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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
10/10/2008

3. La sfida della simulazione

L’alternativa alla lettura della mente in chiave teorica è costituita dalla teoria della simulazione. Mentre la prima è sicuramente guidata dalla teoria (theory driven) la simulazione è invece guidata dal processo mentale dell’interprete (process driven). Questo significa che il lavoro compiuto tramite la simulazione non richiede l’acquisizione e l’utilizzo di concetti da parte di chi spiega e prevede le azioni, ma soltanto la proiezione dei pensieri dalla persona che compie un’azione sui pensieri di un’altra persona che sta per compiere (nel caso della previsione) o ha compiuto (nel caso della spiegazione) quella stessa azione. Ad esempio, secondo i teorici della simulazione, sapere che Giovanni mangerà quando ha fame non richiede di possedere e dominare credenze e desideri, ma solo di “mettermi nei suoi panni”. Ugualmente, quando cammino lungo un sentiero nel bosco in compagnia di un amico e lui si gira improvvisamente, devo figurarmi il mondo dal suo punto di vista, se voglio capire davvero la sua azione (Gordon 1992a).

L’ingrediente pricipale del processo di simulazione è rappresentato dal “far finta di” (pretence)1. A livello operativo, il simulatore suppone di trovarsi in quella determinata situazione avendo gli stati mentali e le sensazioni che l’altro prova. Come nell’esempio di Gordon, la simulazione potrebbe avvenire in contemporanea allo stato mentale che deve essere attribuito e in questo caso potremmo dire che si tratta di una simulazione della situazione attuale. Molto più spesso, tuttavia, questo processo avviene soltanto nell’immaginazione, capacità che permette evidentementemente di superare il caso contingente e di fornire un più vasto spettro di situazioni non attuali, ma comunque ampiamente possibili.

In ogni caso, la capacità di “far finta di” che anima il processo non teorico della simulazione ha la sua base nella condivisione dello stesso meccanismo cognitivo tra i soggetti coinvolti nel processo di lettura della mente. Paul Harris (1992) ha mostrato l’attendibilità della procedura simulativa attraverso un esperimento di psicolinguistica che concerne la capacità di prevedere i giudizi di grammaticalità di chi fa parte della stessa comunità linguitica. Supponiamo di fornire a chi voglia sottoporsi all’esperimento un insieme di frasi, alcune grammaticalmente ben formate, altre no, e di chiedergli di prevedere il giudizio che altri, appartenenti al suo gruppo linguistico, potrebbero produrre riguardo a queste frasi. Secondo Harris è plausibile pensare che chiunque formuli la previsione legga ogni singola frase e domandi a se stesso se tale frase possa risultare grammaticale o meno. Lo sperimentatore assume infine che altri madrelingua, inglesi o italiani a seconda dei casi, formulino analoghi giudizi basati sulle stesse ragioni che lo hanno spinto nel giudizio di grammaticalità.

Il vantaggio della simulazione suffragata dall’esperimento di Harris è che l’opzione va a configurare una spiegazione elegante e per così dire molto parsimoniosa rispetto alle risorse cognitive. Nel caso delle spiegazioni e previsioni dei giudizi di grammaticalità non abbiamo bisogno né di supporre qualche forma di sistematizzazione delle nostre risorse di psicologia del senso comune in forma di teoria della mente e nemmeno che si possieda un serbatoio di conoscenze che costituiscono la risorsa a cui attigere. Tuttavia il problema maggiore che dobbiamo fronteggiare concerne quanta parte del comportamento umano possiamo spiegare attraverso la simulazione, o in altre parole, se il caso della grammaticalità possa cotituire davvero un buon esempio generale della procedura di lettura della mente. A più riprese Robert Gordon (1986, 1992a, 1995, 1996) ha risposto che la simulazione è sufficiente a spiegare e prevedere complessivamente il comportamento umano. Nella sua versione della simulazione, non a caso denominata “simulazione radicale”, lo schema di attribuzioni di stati mentali guidato dal processo anziché dalla teoria costituisce un paradigma generale. Persino la formazione dei concetti a partire dall’età dello sviluppo deve essere pensata attraverso procedimenti che non hanno nulla di teorico. In questo modo Gordon avanza un’originale ipotesi filogenetica che giustifica, di fatto, l’uso dei termini di senso comune anche nell’età adulta.

