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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
10/10/2008
Abstract
In questo lavoro, che è più di una classica recensione, si vuole essenzialmente restituire il senso di problematicità e complessità al nodoso tema della scuola e all'evidente crisi dell'istruzione scolastica: si ridà importanza all'insegnante-artista il quale, con grande capacità creativa, sa coinvolgere e interessare gli alunni, trasmettendo loro anche il desiderio di conoscere; si riconoscono però anche i limiti. Si vuole d'altra parte inserire tale discorso di Pennac in un contesto educativo e culturale più complessivo e generale, offrendo in tal modo una visione di largo respiro.

Notevole è stato il successo del Diario di scuola di Daniel Pennac (trad. ital., Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 256), lanciato del resto da un forte battage pubblicitario a livello editoriale. Ma l'affermazione era più che meritata per questo acuto e brillante professore-scrittore, caratterizzato da una vivace vena di umorismo, inventore della fortunata figura di Benjamin Malaussène e autore del testo su una straordinaria esperienza pedagogica d'introduzione alla lettura di ragazzi, attraverso l'intensa relazione del professore in una classe di scuola secondaria, Come un romanzo (trad. ital., Milano, Feltrinelli, 2000 [1993], pp. 144)1.

Ha scritto ad esempio Paolo Mazzoli, uomo di scuola:

«Mi ha davvero sorpreso la lezione di Daniel Pennac sui romanzi e e sugli insegnanti che qualche volta riescono a salvarli. Propongo una lettura particolare di questo libro che consiglio accoratamente a tutti gli insegnanti, i genitori e gli ex alunni un po' zucconi in qualche materia scolastica»2.

Tre punti fondamentali a mio avviso emergono dal libro di Pennac:

  1. La fenomenologia di uno studente, come Pennac ricorda di essere stato, svogliato, disinteressato, demotivato, senza fiducia in sé e nei propri poteri intellettuali; queste caratteristiche di uno studente allora particolare oggi si sono generalizzate e diffuse, all'interno di un declino complessivo della società verso il consumismo e il distacco crescente dai valori della democrazia, nel cedimento alle seduzioni di internet, con i suoi videogiochi, con il suo enciclopedismo superficiale e anonimo, con le sue occasionali corrispondenze; non sorprende allora che la vitalità giovanile senza sbocchi e senza più ideali si scarichi nella violenza cieca del "bullismo"; dietro ciò rimane il disorientamento diffuso e il venir meno di chiari termini di riferimento.

  2. La valorizzazione dell'insegnante. Pennac risponde a un padre addetto alle pulizie che disapprova l'aspirazione del figlio a diventare maestro di scuola, esaltando il valore dell'insegnamento e della scuola pubblica; bisogna incoraggiare gli allievi brillanti a fare gli insegnanti: «Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo chi mi ha salvato nella scuola se non tre o quattro insegnanti?»3.

  3. Il terzo punto è quello più importante e decisivo. Ciò che Pennac propone con più forza è il valore della creatività dell'insegnante, il maestro artista, com'è quella figura emblematica del professore di francese che, colpito dall'inventività delle bugie costruite da uno scolaro senza voglia, (il giovane Pennac) per giustificare la sua impreparazione e le sue assenze, gli assegna di realizzare un romanzo in un trimestre, un capitolo per settimana4; questa dell'insegnante è stata sicuramente una scelta straordinaria che salva uno studente e crea uno scrittore.

Pennac, all'insegna dell'indipendenza e andando controcorrente, recupera dimensioni didattiche desuete, come il dettato, la grammatica scoperta nello studio diretto dei testi, la frequenza del dizionario, l'imparare a memoria: va per l'appunto in controtendenza, anche nel disinteresse, nella sfiducia che mostra per le dimensioni tecniche, sociologiche, di scienze umane, come si chiama oggi il ramo dell'educazione, attualmente esaltate nella formazione e nel corredo dell'insegnante. Ma agli aspetti fisiologici non è sordo e propone un controllo medico della vista e dell'udito per tutti al momento dell'ingresso a scuola.

Allora un'alternativa radicale tra il maestro inventivo di Pennac e quello mettiamo dei nostri corsi universitari della formazione e delle SSIS? Forse no. Si tratta di dimensioni diverse che non è affatto impossibile integrare.

Certo la dimensione dell'arte dell'insegnare è importante e non sarà mai incentivata abbastanza. Lo stesso Pennac sostanzialmente la integra con quella della competenza disciplinare dell'insegnante, con l'amore e il continuo approfondimento della disciplina insegnata, inserita in un più vasto contesto culturale. Che può venire da un insegnante, come mi dice una gentile professoressa di lettere, mia vicina di casa, autrice con alcune colleghe di una bella antologia di letture d'italiano per il biennio, che non tocca praticamente più un libro della sua materia dalla laurea? E ce ne sono, eccome e ne incontra frequentemente.

