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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Riflessioni
05/11/2008

La pedagogia in quanto “riflessione” sui modelli educativi che si affermano e si sono affermati in relazione ai sistemi culturali, sociali e politici, e in quanto scienza che a sua volta propone e ricerca modelli educativi e formativi in base ai mutamenti socio-politici e ai mutati contesti culturali, non può non incontrarsi con argomenti e temi quali:

ETICA, MORALE, CULTURA, DEMOCRAZIA, UGUAGLIANZA, LIBERTA’, GIUSTIZIA

Questioni centrali, verso cui la riflessione scientifica si incontra continuamente soprattutto con l’esplodere del fenomeno migratorio (che obbliga l’incontro-scontro tra diverse “visioni-del-mondo”).

Partendo dal nostro punto di vista, da casa nostra (e dell’occidente capitalista), si impone OGGI il dibattito sul RELATIVISMO CULTURALE.

Il Relativismo contemporaneo è un fenomeno storico. In quanto tale è molte cose insieme, possiamo però riassumere così l’approccio relativista alla realtà sociale e agli strumenti di studio verso questa1:

    1. per il relativista non esistono fatti ma solo interpretazione dei fatti;

    2. non esistono conoscenze scientificamente verificate e verificabili, ma solo opinioni;

    3. non esistono idee giuste e idee sbagliate ma solo punti di vista differenti.

In quanto fenomeno della storia, il Relativismo presenta molti aspetti positivi, basta ricordare che da tale approccio è maturata l’idea dell’autodeterminazione dei popoli come “equilibrio” nella convivenza di differenti proposte di organizzazione sociale ed economico-politica.

Attraverso l’approccio relativista si arriva però a dubitare dell’esistenza di criteri universali validi attraverso i quali separare la Verità dalla Menzogna, la Giustizia dall’Ingiustizia, il Bene dal Male e via via fino a dubitare dell’esistenza del Sano e del Patologico.

Ogni cultura ha la sua dignità e va rispettata (d’accordo), ma il Relativismo contemporaneo arriva a giustificare e dunque a perpetuare ogni “manifestazione del sentire il mondo”.

Il fenomeno immigrazione ha portato a casa nostra, ad esempio, la pratica dell’infibulazione. Secondo l’approccio relativista, tale pratica “culturale” va capita e giustificata perché espressione culturale altra.

Da questo “punto di vista”, l’approccio relativista propone una “scelta di qualunquismo” perché nega l’esistenza di valori universali, infatti esso si pone in antitesi anche alla stessa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che deve essere in ultima analisi la base su cui favorire l’incontro fra diversità e il tappeto pedagogico su cui far camminare l’educazione delle generazioni future.

Possiamo affermare che il Relativismo propone, sul piano della morale, un’etica delle intenzioni al posto di un’etica della responsabilità, degenerando sul piano delle idee e della conseguente pratica politica in forme di qualunquismo ideologico (nel XX secolo si sono giustificate attraverso lo “strumento” del Relativismo ogni forma di oppressione e dittature, così come oggi, basta ripercorrere il rapporto Usa-Iraq).

Fondamentalmente il Relativismo contemporaneo è esaltazione dell’individuo, giustificazione dell’affermazione di sé indipendentemente all’altro da sé, in quanto negando l’esistenza di assiomi etici universalmente condivisi giustifica appieno la libera espressione dell’ dell’individualità.

Si arriva a confondere LIBERTA’ con LIBERO ARBITRIO, la prima presuppone responsabilità, rispetto e condivisione, la seconda no (è un po’ come dire “fate come vi pare”).

Nelle società capitaliste, la concezione relativista sviluppa ulteriormente una visione ATOMISTA della società.

In una società atomista come quella occidentale (tradotta politicamente con concetti quale “Stato minimo”, economicamente con “laissez faire, laissez passer”, e culturalmente con “Fine della storia”, ecc.), L’IO è così del tutto separato dall’altro IO, in contrapposizione ad esso, e la relazione IO-TU è giustificata solo dal livello di “ritorno” economico che tale relazione può dare.

La relazione umana si giustifica solo per l’Affermazione di sé e realizzazione economica, in cui l’avere, il possedere è unità di misura e strumento di potenza e di espressione di sé.

