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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
10/07/2008
Abstract
Simulazione e teoria della teoria, ovvero un dibattito che è durato più di vent’anni a proposito della spiegazione e previsione delle azioni degli altri come anche delle nostre. Se in un primo momento la teoria della simulazione si è posta come antitesi netta dell’interpretazione teorica della psicologia ingenua fornita dalla teoria della teoria, con il passare del tempo il divario tra le due impostazioni si è venuto via via assottigliando, tanto da far pensare al rischio di una confusione tra le due impostazioni. Ma è davvero possibile affermare che simulazione e teoria della teoria collassano l’una dentro l’altra? O non è forse più sensato indicare degli spazi di intersezione lungo i quali un solido impianto teorico necessita di processi simulativi per fornire un’interpretazione completa delle azioni (e dei meccanismi di presa di decisione che ne sono alla base)? Proprio quest’ultima opzione costituisce la linea lungo cui intendiamo muoverci.

1. Introduzione.

Possiamo definire tanto la teoria della teoria che la teoria della simulazione come distinti ma anche anologhi approcci al problema della spiegazione e della previsione del comportamento umano. L’oggetto tanto dell’una quanto dell’altra teoria è infatti certamento lo stesso. Le due metodologie tuttavia differiscono profondamente circa almeno tre temi centrali. Il primo riguarda il modo in cui la spiegazione/previsione del comportamento dell’agente viene formulata da parte dell’osservatore. Il secondo concerne le conclusioni che vengono tratte a livello teorico circa le evidenze sperimentali provenienti sia dalla psicologia cognitiva clinica che dalle neuroscienze. Il terzo infine ha a che fare con la definizione stessa del concetto di teoria, ovvero con la delimitazione dell’ambito e dei limiti del concetto di teorecità1. In questo primo paragrafo vogliamo offrire un quadro complessivo dei problemi partendo dalla definizione generale delle distinte teorie, tracciando la loro storia e verificando per quale motivo abbiamo a che fare con due metodologie dell’interpretazione del comportamento degli agenti per molti aspetti in contrasto tra di loro.

1.1 Storia e ragioni di un dissidio

Per illustrare una profonda differenza tra i due metodi esplicativi del comportamento umano, vorremmo partire da un esempio di analisi delle azioni ordinarie suggerito da Jerry Fodor (1987). Nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, Ermia viene abbandonata nella foresta dal suo amato Lisandro, che si trova sotto l’effetto di un potente incantesimo. Nel momento in cui si risveglia sola nel bosco, Ermia, incredula della sua condizione di abbandono da parte dell’amato, immagina che Lisandro sia stato ucciso da Demetrio, il suo rivale. Il motivo per cui Ermia è portata a ragionare in questo modo, consiste secondo Fodor nel fatto che la psicologia umana tende a seguire per sua natura una serie procedure inferenziali implicite che poggiano su generalizzazioni teoriche. In questo caso specifico, ella pensa che Demetrio, come tutti i rivali che si rispettino, voglia sbarazzarsi del suo nemico. Ascrive dunque a Demetrio la credenza che “sbarazzarsi” significa uccidere Lisandro, gli attribuisce il desiderio di farlo fuori, insieme all’inferenza pratica che lo porta a generare conseguentemente un certo tipo di comportamento criminale. Il motivo per cui Hermia giunge a questa conclusione può essere plausibilmente sintetizzato nella legge: “Se qualcuno vuole che p, e crede che non-p senza q, allora cerca di fare in modo che q”. Ecco spiegata la procedura attraverso cui Ermia, usando di fatto la psicologia del senso comune, arriva a concludere (per quanto erroneamente, in questo caso) che Lisandro, non essendo con lei, deve presumibilmente essere stato ucciso da Demetrio.

Secondo Robert Gordon (1996), fautore della versione “radicale” della teoria della simulazione, quella usata da Fodor sarebbe una metodologia “fredda”. Con questo Gordon intende dire che la procedura interpretativa messa in atto da chi come Fodor, ha fiducia nell’uso teorico della psicologia del senso comune, si basa su attribuzioni di stati mentali e passagggi inferenziali che non tengono in conto le risorse motivazionali ed emotive della persona che spiega o prevede il comportamento altrui. La credenza di Ermia che Lisandro deve essere stato ucciso si basa infatti su una generallizzazione per cui ogni rivale vuole eliminare il suo nemico, ovvero è potenzialmente pericoloso. Che poi il rivale sia Demetrio o un altro, questo ha meno importanza, almeno rispetto alle credenze e i desideri che il concetto di “rivale” fa sorgere nella mente di Ermia. E soprattutto, lo stato d’animo contingente di Ermia (il suo smarrimento, l’intenzione di ritrovare l’amato o di vendicare il torto che egli può aver subito) influenza solo contingentemente il ragionamento, che proprio per questo motivo è definito “freddo”.

