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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
10/07/2008
  • SECONDA PARTE

1) Teologia politica del Grande Inquisitore

Ma – per fare un altro decisivo passo in avanti – la diabolica di don Gaetano non è solo l’astuta dissimulazione di un principio intellettuale dissolutorio ed eterodirigente, come emerge peraltro assai chiaramente dal dipinto che fornì a Sciascia l’idea del romanzo – un dipinto di Rutilio Manetti meritoriamente riprodotto sulla copertina della prima edizione Einaudi, ma purtroppo assente in quella Adelphi; il dipinto di un diavolo fornito di occhiali a pince-nez, e che Sciascia immagina rappresentato in un quadro alla base della leggenda dell'eremo: un diavolo che tenta cioè il santo Zafer, che non ha più buona vista, fornendogli gli occhiali con i quali costui leggerebbe il Corano credendo di leggere il Vangelo. Una storia che è in realtà una leggenda creata nell’ottocento, conclude lo stesso don Gaetano, inforcando però degli occhiali che sono la copia esatta di quelli del dipinto. Non dobbiamo cioè cadere nel facile trabocchetto di pensare a don Gaetano come a una incarnazione “diabolica” nel suo senso più banale – come figura tentatoria rispetto al pittore e alla sua solida areligiosità. Dobbiamo invece pensare a don Gaetano un po’ come alla figura dostoevskijana del Grande Inquisitore: come a una figura compiutamente, risolutamente ecclesiastica decisa a consumare sino in fondo la sua dimensione oltremondana, consegnandola alla “dannazione” del saeculum. Allorché, qualche pagina più avanti, dopo la “scena del rosario” – su cui si tornerà – don Gaetano si rivolge nuovamente al pittore, gli chiede esplicitamente se avesse mai conosciuto dei preti. «”Ne ho conosciuti. – risponde il pittore – Da ragazzo, da giovane. In un piccolo paese. Due o tre buoni, nove o dieci cattivi. […] Ma sia i buoni che i cattivi, nel modo più totale ignoranti”. “Capisco il suo problema: non sa se mettermi tra i buoni o tra i cattivi… Ebbene: sono molto cattivo”. “No, non è questo il mio problema”. “Ma sì, è questo… E lei l’avrebbe già risolto mettendomi tra i cattivi, se non ci fosse la piccola difficoltà che non sono ignorante… J’ai lu tous les livres… Ma può rimuoverla, questa difficoltà: sono un prete cattivo che, a differenza di quegli altri cattivi che ha conosciuto un tempo, ha letto tanti libri… Le voglio anzi regalare un piccolo paradosso, a spiegazione del mio classificarmi tra i cattivi non per modestia ma per convinzione; i preti buoni sono quelli cattivi. La sopravvivenza e, più che la sopravvivenza, il trionfo della Chiesa nei secoli, più si deve ai preti cattivi che ai buoni. È dietro l’immagine dell’imperfezione che vive l’idea della perfezione: il prete che contravviene alla santità o, nel suo modo di vivere, addirittura la devasta, in effetti la conferma, la innalza, la serve…”»5. Don Gaetano è, in altre parole, il perfetto rappresentante della forma politica del cattolicesimo, per dirla col famoso saggio di Carl Schmitt6: ma una forma politica che non si risolve, come in Schmitt, in elogio della complexio oppositorum capace di tenere insieme tutti gli estremi, quanto piuttosto una forma politica del cattolicesimo irresistibilmente attratta dal fondamento del potere. Similmente al Grande Inquisitore dostoevskijano, insomma, egli si trova ad essere cristiano dopo la venuta (e la successiva ascesa al cielo, ovvero la scomparsa) del Cristo. Il che significa: ad essere cristiano nel mondo, accettandone i tragici paradossi e le irresolubili crudeltà, ma allo stesso tempo rivendicandone ostinatamente il carattere trascendente.