In questa ottica, il “nuovo”, il diverso, l’immigrato è vissuto come una minaccia alla propria capacità di avere, di possedere e dunque di essere.

Ogni IO si muove e costruisce relazioni in base alla NECESSITA’ di realizzazione di SE’, che Nietzsche chiamava “volontà di potenza”. La realizzazione di Sé non si ferma di fronte all’oppressione, alla guerra, all’uso della violenza. La realizzazione di sé avviene proprio attraverso l’uso di questi strumenti.

La volontà di potenza (Nietzsche), ovvero la Forza che muove la vita e la natura, è l’unica realtà esistente per l’uomo.

Le società stesse si esprimono (per dinamiche esogene e endogene) mosse da Volontà di potenza. L’uomo vive questa realtà e basta.

In questa riduzione dell’UOMO alla NECESSITA’, anche il Bene e il Male sono “relativi” e determinati dalla NECESSITA’ stessa, che esprime e si sazia attraverso la VOLONTA’ di POTENZA.

Si nega, allora, l’esistenza di un’altra realtà, quella che vede il BENE e anche il MALE (dei riferimenti etici universalmente riconosciuti) come non subordinati alla naturale NECESSITA’.

Oggi, le nostre società realizzano appieno quelli che erano le idee di Nietzsche (il quale si rivolterebbe nella tomba nel vedere che è nel capitalismo la piena realizzazione del suo pensiero), che negavano appunto l’esistenza del bene e del male se non subordinate alla Forza, quella stessa forza che muove le stelle, il sole, che fa cadere un peso a terra e che spinge l’uomo ad incontrare un altro uomo.

La FORZA che muove le stelle, il sole, è la stessa che struttura l’organizzazione umana, le religioni e anche le diverse rappresentazioni di DIO (ognuno si “costruisce” il proprio dio in base alle proprie necessità e per giustificare l’affermazione di SE’).

L’Essere in questo-mondo è determinato dalla forza. La FORZA come affermazione propria della fisica si traduce, parlando dell’uomo, in VOLONTA’. Chi possiede il potere è perché possiede la Forza e chi gestisce il potere gestisce il mondo.

Il volto di chi possiede la forza è possibile scorgerlo guardando i vari imprenditori che controllano le grandi multinazionali e stabiliscono, nella codifica della forza in leggi e forme politiche, le condizioni di vita delle moltitudini.

LA FORZA E’ QUELLA LEGGE SUPREMA DEL SOCIALE E DEL POLITICO RICORDATA DAGLI ATENIESI AGLI ABITANTI DELL’ISOLA DI MELO, PRIMA A PAROLE E POI CON LA SPADA, O DALLE CIVILTA’ MERCANTILI (V sec. A.c.) AGLI ABITANTI DELLE ISOLE LIPARI (prima società comunista della storia) ATTRAVERSO L’ANNIENTAMENTO, O DAI COLONI EUROPEI AGLI INDIANI D’AMERICA ATTRAVERSO IL GENOCIDIO, e così via fino ai nostri giorni.

L’essere è forza, e questo è un dato di fatto dimostrato dalla storia. Se oggi siamo ad un livello di civiltà per molti aspetti migliore da quello di 2000 anni fa lo si deve alle manifestazioni della FORZA (guerre, rivoluzioni, omicidi, ecc.). Ma non solo a questa.

L’ESSERE è anche altro e questo non va dimenticato. Negare l’esistenza di una realtà altra da quella immanente espressa dalla forza, significa bloccare la crescita individuale, soggettiva, sociale, collettiva e oggettiva della nostra specie (la FINE DELLA STORIA).

Un esempio:

(da “Rifondazione della Fede” – Vito Mancuso)

Durante la seconda guerra mondiale, in una cittadina della Serbia, l’uccisione di un soldato tedesco da parte dei partigiani determinò una feroce rappresaglia contro la popolazione. Per ogni tedesco ucciso andavano fucilate 100 persone. Non essendo stato raggiunto un numero sufficiente dal rastrellamento, i nazisti decisero di ricorrere alla vicina scuola da cui prelevarono decine di studenti, di ragazzini. Pochi istanti prima che il plotone eseguisse la sentenza a morte degli sventurati, un soldato tedesco si rifiutò di partecipare dicendo apertamente che quell’atto era un crimine e non un’azione militare. Fu minacciato, ma il soldato persistette nel rifiuto col risultato di venir fucilato insieme ai ragazzini serbi.