Viene in mente la tesi idealistica per cui «il maestro che sa sa insegnare», il che aveva una notevole parte di verità, ma solo una parte. Certo, per insegnare occorre competenza e amore per il sapere. Una base indispensabile, ma non sufficiente. Che arricchiva colla sua fine sensibilità per la scuola, con la sua psicologia intuitiva, la sua didattica artigiana, ma d'ispirazione culturale, mettiamo un'idealista sui generis, con la sua finezza umana e il suo legame mai venuto meno con la scuola, come Giuseppe Lombardo Radice, da me particolarmente amato e studiato. Poi la psicologia, la sociologia, la pedagogia, la didattica si sono fatte scienza, o meglio scienze: da Dewey a Piaget, a Claparède e così via, e non se ne può più prescindere.

Pennac guarda del resto all'importanza decisiva della competenza e dell'amore per la disciplina degli insegnanti sulla base della sua diretta esperienza. Riguardo alla sua estraneità per la scuola, ricorda come l'abbiano salvato, oltre quell'insegnante di francese di cui abbiamo già detto, il professor Bal di matematica (che era interamente calato nella matematica, o meglio che "era" la matematica), i professori di storia e filosofia, i quali erano interamente presi da ciò che insegnavano5.

Divenuto professore, Pennac ha potuto certamente contare sulla forza straordinaria della sua arte d'insegnare ed è stato un maestro esemplare. Ma il fare scuola non può essere affidato alla sola vitalità eccezionale di una personalità speciale: l'insegnamento si svolge in una scuola di massa e deve fare i conti con una collaudata conoscenza e tecnologia scientifica, largamente verificate e diffuse, che realizzino un bel plafond comune per l'insegnamento-apprendimento.

A questa base di cultura e professionalità educativa, promosse nelle Facoltà di Scienze della Formazione e della SSIS, è stato dedicato nella Facoltà di Scienze della Formazione di Firenze dal 15 al 17 maggio un importante Convegno, a cui sono onorato di aver preso parte. Era generosamente promosso in primo luogo dalla preside di quella Facoltà, Simonetta Olivieri, e faceva il punto, per gli obiettivi raggiunti e per quelli da raggiungere ancora, in primo luogo nella sede fiorentina, ma anche in tante altre sedi italiane, degnamente rappresentate a Firenze.

Giustamente è stato ricordato come la realizzazione della formazione e della specializzazione universitarie dell'insegnante, dalla scuola dell'infanzia al liceo, sia stata un'operazione qualificata e straordinaria, che veniva a coronare una lunga battaglia democratica, accanto a quelle per la scuola media unica, l'istituzione della scuola dell'infanzia statale, la realizzazione della scuola a tempo pieno o integrata, il varo degli organi collegiali scolastici. Dunque una grande conquista, che è stato giusto celebrare.

Ciò non può però far dimenticare il grave disagio (che ho notato in occasione del Convegno di Firenze) in cui si trova la nostra scuola, per la quale, in aggiunta al più eclatante e già ricordato fenomeno del "bullismo", si pongono le gravi crisi, particolarmente per la scuola secondaria: per i nostri alunni tale crisi riguarda soprattutto l'insufficiente cultura matematica che pone l'Italia in un livello molto arretrato rispetto alla media europea (pur in presenza di una didattica della matematica d'avanguardia notevolmente avanzata, creativa, nutrita di storicità). Ma non solo: nelle scuole italiane si ha una generale carenza di senso storico, pesanti lacune nella scrittura (non più praticata in contesti di vita sociale e scolastica), la mancata pratica della lettura (per cui si è parlato di un popolo divenuto di "illetterati") e su questo drammatico tema mi permetto di rinviare ancora alla lettura al mio testo Scuola e lettura6.

Da qui la mia proposta avanzata allora che in un futuro Convegno dei docenti della formazione universitaria degli insegnanti s'affronti con coraggio il tema della scuola in difficoltà, mettendo a fuoco i possibili interventi riparatori, in raccordo con l'iniziativa di rinnovamento della società, attraverso adeguati interventi degli insegnanti. Un grande modello potrebbe essere quello che ho rilevato degli storici congressi della FNISM nell'età liberale, su grandi temi come la laicità e la riforma della scuola media, celebrati particolarmente da Lamberto Borghi, autorevole punto di riferimento per la pedagogia laica del dopoguerra, nel suo insostituibile Educazione e autorità nell'Italia moderna7, autentica "antistoria" della scuola italiana e insieme della sua storia civile.