Alla procedura fodoriana Gordon contrappone una metodologia esplicativo-predittiva definita “calda”, che sarebbe rappresentata dal processo della simulazione. Secondo il resoconto di Gordon, Ermia comprenderebbe le cattive intenzioni di Demetrio semplicemente “calandosi nei suoi panni”, ovvero immaginando di avere un rivale in amore e ciò che succederebbe se lei stessa fosse, come lui, in circostanze simili. Per comprendere e prevedere i ragionamenti e le decisioni di Demetrio, Ermia farebbe così riferimento a tutte le proprie risorse emozionali e motivazionali, trasportandosi poi attraverso l’immaginazione nella mente del nemico di Lisandro. Questo differente modo di prevedere il comportamento altrui attraverso la simulazione dei fenomeni mentali (credenze, desideri, ma anche emozioni, sensazioni, motivazioni ecc.) costiruirebbe gli estremi di una procedura “calda”, cioè non solo basata sulle risorse cognitive, ma anche su quelle emozionali proprie della psicologia umana.

L’ascrizione del carattere freddo e caldo alle due teorie costituisce un primo evidente tratto di differenziazione. Un secondo motivo del contraso è invece più propriamente storico. La teoria della teoria non è altro che uno dei possibili modi di interpretare la psicologia del senso comune. Secondo molti filosofi e scenziati cognitivi, infatti, la comprensione ordinaria, o di senso comune, degli stati mentali nostri ed altrui, cosituisce una vera e propria teoria della mente. Secondo altri, al contrario, la psicologia del senso comune deve essere interpretata come simulazione mentale. Mentre questo secondo approccio è emerso piuttosto tardi nel dibattito, attraverso i pioneristici articoli di Gordon (1986) e Heal (1986), la teoria della teoria ha radici profonde che possiamo trovare nelle opere di Sellars (1956), Lewis (1966, 1972) e nella cosidetta svolta cognitiva degli anni ’60. Ripercorrendo brevemente queste fonti vogliamo suggerire una basilare delimitazione del concetto di teoria della teoria che renderà chiari i motivi della polemica contro di essa da parte dei fautori della simulazione.

1.2 Psicologia del senso comune, teoria della mente e lettura della mente

La principale fonte della concezione teorica della psicologia del senso comune è rappresentata dall’attacco di Wilfrid Sellars (1956) al “mito del dato”, cioè all’idea che la vita mentale sia presente a noi stessi in modo diretto e dunque privilegiato. Contro l’idea che ammette la possibilità di cogliere i fenomeni mentali attraverso l’introspezione, Sellars suggerisce che le persone possiedono una “teoria della mente”. Il mito originario ammette che i nostri antenati si limitavano a una concezione puramente esterna delle azioni, considerando il comportamento umano solo attraverso il riferimento a fenomeni pubblicamente osservabili o disposizioni ad agire. Per Sellars al contrario, i nostri stessi antenati cominciarono ad apprendere una nuova concezione del comportamento nel momento in cui cominciarono a ipotizzare l’esistenza di stati mentali interni capaci di guidare le azioni. Un giorno infatti un tale Jones riconobbe che introdurre termini come i “pensieri” era di grande aiuto, dando così l’avvio allo sviluppo di una teoria della mente. In base a questa visione, sostiene infine il nuovo mito, il comportamento è l’effetto degli stati interni e Jones può invitare i suoi simili ad usare questa teoria allo scopo di interpretare il comportamento degli altri come anche, di conseguenza, il proprio.

