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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
11/05/2008
Premessa

Chi scrive non è un educatore ufficiale con responsabilità istituzionali. Mi considero infatti solo un comune genitore, con responsabilità famigliari. Di mestiere però ho fatto il medico neuropsichiatra, e in tale veste mi sono chiesto se all'origine delle sofferenze dei miei pazienti potesse avere un ruolo una loro domanda condizionata e rigida di consenso, quando questa domanda fosse disattesa. Ho fatto anche il medico di famiglia, e come tale troppo spesso mi sono sentito rivolgere da genitori disperati questa domanda: "Dottore, cosa potevamo fare per evitare che nostro figlio..."

Fu così che mi chiesi quale fosse il ruolo della famiglia nel condizionare lo sviluppo della personalità del bambino, se rigidamente dipendente dal consenso del leader - quella che chamo "fondamentalista" - oppure indipendente, autonoma e flessibile. L'età interessata è quella da zero a tre anni, quando noi genitori siamo i suoi unici insegnanti. Esiste cioè un nesso tra il primo apprendimento del linguaggio e la formazione della struttura mentale del giovane individuo, dove si svolgono le sue procedure di pensiero e di comportamento?

Ho chiesto a tutti, docenti, pedagogisti, accademici dell'educazione, scrittori, giornalisti, se potessero darmi un'indicazione pratica di come un genitore comune potesse svolgere il proprio compito educativo con la necessaria consapevolezza, quindi con possibilità di controllo, nella direzione desiderata: nel mio caso, verso la formazione della personalità indipendente, autonoma e flessibile, che sappia unire la libertà alla responsabilità.

Stranamente, nessuno ha saputo darmi una risposta concreta. Ho dovuto perciò cercare la mia risposta da me, empiricamente. Ne è uscita una nuova linea educativa, che ho chiamato "Educazione Dialettica". Vi ho educato i miei figli con soddisfazione. Ho poi voluto mettere la nuova opportunità educativa a disposizione dei miei colleghi genitori. Ho pubblicato le mie analisi e le mie deduzioni, tenuto conferenze e animato dibattiti, ho aperto anche un sito internet. Tra una cosa e l'altra, sono passati ormai quarant'anni, eppure una risposta ufficiale da parte dell'autorità competente sui quesiti educativi da me sollevati ancora non c'è stata. Quindi, evidentemente l'istituzione ha bisogno di essere ulteriormente sensibilizzata. Ecco dunque il motivo di questa mia ultima fatica, che - va sottolineato - non pretende certo di concludere un'analisi che non è ancora stata sviluppata al punto di renderne informati noi comuni genitori, ma vuole solo essere uno stimolo all'apertura del necessario dibattito.

La domanda

Che l'età da zero a tre anni del bambino abbia notevole importanza ai fini della sua formazione educativa è cosa risaputa sin dai tempi di Sant'Ignazio da Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù che, si dice, avrebbe affermato: "Datemi i primi quattro anni di vita di un uomo e ne farò un perfetto soldato di Dio".

Quest'affermazione fa sorgere immediatamente una domanda: cosa avviene, qual è il meccanismo educativo, l'imprinting che regola la formazione della struttura neuropsichica in quei primissimi anni del bambino?

Sono passati 500 anni da allora, molti studi sono stati effettuati sia nel campo della analisi psicopedagogica che in quello della neurofisiologia, eppure il nesso tra l'effetto formativo del linguaggio come fattore di imprinting nella prima età del bambino, quando avviene la strutturazione neuro-fisiologica della sua personalità, non è ancora stato messo in evidenza come sarebbe necessario che fosse. Noi genitori, che in quell'età del bambino siamo i suoi unici insegnanti, non siamo stati ancora chiamati a considerare i meccanismi educativi che regolano il nostro ruolo formativo primario nell'inclinare la personalità dei nostri figli verso la dipendenza o l'autonomia. Di fatto, l'istituzione non ha ancora saputo indicarci con la dovuta chiarezza quali siano gli strumenti educativi che noi genitori abbiamo a disposizione per adempiere il nostro quotidiano e insostituibile ruolo formativo nella direzione desiderata.