Il senso più recondito del lungo racconto che Ivan Karamazov fa al fratello Alёša, passato alla storia come La leggenda del Grande Inquisitore7, risiede infatti al modo in cui Dostoevskij prova appunto a immaginare la reazione del Potere dinanzi ad una Seconda Venuta del Cristo: tornato per le vie di una Siviglia dominata dalla Santa Inquisizione ed oscurata dalla “fiaccola” dell’eresia luterana, egli compie ancora il miracolo della Resurrezione, quell’aramaico «talitha, qum!» (Mc, 5,41) con cui impone alla bambina morta di svegliarsi, che saranno le sue uniche parole presenti in tutto il racconto dostoevskijano; ma il vecchio Inquisitore «ha tutto veduto: ha veduto come hanno deposto la cassa ai piedi di Lui, ha veduto com’è resuscitata la fanciullina, e il viso gli s’è rabbuiato. Aggrotta le canute, folte sopracciglia, e il suo sguardo si accende d’un fuoco pieno di rancore»8; allora lo trae in arresto, e lo interroga: «Sei Tu? Sei Tu? […] Non rispondere, taci. E che cosa mai potresti Tu dire? So fin troppo bene, che cosa diresti. Ma Tu non hai neppure il diritto di aggiungere qualcosa a quello che è già stato detto da te in precedenza. Perché dunque sei venuto a darci impaccio?»9. Dunque, l’Inquisitore percepisce lucidamente che il suo ruolo nel mondo – politico e religioso insieme –, lungi dall’essere perfezionato dal Secondo Avvento, è messo a repentaglio: perché ormai un abisso insondabile separa l’agire mondano-religioso dell’Inquisitore da quello messianico del Cristo. Don Gaetano è così – un Grande Inquisitore alle prese col Saeculum, che ha già emesso il suo giudizio. Lo scopo dell’Inquisitore dostoevskijano non è infatti – nonostante il titolo che porta – quello di indagare, giudicare e condannare; bensí di frenare in tutti i modi la dissoluzione incipiente, fosse anche quella che prelude alla fine dei tempi. Per ricorrere cioè ad una famosa categoria schmittiana, il Grande Inquisitore di Dostoevskij è una compiuta figura di katechon, in riferimento al famoso passo paolino (2Ts 2, 6-7), secondo cui prima della seconda venuta di Cristo dovrà manifestarsi il “mistero dell’iniquità”, contro il quale si ergerà una potenza ostacolante: «E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». Occorre allora domandarsi: in che senso il Don Gaetano di Todo modo è una figura kathecontica? Lo è già solo in virtù del titolo stesso dato al romanzo, che rinvia ad una affermazione ignaziana, «todo modo, todo modo, todo modo […] para buscar y allar la voluntad divina»; per Ignazio, in altri termini, la ricerca della verità divina colta nel suo più alto momento di volizione – dunque di libertà – consiste in una sorta di decisionismo mistico, uno stato di eccezione teologico che sospende ogni ordinamento “razionale” in favore di una modalità purchessia – todo modo! – di raggiungimento di quella stessa perfezione10. Ma se questo stato d’eccezione serve ad Ignazio per così dire all’instaurazione di una “dittatura commissaria” divina in interiore homine, esso viene invece declinato da don Gaetano – e conformemente agli assunti schmittiani – secondo accenti più esplicitamente ecclesiologici. Ad una diretta domanda del pittore su che cosa sia per lui la Chiesa, il sacerdote afferma: «“Un prete buono le risponderebbe che è la comunità convocata da Dio; io, che sono un prete cattivo, le dico: è una zattera, La zattera della Medusa, se vuole; ma una zattera”»11. La Chiesa come zattera significa naturalmente vedere l’istituzione come un relitto del sacro in una società compiutamente desacralizzata; ma vederla come la gericaultiana Zattera della Medusa significa anche, più drammaticamente, coglierla nel suo momento più tragico, che è anche, agli occhi del pittore, quello più inquietante: il relitto cioè dove ognuno dei naufraghi è letteralmente homo homini lupus, pronto a mangiare l’altro per sopravvivere – ma allo stesso tempo, come sovviene al pittore che si trova a riflettere sulle parole di don Gaetano, metafora dell’incarnazione e del momento teofagico della messa. La Chiesa diventa allora, nelle parole di don Gaetano, ma più ancora nella loro interpretazione da parte del pittore, l’ospite inquietante, perturbante in senso freudiano, che persiste nella sua esistenza, nonostante tutto; e che nasconde un segreto terribile. La Chiesa di don Gaetano è figura eminentemente e primariamente freudiana, tra il saggio sull’Unheimliche e Totem e tabù (del resto esplicitamente ricordato dal pittore): alla base della sua fondazione, e della sua persistenza, vi è qualcosa di innominabile che continuamente ritorna, il cannibalismo rituale in forma di teofagia. Rappresentazione della dissoluzione in un mondo in rovina, la Chiesa diventa così meta-diabolica; nella misura in cui, cioè, alla dissoluzione imperante risponde con un surplus di dissoluzione, allo scopo di frenarla. Il katechon all’opera in Todo modo, allora, esibisce il suo potenziale trattenitore – come notoriamente indica l’etimologia del termine originariamente paolino – non nella sua originaria vocazione anti-anticristica, quanto piuttosto nel ribaltamento sistematico di essa: trattiene cioè non l’avvento dell’Anticristo, ma in qualche modo la Seconda Venuta del Cristo stesso, nella misura in cui, dostoevskijanamente, ha scelto il saeculum, la politica – contro l’amore e la gratuità evangeliche.