Certo, la figura, o meglio l'identità dell'insegnante è complessa (sulla sua storia in Italia, dai maestri ai docenti universitari, si veda il prezioso saggio di Ester De Fort, Gli insegnanti8): si uniscono nelle sue componenti (senza antitesi) l'arte d'insegnare (come abbiamo detto particolarmente esaltata da Pennac), competenza e passione culturale, preparazione teorica, pratica, scientifica, pedagogica e didattica. Aveva però ragione quell'amico romano libraio-editore che, parlando di Pennac, mi diceva: "Ma lui era un borghese, un privilegiato. Il problema è però sociale". E qui lui si rifaceva a don Milani, ma liberamente anche a Gramsci. Si tratta di portare alla cultura anche gli umili, anche i fin qui esclusi. Abbiamo parlato di un minimo di cultura comune, ma insieme la sfida è quella di portare ognuno al massimo della realizzazione delle proprie possibilità.

Intendiamoci. Anche Pennac è tutt'altro che privo di sensibilità umana e di disponibilità sociale, tanto più che lui espone temi importanti con discrezione e senza retorica: il che è più che apprezzabile. E così parla del valore della comprensione umana, per la quale «spesso basta uno sguardo, una frase benevola, la parola fiduciosa di un insegnante, chiara ed equilibrata per dissolvere la paura, la preoccupazione degli scolari»9. E ricorda anche la sua predilezione per lo scolaro normale, sfiduciato com'era lui, piuttosto che per lo studente leccornia, eccezionale, ma pur non privo anche lui di altri ordini di problemi (invidia, gelosia e così di seguito)10.

Ma il problema è più impegnativo e di fondo: l'azione dell'insegnante ha veramente senso e valore se sostenuta da una passione etica e civile, nel senso che vi dev'essere l'impegno democratico per la liberazione di tutti (si ripensi a Dewey e da noi a Borghi, Visalberghi, Capitini), per la formazione di uomini disponibili alla realizzazione della giustizia, della libertà, della rispettosa collaborazione, della positiva solidarietà, e maturati attraverso questa effettiva esperienza.

Nessuno come John Dewey ha messo in rilievo l'importanza del rapporto stretto e scambievole tra democrazia, educazione e insegnanti, dove «la causa della democrazia è la causa morale della dignità e del valore dell'individuo. Il rispetto e la tolleranza reciproca, lo scambio e l'accomulamento delle esperienze sono infine il solo metodo mediante il quale gli uomini possano riuscire a portare a buon termine l'esperimento in cui tutti ci siamo impegnati, il più grande esperimento dell'umanità», al cui centro vi è l'educazione, che anzi è in primo luogo l'educazione, «quello di vivere insieme in modo tale che la vita di ciascuno di noi sia al tempo stesso giovevole nel più profondo senso della parola a noi stessi singolarmente e altresì giovevole alla formazione dell'individualità degli altri»11.

Combattere la deriva della democrazia nel nostro Paese, anzi promuoverne il rilancio e lo sviluppo si lega direttamente anche al non venir meno della motivazione morale, culturale, sociale e civile degli educatori, alla crescente richiesta della loro fiducia nella propria azione, considerata a ragione decisiva, fondamentale e insostituibile.

Scriveva ancora Dewey: «E' necessario impegnare l'intero corpo addetto all'educazione, compreso l'insegnante di classe, nella considerazione delle responsabilità sociali della scuola, specialmente in rapporto alle questioni e ai problemi più importanti del nostro tempo»12.

Daniel Pennac, Diario di scuola, traduzione italiana di Yasmina Melaouah, Feltrinelli, Collana I Narratori, Milano, 2008, pp. 256, euro 16,00.

1 Su tutta la problematica in cui l’opera Come un romanzo s’inserisce, si confronti Giacomo Cives, Scuola e lettura, in “L’albratos”, 2008, n°3, luglio-settembre, pp. 99-113.

2 Paolo Mazzoli, Grazie Prof. Pennacchioni, detto Pennac, in “La vita scolastica”, 2008, a. 17, p. 10.

3 Daniel Pennac, Diario di scuola, trad. ital., Milano, Feltrinelli, 2008, p. 45.

4 Cfr. ivi, pp. 75-76.

5 Cfr. ivi, pp. 209-213.

6 Cfr. nota 1.

7 Lamberto Borghi, Educazione e autorità nell’Italia moderna, Firenze, La Nuova Italia, 1951.

8 Ester De Fort, Gli insegnanti, in: Giacomo Cives (a cura di), La scuola italiana dall’Unità ai nostri giorni, Firenze, La Nuova Italia, 1990, pp. 199-261.

9 D. Pennac, Diario di scuola, cit., p. 55.

10 Ivi, p. 221.

11 John Dewey, L’educazione di oggi, trad. ital., Firenze, La Nuova Italia, 1950, p. 470.

12 Ivi, p. 290.

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