Tutta la prima educazione del bambino, quella in cui si formano le basi della sua futura personalità, viene così affidata all'improvvisazione del momento, o ad una non meglio definita tradizione del buon senso, e non ad una scelta informata e responsabile fatta da genitori pienamente consapevoli. In questo vuoto d'informazione, la proposta "Educazione Dialettica", oggetto di questo saggio, intende offrire un contributo critico e costruttivo alla prevenzione primaria dei guasti dovuti ad una dipendenza psichica eccessiva.

La posta in gioco non sembra davvero affatto trascurabile. A livello individuale, è infatti noto che il condizionamento alla dipendenza psicologica costituisce uno dei maggiori fattori di rischio verso la tossicodipendenza. (3) A livello collettivo è altrettanto noto che l'incapacità di sottoporre a critica autonoma i dettami dell'autorità costituisce non solo un ostacolo alla vita democratica, ma anche un fattore fondamentale per la produzione di quei comportamenti intolleranti e violenti di cui vediamo la forma estrema nella cosiddetta "guerra santa" dei kamikaze del fondamentalismo religioso islamico. Dobbiamo dunque chiederci se simili comportamenti indesiderati e intollerabili siano il prodotto di un imprinting, e se questo possa essere evitato, o quanto meno attenuato.

L'imprinting

Va messo anzitutto in chiaro che il meccanismo dell'imprinting educativo non ha per oggetto la memorizzazione e l'esecuzione di un preciso comportamento, come potrebbe essere quello del kamikaze. Oggetto dell'imprinting è invece l'obbedienza assoluta ai voleri di un'autorità riconosciuta - la quale poi indicherà dei precisi comportamenti a chi dipende da essa e la ubbidisce. Questa autorità assoluta può essere costituita da una persona fisica, o dal consenso collettivo - o anche da un libro, come nel caso della Bibbia cristiana o del Corano islamico.

La proposta "Educazione Dialettica" ha appunto lo scopo di mostrare ai genitori come formare individui liberi di produrre atteggiamenti autonomi, responsabili e critici nei confronti dell'autorità precostituita. A questo scopo è necessario diminuire l'intensità con cui l'imprinting alla dipendenza si incarna nel cervello del bambino, e questo solo i genitori lo possono fare, attraverso la prima educazione, adottando un appropriato modello educativo. Ora, se quello che i fondamentalisti chiamano "educazione" è l'imprinting di obbedienza assoluta verso l'autorità, essi chiamerebbero "dis-educazione" il modello che intendo proporvi. Io lo chiamerei invece, più propriamente, "dis-imprinting".

Vi prego però di scusarmi, se per descrivere il fenomeno del fondamentalismo ho dovuto riferirmi al suo aspetto più estremo, quello religioso islamico - e infatti tutti noi sappiamo bene che esistono forme di fondamentalismo assai meno aggressive. Infatti, si sta sviluppando una tendenza maggiormente dialettica, meno estrema e meno fondamentalista tra le correnti religiose, anche islamiche, apparse in alcuni movimenti multi-religiosi e nel supporto alle Dichiarazioni Universali dei Diritti dato da autorità che professano la fede islamica, come i 'people of the book', etc.; e - nonostante l'indottrinamento dei bambini - alcuni genitori di tale fede mostrano un rispetto crescente per le prese di posizione ugualitarie nel matrimonio. Sappiamo però altrettanto bene che per descrivere efficacemente un fenomeno è necessario metterne in evidenza gli aspetti più estremi, ed io non ho potuto sottrarmi a questo principio esplicativo.