Quel soldato avrebbe potuto rifiutarsi in tanti modi, sparare in alto, mirare altrove, fare finta di sparare. Avrebbe ottenuto sia la conservazione della propria vita e sia la “pace” della propria coscienza.

Si è rifiutato di optare per scelte diverse, il suo IO sarebbe stato appagato sotto ogni punto di vista morale e materiale.

E’ stato ucciso e nonostante questo non ha salvato nessuno, non ha ottenuto nulla neanche in termini di auto gratificazione.

Questo gesto non può essere spiegato dalle dinamiche “naturali” in cui la Forza, la Volontà di Potenza, agisce e determina le nostre azioni. Con il suo gesto, pur non ottenendo “economicamente” nulla, il soldato nazista ha salvato l’idea di uomo, ha salvato l’idea che a muovere l’uomo non è solo la Forza ma il bisogno che si muove dentro ognuno di noi di tendere a qualcosa di ben più alto, il BENE (o la consapevolezza di un’ETICA universale ed universalmente valida).

Allora, l’uomo si muove e costruisce o distrugge attraverso la naturale e inevitabile FORZA che muove il cielo, le stelle e i pianeti tutti, ma non è l’unico suo motore. L’uomo si muove anche attraverso un’altra forza non presente in natura ma non per questo meno reale e che ci distingue dagli altri esseri viventi, il BENE.

Il Bene (chiamiamolo anche desiderio di giustizia, Dio, o con altri modi) è un evento soggettivo, eminentemente soggettivo. Il Bene nasce dall’unione di condizioni oggettive e di disposizioni soggettiveB>2. L’educazione agisce in questo secondo ambito, e il suo scopo è di formare personalità capaci di riflettere su se stessi, sugli altri, sugli stereotipi e i pregiudizi in maniera critica e cosciente della complessità e della relatività dei punti di vista, capaci di conoscere e ri-conoscere se stessi nell’incontro con l’altro.

Il BENE è anche una condizione soggettiva, dunque, ma non va confuso con azioni quali posare nudi per un calendario i cui proventi vengono destinati ai bambini poveri dell’Africa o organizzare eventi di beneficienza al fine di aumentare il prestigio morale di qualcuno, qualche politico o qualche imprenditore che vuole accrescere la propria autogratificazione (padre Alex Zanottelli rimanda continuamente al mittente le offerte che riceve attraverso i circuiti di certe beneficienze, affermando che i poveri non hanno bisogno di beneficienza ma di giustizia).

Il Bene, la GIUSTIZIA, si genera se praticate, ed è praticato giustamente solo nella piena libertà da se stessi, ovvero senza “ricatti” morali alla base (leggi, regolamenti, comandamenti ecc.). Possiamo dire che per ogni nuova legge antirazzista, antixenofoba che viene promulgata, l’educazione perde terreno nella partita formativa verso l’incontro con l’altro da sé, verso un mondo migliore.

Il Bene nasce se libero dall’autoaffermazione dell’IO e se libero dalla dipendenza della relazione col TU. Si potrebbe dire che il Bene è, se è disinteressato, da qualunque parte lo si guardi.

Il Relativismo culturale è giustificazione dello status quo (qualunque esso sia), è abbandono dell’uomo alla sola FORZA alla sola Volontà di Potenza. Giustificando questo, non si ammette la possibilità dell’uomo di essere altro dall’ ESSERE che cerca solo ed esclusivamente la realizzazione di sé. Homo hominis lupus (Hobbes).

La pedagogia non può non ricondurre la propria attenzione verso le forze che agiscono nella natura sociale e non può non attaccare il Relativismo culturale nei suoi principi prima esposti.

La pedagogia, non può non affermare che l’uomo è altro dalla sola conoscenza sensibile (per dirla con Cartesio) o dall’ORDINE DEI CORPI (Pascal), l’uomo è anche res cogitans, Ordine dello Spirito che ci fa diversi dagli altri esseri viventi su questo mondo. E, come ricordava Pascal, l’Ordine dello Spirito presuppone lo studio, la ricerca.

