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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
16/06/2008

Nel 1980 Richard Wirthlin, capo della squadra dei sondaggisti del futuro presidente Reagan, fece una scoperta per certi aspetti sensazionale. Nel corso delle sue ricerche si accorse che gli elettori repubblicani non concordavano in tutto e per tutto con il candidato, ma questo non impediva loro di identificarvisi. In che cosa credevano dunque gli elettori pronti a votare Reagan piuttosto che il suo sfidante democratico? Fondamentalmente si fidavano di lui, della sua capacità di leadership, del suo carisma. Inutile in questo senso da parte dell’analista delle scelte politiche andare a ricercare ossessivamente un’attinenza completa tra le proposte del candidato e gli orientamenti dei suoi elettori. Solo il leader, lui in persona e perfino il suo modo di parlare e di muoversi possono creare quell’empatia che convince a puntare su di lui.

L’episodio, ricordato da Gorge Lakoff nel suo “La libertà di chi?” (2008) fa risaltare al contrario il persistere di quegli errori del razionalismo che affliggono a dire dell’autore soprattutto la parte progressista dello schieramento politico. I democratici americani, e presumibilmente per estensione i loro corrispondenti oltreoceano (socialisti, socialdemocratici o singolarmente ancora democratici proprio nel nostro paese) trascurano il valore simbolico del leader e si ostinano a pensare “letteralmente”. Presentare i fatti nudi e crudi (“la verità ci renderà liberi”) non sarebbe secondo Lakoff, tanto un atto di onestà quanto di scarsa cura del modo in cui si intende comunicare il messaggio, uno snobismo e tendenzialmente un modo straordinariamente efficace per riuscire a perdere le competizioni elettorali.

Diversamente da quello che si potrebbe pensare, Lakoff non è un consigliere politico, o almeno non di professione, ma un noto linguista di Berkley con uno spiccato interesse per l’intersezione tra scienza cognitiva e teoria politica. Il nucleo duro della sua teoria prende le mosse dall’idea che alcuni concetti sono per così dire “incorniciati” entro quello che potremmo chiamare un decorso inferenziale standard. In parole più semplici, c’è qualcosa che si fissa nella nostra testa quando veniamo sottoposti ad una studiata opera di ripetizione di un concetto affiancato da altri che lo completano. Così se in America si pronuncia la parola “tasse”, subito questa viene incorniciata dal nesso “sollievo dalle tasse”. I rebubblicani hanno ripetuto questo nesso negli ultimi trenta anni attribuendo alle operazioni di riduzione delle imposte un valore positivo per la società.

Questa operazione di framing non può toccare i nuclei concettuali di “caldo” e “freddo”, che sembrano piuttosto univoci, ma certamente quello di “libertà”, che al contario si presenta profondamente controverso. Se è vero che la libertà nasce da una metafora basata su un fatto concreto (posso essere libero da impedimenti fisici) è altrettanto vero che il concetto può dare luogo ad un ampio decorso inferenziale, tanto ampio che si potrebbe rappresentare visivamente come formato di due catene che si divaricano progressivamente. Libertà dal bisogno e dalla paura, come voleva F.D. Roosvelt, o libertà dell’individuo dallo Stato che lo opprime, come nella visione conservatrice classica e neoconservatrice più recente, rappresentano due versioni dissimili dello stesso concetto. Così, negli interstizi lasciati vuoti, il concetto di libertà si va progressivamente riempiendo di valori che ci sono ampiamente familiari, perché declinati nel senso della libertà progressista, o di quella conservatrice.

Al fondo delle opposte visioni della libertà c’è una doppia metafora. L’idea che lo Stato sia come una famiglia e che il padre di famiglia debba essere un genitore severo oppure un genitore premuroso. Nel primo caso il padre severo tenderà a responsabilizzare il figlio il più possibile, a punirlo quando necessario e a farlo ragionare in termini di successo individuale anche a costo di competere duramente, anche se lealmente, con i suoi concorrenti. Da questa opzione autoritaria si genera l’idea pura, smithiana, del libero mercato e della leale concorrenza. Dall’altra parte il genitore premuroso si renderà conto che la responsabilità individuale va temperata con quella sociale e che dunque la competizione non deve essere falsata da condizioni di partenza inique, che la concorrenza non deve diventare come spesso accade, prevaricazione selvaggia. Le logiche che si confortano sono evidentemente diverse. La prima è lineare e procede in questo modo: abbiamo catturato Saddam, la guerra è finita. La seconda è sistematica, ovvero prende in conto i molti fattori socio-ambientali che la prima trascura. Seguendo lo stesso esempio: catturare un dittatore non significa vincere una guerra e in più la guerra rappresenta una catastrofe umanitaria dove il costo pagato in vite umane è molto superiore allo spettro di una riuscita militare.