L’idea che l’interpretazione delle altre menti debba necessariamente far riferimento ad un costrutto teorico, si ritrova, con elementi ulteriori anche in David Lewis. In un articolo ormai classico, Lewis (1966) sostiene in effetti che il nostro accesso alla mente degli altri comporta l’uso di una teoria che concerne la struttura e il funzionamento della psicologia umana. In quest’ottica i termini mentalistici, quelli che indicano “credenze”, “desideri”, “intenzioni” e altri fenomeni di questo tipo, vengono introdotti nel linguaggio teorico solo attraverso delle generalizzazioni che vertono sui fatti della vita psicologica ordinaria. Inoltre, seguendo una strada parallela a quella di Sellars e di Lewis, anche la cosiddetta “svolta cognitivista” ha fornito una solida base per l’interpretazione della psicologia del senso comune come teoria. Contro le diverse ipotesi comportamentiste fiorite fino ad allora, la scienza cognitiva getta le basi di un nuovo paradigma di ricerca che parte dal porre fatti interni, stati mentali e rappresentazioni manipolate in modo computazionale, come cause dell’agire. Nello stesso tempo la scienza cognitiva privilegia l’idea che le rappresentazioni siano organizzate secondo un impianto teorico, che ne possa garantire la complessità. Un insieme di conoscenze, appreso o innato e forse modularmente distribuito, è certamente qualcosa di simile ad un corpus di conoscenze.

La teoria della mente è dunque una “teoria della teoria” che poggia sulla base della psicologia del senso comune. In altre parole, la teoria della teoria rappresenta una pratica interpretativa che si fonda sulle generalizzazioni ingenue operate da tutti noi nel nostro modo ordinario di capire, spiegare e prevedere il comportamento umano. Contrapponendosi parzialmente o frontalmente a questa visione, la simulazione non considera la psicologia del senso comune come base di partenza2. Per questo i teorici della simulazione non contemplano che l’interpretazione degli agenti possa essere data attraverso una teoria della mente. Al contrario, il termine “lettura della mente” (mind reading) si adatta perfettamente alle esigenze metodologiche della simulazione e allo stesso tempo presenta il vantaggio di non rappresentare una cattiva etichetta neppure per la teoria della teoria. Con il termine “lettura della mente” intenderemo dunque l’interpetazione del comportamento che può essere operata o attraverso una teoria della mente, oppure mediante simulazione.

Vorrei far notare che quando parliamo di teoria della teoria o di teoria della simulazione dovremmo piuttosto parlare di famiglie di teorie della teoria e di famiglie di teorie della simulazione. Sia da un lato che dall’altro ci sono infatti molte varianti e soluzioni intermedie, che rendono difficile una definizione unitaria. Proprio questa pluralità segnalata anche dall’eterogeneità delle raccolte di saggi principali dedicate al tema della lettura della mente (Davies e Stone 1995a, 1995b, Carruthers 1996) ci sarà untile nel momento in cui esporremo le ragioni di un mix di teoria e simulazione. È altrettanto ovvio che per brevità continueremo a riferirci ai differenti approcci usando le definizioni semplificate.

1. 3 Introspezione e prima persona

Un ulteriore motivo di contrasto riguarda infine il rapporto che intercorre fra le due metodologie a proposito del tema dell’introspezione. Stone e Davies (1996) mettono in rilievo come i teorici della teoria trattino gli agenti di cui desiderano interpretare il comportamento alla stregua degli “oggetti” implicati in una qualunque visione scientifica, mentre i teorici della simulazione partono dall’assunto che l’attribuzione di stati mentali e intenzioni sia guidato dal sentimento di una forte anologia tra noi stessi e gli altri Trattandosi di una questione molto complessa vorrei qui soltanto tracciare il quadro generale ancora una volta per marcare la distanza tra teoria della teoria e approccio simulativo.

È interessante il fatto che due dei maggiori sostenitori della teoria della simulazione, Alvin Goldman (1989, 1992b, 1993) e Paul Harris (1992) invitino entrambi a riflettere sul tema dell’accesso introspettivo in prima persona, riconoscendo ad esso una sorta di priorità all’interno della pratica simulativa. In effetti secondo questa versione le previsioni del comportamento altrui scaturirebbero dalla percezione di se stessi, pioiché non c’è conoscenza dei concetti senza che essi vengano còlti in prima persona come non c’ è attribuzione di stati mentali nei confronti degli agenti che interpretiamo senza prima aver conosciuti in noi stessi gli stessi stati mentali. Inoltre gli stati mentali non vengono identificati a partire dal loro ruolo concettuale, cioè dalla funzione che rende diverso, ad esempio, un desiderio da una percezione di dolore, e che porta in un caso a compiere un’inferenza che mi fa prendere una decisione, nell’altro caso all’azione pratica di recarmi dal medico se il piede mi duole. Gli stati mentali vengono invece distinti solo sulla base delle loro qualità intrinseche e soggettivamente accessibili. In altre parole, il mio stato mentale viene identificato come un certo sentimento o quale, a cui io stesso ho accesso in modo privilegiato.

