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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
11/02/2009
Abstract
La scoperta dei neuroni specchio ha svelato la base cerebrale del nostro successo nella comprensione dei pensieri e dei comportamenti delle altre persone. Per questo Iacoboni parla di una natura imitativa dell’uomo, pretendendo di fondare su di essa una spiegazione dei fenomeni comprensione e previsione delle azioni. Dopo una considerazione sul rischio di sostenere una tesi così generale, esponiamo i meriti di questo sforzo (1), ma avvertiamo che essa cade in un eccesso di semplificazione (2). La soluzione è ipotizzare che i meccanismi specchio, pur essendone alla base, non esauriscano la nostra comprensione delle menti altrui (3 e Conclusioni).

Un’antica e diffusa opinione spinge a diffidare dei comportamenti imitativi, se non addirittura a biasimarli con finalità pedagogiche o in ogni caso a condannarli come riflessi finalizzati allo scherno e dunque offensivi. La semantica dell’imitazione non piace al nostro buon senso, e certamente non del tutto a torto. Nell’imitazione volontaria, infatti, si possono riscontrare tracce di quegli elementi che il buon senso biasima. Chi fa il verso a qualcuno sta certamente esprimendo rabbia nei suoi confronti e vuole metterlo in ridicolo. Ma la condanna “culturale” dell’imitazione si estende di solito a tutti i comportamenti sociali considerati non totalmente spontanei. “Mi stai imitando come fanno le scimmie” è il rimprovero comune che ci mette al riparo da questa pratica così sconveniente. L’uomo invece avrebbe nella sua natura non il seguire i gesti altrui, ma quello di crearne di nuovi, o quanto meno di ingenerare nelle persone che lo circondano un effetto di emulazione. L’unico senso positivo dato alla pratica imitativa che mi sembra si possa riscontrare nella nostra cultura risiede nell’attività dell’attore che fa il verso a qualcuno. In questo caso, evidentemente, assistendo ad una rappresentazione, non ci sentiamo direttamente minacciati, e anzi siamo portati a riderne e a rilassarci.

Queste considerazioni sono un esempio di come ci si possa facilmente avventurare nello scivoloso terreno che confina con più di una scienza umana, o forse più banalmente nella sociologia della cultura. È scontato che il filosofo ci si addentri, è possibile e a volte persino auspicabile che lo scienziato faccia il lavoro che per secoli è spettato al filosofo. Il fatto che il terreno sia molto frequentato non lo rende tuttavia meno scivoloso.

1. I neuroni specchio e la filosofia

Il lungo caveat non toglie nulla al valore del libro di Marco Iacoboni, da anni studioso dei neuroni specchio, professore all’istituto di neuropsichiatria e direttore del laboratorio di stimolazione magnetica transcranica presso la facoltà di medicina dell’università della California di Los Angeles. La tesi forte del suo lavoro potrebbe essere sintetizzata nell’affermazione secondo cui l’uomo è un animale imitativo. La forza della scoperta, che con un po’ di orgoglio dobbiamo ricordare tutta italiana1 , è che essa svela il meccanismo cerebrale di questo “contagio” per cui vedere una qualsiasi azione mi provoca: 1) la capacità di comprenderla immediatamente; 2) la possibilità di riprodurla immediatamente, una tendenza opportunamente inibita nei soggetti non patologici, ma ugualmente fortissima in tutti noi, a volte quasi invincibile. Chi non ha mai provato improvvisamente fame vedendo una pubblicità con qualcuno che mangia un delizioso gelato, o non ha sentito quasi i suoi muscoli attivarsi vedendo competere i giocatori del suo sport preferito. O, perché no, osservando il gruppo scultoreo di Bernini, non ha sentito l’emozione mista di dolore e meraviglia nel vedere Dafne trasformarsi da ragazza in albero, sotto le dita che stavano per afferrarla.