Formulando la strategia dell’ascesa semantica (ascent routine), Gordon ipotizza che l’espressione intenzionale debba seguire la presentazione di uno stato ben più semplice e basilare. Se per esempio domandiamo a un bambino: «Credi che Topolino abbia la coda?» il bambino risponderà scomponendo una domanda per lui troppo complessa. Come primo atto il bambino chiede a se stesso: «Topolino ha la coda?», rispondendo, supponiamo, affermativamente. Solo in un secondo momento, o forse in una fase più matura del suo sviluppo psichico, il bambino aggiunge la clausola grammaticale che rende intenzionale la frase. Più precisamente, all’atto della risposta la frase rimane al suo livello base, perché il bambino tratta la clasula grammaticale innanzitutto come una mera etichetta sintattica, senza riconoscerle alcun valore epistemico. In questo modo Gordon riesce a evitare l’idea che esista un nucleo teorico capace di fornire la base al concetto di credenza e desiderio o alle sensazioni. Il fatto che, seguendo il modello dell’ascesa semantica, possiamo rispondere intuitivamente alla domanda se proviamo dolore, significa che non è necessario implicare il concetto di dolore, né tantomento l’idea di provare di credere dolore. Nel momento in cui affermo: «Gli-mi fa male il piede» sto solo procedendo ad un’autoattribuzione intuitiva (non concettuale) o a un’eteroattribuzione simulativa (non inferenziale) che manifesta un’ aperta opposizione rispetto al modello teorico.

Un problema sostanziale della visione di Gordon è segnalato da Carruthers (1996). Possiamo anche concedere che vi sia una forma intuitiva in cui gli stati mentali emergono, e che questa possa essere rappresentata dall’ascesa semantica Ma stiamo comunque parlando di giudizi occorrenti, cioè di singole credenze, desideri o intenzioni. Bisogna tuttavia tener presenta che esiste un altro aspetto degli stati mentali, quello per cui noi abbiamo credenze, desideri e intenzioni in forma di stati persistenti. Tutti sappiano, ad esempio, che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” è il primo articolo della nostra costituzione, anche se non in tutti gli istanti della giornata richiamiamo alla mente questa credenza. E’ solo quando formuliamo a noi stessi la domanda: «Sai che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” è il primo articolo della nostra costituzione?» che rispondiamo con un giudizio affermativo. In questo caso è la procedeura di ascesa semantica che porta alla luce lo stato persistente. E’ tuttavia più difficile affermare che l’emergere di questo stato non sia dovuto ad una procedura inferenziale, che opera presumibilmente a livello subpersonale. E’ possibile che non siamo coscienti di quello che accade quando rispondiamo alla domanda, ma potremmo anche esserlo, e in ogni caso dobbiamo richiamarci alle risorse che fanno capo a un corpo di nozioni precedentemente accumulate.