Una simile versione della pratica attributiva degli stati mentali sembra rappresentare una forma aggiornata di cartesianesimo. Se Goldman e Harris avessero ragione quanto al primato dell’introspezione, infatti, sarebbe difficile trovare un versante pubblico e oggettivo nel quale collocare la simulazione. Di conseguenza sarebbe anche arduo riferirsi alla simulazione come ad una metodologia scientifica, poiché è comunemente riconosciuto come non sia possibile dare dignità di scienza a elementi individuati privatamente in base alle loro qualità intrinseche. Motivo per cui le due caratteristiche appena segnalate porterebbero alla costituizione di una prospettiva neo-cartesiana. Ora, indipendentemente dalle difficoltà incontrate nel porre stati mentali come intrinseci, qualitativi e non relazionali3, notiamo soltanto come questo neo-caresianesimo simulativo rischierebbe di cadere direttamente sotto quello che potremmo chiamare “argomento di Ryle”. Notoriamente Gilbert Ryle (1949), scartando il ricorso a elementi non osservabili nell’ambito della psicologia filosofica, proponeva di fare un uso pubblico e dunque verificabile dei termini mentalistici. La strada indicata da Goldman e Harris presenta quindi più di un elemento problematico, anche solo in linea di pricipio, come l’argomento di Ryle suggerisce.

Forse anche per questo, al contrario di quanto accade in Goldman e Harris, nella diversamente radicale versione di Robert Gordon (1986, 1992a, 1995, 1996), la priorità dell’accesso introspettivo è decisamente negata. La simulazione per Gordon prescinde del tutto dall’accesso ai propri stati mentali, poiché l’attribuzione agli altri di credenze e desideri avviene in modo diretto, senza bisogno di possedere concetti di alcun tipo o di praticare inferenze. La posizione di Gordon permette certamente di uscire dall’impasse dell’introspezione, ma sembra rappresentare un estremo opposto. Se la versione di Gordon fosse corretta, l’accesso introspettivo sarebbe mediato e secondario, tanto che, ad esempio, un bambino nella fase dell’apprendimento sarebbe capace di attribuire stati mentali agli altri attraverso la simulazione ancor prima che a se stesso. Per autoattribuirsi stati mentali, egli sarebbe plausibilmente costretto ad un processo di doppia simulazione, prima verso l’agente interpretato e poi solo alla fine verso se stesso.

La posizione di Gordon circa la priorità dell’attribuzione esterna nel quadro della pratica simulativa si presenta fortemente controintuitiva e probabilmente implausibile. Al contrario tanto del neo-cartesianismo di Goldman e Harris che di quello che potremmo chiamare il neo-comportamentismo di Gordon, la teoria della teoria afferma l’esistenza di una sorta di equilibrio tra l’auto- e l’eteroattribuzione di stati mentali. La capacità di assegnare credenze e desideri è dunque legata allo sviluppo della teoria della mente a livello ontogenetico. Man mano che il bambino manifesta o apprende la teoria della mente, egli diventa contestualmente capace anche di lettura della mente nei soggetti che lo circondano. Alcune evidenze sperimentali, come ad esempio l’incapacità di attribuire false credenze nella prima infanzia, dimostrano una sorprendente analogia tra la presenza di errori nell’attribuzione a se stessi e agli altri (Carruthers 1996). Questa è anche la risposta alla sfida posta dai fautori della simulazione nei confronti della teoria della teoria. I simulazionisti accusavano infatti i teorici della teoria di trascurare, per ansia di scientificità, il tema della ricchezza fenomenologica del soggetto.