Se i neuroni specchio non codificassero queste azioni, anche nel terzo caso che, come si vede, configura un’immagine estremamente complessa, tutti saremmo sordi e ciechi in un mondo per noi incomprensibile. E invece siamo come tanti specchi, empatici dalla testa ai piedi, perfettamente a nostro agio nel mondo. Il che, dice Iacaboni facendo opportunamente il lavoro del filosofo, risolve il problema delle “altre menti”, mistero e scandalo che la fenomenologia husserliana intuisce ma non riesce a risolvere pienamente. Così come Iacoboni entra nell’agone filosofico esponendo tesi sulla formazione della coscienza, l’etica e la socio-politica, o persino proponendo esplicitamente, qua e là e in modo tematico nelle sue conclusioni, l’idea di rifondare un nuovo esistenzialismo neuroscientifico di cui definisce opportunamente i contorni. Iacoboni si richiama sì a Merlau-Ponty, Sartre e Heidegger, ma chiarisce anche di non riferirsi tanto ad all’esistenzialismo dell’angoscia quanto a quello dell’empatia e in questo senso dell’ottimismo.

2. Neuroscienza ed epistemologia. L’argomento della semplicità

Un’altra proposta che rientra nel campo, in questo caso, della metodologia filosofica e non solo è costituito da quello che potremmo denominare l’argomento della semplicità. Abbiamo già detto che l’uomo per Iacoboni è un animale imitativo. O almeno lo è alla base, costitutivamente e biologicamente. Se condividiamo gli assunti scientifici da cui il libro è generato, questa tesi ovviamente è fuori discussione. Resta problematico tuttavia stabilire fino a dove l’uomo è un animale imitativo, o se si preferisce porla come domanda epistemologica, fino a dove la spiegazione della essenza imitativa della natura umana è una buona spiegazione. Dove per buona si intende, come sempre, esaustiva, provata empiricamente o concettualmente, e perché no anche economica ed elegante. È qui che Iacoboni pecca un po’ di semplificazione. Ad esempio quando, facendo riferimento a Harry Potter, liquida trent’anni esatti (1978-2008) di riflessione sulla lettura della mente. Potter è spaventato alle parole di Piton secondo cui il Signore Oscuro saprebbe “leggere il pensiero”. E Piton lo sferza affermando che solo i Babbani parlano di lettura della mente, paragonando ridicolmente la mente a un libro. E Iacoboni commenta la citazione (pp.68-9):

Io non credo che noi “leggiamo” le menti degli altri e dovremmo smetterla di usare termini che contengono già in sé una distorsione del modo di pensare a questo processo. Noi leggiamo il mondo, questo sì, ma non le menti delle altre persone nel senso in cui questa espressione viene usata.

Non credo che abbiamo bisogno di sovraccaricare il cervello con complessi pensieri inferenziali sul perché le persone fanno ciò che fanno o ciò che stanno per fare, soprattutto per via di quel nostro pressoché comprendere le più banali azioni quotidiane degli esseri umani che ci stanno intorno, come accade a tutti noi dalla mattina alla sera. Non saremmo in grado di gestire tutto questo se dovessimo essere degli scienziati come Einstein nell’analizzare ogni singola persona che abbiamo accanto.

La cosiddetta Teoria della Teoria2 è sistemata. L’appello al senso comune appare ineccepibile e l’utilizzazione di una realtà neuroscientifica, i neuroni specchio appunto, come rasoio di Ockam sembra funzionare, almeno in prima battuta. Che dire poi della tesi antagonista, quella della simulazione3 a cui pure Iacoboni sembra poter rivolgere le sue simpatie? Si badi infatti che la simulazione si contrappone alla Teoria della teoria come un processo poco o per nulla inferenziale si contrappone ad uno altamente inferenziale e complesso. Anche se in questo caso qui il giudizio si rivela un po’ meno drastico, la stroncatura è identicamente condotta, ancora una volta, a partire dall’argomento della semplicità (p.226):

La simulazione implica una certa quota di sforzo cosciente, quando invece gran parte dell’attività dei neuroni specchio riflette una forma di comprensione della mente altrui che è automatica, basata sull’esperienza e preriflessiva.

Da questo non è difficile concludere che (p. 14):

Il nostro cervello è in grado di rispecchiare gli aspetti più profondi della mente degli altri…al sottile livello di una singola cellula cerebrale. (…) Non abbiamo bisogno di trarre inferenze complesse né di elaborare complicati algoritmi. Semplicemente usiamo i neuroni specchio.