Che ne è, quindi, rispetto a questa fenomenologia di don Gaetano, della sfera più genuinamente politica e mondana nel romanzo? Come occorre interpretare quell’insieme di personaggi – politici, ministri, banchieri, insomma uomini di potere nella più pura accezione del termine – che affollano gli esercizi spirituali organizzati periodicamente nell’eremo? Non si tratta qui soltanto, evidentemente, di una farsa messa in scena da Sciascia per demistificare un ceto dirigente come quello democristiano; ma di mostrare il più lucidamente possibile l’esercito diabolico per come si è organizzato sotto il vigile sguardo di don Gaetano. Così come il Grande Inquisitore sciasciano vola alto nei cieli dell’astrazione intellettuale, allo stesso modo le schiere dei suoi servitori mondani si affannano nei fanghi della più volgare pratica affaristica e complottistica. Di ciò abbiamo testimonianza esemplare per tutto il corso del romanzo, nella maniera in cui don Gaetano considera i suoi ospiti: trattati con alterigia, quasi con disprezzo (così almeno appare l’atteggiamento del sacerdote agli occhi del pittore). Tuttavia, vi è una scena rivelatrice del vero rapporto instauratosi tra don Gaetano e coloro che partecipano agli esercizi spirituali; ed è la scena del rosario notturno. Dopo la cena del primo giorno, tutti i convitati si riuniscono intorno a don Gaetano, che dà inizio ad una recita del rosario che si muove ritmicamente nell’ampio piazzale davanti all’eremo, solo parzialmente illuminato. Sciascia descrive con evidente compiacimento, mediato nella fascinazione provata dal pittore a quello spettacolo, una scena organizzata secondo un rigoroso geometrismo (che, vedremo, è elemento decisivo per una sua interpretazione teologica): dal cerchio informe dei convitati intorno a don Gaetano si passa ad un quadrato, in prima fila del quale si pone il sacerdote, ed i cui lati si riformano continuamente. «Quell’andare su e giù nello spiazzale quasi buio, non come in un quieto passeggio ma a passo svelto, appunto come chi ha paura del buio e si affretta a raggiungere la zona di luce […]; quelle loro voci che si levavano nel Padrenostro, nell’Avemaria, nel Gloria con un che di atterrito e di isterico; la voce di don Gaetano, che succedeva alle loro, distante e fredda; e da quella voce espressioni come “misterioso messaggio”, “mistero della salvezza”, “antico serpente”, “spada che trafiggerà l’anima” si intridevano di un senso tutto fisico, non più metafore ma eventi che stavano realizzandosi, che si realizzavano, in quel posto al confine del mondo, al confine dell’inferno, che era l’hotel di Zafer»12. Proviamo allora a leggere altrimenti questa scena, alla luce della sua simbologia numerologica – che è presente nel romanzo in forma assai sostenuta. In apertura della narrazione, infatti, quando il pittore si trova a girovagare per la campagna e incontra un’indicazione stradale per l’eremo, viene colpito sia dal toponimo, che dalla distanza indicata: tre chilometri. «La parola eremo, il nome Zafer, il numero 3: cose ugualmente e diversamente suggestive, per me; e vi si aggiungeva la suggestione che erano tre, il tre che si ripeteva; e anche nel fatto che proprio da tre giorni liberamente vagavo (ché, lo confesso, sono affetto da una piccola ma tenace, non so come formatasi e stabilitasi, nevrosi da trinità)»13. La “nevrosi da trinità” da cui si dichiara affetto il pittore, l’ossessiva attenzione per tutto ciò che si presenta in forma ternaria, e che lo porta a indirizzarsi all’eremo, è manifestamente una sorta di compulsione simbolico-religiosa, che nel tre vede una qualche ipostasi di (possibile) perfezione – e che è destinata a scontrarsi con la quaternità che invece domina gli esercizi spirituali di don Gaetano: una quaternità che è, come la psicologia analitica di matrice junghiana