In questo paragrafo introduttivo abbiamo passato in rassegna differenti aspetti del conflitto tra la teoria della teoria e la teoria della simulazione. Anche se rimane difficile contropporre due versanti tutt’altro che unitari al loro interno, le differenti versioni di teoria della teoria da un lato e di teoria della simulazione dall’altro presentano numerosi elementi di divergenza. Le basi di questo conflitto possono essere rintracciate nell’aspetto “caldo” e “freddo” dei due approcci metodologici, nella loro storia e nel diverso rapporto verso la psicologia del senso comune, ed infine nell’introspezione come punto di partenza della pratica attributiva degli stati mentali. Circa quest’ultimo argomento siamo usciti dallo schema duale che avevamo seguito, per far emergere dalla contrapposizione di opposte e a nostro avviso squilibrate versioni della teoria della simulazione con una più moderata proposta che viene dal versante della teoria della teoria. Se i motivi del conflitto risultano chiari, ci proponiamo ora di illustrare per esteso la teoria della teoria come la teoria della simulazione per valutare i punti di forza come le mancanze dell’una e dell’altra. I prossimi paragrafi ci permetteranno così di valutare come l’interpretazione del comportamento umano sia un fenomeno tanto complesso da meritare, come molti ormai concordano, l’uso di una metodologia ricca e pluralistica.

2. La teoria della teoria

Distinguiamo almeno due sensi di teoria della teoria. Il primo è quello secondo cui la nostra comprensione ordinaria degli stati mentali si presenta sotto forma di “teoria della mente”. Essa è costituita sostanzialmente dalla psicologia del senso comune (folk psychology), secondo la quale i termini che usiamo quotidianamente come “credenza”, “desiderio” o “volontà” sono capaci di descrivere con buona approssimazione gli aspetti cognitivi centrali della nostra vita mentale (Ravenscroft 2004). Il secondo è quello per cui la psicologia del senso comune rappresenta il corpo d’informazioni che le persone hanno riguardo alla mente (Nichols 2002), e che può manifestarsi o mediante l’apprendimento oppure attraverso lo sviluppo di strutture presumibilmente innate (Carruthers e Smith 1996). La distinzione può anche essere specificata come teoria della teoria “esterna” e “interna” (Stich e Ravenscroft 1994).

2.1 La teoria della teoria esterna e interna

Definiamo teoria della teoria esterna la versione della psicologia del senso comune originariamente introdotta da David Lewis (1972, p. 212):

Raccogli tutte le ovvietà che puoi pensare riguardo la relazione causale degli stati mentali, gli stimoli sensori e le risposte motorie […]. Aggiungi anche le ovvietà all’effetto che uno stato mentale cade sotto un altro […]. Forse ci sono anche banalità di altre forme. Includi solo le ovvietà che sono comune conoscenza tra noi: ciascuno le conosce e ognuno sa che ciascun altro le conosce, e così via.

Secondo questa prospettiva la psicologia del senso comune è la raccolta di un insieme di ovvietà, eventualmente organizzate attraverso delle generalizzazioni che rendano sistematico un insieme altrimenti caotico. Accanto alla versione di Lewis, facciamo rientrare nella definizione di teoria della teoria esterna anche quella produttivamente descrittiva e generale fornita da Davies e Stone (1996, p. 121):

Si può dire che i concetti mentali che comprendono la nostra psicologia quotidiana o del senso comune – come credenze, desideri, speranze, provare dolore ecc – sono parte di di una rete integrata di concetti, così che comprendere uno di questi concetti richiede la comprensione di qualcuno o tutti gli altri.

Il riferimento alla rete concettuale richiama quello che potremmo definire il resoconto funzionalista della psicologia del senso comune. Molti teorici della teoria hanno seguito Lewis (1972) nell’affermare che il significato dei termini teorici viene fornito dalla loro “definizione funzionale”, dove essa consiste nella caratteristica che porta ad assegnare un ruolo causale ai concetti sulla base della teoria che li specifica.

In generale ogni teoria si articola a partire da un linguaggio che riceve il suo senso entro un determinato ambito linguistico. “Prognosi” e “diagnosi”, come anche “numeri relativi” o “asse cartesiano” sono termini che circoscrivono altrettanti concetti appartenenti ad ambiti teorici come la medicina e l’algebra. Il ruolo causale, sotto questo profilo, può essere descritto come quello che definisce le possibili connessioni infernziali dei concetti in questione, dove per connessioni inferenziali intendiamo ad esempio le relazioni che fanno rientrare una certa pratica logica entro la definizione di “diagnosi”. Ma è solo il contesto teorico a fornire il reale significato del termine in questione, che risulta in questo senso dipendente dalla teoria.