Sulla base dei rilievi mossi all’ascesa semantica, la simulazione radicale non sembra una strategia che spieghi in maniera esauriente il comportamento. Una più decisiva confutazione arriva dall’argomento della penetrabilità cognitiva, avanzato da Stich e Nichols (1992, 1995). Esso procede a partire da un esperimento condotto nel 1975 da Ellen Langer, che lei stessa aveva denominato “L’illusione del controllo”, e che Stich e Nichols preferiscono chiamare più semplicemente “Effetto Langer”. In un ufficio di assicurazioni qualche giorno prima della partita del Superbowl, la sperimentatreice vende biglietti alla cifra di 1$ ciascuno sia a persone che hanno la posibilità di scegliere tra diversi biglietti, sia a persone a cui questa opzione viene negata. Quando Langer il giorno precedente alla partita va a ricomprare i biglietti, chi ha avuto scelta rivende il suo biglietto al prezzo di 8$ circa, mentre chi non ha avuto questa possibilità chiede soltanto 2$ circa. Leggendo l’esperimento di Langer ad un gruppo di liceali, Stich e Nichols (1992) debbono constatare che gli studenti non prevedono alcuna differenza di prezzo richiesto tra il gruppo di chi aveva e quello di chi non aveva avuto possibilità di scegliere il biglietto. Stich e Nichols osservano che se la simulazione fosse una buona procedura per la previsione delle azioni, gli studenti avrebbero evidentemente formulato giudizi corretti. Al contrario, il fatto che essi commettano un errore così palese da parte di chi ne osserva il comportamento dall’esterno, costituisce un valido argomento per pensare che gli studenti si siano basati su una serie di informazioni, errate in questo caso, a loro disposizione. L’errore è così spiegato solo assumendo che le conoscenze utilizzate per fare previsioni fossero “cognitivamente penetrabili”, cioè accessibili al sistema previsionale da noi utilizzato.

Le conclusioni tratte da Stich e Nichols hanno suscitato le critiche dei fautori della simulazione. Tanto Harris (1992) che Goldman (1992a) hanno obiettato che il meccanismo simulativo non può funzionare quando i soggetti atti alla previsione abbiano una simile disparità di condizioni rispetto al gruppo di partenza. Mentre gli studenti sono consapevoli della doppia possibilità tra scelta e non scelta del biglietto, non è così per i soggetti sul comportamento dei quali vengono formulate le previsioni. Inoltre Stich e Nichols non concedono agli studenti che pochi minuti per rispondere alla domanda, mentre Langer aveva fatto trascorre diversi giorni prima di ricomprare il biglietto.

Tenendo conto di questi problemi, Stich e Nichols (1995) riformulano l’esperimento. Nella prima parte, i soggetti vengono convocati dallo sperimentatore per partecipare a un test di grammaticalità e viene loro dato un biglietto della lotteria come ricompensa. I partecipanti sono divisi in due gruppi di 15 persone, dove ad alcuni, all’insaputa degli altri, è dato scegliere il biglietto mentre agli altri no. Alla fine del test, dunque senza un lasso di tempo consistente, viene annunciato che il biglietto può essere rivenduto, e anche in questo caso chi ha goduto della possibilità di scegliere il biglietto chiede una cifra tre volte maggiore di chi non l’ha avuta. Nella seconda parte, Stich e Nichols mostrano l’esperimento a degli osservatori divisi in due gruppi, dove i filmati differiscono soltanto per la durata dei due minuti in cui il bilgietto agli uni è dato, mentre dagli altri viene scelto. Nonostante tutte le cautele metodologiche ora rispettate, anche in questo caso chi vede il filmato non prevede nessuna differenza significativa nella richiesta del prezzo del biglietto all’atto della rivendita.

L’argomento della penetrabilità cognitiva avanzato da Stich e Nichols sembra abbastanza decisivo, quantomeno allo scopo di restringere l’ambito, o che è lo stesso, di disegnare i limiti della teoria della simulazione. La conclusione che possiamo trarne è infatti che la versione radicale della simulazione, o comunque l’utilizzazione della simulazione come strategia interpretativa globale, non può fornire un resoconto completo della capacità di lettura della mente. Non dando conto della possibilità della previsione errata, la pura simulazione non funziona, poiché essa ci mette solo “astrattamente” nei panni degli altri. Se è così, il richiamo alla lettura della mente in forma teorica sembra essere di nuovo necessario per formare un modello che sia valido tanto dal punto di vista previsionale (su cui l’argomento della penetrabilità cognitiva incide direttamente), come dal punto di vista esplicativo.