Dal punto di vista dell’analisi politica il libro di Lakoff è sicuramente molto centrato sulla realtà americana. E molto americano, se visto dall’Europa, è il dibattito sulla libertà, se essa appartenga alla tradizione democratica e se su questo main straem si sia poi innestato un elemento mutante che fa di Gorge W. Bush il paladino di una libertà di parte e non in linea con le idee dei padri fondatori. In ogni caso non si può chiede a un libro scritto negli Stati Uniti di essere esportabile, e da questa parte dell’oceano dovremmo evitare i rischi di una semplicistica trasposizione nella nostra ben diversa realtà storico-politica.

È invece universale il nucleo teorico del testo, che suggerisce una virata della psicologia delle scelte personali verso la neuropsicologia. Lakoff è infatti convinto che le cornici o frames sono scritti nel cervello e che il cervello, lungi dall’essere come voleva Cartesio, prevalentemente la sede della razionalità, è anche la culla dell’emotività. Per questo il giudizio politico non si fonda soltanto sulla ragione di un buon argomento proposto dal candidato, ma soprattutto sul riconoscimento dell’elettore verso il candidato. Il nostro cervello ha una sede dedicata all’empatia, quella costituita da neuroni specchio che si attivano al solo vedere le azioni degli altri1.

Si aggiunga che questa empatia è un elemento fondamentalmente inconsapevole. Sulla base di un’ampia letteratura preesistente dedicata alla psicologia delle scelte, Lakoff mette opportunamente in luce il carattere poco razionale delle scelte politiche degli elettori:


Dal momento che il pensiero avviene a livello neurale, la maggior parte del nostro pensiero non è disponibile a un’introspezione cosciente. Così che è possibile non conoscere i propri processi mentali. Ad esempio si potrebbe non essere consci dei principi morali o politici che stanno dietro alle conclusioni politiche che si raggiungono velocemente e automaticamente. (Lakoff 2008, p. xvi)


Il principio è così saldamente argomentato, solo la sua applicazione è più controversa. I conservatori sarebbero molto più efficaci nel diffondere, attraverso una ossessiva campagna di ripetizione, i propri frames primo fra tutti quello che la libertà sia la libertà dalla regolamentazione dello Stato o che le controversie internazionali si risolvano il più dele colte attraverso l’uso della forza. Plausibile, certo, ma anche parziale. Alcuni frames propri di quella che in America si chiamerebbe cultura liberal (e da noi forse “libertaria”) sono entrati profondamente nella vita quotidiana di molti cittadini. Si pensi all’idea che i diritti personali sono invalicabili e a gli effetti che tale concetto produce oggi nella cattolicissima Spagna e di fatto anche nella cattolicissima Italia. In questo senso l’analisi di Lakoff si rivela troppo semplicistica. Anche perché di fatto la maggior parte di noi ragiona sia in senso liberale che conservatore a seconda delle circostanze. (In Lakoff questa eventualità è descritta attraverso la figura del biconcettuale che tuttavia deve in ogni caso essere risolta attraverso l’adesione verso l’una o l’altra parte del sistema politico di valori.) Se poi storicizziamo le strutture logiche alla base del pensiero progressista e conservatore, la schematizzazione proposta da Lakoff potrebbe essere facilmente ribaltata. In passato proprio i democratici americani, sono stati accusati di servirsi di una visione dei fatti basata sulla causalità lineare.

Che il cuore del professore di Berkley batta a sinistra non è un mistero né un colpa. Il suo merito consiste tuttavia nel suggerire ai politici di area democratica la necessità di riplasmare il concetto di libertà per salvarlo dalla deriva conservatrice. Chiarito che le scelte politiche sono per larga parte empatiche e non consapevoli, i progressisti dovranno ri-incorniciare i loro concetti base a partire proprio dalla conoscenza delle dinamiche cerebrali. Solo una volta acquisita questa “razionalità di ordine superiore” potranno trasmettere l’idea che lo Stato non è solo un ingombro ma una garanzia di protezione, che la vera competizione deve iniziare con tutti alla pari e permettere che vengano riequilibrare situazioni di squilibrio, o che la salvaguardia dell’ambiente è vitale per il bene comune. Se così accadrà si sarà riconquistato il concetto di libertà finora usurpato dai conservatori.

La strada è tracciata, resta solo un dubbio: i progressisti impareranno la lezione?

Gorge Lakoff, La libertà di chi?, Codice, Torino 2008 € 22,00

1 Si veda in proposito: G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Cortina, Milano 2006.

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