Neurofisiologia del cervello

Per sapere cosa accade nei primissimi anni di vita di un uomo, quale sia il substrato neuro-fisiologico e pedagogico su cui l'imprinting fondamentalista può esercitare una presa così ferrea sino al sacrificio della vita, è necessario rifarsi alle ricerche che hanno valso il Nobel a Rita Levi-Montalcini. I suoi studi hanno dimostrato che nel cervello dell'uomo, all'età di circa due anni, per effetto del Nerve Growth Factor, avviene una proliferazione improvvisa ed esuberante di connessioni tra le cellule nervose. Subito dopo inizia un processo fisiologico di riassorbimento delle connessioni esuberanti, il cui prevedibile risultato è la conservazione di quelle più utili ai fini della sopravvivenza.

L'esito di questo processo selettivo è la formazione della struttura neuropsichica definitiva del giovane individuo in quello che sarà il suo futuro stile di vita che - come Ignazio di Lojola ben sapeva - potrà essere quello del "perfetto soldato di Dio": ma il cui aspetto estremo, come oggi purtroppo abbiamo tutti modo di vedere, è quello del kamikaze del fondamentalismo religioso islamico. Il meccanismo educativo che regola questo processo neuro-formativo sembra essere in una certa misura irreversibile, ed è appunto noto agli specialisti del settore col nome di "imprinting".

Il ruolo dei genitori

Nella sua primissima età, la sopravvivenza del bambino è legata al gradimento dei suoi genitori - ed egli ne è perfettamente consapevole. Il criterio selettivo che regola la soppressione o la conservazione delle sue connessioni mentali è quindi dato dal feedback famigliare educativo che il bambino ottiene in risposta ai suoi primi comportamenti di relazione con l'autorità famigliare. Verranno cioè conservate le connessioni nervose che servono i comportamenti di consenso all'autorità stessa, proprio a causa della gratificazione che tali comportamenti riusciranno ad ottenere; verranno viceversa soppresse le connessioni che servono i comportamenti non graditi, o addirittura puniti, da parte del leader famigliare. Su questa base fisiologica, il primo e più elementare modello di comunicazione appreso dal bambino quando viene al mondo è il rapporto gerarchico madre-figlio. L'autorità originaria che bambino avverte con criterio "tutto o nulla", che recepisce con effetto di imprinting, è dunque rappresentata dalla madre.

Nell'universo del bambino si affaccia molto presto una seconda autorità, quella paterna. Se la madre vi si sottomette ubbidientemente senza mai discuterla, come avviene di regola nelle famiglie fondamentaliste, agli occhi del bambino questa nuova e più potente autorità viene di fatto a superare il "tutto" rappresentato dall'autorità originaria, trascendendola. Ciò perché il bambino aveva già identificato nella madre l'autorità "naturale" originaria, la subordinazione sistematica di questa ad un'altra autorità di ordine superiore introduce ipso facto nel mondo del bambino la dimensione della trascendenza, alla cui presenza "soprannaturale" il bambino sarà tenuto a sottomettersi.

L'intervento di questo ulteriore elemento consente di identificare due distinti modelli educativi, a seconda della modalità particolare con cui la madre ed il padre comunicano insieme. Possiamo considerare due varianti basilari di modello famigliare educativo:

1. Nel modello "fondamentalista", la madre sottomette la propria personalità e le proprie opinioni all'autorità superiore del genitore maschio, e lo obbedisce senza mai metterlo in discussione. Il feedback educativo e l'imprinting formativo ne verranno regolati di conseguenza. Questa particolare situazione gerarchica obbliga di fatto il figlio ad apprendere che esiste una super-autorità che trascende e domina quella naturale materna, e rappresenta la verità assoluta. Questa verità trascendentale non può venir messa in discussione: dev'essere solo obbedita, anche al di là di ogni necessità naturale di sopravvivenza, anche sino ai comportamenti estremi del kamikaze fondamentalista.

L'intensità con cui s'impone l'imprinting fondamentalista è quindi direttamente proporzionale a quella della gerarchia - a dominanza paterna ma mediata dalla madre - che regola il rapporto tra i due genitori, a iniziare dall'età più delicata del bambino, quella da zero a tre anni quando egli apprende, assieme al linguaggio, anche la gerarchia dei rapporti interpersonali e sociali che è basata sulla comunicazione.