4. Le teorie intermedie

Fin qui abbiamo considerato come né la teoria della teoria né la teoria della simulazione sono immuni da problemi. Questo accade anche perché il comportamento umano è un fenomeno estremamente complesso, che non può essere spiegato attraverso un approccio semplicemente teorico, né tantomeno attraverso un approccio puramente simulativo. Comincia ad apparire chiara la necessità di proporre invece quella che potremmo definire una lettura integrata della mente, entro la quale la metodologia teorica e quella simulativa cooperano per fornire un quadro esplicativo il più possibile completo e per assicurare un orizzonte di previsione sempre più affidabile. La necessità dell’integrazione è stata segnalata in modo molto netto da Dennett (1987, p. 142):


Come può funzionare [la simulazione], senza finire coll’essere una specie di teorizzazione? Perché lo stato in cui mi pongo non è una credenza, bensì una credenza simulata. Se io simulo di essere un ponte sospeso e mi chiedo cosa farò quando soffia il vento, quello che “mi capita” nel mio stato simulato dipende da quanto sofisticata è la mia conoscenza dell’ingegneria dei ponti sospesi. Perché il mio simulare di avere le vostre credenze dovrebbe essere del tutto diverso? In entrambi i casi è necessaria la conoscenza dell’oggetto imitato per portare avanti l’immaginata “simulazione”, e la conoscenza deve essere organizzata in qualcosa che assomigli a una teoria.

Il dibattito sviluppatosi negli ultimi dieci anni è in effetti impostato su una duplice esigenza. Da un lato i fautori della simulazione hanno cercato di fornire un orizzonte teorico per la simulazione imponendo vincoli teorici e delimitando le condizioni di possibilità della simulazione (Heal 1996a, 1996b, 2000), facendo leva su risorse tacite che sarebbero a fondamento della simulazione (Perner 1996), e dunque di fatto suggerendo la vicinanza delle due procedure tanto da formulare una sorta di “teoria della simulazione mista” (Davies e Stone 1996, 1998, 2001, Goldman 2000). Dall’altro i teorici della teoria hanno invece tentato di accogliere procedimenti simulativi all’interno dell’orizzonte della teoria (Carruthers 1996) anche auspicando l’utilizzo di una metodologia in cui simulazione e teoria si implicano necessariamente (Stich e Nichols 2003).

4.1 Dalla simulazione verso la teoria

I simulazionisti sono in genere disposti a concedere che il processo di simulazione richiede almeno una piccola parte di teoria. In questo senso si può obiettare alla versione sostenuta da Gordon (1986, 1992a, 1995, 1996) che gli atti simulativi sono spesso guidati dalla teoria (theory driven) e non solo dai processi, riferendoci con questo alla distinzione introdotta da Alvin Goldman (1989) tra simulazione guidata dal processo o dalla teoria. In un esempio classico già citato, Gordon illustra la situazione in cui io posso interpretare il comportamento dell’amico che si volta d’improvviso mentre percorriamo insieme un sentiero nel bosco. A suo avviso tale interpretazione avviene anche in assenza di informazioni ulteriori sul comportamento dell’amico e per giunta in modo non inferenziale. A questa visione si può obiettare che non potremmo formulare una previsione attendibile senza conoscere, ad esempio, le reazioni causali tipiche di chi ha paura di essere aggredito da un animale feroce. L’individuazione di queste caratteristiche poggia evidentemente sull’utilizzo di un sistema teorico o almeno di una parte di esso.

