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Recensione
27/06/2008

Fin dall’infanzia l’individuo deve essere cosciente della sua libertà.

Kant, Pedagogia

A prima vista si tratta solo di uno dei molti corsi dati agli studenti di Koenigsberg ascrivibili alla senilità del filosofo e raccolti in appunti dai suoi allievi, in questo caso il devoto quanto oscuro Friedrich Theodor Ring. Ma la Pedagogia (Ueber Paedagogik, 1803) di Immanuel Kant, benché lontana dagli splendori del periodo aureo (1770-1792) e faticosa da leggere a causa delle numerose ripetizioni e delle geometrie strutturali forzatamente accademiche, offre comunque spunti di interesse non trascurabili e qualche insegnamento che gioverebbe considerare di attualità. Il saggio iniziale di Andrea Gentile premesso all’edizione italiana aiuta poi molto il lettore ad inserire questo scritto tardo nel più ampio e complesso contesto della filosofia critica.

La mossa iniziale presentata nella Pedagogia per scardinare alcune idee ampiamente diffuse circa l’educazione, in voga alla fine del Settecento ma sorprendentemente anche oggi, consiste in una decisa contestualizzazione e in una critica feroce dei metodi pedagogici tradizionali. Educare in questo senso non significa imporre qualcosa dogmaticamente, o catechizzare. “Generalmente, ammonisce Kant, sarebbe meglio adoperare pochissimi espedienti o metodi artificiali, lasciando che il bambino impari da sé” (p. 115), o ancora: “La cosa essenziale è che l’individuo, fin dai primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza sia educato ed abituato ad orientarsi sempre da sé” (p.120).

La massima dell’autonomia, di non facile applicazione, rappresenta il leitmotiv del Trattato (editorialmente la parte centrale della Pedagogia), le cui pagine acquistano una evidente coloritura rousseauana. Come per il ginevrino, anche in Kant l’obiettivo della pratica pedagogica deve essere fissato sullo sviluppo il più possibile libero dell’individuo in formazione, sin dai suoi primi anni infantili e giovanili. Così, avverte ad esempio Kant, sarebbe bene imparare a determinare l’ora attraverso l’osservazione diretta dei fenomeni naturali piuttosto che mediante l’uso dell’orologio, come anche apprendere a nuotare direttamente sviluppando capacità fisiche insite nella nostra natura umana.

Se Rousseau, con la sua critica alla società civilizzata e l’esaltazione della bontà della natura rimane un riferimento imprescindibile dell’orizzonte teorico del trattato, il nucleo profondo della riflessione kantiana si rivolge ancor più precisamente al metodo maieutico di Socrate. Appartiene alla sfera descrittiva della fase dello sviluppo il fatto che una volta “svezzato” nella più tenera età, il fanciullo cominci a confrontarsi con l’idea del dovere, vale a dire con l’orizzonte della moralità. La dimensione morale deve essere portata in luce, fatta emergere dall’interiorità della persona e mai imposta dall’esterno.

La scelta del metodo socratico non rappresenta banalmente un’opzione liberale, ma si sviluppa in coerenza con le linee generali filosofia pratica. La moralità kantiana si basa sui presupposti della libertà e autodeterminazione della ragione. È proprio la ragione nella sua completa autonomia a dover deve determinare la volontà, opponendosi al tentativo di condizionarla che viene contestualmente operato anche dalle inclinazioni sensibili, come il piacere, l’interesse o la previsione di una ricompensa. Per raggiungere lo stadio dell’autonomia del volere, fa notare Kant, l’educazione ricevuta dalla tradizione non basta. Chi apprendesse i principi morali passivamente sarebbe tutt’al più in linea con un rispetto formale delle leggi, e dunque si troverebbe ad essere morale solo accidentalmente, o peggio ancora lo sarebbe falsamente per compiacere i propri educatori. Di fatto la sua volontà sarebbe determinata in modo eteronomo, e così ricadrebbe fuori dalla sfera della moralità.

Lasciar emergere o non ostacolare le naturali spinte verso l’auto-orintamento morale è non solo l’applicazione della maieutica, ma anche la condizione necessaria per lo stabilirsi della dimensione morale. Questo non significa d’altra parte che, a livello operativo, il pedagogo debba mostrarsi accondiscendente in modo indiscriminato verso tutte le tendenze manifestate nei giovani. L’oscillazione dei comportamentamenti, in bilico tra dovere e piacere, come ancor di più la confusione dei valori sono quanto di più lontano possa esserci dall’idea kantiana di autodeterminazione dell’individuo. La Pedagogia al contrario sottolinea l’esigenza imprescindibile di una “educazione alla moralità”. Anche la punizione può, anzi deve, essere necessaria al processo formativo, ma sempre a patto di non rivelarsi coercitiva e umiliante. Come si vede il principio del “pensare da sé”, per quanto frutto di un delicato equilibrio, non è in alcun modo negoziabile.

Educare infine non rinnova soltanto l’individuo, ma l’intera società. In questo senso il processo educativo rappresenta, potremmo dire, una sorta di investimento sul futuro. Caratterialmente molto rigido, per quanto ci tramandano i suoi biografi, Kant non risparmia nelle pagine della Pedagogia sorprendenti aperture alle ipotesi di educacazione alternativa, mostrando di preferire il rischio del rinnovamento rispetto ai danni provocati dal conformismo scolastico. Solo l’audacia della sperimentazione pedagogica può contribuire a costruire la società futura: “L’idea di un’educazione che porta in atto tutte le sue disposizioni naturali è assolutamente vera e particolarmente significativa” (p. 92). I detrattori parlerebbero di una spinta utopica, avanzata da Kant in linea con alcuni stilemi cari alla cultura illuministica, e forse anche noi saremmo d’accordo con un po’ di realismo. Lo slancio di Kant sembra però più forte di ogni scetticismo, come quando, profeticamente, avverte: “I fanciulli non devono essere educati conformemente allo stato presente della specie umana, ma per uno stato migliore possibile nell’avvenire secondo l’idea dell’umanità e della sua destinazione”(p. 95).

Ironia verso lo stato educativo presente, maieutica come metodologia pedagogica privilegiata e tensione verso il rinnovamento futuro. In tre mosse Kant ridisegna l’orizzonte di una disciplina su cui non smettiamo di interrogarci. Lo fa semplicemente, suggerendo che non può esserci sviluppo morale dove manca la libertà dell’individuo. Sarà pure una prospettiva più generale che operativa, ma certo non merita di essere dimenticata.

Immanuel Kant, L’arte di educare (a cura di A. Gentile), Armando, Roma 2002 € 9,25

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