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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
24/03/2009
Abstract
Il libro di Enzensberger racconta di un alto ufficiale tedesco tra le due guerre ostile all’ascesa al potere di Hitler, ponendo al centro l’ostinazione con cui Hammerstein mantenne ferma la sua opposizione al nazismo.

«Divido gli ufficiali in quattro gruppi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perchè dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perchè combinerà disastri». Così rispose il generale della Reichswehr Kurt von Hammerstein allorché gli venne domandato da quale prospettiva egli giudicasse i suoi sottoposti. Il che rivela molto sia della personalità di questo alto ufficiale per molti versi eccentrico rispetto al panorama, di per sé assai variegato, della repubblica di Weimar nel quale si trovò a vivere, sia del carattere di questo curioso ed affascinante libro che Hans Magnus Enzensberger, instancabile e inafferrabile provocatore della scena culturale tedesca di oggi, ha voluto dare alle stampe quest’anno presso Suhrkamp, e che Einaudi ha tradotto con ammirevole tempismo. In effetti von Hammerstein si trova a vivere un passaggio cruciale della storia tedesca del XX secolo, e lo fa da una prospettiva particolare e delicata: come alto ufficiale von Hammerstein si trova cioè a vivere un passaggio delicatissimo della storia tedesca del primo XX secolo. Generale tedesco di carriera, scalò i gradini del cursus honorum militare post-bellico sino a diventare, nel 1930, comandante in capo dell’esercito – di quella Reichswehr uscita fortemente ridimensionata dagli accordi di Versailles successivi alla sconfitta tedesca. In seguito alla presa del potere da parte di Hitler, nel gennaio del ’33, von Hammerstein pagò la sua ostilità al Führer venendo marginalizzato e interrompendo così di fatto la sua brillante carriera. Morto nel 1943, prima del 20 luglio, data del fallito attentato a Hitler, venne sepolto con funerali in forma privata, accompagnato solo dai familiari e non dalla bandiera con la croce uncinata avvolta intorno alla bara, come prescriveva il cerimoniale funebre militare per gli alti ufficiali. A questi dati biografici, già in sé molto interessanti, se ne aggiungono altri riguardanti la sua ampia famiglia (ebbe sette figli), che ne fanno un personaggio davvero unico: due dei suoi figli furono coinvolti nel fallito attentato ad Hitler del 20 luglio, mentre la figlia Marie Therese, simpatizzante comunista, fu per un periodo compagna di un agente del Comintern, durante il quale fece pervenire a Mosca dei documenti segreti in possesso nel padre – si sospetta, se non con la sua diretta complicità, almeno con una altrettanto complice disattenzione.

Il protagonista di questa storia a tratti incredibile è però appunto il padre, Kurt von Hammerstein; una storia che Enzensberger segue anzitutto evitando, in maniera assai interessante, la secca alternativa tra romanzo e ricostruzione storica, ed abbinando invece testimonianze dirette dei familiari, ricostruzioni documentali e d’archivio, prese di posizione personali ed immaginari dialoghi postumi con i personaggi di questa storia; e poi concentrandosi, in maniera questa sì in qualche modo “romanzata”, sull’ostinazione del suo personaggio. In questo senso è molto vero e indovinato il sottotitolo, “eine deutsche Geschichte”: si tratta di una storia tedesca nel senso che l’ostinazione che Hammerstein mostra in tutta la sua esistenza pubblica, quel suo essere ostinatamente, caparbiamente contro Hitler (anche quando gli potrebbe risultare utile un atteggiamento meno ostile) è qualcosa che supera la semplice testardaggine, e non si risolve neppure in quella disposizione spirituale – anch’essa molto tedesca – alla dedizione cieca ed assoluta ad una causa o a un ideale (che già di per sé spiega molto, se non tutto, del periodo hitleriano); si tratta qui letteralmente invece di un “Eigensinn”, come suona il titolo originale; un’ostinazione che è allo stesso tempo un “senso proprio”, autonomo e slegato dal contesto – che è il ‘verso’ che prende la sua esistenza e quella della sua famiglia in opposizione al corso dominante della storia («La cosa importante è un’altra: nel suo clan non c’è stato un solo nazionalsocialista. Non sono molte le famiglie tedesche a poter dire lo stesso», sottolinea Enzensberger). In questo senso, insomma, quella di Hammerstein si mostra come una storia tedesca esemplare: letteralmente, come un exemplum che mostra un’altra possibile direzione della storia tedesca. In questo senso, la suddivisione che Hammerstein enuncia tra ufficiali variamente intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri, si rivela qualcosa di ben più che un criterio di giudizio professionale, bensí come una sorta di fisiognomica politica che ci permette di osservare da una prospettiva diversa un periodo di grandi lacerazioni politiche ed ideologiche come fu quello tra le due guerre.

Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell’ostinazione. Una storia tedesca,Einaudi, Torino 2008, pp. 287, € 20

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