Una volta respinta la pura simulazione, si richiede necessario precisarne il ruolo all’interno del compito dei lettura della mente, tanto che Jane Heal intraprende il tentativo di indagare quello che potremmo chiamare le condizioni di possibilità della simulazione stessa. Da un lato Heal (1996a, 1996b) stabilisce che la simulazione si applica ad atteggiamenti proposizionali, stati epistemici o percezioni, elementi che siano comunque tenuti all’espressione di un contenuto. Dall’altro (2000) ella vincola fortemente il procedimento simulativo al riconoscimento della razionalità dell’agente. Questo secondo assunto in particolare è la conseguenza di una caratteristica propria della simulazione, cioè il suo essere un procedimento a priori, un dato questo che abbiamo già illustrato nel paragrafo precedente. Se davvero il processo simulativo ha speranza di funzionare esso deve poggiare sul riconoscimento della comune natura umana e della diffusa capacità logico-inferenziale degli adulti normali. Se vedo una persona che paga con la carta di credito mi aspetto che lui firmi lo scontrino, perché so che è obbligatorio se in un negozio si sceglie questa modalità di pagamento e se si ammette che lui, onesto come me, si comporterà in modo sensato di fronte al commesso della libreria esaudendo la sua richiesta. Sto formulando una previsione su base simulativa a priori, poiché non ho bisogno in primo luogo di conoscenze pregresse sulle abitudini di quest’uomo. Tuttavia sto anche utilizzando degli elementi di base che non posso non definire teorici, come la fiducia nella sua razionalità, o nel funzionamento del sillogismo pratico che dà corso all’azione.

Heal riconosce determinati requisiti di teoreticità che sono indispensabili all’interpretazione di un agente. Sfortunatamente, tuttavia, la delimitazione dell’orizzonte attraverso la richiesta del requisito di razionalità non è sufficiente a risollevare le sorti della la teoria della simulazione. Molto spesso i nostri ragionamenti deviano vistosamente dagli standard di razionalità a cui ci vincola la versione normativa della simulazione proposta da Heal. Si pensi ad un interessante esempio discusso da Kanheman e Tversky (1982). In una scuola di volo gli istruttori adottano la strategia di lodare i piloti che eseguono bene manovre complesse e al contrario di biasimare quelli che non lo fanno. All’atto di verificare l’efficacia di questa condotta sugli apprendisti, gli istruttori notano che chi è stato premiato la prima volta eseguirà peggio il secondo volo, mentre chi è stato redarguito, la seconda volta migliorerà. Gli istruttori ne traggono la conclusione che gli psicologi sbagliano a suggerire la legge del premio per chi fa bene. Al tempo stesso, chi valuta dall’esterno tali considerazioni le troverà condivisibili, tanto da poter formulare una corretta valutazione delle conclusioni che sarebbero state tratte in seguito all’eseprimento da parte degli istruttori. Tuttavia il ragionamento dei simulatori è sotto un certo aspetto sbagliato, perché indipendentemente dalla reazione dell’istruttore, in media è normale che il secondo volo sia peggiore quando il primo ha raggiunto un certo livello. Gli osservatori simulano dunque correttamente un giudizio sbagliato degli istruttori, che poggia sulla valutazione non attentamente razionale circa i meccanismi di rinforzo. Questo dato rappresenta evidentemente un punto a sfavore della teoria normativa, e per questo motivo Davies e Stone (1998) possono obiettare a Heal che il cuore del processo simulativo non è da ricercarsi nella razionalità, quanto piuttosto nella somiglianza.

La via normativa non è dunque una buona opzione per la simulazione guidata dalla teoria. Il problema centrale a causa del quale l’approccio di Heal non può essere soddisfacente riguarda, a nostro avviso, un elemento metodologico. Innanzitutto Heal sceglie di inquadrare la simulazione entro elementi teorici considerando la pratica simulativa in senso “personale”, ma non è detto che questa sia l’unica opzione possibile, come vedremo nel prossimo paragrafo. Inoltre dobbiamo notare come una tendenza diffusa e trasversale dei teorici delle teorie miste sia quella di auspicare la complementarità tra la teoria della simulazione e la teoria della teoria (ad esempio: Perner 1996, Davies e Stone 1996). Una volta scartata la versione radicale, in effetti, ci sono molti motivi per pensare ad una conciliazione, una sorta di terza via, che ricongiunga due approcci solo apparentemente in opposizione. Si potrebbe pensare che, come notano incidentalmente Davies e Stone (2001) che la lettura della mente si biforchi in due sentieri, dove il primo adotta una strategia “povera di informazioni”, (la teoria della simulazione), e un secondo procede attraverso il ricorso ad un ricco corpo di informazioni (la teoria della teoria). Inoltre, se si adotta una nozione estesa di teoria, non è difficile far ricadere anche la procedura simulativa entro un quadro teorico.