insegna, concepibile nella forma del 3+1. L’intenzione che muove Jung nel 1916, allorché redige i suoi septem sermonem ad mortuos, è quella di conferire alla trinità cristiana un quarto elemento, che le restituisca quella porzione di tenebre dalla quale tutta la teologia cristiana ha provato ad emanciparsi14. Il quarto elemento per Jung è insomma la funzione rimossa, inconscia, l’Ombra, la cui integrazione alla coscienza è uno dei compiti del processo psicanalitico d’individuazione – insomma Satana, Lucifero, inteso come un elemento diabolico che partecipa però della natura originariamente divina. Il quadrato formato dai partecipanti agli esercizi spirituali guidati da don Gaetano – che non a caso si muove tra luce e ombra – è allora figura compiuta di una quaternità “dia-bolica” che, includendo in essa il principio del male (il primo omicidio avviene proprio all’interno del quadrato degli oranti), sottrae la trinità a quel principio di individuazione e di unitarietà etica che ho chiamato “sim-bolico”.

L’eremo di Zafer, in altri termini, risulta essere esattamente quello che viene mostrato nel dipinto che presta il fondamento (fittizio) al santo che gli ha dato nome: la tentazione diabolica a dissolvere l’unitarietà ricostituendola su un piano diverso, apparentemente positivo ma in realtà foriero di ulteriore distruzione. Per questo esso si trova al confine dell’inferno, come sottolinea Sciascia; un confine però che ne segna l’ingresso, non il limite ultimo. Gli omicidi che hanno luogo nell’eremo, in questo senso, appaiono come lo stigma del suo statuto infernale. Ulteriore spia in questo senso è un altro episodio, che ha luogo durante una cena, nella quale alla tavola di don Gaetano siedono il cardinale e i tre vescovi, insieme al ministro ed ad un industriale, ma anche il pittore. Una tavolata in cui si parla di varie cose, e alla quale a un certo punto proprio il pittore pone una domanda, ovvero cosa ne pensino i commensali «della restaurazione del diavolo operata da Paolo VI. “Oh, il diavolo” sbuffò ironicamente il cardinale. […] “Con tutto il rispetto, si capisce, con tutta la filiale devozione che si deve al Santo Padre” disse il ministro “io mi domando se questo era il momento di tirar fuori la questione del diavolo” […] “È il momento” disse don Gaetano facendo perno sull’è»15. Il riferimento qui è all’udienza generale che Paolo VI tenne il 15 novembre 1972, che si apre con le parole: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio»; un demonio assai concreto, continua Paolo VI: «Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa», da cui occorre difendersi, conclude il pontefice, riconoscendo che «tutto ciò che ci difende dal peccato ci ripara per ciò stesso dall’invisibile nemico. La grazia è la difesa decisiva. L’innocenza assume un aspetto di fortezza». Senza scendere nel merito delle argomentazioni – e dei motivi che lo spingono a formularle – di papa Montini16, occorre senz’altro registrare un interesse di Sciascia per l’intendimento pontificio di offrire all’opinione pubblica credente dei primi anni ’70 indicazioni per individuare il principio maligno. Interesse che si condensa, nel romanzo, da un lato nella richiesta di chiarimenti da parte del pittore (che può essere anche interpretata, beninteso, come una mera curiosità da parte di un non credente), dall’altro soprattutto nella tagliente osservazione di don Gaetano, secondo cui questo precisamente è il momento giusto per parlarne – intende: proprio adesso, in questo contesto storico, bene ha fatto il papa a sollevare il problema. Bene, evidentemente, perché il modello di riferimento è sempre quello del katechon paolino: la “terribile realtà misteriosa e paurosa” che Paolo VI evoca coincide con il mysterion anomias richiamato in 2Ts. Per don Gaetano, evidentemente, ricade nel compito specifico