Il significato di un termine scientifico è dunque costituito dal suo ruolo funzionale nel contesto della teoria che lo pone. Se ammettiamo che questo sia valido per ogni teoria scientifica, lo sarà altrettanto per la psicologia del senso comune che viene elevata a scienza in forza del fatto che essa introduce spontaneamente termini come “credenza” e “desiderio”. Lewis dà così ragione a Sellars (1956), che viene giudicato fautore del “buon mito” secondo cui i nostri antenati, prima behaviouristi, introdussero un giorno i termini mentalistici. Se d’altra parte siamo d’accordo con Lewis ci sono buoni motivi per affermare che esiste una forte analogia tra la psicologia del senso comune e la scienza, tanto che le pratiche esplicative messe in atto dalla psicologia del senso comune esibiscono la stessa struttura deduttiva propria di quelle scienze che potremmo definire professionali (Fodor 1987). Una conseguenza di questa analogia può essere riscontrata anche in chi sostiene che tra la psicologia scientifica e quella del senso comune esiste una tale continuità che la prima rappresenta soltanto una versione più accurata della seconda (Heal 1986).

Il primo problema connesso alla teoria della teoria esterna riguarda l’ipotesi dell’eliminativismo. Il fatto che quello offerto da Sellars sia un buon resoconto del nostro modo di interpretare i fenomeni mentali, non toglie che per ammissione dello stesso Lewis si tratti pur sempre di un “mito”. È difficile vedere come si possa fondare una scienza sulla base di una semplice euristica, per quanto esplicativamente e predittivamente efficace possa rivelarsi. Se così fosse, la psicologia del senso comune meriterebbe presumibilmente di essere eliminata e sostituita da una teoria e da un linguaggio realmente scientifici. Il rischio dell’eliminazione non va certo a favore della teoria della teoria esterna di Lewis, né delle fiduciose professioni di fede nella continuità tra metodo delle scienze e della psicologia. C’è anche da notare come l’analogia tra la teoria della teoria esterna e la scienza professionale, cui fa riferimento Fodor, non sia del tutto corretta. Diversamente dal lavoro del biologo o del chimico, infatti, il teorico della teoria non si confronta con la psicologia del senso comune come con un qualsiasi programma di ricerca che abbia testi scritti o che sia soggetto a una ricerca empirica rigorosa. Ma, si potrebbe rispondere, quella di avventurarsi in un campo così complesso, è appunto la sfida di chiunque voglia cercare un approdo scientifico per la psicologia del senso comune.

Più sostanziale è invece l’obiezione al carattere propriamente “esterno” della teoria della teoria di Lewis. Secondo la sua versione, infatti, la capacità di lettura della mente sarebbe basata sulla semplice sistematizzazione delle ovvietà del senso comune e sul resoconto funzionalista dell’impianto teorico che ne risulta. Il fatto è che il semplice rilievo teorico non è sufficiente a sostenere una pratica di lettura della mente accurata ed efficace, come dimostrano una serie di evidenze sperimentali. La strategia esterna rappresenta quello che potremmo chiamare lo strato superiore di un vasto corpo di conoscenze che, più o meno tacitamente noi tutti mettiamo in campo all’atto delle nostre interpretazione delle altre menti. Questo approccio può essere definito teoria della teoria “interna”. Più che una negazione della versione di Lewis si tratta probabilmente di un’evoluzione di essa. In effetti l’ampio serbatoio di conoscenze tacite alla base della capacità di mentalizzare non nega, ad esempio, l’organizzazione funzionale dei concetti della psicologia del senso comune, né l’idea che sia il contesto scientifico a fornire il significato dei termini teorici.

2.2 La strategia del corpo di conoscenze tacite

Per molti teorici della teoria, dunque, la teorizzazione a partire dalle ovvietà della nostra pratica psicologica di senso comune è insufficiente a dar conto della capacità di lettura della mente. Per questo si è preferito dare un’altra impostazione alla teoria della teoria. Spiegano Stich e Nichols (1992, pp. 35-6):

La strategia esplicativa dominante procede ponendo una “struttura di conoscenza” internamente rappresentatata – tipicamente un corpo di regole e princìpi o proposizioni – che serve a guidare l’esecuzione della capacità che deve essere spiegata. Queste regole, prinicipi o proposizioni sono spesso descritti come la “teoria” dell’agente circa il dominio in questione. In alcuni casi, la teoria può essere parzialmente accessibile alla coscienza; l’agente può dirci alcune delle regole o principi che sta usando. Più spesso, tuttavia, l’agente non ha accesso consapevole alla conoscenza che guida il suo comportamento.