Se infatti i due genitori osservano la regola del consenso totale, come avviene nel modello fondamentalista, l'autorità dell'uno andrà a sommarsi all'autorità dell'altro. Ne risulterà così raddoppiata l'intensità del rapporto di dipendenza gerarchica che il bambino è tenuto di necessità a vivere nell'ambiente famigliare, e quindi l'intensità del relativo imprinting. Nessuna meraviglia dunque se questi bambini, una volta usciti dalla famiglia e consegnati alle "madrasas" previste dalla cultura islamica, sapranno esercitare solo l'ubbidienza assoluta verso i voleri di un'autorità trascendentale ascoltati dalla voce del mullah, e non certo l'autonomia critica.

2. Nel secondo modello, che in antitesi al primo possiamo chiamare "democratico" e che ho chiamato "Educazione Dialettica", i due genitori discutono insieme e si confrontano in un rapporto tra pari, nel rispetto e nella valorizzazione di ogni possibile diversità di opinioni. (2)

Essi discutono anche davanti al figlio, senza mai nascondergli l'eventuale confronto tra le diverse opinioni personali. In questo modo il figlio non potrà più subire l'imprinting condizionato da una super-autorità trascendentale collocata al di sopra di quella naturale originaria che aveva già recepito. Non essendovi alcun obbligo tassativo di consenso nel dialogo tra le due autorità familiari, ogni volta che i due genitori si confrontano e discutono insieme l'autorità dell'uno eserciterà un effetto diminutivo sull'autorità dell'altro. Ne risulterà allo stesso modo diminuita - sino al limite teorico dell'azzeramento - l'intensità dell'imprinting famigliare gerarchico subìto dal bambino.

Se dunque i genitori sapranno allineare i rapporti di comunicazione famigliare al modello "Educazione Dialettica", caratterizzato dalla trasparenza di ogni loro confronto critico e dal loro parlare per secondi al figlio per rispettare la sua domanda e la sua capacità di iniziativa, il bambino potrà apprendere e sviluppare il pensiero critico e propositivo, e mettere in atto comportamenti autonomi, autoconsapevoli e responsabili di partecipazione democratica. Non solo, ma la sua personalità sarà più resistente al rischio della tossicodipendenza. (3)

Il modello educativo vigente

Diventa dunque possibile definire - per renderne edotti i genitori - due distinti modelli educativi, il "fondamentalista" e il "democratico". Questi due modelli, dialetticamente contrapposti, formano i due estremi di un continuum educativo. Tra tali due estremi sono possibili innumerevoli posizioni intermedie, a seconda della maggiore o minore forza con cui i genitori avranno applicato l'ubbidienza gerarchica all'autorità famigliare, ed a seconda del maggiore o minore spazio di ascolto che essi avranno saputo lasciare a disposizione delle iniziative del bambino. In ogni caso tuttavia, evidentemente, la linea educativa adottata da ciascuna famiglia e da ciascun genitore non potrà che tendere o verso l'uno o verso l'altro dei due estremi sopra descritti.

Se ora consideriamo all'interno di questo continuum i comportamenti educativi adottati comunemente dalle famiglie nella nostra civiltà occidentale, emerge l'incontrovertibile evidenza che i genitori tendono a nascondere al figlio ogni occasione anche minima di confronto reciproco, nella ferma quanto infondata presunzione di ottenere in questo modo una maggior solidità del nucleo famigliare. La madre inoltre, nel suo ruolo naturale di prima e più importante educatrice del bambino, tende ad anticipare sistematicamente ogni suo minimo bisogno, così condizionandolo ad una psicodipendenza eccessiva in quella che è nota come "seduzione per amore", con l'inevitabile risultato di subordinare metodicamente se stessa e il figlio al consenso della superiore autorità paterna anche quando non sarebbe necessario, a scapito quindi dell'autonomia propria e del bambino.