Nel suo rapporto con l’altro da sé, l’individuo deve poter scoprire, e qui l’educazione deve far valere il proprio agire, che oltre allo Studio e alla razionalità, l’uomo è capace di vivere una dimensione ancora più profonda (di cui la conoscenza sensibile e la res-cogitans ne sono il presupposto), che solo l’incontro con l’altro da sé può far maturare: LA PIETAS (carità, condivisione, comunione, ecc.).

La PIETAS , ovvero la capacità di con-patire, con-dividere con l’altro.

Nelle scienze dell’educazione, la PIETAS è espressa e spiegata dal concetto di empatia (capacità di guardare il mondo dal punto di vista dell’altro e non solo dal proprio, senza però “perdere” se stessi).

In una realtà sociale, quale quella occidentale, in cui l’effimero diviene l’assoluto e in cui il flusso di migliaia di persone provenienti da altre latitudini, portatori di altre visioni del mondo, sono conduttori di contraddizioni, sviluppare la PIETAS significa ridiscutere inevitabilmente sé stessi.

Innazitutto, iniziamo a chiederci cosa proiettiamo di noi stessi in quanto “costruzione” sociale e culturale alle nuove generazioni e agli “stranieri” che arrivano nelle città occidentali.

  • consumismo sessuale, o meglio, il sesso omologato a merce e in quanto tale ridotto a bene di consumo.

L’occidente rimanda a noi stessi e a chi arriva a viverci e alle nuove generazioni, l’immagine della donna come oggetto poco più nobile della coca-cola (qui non si parla della prostituzione ma dell’immagine più generale che diamo della donna nelle nostre società);

  • abdicazione educativa: riduzione della famiglia, dei ruoli genitoriali e della scuola a semplici contenitori delle manifestazioni emotive-comportamentali dei bambini i quali ricevono schemi comportamentali e educativi da agenzie diverse come la macchina del marketing (i bambini viziati, adultizzati nei costumi e nei comportamenti) ;

  • Centralità del corpo: ognuno di noi è continuamente rimproverato se la cura estetica del corpo, l’apparire, non è centrale nella propria vita. L’apparire giovani (unica dimensione dell’essere ammessa dall’occidente) è imperativo categorico per l’affermazione di sé e per la propria relazione sociale. Questo nuovo dio, il corpo, ha prodotto il rigetto della dimensione della vecchiaia (così come per alcuni versi della disabilità, e in generale di ogni diversità) a oggetto senza alcun valore, paura da esorcizzare con cure e chirurgie varie, svuotandola di quel significato di saggezza e riferimento esistenziale per i più giovani che per millenni ha avuto nella storia. L’anziano infatti è oggi ostacolo e non risorsa. Oltre a questo, l’impatto culturale sulla crescita dei più giovani è devastante. Il mito dell’eterna giovinezza conduce ad una posizione mentale dell’uomo secondo cui il presente è ciò che conta, il passato così come il futuro non ci riguardano. L’eterna giovinezza (l’eterno presente) produce anche lo svuotamento dell’anima in quanto si perpetua quella natura “animale” che di per sè appartiene al giovane e non all’anziano (di per sé, ed è giusto cosi e sappiamo che in quella fase di crescita tutti siamo stati preda di amori del momento, volubili, sensibili al luccichio dell’effimero e della vanità; il ragazzo è pura affermazione di sé, parte del branco in cui far emergere sé; le nostre società accolgono il diverso con la vanità, l’effimero e la vacuità proprie del giovane).

  • Negazione di una dimensione diversa dal presente, e quindi diseducazione al pensare, inutilità del pensiero, dell’idea, della progettualità, del pensare il domani; da questo “vuoto” nascono quelle patologie innaturali proprie delle nostre società come la depressione, estremizzazione della semplice noia (riaffermiamo che la noia è un momento proprio dell’uomo che non va demonizzato ma verso cui occorre educare le nuove generazioni, perché la noia è una fase di passaggio tra un vecchio e un nuovo nel divenire quotidiano, educhiamo i giovani a gestire la noia), e la riduzione dell’anima a psiche, la “materialità” di Dio (si scavano tombe per riportare alla luce cadaveri da toccare, guardare in modo che la stessa ricerca di Dio – sia esso Bene, l’ALTRO, ecc.- non è più percorso interiore che potrebbe sconvolgere il tutto, ma ricerca esteriore e appagamento immediato, in modo che lo status quo delle cose è salvo, accettato).