della Chiesa, sia in termini di economia della salvezza che in termini concretamente politici, il trattenere quel mysterion dal suo perfetto dispiegarsi (che, ricordiamo, per il Paolo della seconda lettera ai Tessalonicesi è uomo in carne e ossa, «colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio», 2Ts, 2, 4; e dunque non solo uomo concreto, ma anche concretamente legato a una realtà religiosa). Il problema allora agli occhi di don Gaetano è chiaro: riconoscere il mistero dell’iniquità comporta l’individuazione del suo carattere religioso ed anzi intraecclesiastico – e con ciò, simultaneamente, della sua dimensione squisitamente politica. Se è una teologia politica quella che don Gaetano articola, lo è nel suo senso più puramente schmittiano; è, ancora una volta e come per Carl Schmitt, la teologia politica del Grande Inquisitore che trattiene il mondo dalla seconda Venuta del Cristo. Il compito di trattenimento, tuttavia, non va qui inteso in senso angustamente – e neppure metafisicamente – conservatore, come mantenimento di uno statu quo di per sé concepito come il migliore possibile; al contrario, ne va riconosciuto il carattere rivoluzionario, nella misura in cui, almeno, serve a trattenere sia il mistero dell’anomia che – potremmo dire – quello del nomos, ovvero il suo fondamento inesplicato e inesplicabile17.

2) Conclusione. Il “doppio corpo” della Repubblica

Cosa succede, allora, nell’eremo in cui risuonano in rapida successione tre colpi di pistola che comportano tre assassini? La loro ritmica ternaria rinvia forse a quella “nevrosi da trinità” che il pittore rivendicava per sé – con ciò indicandolo quindi come il potenziale assassino? Che il giallo interno alla narrazione non possa trovare una risoluzione, non è soltanto effetto dello strumentario letterario di Sciascia; e neppure è solo una metafora specchiata – come sosteneva Pasolini18 – dello Stato italiano dominato dal malaffare democristiano e dalla strategia della tensione. Todo modo è un giallo che non si risolve innanzitutto perché in questione in esso non è tanto l’individuazione dell’assassino, quanto quella del movente. Perché hanno luogo questi omicidi – soprattutto quello di don Gaetano, che viene ritrovato in una radura, con accanto la pistola che lo ha colpito? La scena finale, pur nella sua inesplicabilità, è risolutiva; essa ha luogo ai piedi del cadavere del sacerdote ancora caldo, protagonisti il magistrato – vecchio compagno di scuola del pittore – e un disincantato commissario chiamati sul luogo del delitto; che insieme al pittore intrecciano un dialogo assai istruttivo sulla continuità dei tre omicidi: «“E se” dissi “ad uccidere don Gaetano fosse stato un altro, uno che sapeva dove stava nascosta la pistola o che per caso l’avesse trovata?”. “Oh Dio” disse Scalambri [il magistrato] “ma perché dobbiamo complicare le cose, che sono già abbastanza complicate?” […]. E puntando l’indice sul commissario “Lei crede che qualche altro abbia trovato la pistola, che ad uccidere don Gaetano non sia stata la stessa persona che ha ucciso Michelozzi?”. “Non credo niente, io… Soltanto, non mi spiego la ragione per cui la pistola sia stata lasciata lì, accanto a don Gaetano”. “Perché non serviva più: può essere una spiegazione, no?”. “Può essere”. Disse il commissario. Ma per tagliar corto»19. Le ipotesi intorno a questo nuovo omicidio si accavallano rapidamente, con il magistrato interessato a farlo rientrare in uno schema previsto – don Gaetano terzo assassinato di una serie di omicidi compiuti da una stessa mano – e il commissario sempre più scettico e riluttante, finché il magistrato, esasperato, sbotta: «“Ecco, vede: l’agente deve essersi addormentato e lei poteva star guardando altrove, quando l’assassino è sgattaiolato fuori. Non c‘è altra spiegazione, se vogliamo restare sul terreno della realtà, del buon senso. Se poi vogliamo uscirne, possiamo arrivare dove vogliamo: anche a pensare che uno di noi tre… Ecco: lei dice di essere rimasto qui, a fare la siesta; ma è lei che lo dice… E tu” a me “tu dici di essere andato… Dov’è che te ne sei andato?”