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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
10/05/2008

Per studiare i complessi processi relativi allo studio nell'ambito della scienza che loro compete, e che è la Pedagogia, occorre anche un'altra condizione preliminare: la cura particolare per il lessico e per il linguaggio che devono essere usati, per evitare di fare uso di principi, concetti e contenuti propri di altre scienze, e che, al di fuori del loro contesto, producono pericolose confusioni. E detta cura particolare diventa ancor più necessaria nel momento attuale, perché oggi le parole e le espressioni che caratterizzano un linguaggio scientifico fanno sì che questo possa essere paragonato ad un fiume che attraversi una zona fittamente popolata, e che si accresce continuamente di apporti di acqua pulita (poca) e di tutta una serie di scarichi di ogni genere (molti) che lo snaturano completamente; per avere un'idea delle caratteristiche originarie dell'acqua è necessario risalire la corrente, cercando di arrivare dove il fiume è ancora un semplice torrente, con una portata molto bassa, ma con acqua chiara e facilmente analizzabile.

Il ritorno alla fonte, alla origine di una parola o di una espressione, consente di disporre di un valido aiuto per scoprire i principi e i riferimenti che sono alla base di quanto si trova intorno a noi, in modo da individuare le loro radici, le origini, o anche la semplice provenienza, comprenderli a fondo e confrontarli con la realtà.

Il confronto fra il linguaggio e la realtà costituisce l'elemento indispensabile per fondare scientificamente le conoscenze, specialmente nel campo delle scienze che hanno per oggetto l'uomo, come è nel caso della pedagogia. Infatti "se il linguaggio ha, come ha, un riferimento alla realtà e se ha, come ha, un rapporto con la comunicazione della realtà, ci si potrà rendere immediatamente conto che per l'uomo per il quale ci saranno meno parole (per l'uomo al quale saranno state rapinate o corrotte le parole), per quello ci saranno meno cose. Se il linguaggio ha una funzione rivelativa del mondo (e la ha) una volta che lo si impoverisce si sarà impoverito il mondo" 1 .

Tanto per fare un esempio, la sostituzione della parola e del corrispondente concetto (e quindi realtà) di sociabilità, densa di storia e di significato, con la parola socializzazione, di recente origine, e per di più presa in prestito dal lessico dell'economia, ha come effetto quello di cancellare quasi un millennio di contributi scientifici sull'argomento, e di privare lo studente e lo studioso di oggi di una massa di dati che hanno invece un peso determinante nell'esito della ricerca scientifica 2.

Inoltre occorre tener presente che l'oggetto prevalente della riflessione pedagogica è costituito da situazioni quotidiane, molto comuni, e tanto diffuse che a volte può sembrare banale farne oggetto di trattazione sistematica: la nascita e la crescita delle persone, la loro educazione e istruzione, la formazione professionale, le varie scelte da compiere nell'arco della vita, e tutto quanto viene ad essere coinvolto in una realtà minuta e molto concreta, e, in modo particolare, lo studio, che è (dovrebbe essere), un'attività costante per tutta la durata della vita umana. Ad esso infatti si adatta bene ciò che scriveva Cicerone degli studi poetici: "(...) questi studi aiutano i giovani a crescere, dilettano gli anziani, celebrano gli eventi favorevoli, offrono aiuto e conforto durante le avversità, rallegrano entro le mura domestiche, non sono d'impaccio fuori, ci tengono compagnia durante la notte, in viaggio e in vacanza."3.

Le attività connesse con lo studio richiedono che sia il lessico disponibile sia il linguaggio da usare debbano essere molto vicini alla realtà, all'essenza4: in altre parole occorre riscoprire il peso che hanno nella conoscenza i nomi delle cose.

Tommaso d'Aquino afferma che "i nomi delle cose devono corrispondere alle loro proprietà" 5, il che richiama la sentenza aristotelica espressa nella Metafisica, secondo la quale il concetto significato dal nome è la stessa definizione, perché il nome non è una mera convenzione, ma è significativo, significa sempre qualcosa.

Del resto basta rileggere la Bibbia per rendersi conto che, da Adamo che impose il nome a tutti gli animali6, dichiarando l'essenza di ciascuno di essi, fino alla conclusione del Nuovo Testamento con le rivelazioni dell'Apocalisse, il nome ha l'importanza che merita.

