti. Ecco il metodo nella sua interezza. Una scuola di libertà e di democrazia é esperienza quotidiana di essa , in classe e in ogni altro suo spazio utile”.

La democrazia può superare se stessa, nelle forme “degenarate” che ha preso oggi, se è capace di rilanciare pratiche di “cooperazione e condivisione”; per dirla con altre parole, “la democrazia è il frutto di un lungo cammino educativo dei popoli e degli individui; è una ricerca costante del senso del proprio sé attraverso il riconoscimento dell'altro in quanto ALTRO-IO piuttosto che solo ALTRO-DIVERSO-da me. La democrazia è un apprendimento costante che può avvenire solo nella relazione con l'altro (ad iniziare dall’immigrato, dal bambino, dall’anziano, dai deboli di questa società) per conoscere meglio se stesso”, per recuperare sè stessi.

In tutto questo la scuola ha un ruolo principale e fondamentale, per tanto tale istituzione educativa non può essere lasciata in mano a privati (che in quanto tale seguono il profitto economico e definiscono gli alunni, i bambini, clienti di un servizio) o divisa e deprofessionalizzata.

Per concludere, propongo la rilettura di quanto scriveva Mazzini proprio sulla Democrazia:

"Il suffragio elettorale, le garanzie politiche, il progresso dell'industria, il miglioramento dell'organizzazione sociale, tutte queste cose non sono la Democrazia, non sono la causa per cui ci siamo impegnati; sono i suoi mezzi, le sue parziali applicazioni o conseguenze. Il problema che vogliamo risolvere è un problema educativo, è l'eterno problema della natura umana, all'avvento di ogni era, a ogni scalino che noi saliamo, cambia il nostro punto di partenza, e un nuovo obiettivo, dietro a quello appena raggiunto, si apre al nostro sguardo…"

"…Noi democratici, vogliamo che l'uomo sia migliore di quanto egli è, che egli abbia più amore, un maggior senso del bello, del grande, del vero, che l'ideale che egli persegue sia più puro, più alto, che egli senta la propria dignità, e abbia più rispetto per la sua anima immortale".

Rispetto alla democrazia liberale, "Esaminando le cose seriamente, la dottrina dei diritti individuali è nella sua essenza e in linea di principio, solo una grande e santa protesta contro l'oppressione di qualunque tipo. Il suo valore, quindi, è puramente negativo. Capace di distruggere, è impotente a fondare. Può rompere le catene, ma non ha il potere di creare vincoli di cooperazione e di concordia. Questo è il problema che la democrazia del futuro desidera risolvere, perché la democrazia non è la libertà di tutti, ma forma di governo liberamente acconsentito da tutti e operante per tutti (…) la dottrina dei diritti individuali è tanto incapace di risolvere la questione così come l'ho posta ­- sottolinea - che è terrorizzata dall'idea di governo. Nelle pagine dei suoi pubblicisti il governo è un male necessario al quale essi si sottomettono a condizione di dargli il minor potere possibile. Non c'è … nessuna società, c'è solo un aggregato di individui, vincolati a mantenere la pace, ma che per il resto seguono i loro propri obiettivi individuali: laissez faire, laissez passer.

"…Che cosa diventano i diritti per quelli che non hanno il potere di esercitarli? Che cosa diventa la libertà di istruzione per chi non ha tempo di apprendere? Che cos'è il libero commercio per chi non ha capitale né credito?"


1 Michael Ryan “ Political Criticism”, in Contemporary Literary Theory, Università del Massachusetts, 1989

2 E.Bonino – G. Dell’Alba “Un Onu rifondata per i Paesi democratici” – Corriere della Sera, 14 luglio 2003

3 Vito Mancuso “Rifondazione della fede” ediz. Mondadori, 2005

4 Massimo Fini “Sudditi – Manifesto contro la Democrazia” i Grilli- Marsilio 2004, pgg. 46-47

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