4.2 Dalla teoria verso la simulazione. Cosa intendiamo per “teoria”?

Secondo Stich e Nichols (1992) la teoria può essere definita come un corpo di informazioni o disinformazioni internamente rappresentato che concerne i processi psicologici e di conseguenza il modo in cui essi generano le azioni. In questo senso esteso molte cose si posso far ricadere sotto il concetto di teoria. Il galateo, ad esempio, è considerato a buon diritto una forme di sapere, ma non da tutti una dottrina di carattere teorico. Se seguiamo Stich e Nichols anche quella delle buone maniere è una “teoria”, perché quando applichiamo le regole della corretta educazione, utilizziamo informazioni internamente e più o meno tacitamente rappresentate. Al contrario c’è chi preferisce circoscrivere il concetto in senso forte. Si consideri Heal (1996, p. 76): «Per “teoria” dovremmo intendere un articolato sistema di elementi, ciascuno dei quali produce affermazioni esprimibili in un linguaggio pubblico […] ed esprime una regola di inferenza». In aggiunta possiamo individuare un criterio della teoreticità osservando come quello che serve per trasformare una serie di generalizzazioni più o meno ordinate una teoria, consiste in quanto suggerisce Botterill (1996, p. 107): «le teorie devono necessariamente contenere i principi che provvedono a un’integrazione sistematica della conoscenza». Il altri termini, ogni teoria per essere definita tale deve produrre un alto grado di economia cognitiva, risultato a cui si perviene attraverso l’integrazione delle informazioni entro un ristretto numero di principi generali.

Stando alla definizione di Botterill, buoni esempio di teoria sono rappresentati tanto dalla meccanica di Newton che dall’evoluzionismo. Nel primo caso, notiamo come il resoconto newtoniano abbia permesso di legare fenomeni che allora non si pensavano interconnessi, come le orbite degli altri pianeti e i movimenti terrestri. D’altra parte l’evoluzionismo ha prodotto l’integrazione di una serie di discipline naturali diverse quali zoologia, botanica e genetica. Esistono viceversa corpi di conoscenze pratiche, che non presentano nessuna integrazione teorica, come potrebbe essere la cucina o la dottrina del giardinaggio. A dimostrazione della non teoreticità “stretta” di queste dottrine si consideri come un cuoco esperto non manifesta un sapere più profondo del periodo precedente ad Apicio, ed inoltre egli non sa dire, senza assaggiarlo, se un nuovo di cibo che prepara è gustoso o meno. Al contrario, quando scopre un nuovo oggetto nel cosmo, un fisico, naturalmente, sa determinarne il movimento solo che abbia accertato l’entità della massa.

Il vantaggio presentato dal senso ristretto di teoria consiste nell’evitare la possibile confusione denominata a volte “rischio del collasso” (Davies e Stone 2001). Se accettiamo la definizione “larga” di teoria proposta da Stich e Nichols (1992), è molto probabile che la teoria stessa si confonda con la simulazione e viceversa, tanto da fare un tutt’uno. Questo porterebbe a dire che la procedura di previsione e spiegazione del comportamento altrui utilizza le risorse offerte da una sorta di mix teorico simulativo, o più semplicemente, che il contrasto tra le due metodologie di lettura della mente è soltanto apparente, perché entrambe fanno ricorso a conoscenze pregresse che vengono utilizzate solo in parte consapevolmente. Secondo questa linea di pensiero, poiché siamo spesso inconsapevoli, ad esempio, delle procedue inferenziali che ci portano a prevedere il comportamento altrui, finiamo con l’ipotizzare erroneamente che esista simulazione senza teoria. Se al contrario teniamo per buone le restrizioni di Heal e di Botterill, è molto chiaro cosa è teoria e cosa non lo è. Quello che ne deriva consiste nel tenere separate le due metodologie di lettura della mente, e nell’avanzare l’ipotesi che esse coesistano, svolgendo ruoli distinti. Più che di “simulazione entro la teoria”, come fa Carruthers (1996), sarebbe dunque bene parlare di concorso tra elementi teorici e simulativi indipendenti tra loro. Chiamerò il mio ragionamento argomento del resoconto integrato.