Se poi aggiungiamo a tutto questo l'importanza che ebbe il nome nella civiltà romana, (nomen omen), abbiamo di che riflettere a sufficienza.

Curare l'uso esatto dei nomi e dei concetti ad essi corrispondenti significa dare l'importanza che merita alla sapienza delle persone semplici e ridimensionare le pretese intellettualistiche di quanti, 'illuminati' dalle ideologie, sostengono di aver compreso un'altra realtà (o meglio tutt'altro che la realtà), invece di cercare di capire meglio e più a fondo il mondo in cui viviamo. Anche per questo è di grande importanza l'esame accurato della origine e dell'uso di ogni parola e di ogni espressione tipica, senza dare mai nulla per scontato.

Questa preoccupazione diventa pressante quando si osserva la facilità con cui termini ed espressioni possono diventare, sia nel campo pedagogico sia in altri, dei veri e propri slogan, con tutti i pregi e i difetti che sono loro connessi; e non sono mancati studiosi che si sono occupati del tema.

Lo slogan

Vale la pena di ricordare che il termine slogan deriva da una voce di origine scozzese che all'inizio (ai primi del Cinquecento) indicava il grido di guerra di una tribù o di un clan, per passare poi nei primi anni del XVIII secolo al significato di massima, parola d'ordine, motto, e nel saeculum tristissimum, nel Novecento, a strumento di propaganda politica (non c'è mai stata, infatti, in questo secolo una strage o un genocidio che fossero privi di slogan). A partire dagli anni trenta, l'uso dello slogan si estende alla pubblicità commerciale, per poi approdare anche alla pedagogia.

"Gli slogan in pedagogia differiscono nettamente dalle definizioni per varie ragioni. Nel loro complesso non sono sistematici, sono meno solenni, più popolari, vengono espressi con tono più caldo e rassicurante piuttosto che ponderati con gravità, non figurano in maniera saliente nella esposizione delle teorie pedagogiche. Non posseggono una forma standardizzata e non pretendono di facilitare il discorso o spiegare il significato dei termini. Possiamo dire che le definizioni sono chiarificatrici, ma non possiamo dire altrettanto degli slogan, che saranno degli stimolanti, ma non certamente delle definizioni" 7.

E ancora: "... gli slogan forniscono una raccolta simbolica delle idee chiave e delle attitudini fondamentali delle tendenze, idee e attitudini che potrebbero essere espresse più esaurientemente e letteralmente altrove. Col passar del tempo, tuttavia gli slogan vengono interpretati sempre più letteralmente sia dagli aderenti sia dai critici del movimento che essi rappresentano, vengono assunti sempre più come dottrine o argomenti letterari piuttosto che come semplici espressioni simboliche. Quando in un dato caso ciò accade, diventa importante valutare lo slogan sia come asserzione schietta e genuina, sia come simbolo di un movimento sociale pratico, senza però confondere l'uno con l'altro" 8.

L'uso esagerato e sconsiderato degli slogan in campo scolastico porta a contribuire alla formazione dell'Intelletto Scolasticamente Modificato, (ISM), descritto nel mio libro dedicato alla Pedagogia dello studio.

In Italia dal secondo dopoguerra ad oggi si sono succeduti in campo pedagogico numerosissimi slogan, dei quali però molti (e fra essi anche qualche responsabile della amministrazione dello Stato) non conoscevano il reale significato e   soprattutto   non erano consapevoli delle conseguenze dovute alla applicazione delle dottrine e delle concezioni a cui facevano riferimento.

"Lotta contro l'analfabetismo", "educazione degli adulti", "educazione permanente", "diritto allo studio", "democratizzazione della scuola", mastery learning, "educazione personalizzata", "funzione obiettivo", "intelligenza emotiva", sono solo alcuni esempi per mostrare come sia necessario valutare a fondo le espressioni che si usano, prima che degenerino in semplici etichette, facili strumenti per il passaggio di contenuti magari opposti alle originarie intenzioni, che di regola sono sempre buone.