  • Centralità del denaro nella relazione umana: l’unico DIO contemplato dall’occidente è il denaro e l’unico esempio di rettitudine verso questo Dio è l’uomo capace di produrre ricchezza materiale (non importa come e con quali strumenti lo si fa).

Il fenomeno dell’immigrazione, quando ciò avviene per necessità, per fame, è il prodotto ultimo, diretto e indiretto, di tutto questo, del mantenimento di tutto questo, della globalizzazione di tutto questo.

Se accettiamo come vero il concetto espresso da Kurt Lewin “LE RELAZIONI TRA I GRUPPI SONO UN PROBLEMA BIFRONTE. CIO’ SIGNIFICA CHE PER MIGLIORARE LE RELAZIONI TRA I GRUPPI, E’ NECESSARIO STUDIARE ENTRAMBI I GRUPPI OGGETTO DELL’INTERAZIONE….CAPIRE CHE IL PROBLEMA DEL NEGRO E’ ANCHE QUELLO DEL BIANCO, CHE LA QUESTIONE EBRAICA E’ ANCHE LA QUESTIONE DEI NON EBREI ……”, non possiamo non escludere dalla nostra riflessione il “carattere” sopra esposto delle nostre società occidentali, delle nostre espressioni culturali.

Un individuo che non vive la dimensione sociale e l’espressione culturale dell’avere, dell’affermazione di sé nel denaro e attraverso il corpo, nella centralità del denaro, è un emarginato, e lo diviene perché non riconosciuto dalla propria comunità. Allo stesso modo una comunità di individui portatori di una cultura-altra se non si adegua, viene emarginata, si ha il fenomeno definito dell’ incistamento o dell’ auto-incistamento di per sé conflittuale (un esempio tutto occidentale dell’auto-incistamento non conflittuale è quello delle comunità amish in america del nord).

L’incontro con l’altro, sia esso immigrato o altro ancora, è un dono, deve essere percepito come dono perché solo esso ci aiuta a a ripercorrere ciò che siamo stati e a riscoprire o scoprire nuovi modi di vivere-in-relazione e di vivere con noi stessi, a ri-pensarci.

La pedagogia (così come le altre discipline delle scienze dell’educazione), nella sua variante che studia il fenomeno migratorio e l’incontro fra culture, non può non portare l’attenzione su questioni di casa nostra e una conseguente critica ai nostri sistemi culturali con cui educhiamo le nuove generazioni.

Riconoscere dunque che l’uomo è anche altro dalla NECESSITA’, dalla FORZA, che in ognuno di noi, e in questo siamo tutti uguali, alberga il DESIDERIO DI GIUSTIZIA, significa RIPENSARE le nostre coordinate culturali, valoriali, e promuovere una giusta pratica dell’incontro e della relazione.

In ogni cultura, in ogni latitudine, sulle cose fondamentali che costituiscono la vita umana c’è ACCORDO su concetti quali FEDELTA’, ARMONIA, ONESTA’, RISPETTO, SINCERITA’. Per capirlo basta guardare alla produzione letteraria delle civiltà, evidenziare le “storie” tramandate attraverso i diversi testi sacri, favole, leggende, miti, attraverso gli arkètipi culturali, frutto dell’esperienza di millenni da parte degli uomini.

È in questo, è qui che è possibile dire che nonostante le differenze culturali e sociali, le diverse geografie di provenienza, il DESIDERIO DI GIUSTIZIA è uguale per tutti (si chiami regno dei cieli per Gesù, mondo delle idee per Platone, armonia universale per Confucio, Volontà Generale di Rousseau, ecc.).

Da qui occorre partire per rifondare una Pedagogia come scienza dell’educazione e della formazione dell’individuo (Grazie al fenomeno dell’immigrazione oggi questo è possibile), da questo stadio sorgivo dell’esperienza umana, prima che entrino in gioco le diverse tradizioni religiose, le categorizzazioni dell’intelletto, occorre fare leva per un “giusto” incontro tra “diversi”. La pedagogia interculturale, in virtù di quanto detto, ricerca metodi e modelli attraverso cui favorire l’incontro partendo dall’individuo e dalla sua quotidianità, che come per ognuno di noi è ricerca del DESIDERIO DI GIUSTIZIA.