Insomma, se abbiamo capito bene: 1) le tesi dei filosofi o degli psicologi che cataloghiamo variamente sotto il nome di Teoria della teoria o Simulazione vanno respinte vuoi perché assurdamente complesse, vuoi perché imprecise; 2) I neuroni specchio sono l’evidenza neurologica che spiega il comportamento sociale umano (confutando empiricamente la tesi 1). E come conseguenza di (2), i neuroni specchio rappresentano un elemento necessario e sembra anche sufficiente per la psicologia sociale, la teoria dell’azione, l’attribuzione intenzionale, cioè l’ascrizione ad altri e a noi setssi di concetti, inferenze e perfino opinioni e idee.

Se abbiamo capito bene, la comprensione reciproca è un gioco da ragazzi, mentre la filosofia è un divertimento da Babbani.

3. Una stanza piena di specchi

In gran parte Iacoboni ha ragione. La filosofia è spesso troppo poco rigorosa, cioè poco basata su riscontri scientifici che, come accade nel caso dei neuroni specchio, possono riorientare profondamente i termini di un dibattito. I neuroni specchio sono, come già ricordato, una scoperta di non più di 18 anni fa. A chi si occupava di filosofia della mente o di psicologia prima degli anni Novanta, non si chiede nient’altro che una dose di intuizione, che vista col senno di poi si rivela essere stata a volte sorprendente. I processi inferenziali praeter necessitatem non sunt multiplicanda. È inutile inserirli quando non c’è bisogno e, fin dove arriva l’intuizione nella comprensione del comportamento altrui, la spiegazione può fare a meno di postulare processi complessi. Ma se vogliamo comprendere il comportamento degli altri ci sono situazioni a cui l’intuizione non arriva. O almeno, la spiegazione basata sui neuroni specchio non è più sufficiente, pur rimanendo necessaria. Poiché, contrariamente a quanto sembra indicare Iacoboni, tale spiegazione non funziona per tutto il comportamento sociale in generale.

Esiste dunque una tesi che possiamo chiamare tesi forte dei neuroni specchio, d’ora in poi NSf. A questa vorremmo contrapporre una versione deflazionista o debole, che chiameremo NSd. In questo articolo mi limito a fornire le ragioni per cui NSf è inadeguata a livello epistemologico, cioè non fornisce una spiegazione necessaria e sufficiente dei comportamenti sociale. Il mio argomento, sia ben chiaro, non tocca minimamente la realtà neurale e neuropsicologica del fenomeno. Soltanto ne limita le pretese esplicative.

Alvin Goldman (2006) ha distinto tra due processi di simulazione, uno di basso e uno di alto livello. Quella di basso livello corrisponde grossomodo alla meccanicità dei neuroni specchio, o nei termini di Iacoboni, al comportamento imitativo. Goldman lo definisce da parte sua comportamento speculare. Vedere la partita e immedesimarsi nella scelta e nel modo di calciare del giocatore, desiderare ripetere l’azione di chi mangia il gelato visto nella pubblicità, o perfino capire la situazione che vive Apollo di fronte a Dafne che si tramuta in albero, sono situazioni in cui non c’è bisogno di postulare processi complessi. Capiamo immediatamente queste situazioni, che pure contengono un diverso grado di articolazione, e forse di complessità.

Immaginiamo tuttavia uno scenario diverso. Sono un ghost writer di Barak Obama e lavoro nel suo staff. Uno dei miei compiti principali sarà quello di prevedere le mosse dell’avversario. Come ragiono? Per intuire la contromossa di McCain, a cui dovrò rispondere, non mi basta saper che alla domanda sulle tasse Barak avrà fastidio e risponderà in una certa maniera. Devo anche aggiungere il contenuto della risposta. Non è infatti irrelevante la differenza tra: “È il solito argomento usato dai repubblicani, ma vi dimostrerò che è falso, non voglio aumentare la tasse” oppure: “Che domanda da bastardo”. Nel secondo caso infatti, sarei sicuro che il mio candidato ha sfortunatamente perso la pazienza, con gli effetti sull’opinione pubblica che da questo atteggiamento possono derivare e la probabile gioia del rivale. Mi serve anticipare non solo la risposta, ma anche il contenuto di essa (come la risposta è formulata), perché solo in questo modo posso ipotizzare la mossa futura di MacCain e su di essa basare la mia contromossa. E così via fino a che non avrò in qualche modo prefigurato l’intero dibattito con le possibilità eventuali del suo sviluppo.