4.3 Un resoconto integrato

Prima di proporre le ragioni in favore del mio argomento, vorrei precisare che non sto trattando il piano normativo, ma quello descrittivo della lettura della mente. Non desidero suggerire che sarebbe meglio pensare che quando spieghiamo il comportamento altrui lo facciamo in modo integrato. Non pongo neppure soltanto il problema della spiegazione, cioè il fatto che sarebbe più chiaro (anche se forse meno “economico”) e molto liberale utilizzare la tesi della coesistenza. Sto invece affermando che di fatto il mostro sguardo verso gli altri è composto di elementi teorici e simulativi irriducibili l’uno all’altro.

L’attestazione della coesistenza è offerta da Stich e Nichols (1996), che presentano un quadro della lettura della mente in chiave subpersonale, ovvero centrato sul riscontro di singole capacità cognitive o emotive funzionalmente individuate. Riesaminando l’esperimento di Harris (1992) sulla giusta previsione dei giudizi di grammaticalità, Stich e Nichols notano come la simulazione possa essere considerata una procedura affidabile limitatamente alle previsioni inferenziali, e come invece non possa esserlo affatto quanto alle previsioni del comportamento, come dimostra il caso della penetrabilità cognitiva2 L’utilizzazione di risorse cognitive off-line è così rintracciato nell’ambito di capacità quali i ragionamenti controfattuali, l’empatia e l’immaginazione. A partire dall’esperimento di Harris, Stich e Nichols concludono che la previsione circa le inferenze non ha bisogno del ricorso al corpo di conoscenze, e l’esattezza della previsione riscontrata in questo caso suggerisce che noi utilizziamo parte del nostro stesso sistema grammaticale preso off-line allo scopo di determinare quale giudizio di grammaticalità o non grammaticalità verrà formulato.

Consideriamo un un altro esempio, presentato da Stich e Nichols (2003), in cui un cittadino americano viene a sapere che il presidente degli Stati Uniti ha dato le dimissioni. Subito e spontaneamente egli giudica che il vicepresidente prenderà il posto del presidente. Naturalmente possono accadere degli eventi che invalidano l’inferenza immediata formulata dal cittadino, come il fatto che il vicepresidente viene assassinato, o che rassegna egli stesso le dimissioni, o ancora che egli viene coinvolto da uno scandalo che gli impedisce di ricevere l’incarico. La cosa interessante, tuttavia, è che noi siamo in grado di prevedere senza sforzo e correttamente l’inferenza del cittadino mericano. Il carattere intuitivo e dunque non teorico delle previsioni inferenziali è difeso in forza del fatto che le previsioni d’inferenza sono straordinariamente e sistematicamente accurate, soprattutto se si considera che l’esperienza su cui la previsione opera viene incontrata per la prima volta. In sostanza, garanzia del carattere intuitivo della previsione è tanto il fatto che il cittadino americano si trova in una condizione nuova (quella di dire che che il vicepresidente prenderà il posto del presidente dimissionario) quanto il fatto che, per noi che prevediamo, la situazione del cittadino in quelle condizioni è originale rispetto alla nostra esperienza di lettura della mente già collaudata. In caso diverso non si potrebbe parlare propriamente del carattere simulativo di questa interpretazione del comportamento.