Il dato comunemente accettato dai teorici della teoria interna è quello per cui, al fine di operare spiegazioni e previsioni comportamentali, facciamo leva su un corpo di conoscenze tacite e che esso stesso costituisce la teoria che comunemente utlizziamo4. A differenza dell’approccio di Lewis, la teoria della teoria interna ipotizza che sia l’insieme di regole tacitamente rappresente a costituire la nostra teoria della mente.

Per illustrare meglio l’ipotesi delle conoscenze tacite ci serviremo di un esempio che proviene dalla comune esprerienza dell’apprendimento di una lingua, che sia straniera o la nostra lingua madre. Quando impariamo una lingua ci viene insegnata l’ossatura grammaticale di essa, che rappresenta una priorità pedogogica soprattutto nel caso di idiomi in cui le regole di grammatica sono molto importanti per un uso anche basilare. Questo è il caso, ad esempio, del tedesco per noi italiani, e dell’italiano stesso per chi provenga, si faccia il caso, dal tedesco stesso o dall’inglese. Il fatto che la lingua ci venga insegnata almeno in una certa misura attraverso la grammatica, tuttavia, non significa né che sapere una lingua significhi conoscerne solamente le regole e i principi sintattici, e neppure che noi, una volta frequentato un corso di tedesco, possiamo a nostra volta insegnare l’idioma di Göthe attraverso i principi che gli sono propri. Soprendentemente lo stesso accade con la nostra lingua materna. Una volta acquisita durante, l’infanzia, la competenza lessicale fondamentale, tutti siamo in grado di compiere operazioni sbalorditive attraverso il repertorio di parole che possediamo, come rendere conto dettagliatamente del dolore provocato da un mal di testa o prevedere attendibilmente la sequenza di pensieri che porta un amico a decidere di andare al cinema. Eppure se ci fosse proposto di insegnare le regole dell’italiano a chi non lo parla, noi dovremmo studiare per acquisire gli strumenti di questa pratica educativa. In altre parole, la competenza lessicale piena non ci rende tuttavia in grado di riflettere a livello astratto sui principi della lingua che dominiamo, poiché se così fosse ne potremmo insegnarne senza sforzo le regole ad uno straniero. Il fatto interessante, a mio avviso, è che in molti casi usiamo perfettamente una lingua ignorandone la grammatica, e cioè la teoria che la governa.

Qualcosa di fortemente analogo al caso della competenza grammaticale attiva avviene per la teoria della mente. La psicologia del senso comune è senza dubbio una pratica, in quanto tutti la usano e le interpretazioni operate sulla base di essa vanno generalmente a buon fine5. Tuttavia le regole su cui poggia la pratica della piscologia del senso comune non devono generalmente essere esplicitate perché le spiegazioni e le previsioni del comportamento umano risultino corrette. Questo vale anche per le informazioni stesse che sono sistematizzate da questi principi. Quando interpreto il comportamento di Ermia secondo il modello teorico individuato da Fodor (1987) può dunque essermi ignota tanto la generalizzazione inferenziale: “Tutti quelli che credono che p e desiderano q, cercheranno – ceteris paribus – di far in modo che q”, quanto anche il contenuto di essa: “Demetrio stima Lisandro sia suo rivale in amore, e vuole sbrazzarsi di lui (poiché così si fa con i rivali), così egli cercherà – se altri desideri o volontà nel frattempo non sopravvengono in lui – di uccidere Lisandro”. Ancora analogamente al caso della competenza grammaticale attiva, è possibile che alcuni dati del corpo di conoscenze tacite rimangano tali, mentre altri emergano di tanto in tanto sotto la pressioni di determinati stimili. Ermia, ad esempio, sarebbe perfettamente in grado di capire lo schema di generalizzazione inferenziale, e di utilizzarlo se volesse diventare ella stessa teorica della teoria. Botterill (1996, pp. 113-14) suggerisce che si debba parlare della teoria della mente come di un corpo di conoscenze solo debolmente tacito.