Si tratta però di un fenomeno che è stato ereditato dalla scuola totalitaria imposta dai Savoia ai territori conquistati, per la quale vennero coniati innumerevoli slogan, da far entrare a forza nelle teste degli italiani «da fare», senza badare al contesto e alle fonti: tanto per fare un esempio di tipo neutrale, basti ricordare uno degli slogan preferiti tanto dai funzionari governativi, quanto dai professori di liceo, e cioè mens sana in corpore sano; veniva ripetuto in continuazione (nonostante che, per esempio, il mio liceo classico non avesse nemmeno la palestra prescritta dal governo), per trasmettere il concetto secondo il quale l'esercizio del corpo produce di per sé una sanità morale. E qui siamo ai limiti della truffa, perché Giovenale (al quale il verso, monco, è stato scippato) non intendeva per niente affermare che in corpo sano c'è una mente sana, ma che bisogna pregare gli dei per poter avere ambedue: «orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Sat., X, 356)

C'è infine un altro motivo per richiamare l'attenzione sul lessico e sul linguaggio da usare in Pedagogia, ed è quello costituito dalla necessità di conoscere il proprio passato, la propria storia. In questo campo l'uso improprio delle parole e l'introduzione di slogan impedisce di conoscere a fondo gli aspetti più significativi e più importanti del passato, e costringe a fare a meno degli elementi indispensabili per le scelte del presente e per i programmi del futuro. Espressioni come "il buio Medio Evo", "Rinascimento", "il secolo dei lumi", "Risorgimento" o slogan del tipo «libertà, uguaglianza, fraternità» rappresentano il passaggio da una generazione all'altra di vere e proprie forme di pensiero preconfezionato, che impedisce di conoscere e comprendere a fondo gli avvenimenti a cui si riferiscono, trasmettendo soltanto emozioni, sensazioni e impressioni superficiali.

Nella Pedagogia in generale, e in quella dello studio in particolare, si deve dunque prestare la massima attenzione, non solo al lessico e al linguaggio da usare, ma anche alla presenza dello slogan, il quale, accanto a una positiva funzione semplificativa nella diffusione di concetti difficili, presenta il grave pericolo nella trasmissione di forme di pensiero pre elaborato, e della attribuzione di etichette a carattere ideologico. Viene di grande aiuto in questo caso la definizione, il più accurata che sia possibile, dei termini e delle espressioni che vengono usate, in modo da non incorrere in equivoci, e da poter operare una positiva bonifica nella sterminata palude di pubblicazioni oggi in circolazione.

Onde evitare il pericolo di perdite di significato o di generalizzazioni eccessive, è bene iniziare con il dar conto in primo luogo del significato delle parole chiave che costituiscono il contenuto della pedagogia, e quindi in primo luogo lo studio.

1 E. Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Milano, Ares, 1991, p. 282

2 In pratica può accadere per i concetti quello che a volte capita alle istituzioni: basta cambiare il nome per cancellare a piacimento (o per sventatezza) interi periodi di storia, come si può constatare   tanto per fare un altro esempio   studiando la storia del Regio Convitto Nazionale "Mario Pagano" di Campobasso; a prima vista questo istituto (un liceo) sembra essere stato fondato dai Savoia, dopo l'annessione del Regno delle Due Sicilie alla loro corona. Invece, consultando le carte dell'Archivio di Stato di Campobasso ci si imbatte in un decreto di Vittorio Emanuele II, in data 14.11.1861, in cui si fa riferimento alla "soppressione delle scuole universitarie esistenti già presso il Liceo della provincia di Campobasso", fatto questo che testimonia l'esistenza di una istituzione scolastica di rango superiore, già nel periodo borbonico, ma con il nome, anch'esso soppresso, di Real Collegio Sannitico. Attraverso il cambiamento di nome si perdono le tracce di una istituzione universitaria che viene soppressa, (con le conseguenze che si possono immaginare sulla cultura e l'economia del Molise), perdendo così però anche la conoscenza di una realtà storica.

3 "(...) haec studia adulescentiam alunt, senectutem oblectant, secundas res ornant, adversis perfugium ac solacium praebent, delectant domi, non impediunt foris, pernoctant nobiscum, peregrinantur, rusticantur" Cicerone, Pro Archia, VII, 16.

4 Non si può più usare senza fraintendimenti il concetto di natura, dopo gli stravolgimenti che ne sono stati fatti negli ultimi due secoli.

5 S. th. III, q.37, a.2

6 Gn. 2,23

7 I. Scheffler, Il linguaggio della pedagogia, Brescia, La Scuola, 1972, p. 75

8 ibidem, p. 76

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