Se il caso delle inferenze dimostra il ricorso alla simulazione, l’attribuzione di desidederi costituisce al contrario, secondo Stich e Nichols (2003) un esempio di lettura della mente in chiave teorica. Tanto le previsioni di inferenza risultano accurate, quanto invece è difficile prevedere che cosa vogliono le persone. La letteratura sperimentale e in particolare quella basata sui casi di psicologia sociale non dimostra soltanto come le persone siano in imbarazzo di fronte alla previsione dei desideri degli altri, ma addirittura nei confronti dei propri. In queste circostanze evidentemente non possiamo affidarci ad elementi intuitivi, ma dobbiamo far ricorso alle informazioni, e dunque alla teoria in senso ampio. Analogamente ai casi già discussi sopra a proposito dell’inadeguatezza della pura simulazione, soltanto il tacito ricorso al corpo di informazioni può essere alla base di una sistematica inaccuratezza, evidentemente tramite il ricorso ad informazioni non accurate.

Il quadro appena tracciato presenta la situazione del ricorso a casi di lettura della mente in cui utilizziamo la simulazione e a casi in cui utilizziamo la teoria. La procediura della simulazione va bene nell’ambito di determinate capacità funzionali, a livello subpersonale dunque. Il ricorso alle informazioni è invece necessario nel caso di un’altra determinata capacità come l’attribuzione di desideri, mentre l’insieme della previsione e spiegazione del comportamentamento, a livello personale, vede delusa l’aspirazione esplicativa della semplice simulazione. La ragione intuitiva per accettare il resoconto integrato è quella della complessità. Il comportamento umano è un fenomeno tanto complesso che non sembra fuori luogo ammettere che per interpretarlo noi facciamo ricorso a tutte le risorse disponibili. Se accettiamo il resoconto integrato siamo anche portati ad ammettere la possibilità della coesistenza tra approccio simulativo e teorico, senza che dobbiamo per forza spingere l’uno a confondersi con l’altro.

Conclusione

Abbiamo aperto l’Introduzione tracciando la distinzione tra approccio teorico e simulativo e ripercorrendone il dibattito. Il paragrafo mostrava come dal punto di vista esplicativo si tratta evidentemente di procedure distinte. Abbiamo poi esaminato pregi e difetti di entrambe le metodologie, concludendone che nessuna delle due è sufficiente a fornire un resoconto esauriente della capacità di lettura della mente. Per questo ci siamo rivolti all’ipotesi di una lettura integrata che pur ammettendo l’utilizzo di entrambe le risorse da parte della nostra psicologia del senso comune, non ammette tuttavia che quest’ultima venga spiegata attrverso la confusione dell’una nell’altra. Tale confusione non avrebbe solo il torto di costituire un paradigma esplicativo troppo ristretto che pretende di ridurre la psicologia del senso comune a un solo principio, ma soprattutto contrasta con numerose evidenze sperimentali che, ad esempio, mostrano l’utilizzo massiccio e fondamentale di procedure simulative. Se diamo credito alle recenti ricerche neuroscientifiche che hanno individuato l’esistenza di neuroni spechio nel cervello dei primati e plausibilmente anche nel nostro e li interpretiamo come base neurale della teoria della simulazione (Gallese e Goldman 1998, Gallese, Keysers e Rizzolatti 2004, Rizzolatti e Sinigaglia 2006, Iacoboni 2008) dobbiamo concedere che i processi simulativi possono svolgere un ruolo tutt’altro che marginale nella nostra vita sociale. Analogamente a queste ricerche, anche i recenti studi volti a individuare la base neurale della teoria della teoria (di cui da conto Meini 2006) non fanno a nostro avviso che confermare la necessità di un paradigma teorico come quello rappresentato dal resoconto integrato.

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1 Ma si consideri anche come secondo Leslie (1987) il “far finta di” richieda l’uso di metarappresentazioni e dunque di fatto il ricorso alla teoria.

2 Vedi sopra al par. 3.

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