Possiamo quindi affermare che il modello famigliare educativo prevalente nella nostra civiltà occidentale tende verso quello qui sommariamente descritto come "fondamentalista", anche se non arriva all'estremo del modello educativo adottato dalle famiglie dei paesi in cui il fondamentalismo religioso costituisce l'unica legge.

Questo può avvenire perché i genitori sono lasciati credere che il nascondere ogni occasione di confronto ai figli li rende più forti, e che l'anticipare ogni loro iniziativa è un segno di amore. Non viene così concesso ai figli spazio alcuno dove apprendere comportamenti dialettici di confronto e di critica ancorché costruttiva, sul modello dei genitori che evitano appunto di mostrare ai figli ogni occasione di confronto e di critica ancorché costruttiva. Il consenso obbligato tra i genitori obbliga di fatto uno di essi - abitualmente la donna - a sacrificare l'espressione della propria autonomia di pensiero e della propria libertà di opinione alla superiore autorità del genitore dominante. Eppure il sacrificio volontario dell'autonomia della donna che caratterizza il modello fondamentalista si è dimostrato non solo inutile ma anche controproducente, come possiamo vedere nella crisi di tante famiglie d'oggi che nel confronto vedono solo un momento di conflitto, e nella crisi dello stesso ordinamento sociale dove le autorità politiche dissuadono i cittadini da ogni iniziativa personale di dialettica democratica.

Nessuna meraviglia quindi se i figli sono divenuti sempre più intolleranti di una strategia famigliare basata sulla repressione o sul permissivismo, che con modalità contrapposte tendono all'identica finalità, il "consenso": artificio al quale si ribellano uscendo dallo spazio della comunicazione famigliare per entrare - però sprovvisti di ogni capacità di iniziativa autonoma e critica - nel mondo della trasgressione e della droga.

Verso una soluzione

Ho trattato altrove (4) alcuni dei problemi che vedono una possibile origine comune nel modello di comunicazione famigliare caratterizzato dalla tendenza fondamentalista. In questo articolo ho inteso sottolineare il ruolo della madre in quanto essa è la maggior responsabile di questo modello educativo perché ne è la principale protagonista naturale, non solo, ma ne è anche - dopo i figli - la principale vittima. E d'altra parte molti studiosi autorevoli, da Bettelheim a Bateson, a Carotenuto, hanno indicato nel ruolo materno la possibile causa di psicopatologie individuali.

Solo la madre dunque, ma solo se saprà gestire un ruolo di autonomia e di parità nella famiglia così da evitare o quantomeno diminuire l'imprinting sul bambino di obbedienza acritica all'autoritarismo, sembra poter porre rimedio alle sofferenze individuali e sociali legate al condizionamento della psicodipendenza ed ai mostri da questa generati, la tossicodipendenza e l'estremismo fondamentalista.

In questo senso, la funzione formativa della famiglia deve essere rivalorizzata. La stessa democrazia, di cui oggi il mondo della globalizzazione mostra di aver sempre maggior bisogno, non sembra poter venire calata di autorità dall'alto, o con le bombe, sulla gente. Far nascere e crescere la democrazia dal basso, a iniziare dai bambini, e perciò dalla prima educazione famigliare, dovrebbe essere un dovere di ogni genitore in ogni paese del mondo. Ma noi che ci dichiariamo democratici, come riusciremo ad invitare coloro che democratici non sono ad abbandonare il modello educativo che inclina i figli verso il fondamentalismo, se non saremo capaci di liberarcene anzitutto noi, nelle nostre case e nelle nostre famiglie?

La risposta a questa domanda sembra ovvia. Oggi appare necessaria una rivalorizzazione del ruolo sociale della famiglia. I genitori, e soprattutto le madri, devono essere informati di tutte le possibilità educative che hanno a disposizione, pur nel rispetto della loro libertà di scelta. In questa prospettiva, l'informazione relativa al modello familiare educativo descritto come "Educazione Dialettica" è stata consegnata ai genitori come progetto "Obiettivo Flessibilità" su iniziativa del 4° Circolo didattico del Comune di Rovigo, nell'ambito del progetto europeo Socrates Grundtvig 2 "A New Chance" : veramente, Una Nuova Opportunità (5)

"Tertium non datur..."