La teoria della teoria nel suo complesso, ovvero quella interna con l’aggiunta di quella esterna considerata solo come parte o frammento della prima, rappresentano un ampio ed efficace paradigma esplicativo della capacità di lettura della mente. A suo favore vanno tanto la compatibilità con i risultati della psicologia sperimentale dello sviluppo e dell’età adulta (ad esempio Leslie 1987, Wellman 1990, Gopnik 1993), quanto il fatto che la strategia del corpo di conoscenze tacite rappresenta il punto di partenza per le numerose ricerche in corso sulla modularità della mente e la valutazione delle sue componenti innate. D’altra parte, l’ampiezza del paradigma non è sufficiente a garantire un accordo comune tra tutti i filosofi e gli scienziati cognitivi a proposito della lettura della mente operata secondo il modello della teoria della teoria.

Considerata per stessa, la teoria della teoria deve fronteggiare numerosi problemi. Innanzitutto, quando si adotta un metodo di spiegazione comportamentale tendezialmente scientifico e “in terza persona”, come fanno i teorici della teoria, si rischia di perdere di vista l’esperienza fenomenologica. Gli agenti sono considerati più come oggetti di una scienza – di una teoria, appunto – che come persone. Inoltre, la teoria della teoria presenta, agli occhi dei suoi detrattori, un problema sostanziale. Da un lato essa risulta costituire una visione empirica della psicologia, poiché, come possiamo evincere per contrasto rispetto a Heal (1998), sostenitrice di una versione di lettura della mente basata su elementi rigorosamente a priori, la teoria della teoria fa perno su un ricco corpo di informazioni che abbiamo precedentemente acquisito nei confronti del comportamento altrui, e che solo in un secondo tempo vengono sussunte sotto regole generali. Proprio in forza del suo aspetto empirico, d’altra parte, il puro approccio teorico rischia di basarsi sullo stoccaggio di una quantità di informazioni pressoché infinita, tanti quanto sono i casi particolari del comportamento di un agente. Questo procedimento porterebbe così a formulare previsioni parziali, errate o incomplete6. L’approccio teorico risulta dunque fallibilmente induttivo se basato sul corpo di conoscenze che possediamo tacitamente e nello stesso tempo colpevolmente sussuntivo, tanto da non poter rendere conto, in forza della sola teoria, di tutti i casi concreti che vorrebbe spiegare. Se teoria della teoria è afflitta da questi problemi, si apre così lo spazio per la ricerca di una metodologia alternativa.

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Riferimenti bibliografici

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1 L’articolo infatti si occupa inizialmente (e prevalentemente) del primo punto, inserendo, quando è necessario, riferimenti alla letteratura speimentale per provare la bontà o i punti deboli dell’uno e dell’altro approccio. Quanto alla definizione del concetto di teoria, il tema verrà trattato verso la conclusione, all’interno del paragrafo 4.

2 Naturalmente questo è un giudizio approssimativo che serve ad accentuare la contrapposizione tra teoria della teoria e teoria della simulazione. La questione è evidentemente più complessa, come vedremo nel momento in cui affronteremo il tema dei requisiti di teoreticità richiesti alla simulazione. In ogni caso si potrebbe migliorare la definizione affermando che la psicologia del senso comune è una base non esplicita della teoria della simulazione.

3 Per questo tema, con particolare riferimento alle posizioni di Goldman, si veda Meini 2001.

4 Tralasciamo invece, in questa sede, la rassegna circa le ampie differenze che percorrono la teoria della teoria interna. Esse vertono sulla questione della natura della teoria della mente, se cioè il repertorio di conoscenze tacite sia appreso oppure innato, se in quest’ultimo caso esso abbia un’organizzazione di tipo incapsulato e modulare, e quanto possa estendersi la modularità, ovvero se essa sia di tipo moderatamente o radicalmente massivo o meno. Per una prima considerazione delle posizioni in campo si veda il volume a cura di Carruthers e Smith (1996). Sul ruolo della modularità nella nostra architettura cognitiva si veda Marraffa (2003). Per fare il punto sull’innatismo si guardi infine il recente volume a cura di Carruthers, Laurence e Stich (2005).

5 Una simile affermazione è controversa, perché l’affidabilità della psicologia del senso comune non è sempre garantita. Si veda su questo punto il prossimo paragrafo.

6 In un altro senso, invece, proprio questo elemento costituisce un reale vantaggio nei confronti del potere esplicativo della strategia del corpo di conoscenze tacite. Solo grazie ad esso, in effetti, possiamo spiegare il problema dell’errore. Si veda Nichols 2002 e il prossimo paragrafo.

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