Riconoscere questo presupposto, significa avviarsi su un percorso che ci aiuterebbe a percepire l’altro, il diverso (sia esso anziano, povero, disabile, immigrato, emarginato, ecc.) come “UGUALE” a noi. L’ALTRO e’un altro IO.

L’operatore pedagogico, così come ogni individuo che voglia uscire dalla stupidità3 che alza muri e barriere verso l’altro, dovrebbe tenere presente che la strada che porta all’accoglienza è certamente piena di conflitti, di de-strutturazioni e ri-strutturazioni continue di visioni –del-mondo, di saperi dati per scontato.

L’educazione perché sia finalizzata all’ accoglienza, alla Pietas, allora dovrebbe occuparsi di far maturare in ogni individuo, in ogni comunità, questi sette atteggiamenti:


1) GIUSTA CONOSCENZA. Far maturare la consapevolezza della non-permanenza di tutti i fenomeni fisici esterni e di tutti i componenti della propria e altrui personalità (tutto cambia e può cambiare). Le idee cambiano man mano che la comprensione si sviluppa. Solo così si può eliminare il pregiudizio.


2) GIUSTI OBBIETTIVI. L’obbiettivo immediato è quello di vivere concretamente la verità (il riconoscimento dell’altro e di sé nell’altro) che si e raggiunta;


3) GIUSTA PAROLA. Saper comunicare con l’altro significa educarsi ed educare alla chiarezza, alla cortesia (“che il tuo dire sia si, si o no, no” Mt 5,37).


4) GIUSTA CONDOTTA. Sia pacifica, benevola e volta all’altro. Praticare ciò cui si dice di aderire idealmente (la democrazia va praticata quotidianamente).


5) GIUSTO SFORZO. Lo sforzo continuo di controllare pensieri e azioni distruggerà tutto quello che è dannoso. Crescere, significa vincere continuamente la stupidità (luoghi comuni, sentito dire, generalizzazioni, su persone o culture altre) e desiderio (pensare a sé e alla soddisfazione del proprio IO ad ogni costo).


6) GIUSTA ATTENZIONE. L’osservazione continua e consapevole della vita e dei propri pensieri personali, degli atti, le intenzioni e le loro cause. Occorre osservare le funzioni del corpo e della mente, raccogliere le esperienze, coltivare la consapevolezza del presente e meditare sul futuro. Questa abitudine facilità l’analisi e la riflessione necessarie alla crescita di sé e del proprio intorno sociale.


7) GIUSTA CONCENTRAZIONE. Ogni cosa che si fa (lavoro, studio, gioco, incontro) va fatta nel migliore dei modi per sé e per gli altri, perché tutta la vita e tutti noi siamo interdipendenti.

Per concludere, ricorro ad una metafora: la vita reale dell’uomo, nella storia così come in quella di tutti i giorni, è più simile ad una musica stonata (guerre, sopprusi, povertà, razzismo, precariato, negazione della dignità, ecc. dominio della FORZA, della VOLONTA’ DI POTENZA), che ad una bella sinfonia, ma va riconosciuto che ognuno di noi in potenza ha orecchio, talento, voce (anima, desiderio di giustizia e senso del bene); è solo una questione di educazione.

l’uomo può diventare uomo solo attraverso l’educazione” – I. Kant

1 Rif. Paolo Ricca “Lettere” ediz. Claudiane

2 Vito Mancuso RIFONDAZIONE DELLA FEDE, ediz. Mondadori

3 Helvétius distingue l’ignoranza dalla stupidità, la prima è la condizione di nascita dell’uomo, un terreno che può essere lavorato (l’ignorante conserva in sé una saggezza naturale), la seconda è invece acquisizione di un “falso sapere” che diventa pregiudizio. Scrive Helvétius: “Per diventare stupido e pervenire a spegnere in sé anche i lumi naturali, occorre arte e del metodo; occorre che l’istruzione abbia ammucchiato in noi errori su errori: occorre con delle letture ripetute avere moltiplicato i propri pregiudizi”.

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