A questo punto il mio lavoro potrebbe considerarsi concluso. L'informazione mancante è stata posta come teoria educativa, e la relativa proposta è in fase di realizzazione pratica come progetto europeo. Mi si conceda però un ultimo passaggio dal campo strettamente pedagogico a quello della filosofia.

Come filosofo mi considero un dilettante: e però sono arrivato alla convinzione che il linguaggio verbale umano, per sua propria natura, non possa esprimere la "Verità Assoluta" ma solo costituire o la tesi o l'antitesi di un contesto dialettico. Da tale confronto dovrebbe venir estratta la "verità" in quanto sintesi mediana: ma come elemento del pensiero, a monte cioè del linguaggio parlato. Successivamente, se espresso in termini di linguaggio, questo pensiero-sintesi-verità diventerebbe a sua volta o la tesi o l'antitesi di un contesto dialettico successivo, in una sequenza infinita.

Confrontandomi su questi concetti di architettura della comunicazione nelle mie discussioni on-line, mi sono imbattuto in una "Law of the Excluded Middle" ("Legge del medio escluso") che avevo inizialmente attribuito a Kant. E mi sono chiesto se non potesse essere questa "verità assoluta", il "Middle" che il filosofo tedesco aveva escluso tanto perentoriamente dall'universo generale del discorso.

Ne ho chiesto a uno storico della filosofia, Silvano Borruso (6). Egli mi ha puntualmente corretto:

" L'aforisma "tertium non datur" non è di Kant, ma della filosofia scolastica. Dice che tra due proposizioni contraddittorie (A è/A non è) non è possibile una via di mezzo. Ciò, però, è valido se si rispetta la verità come 'adaequatio intellectus et rei'. Se la verità non si rispetta, o si modifica come fece Descartes e seguirono Kant e Hegel, le due contraddittorie diventano tesi e antitesi e dal loro cozzo nasce una sintesi, che però è prerogativa di chi propone il ragionamento..."

ed ha aggiunto:

" Una verità è assoluta se il suo contraddittorio non è pensabile. Per non andare oltre all'esempio, "tertium non datur" è una verità assoluta, in quanto il suo contraddittorio "tertium datur" è impensabile. Ma sempre definendo la verità come 'adaequatio intellectus et rei' che Tommaso d'Aquino (1225-74) adottò da Avicenna (980-1037)."

Ma se questa è la storia, emerge immediatamente una domanda. Potrebbe essere stata l'applicazione storica di quest'assunto alla comunicazione familiare educativa, il fattore che ha negato al figlio, che rappresenta il 'terzo' nella famiglia, il contesto logico che gli è necessario per estrarre una sua sintesi autonoma dal confronto dialettico tra i due genitori? Io proprio non lo so. Quello che però mi sembra certo, è che oggi, dopo il "Principio di indeterminazione" di Heisenberg, il "Teorema dell'indecidibilità" di Goedel e soprattutto dopo le ultime scoperte della Fisica, la negazione di un "tertium" e l'esclusione di un "middle" non sembrano essere ulteriormente sostenibili.

La croce

In questa luce ho tentato di razionalizzare la struttura della comunicazione educativa e della stessa famiglia, viste come sistema di rapporti interpersonali, e così la propongo al Lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi sin qui. Questa struttura ha forma di croce, e divide in quattro settori il campo generale della comunicazione:

Avremo infatti, per convenienza:

una parte superiore, luogo del DARE o del RISPONDERE, e

una parte inferiore, luogo dell'AVERE o del DOMANDARE;

una parte sinistra, luogo della TESI o del CONSENSO, e

una parte destra, luogo dell'ANTITESI o del CONFRONTO.


e conseguentemente, quattro possibilità di partecipazione, per chi parla:

un quadrante superiore destro, luogo del DARE nel CONFRONTO;

un quadrante superiore sinistro, luogo del DARE nel CONSENSO;

un quadrante inferiore sinistro, luogo dell'AVERE nel CONSENSO;

un quadrante inferiore destro, luogo dell'AVERE nel CONFRONTO.