Se devo preparare il mio candidato al dibattito devo basarmi su qualcosa di più articolato del mero comportamento speculare. Devo in altre parole utilizzare delle risorse di previsione inferenziale delle azioni. Se l’esempio presidenziale appare un po’ astratto, consideriamo che la nostra vita sociale è fatta in buona parte di strategia per capire quale reazione avrà la mia ragazza se esco con un’altra o cosa farà il padrone di casa se non pago l’affitto. Certo, si può anche obiettare che il contenuto preposizionale (l’y di “x pensa che y”, o il q di “z desidera che q”) può essere ricostruito il modo atomico senza ricorso al vocabolario mentalista. Quando penso al padrone di casa che viene a riscuotere non ho bisogno per forza di concettualizzare. Posso più semplicemente senitire o intuire i suoi stati, anche nella prefigurazione, sommando un comportamento che comprendo specularmene a un altro, fino ad arrivare alla composizione, almeno emotiva, della scena.

La domanda però a questo punto si fa pressante. NSf non diventa qui una spiegazione troppo faticosa, quando invece introdurre alcuni elementi di concettualizzazione mi rende tutto più semplice? Non rischiamo di ricadere in un nuovo comportamentismo al contrario basato sull’evidenza neuroscientifica, in cui il desiderio di essere rigorosi nelle spiegazioni blocca l’accesso a soluzioni più soddisfacenti? Di quelli che la filosofia del linguaggio e della mente hanno variamente chiamato “atteggiamenti proposizionali” o “stati mentali” dobbiamo certamente ridefinire il ruolo. Spazzarli via non è però efficace. Si rischia di fare pulizia buttando anche qualcosa che forse non è troppo nuovo e ha molti difetti, ma perlomeno è utile.

Se proprio vogliamo legarci all’evidenza scientifica, come è sempre opportuno, e rimanere il più possibile vicini ad essa e all’immagine degli specchi proposta da Iacoboni, possiamo anche evitare di introdurre nel nostro sforzo esplicativo rappresentazioni mentali o contenuti inferenziali. Quello che non possiamo fare, tuttavia, è pensare che ci sia uno specchio solo davanti a noi. Magari, se non ci dispiace l’allegoria, possiamo pensare a una grande stanza piena di specchi.

Conclusione

NSf non è un buon criterio di spiegazione dei comporamenti sociali. Non è infatti sufficiente nel caso di comportamenti strategici molto diffusi anche nella nostra vita quotidiana che utilizzano risorse inferenziali a scopi di previsione. NSd invece permette la coesistenza di un livello più basso, dove l’intuizione immediata è sufficiente a capire il comportamento altrui, ed un livello più alto che può, almeno in linea di principio, contenere anche elementi proposizionali e inferenziali, cioè concettuali e non soltanto intuitivi. Ciò non toglie che la comprensione degli altri sia basata sull’utilizzo dei meccanismi neurali specchio, né che il livello superiore sia debba essere fondato su di essi.

- M. Iacoboni, I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, Milano 2008

Altri riferimenti bibliografici

  • (2006) C. Rizzolatti, C.Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Cortina, Milano

  • (2006) A. Goldman, Simulating Minds. The Philosophy, Psychology, and Neuroscience of Mind Reading, Oxford, NY, Oxford University Press

1 A partire dagli anni ’80 il neurologo Giacomo Rizzolatti e la sua equipe dell’università di Parma (tra gli altri V. Gallese, L. Fadiga e L. Fogassi) riscontrarono che nella corteccia premotoria nel cervello della scimmia si trovavano dei neuroni particolari. Questi neuroni presentavano la sorprendente proprietà di non attivarsi solo nel momento in cui la scimmia pianifica la sua azione, ma anche quando osserva altri che agiscono. Successivamanete trovarono riscontri di un’area analoga nel cervello umano. Iacoboni è tra l’altro un esperto delle nuove metodologie cliniche per lo studio delle cellule specchio. Si considerati infatti che proprio nell’ applicarsi all’uomo le tecniche di osservazione del cervello devono essere necessariamente non invasive a costo di risultare dolorose o poco etiche. Per una ricostruzione diretta e accurata della scoperta si veda comunque Rizzolatti e Sinigaglia 2006.

2 Per una definizione e una prima ricostruzione del dibattito tra teoria antagoniste circa la lettura della mente mi permetto di rinviare al mio “Integrazione senza collasso”, qui pubblicato www.sintesidialettica/pedagogia

3 Vedi nota precedente

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