Va subito notato che per chi parla nel CONSENSO, quindi nei quadranti 2 e 3 di sinistra nel nostro schema, i quadranti 1 e 4 della comunicazione, quelli cioè luogo del confronto, non sono necessari ma anzi diventano assurdi. È questo il caso del modello di comunicazione qui descritto come "fondamentalista". Una tesi, per essere affermata ed imposta come verità assoluta, dogmatica, non ha bisogno di alcuna antitesi. Secono questo modello a struttura dialettica della comunicazione risulta perciò amputata: non vi sarà più alcuna possibilità di sintesi a disposizione del "tertium" della famiglia, ìl bambino.

Viceversa, per chi parla nel CONFRONTO, quindi nei quadranti 1 e 4 di destra nel nostro schema, i quadranti 2 e 3 della comunicazione, quelli cioè luogo del consenso, diventano logicamente indispensabili. Infatti ogni antitesi, per essere proposta, ha bisogno che sia stata affermata precedentemente una tesi, e questa però non viene assunta come verità assiomatica, ma come ipotesi da sottoporre sistematicamente a verifica critica a vantaggio degli utenti finali - il bambino nella famiglia reale e il popolo nella famiglia sociale - ai quali viene aperto in questo modo lo spazio della sintesi. Questo è il modello di comunicazione che ho descritto come "democratico", con il nome di "Educazione Dialettica".

Dunque, come mostrato, il linguaggio di chi parla o scrive può essere solo di parte: tesi o antitesi, consenso o confronto. In ogni contesto dialettico, quando cioè esiste divergenza tra la tesi ed una o più antitesi, l'eventuale sintesi diventa un elemento del pensiero, a monte del linguaggio. Questa sintesi mediana non può però venir espressa come verità non di parte, perché diventerebbe verità assoluta e la verità assoluta non appartiene al linguaggio degli umani. Nella struttura generale della comunicazione, compresa quella educativa, non è data ad alcun "Tertium" la possibilità di parlare dalla posizione del "middle" tra tesi ed antitesi. Questa posizione centrale corrisponderebbe poi allo "zero" nella croce del diagramma cartesiano.

Resta però un'ultima, cruciale domanda. Può bastare una razionalizzazione schematica come quella che vi ho mostrato, per dare piena consapevolezza di chi ha responsabilità educative? Nella mia esperienza, direi proprio di no. Nella posizione centrale del diagramma, tra le due voci della tesi e dell'antitesi, è necessaria anche una terza presenza, quella dell'amore; "Amatevi come io vi ho amato," ci ha detto la sua voce.

Note:

(1) - Terza versione, per il Serra club di Rovigo. La prima versione è stata presentata il 16 Marzo 2007 al meeting del Lions Club Ferrara Estense. Una seconda versione è stata presentata il 18 Aprile 2007 a Bolzano al 3° Reading di Imago Ricerche, www.imagoricerche.it , con titolo: "Educare a.. dis-educare"

(2) - Dettagli a http://www.flexible-learning.org/ita/einstein_ita.htm

(3) - Vedi Circolare n° 84 del 20 Ott. 1984 (G.U. n°21 del 25 Gen. 1985), divenuta parte integrante della legge Vassalli-Jervolino sugli stupefacenti, recante "Indicazioni relative agli interventi di prevenzione delle farmaco-tossicodipendenze."

(4) - http://www.flexible-learning.org

(5) - Dettagli a http://www.flexible-learning.org/ita/obiettivo_flessibilita.htm

(6) - Comunicazione personale. Silvano Borruso ha scritto, tra l'altro, A History of Philosophy for [almost] everyone, Edizioni Paulines Africa, ISBN 9966-08-2000-X

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