. “A uccidere don Gaetano” dissi. “Lo vedi dove si arriva, quando si lascia la strada del buon senso?” disse trionfalmente Scalambri. “Si arriva che tu, io, il commissario diventiamo sospettabili quanto costoro, e anche di più: e senza che ci si possa attribuire una ragione, un movente… Io lo dico sempre, caro commissario, sempre: il movente, bisogna trovare, il movente…”»20

Il movente è, nel romanzo, letteralmente il movens della narrazione, il suo esito ultimo; un esito concepito come una “verità segreta esposta in evidenza”, per dirla con il titolo di un libro di Elémire Zolla. Il pittore, in altri termini, espone in tutta evidenza la sua colpevolezza, ma il magistrato ne rifiuta radicalmente l’assunto, nella misura in cui ne “fraintende” il tono: ironico, e non serio. In tal senso, Sciascia complica ulteriormente una struttura già pensata in forma di complicazione: se don Gaetano rappresenta cioè un’istanza di potere puro, assoluto – nel suo significato etimologico di “sciolto da tutti i legami” – e dunque indipendente da tutto il resto, volto alla dissoluzione di qualsiasi ordine; e se il pittore rappresenta invece il contro-principio “sim-bolico”, che tenta cioè, attraverso la ragione “laica”, una riunificazione dell’ordinamento del mondo che per ciò stesso è destinato a confrontarsi “simpateticamente” con don Gaetano (nel senso cioè che ne coglie tutto il pathos politico, pur non condividendolo, ed anzi condannandolo); il magistrato con il commissario invece, sono destinati ad incarnare il polo più razionale del ‘nomos’, quello vale a dire burocratico, amministrato: che della legge vede esclusivamente il momento della sua applicazione razionale e calcolistica, e per questo è cieco sul momento – diabolico – della sua fondazione. Anzi, se di osservazione ‘politica’ della legge si può parlare, ciò accade solo nel suo senso più banalmente specifico: quando cioè, in un colloquio con il pittore, il commissario rivela tutto il suo risentimento nei confronti di un potere di cui gli sfugge la legittimità, ed è anzi convinto che essa sia destinata a crollare dinanzi al principio inamovibile della legge: «“Quando uno che si crede potente entra in un posto di polizia e si sente ordinare di togliersi le stringhe dalle scarpe e la cintura dai pantaloni, crolla, mio caro amico, crolla che lei non se lo immagina nemmeno”. “Anche don Gaetano?”. “Anche don Gaetano, e il papa, e domineddio… Provi a immaginare la scena: il posto di polizia, una stanza squallida come la mia […]; dietro la scrivania il commissario che non si alza, che non fa il minimo gesto non dico di ossequio ma di saluto; il brigadiere in piedi, che con indifferenza o addirittura disprezzo dice ‘signor Montini, si tolga le stringhe dalle scarpe e la cintura dai pantaloni’… La fine, mio caro amico, la fine”. “Mi piace di più immaginare la scena con domineddio al posto del papa”. “La immagini, la immagini…”. Si allontanò sorridente ma subito dopo tornò indietro preoccupato. “Ma oh, mi raccomando: questo è uno sfogo che ho fatto a lei in confidenza, perché so che lei la pensa come me”. / Sorridendo d’intesa, e come per giuoco, domandai “E come la pensiamo, noi due?”. “La pensiamo che zac”. E mosse la mano in semicerchio: a mietere, a decapitare. E di nuovo sorridente, si allontanò. Per la verità, da anni non mi avveniva di pensare che – zac – ci fosse da mietere, da decapitare; e che un simile pensiero, vagheggiamento, in me spento, tanto rigogliosamente germogliasse in un commissario di polizia, anche se celato, non avrei creduto. Ma tante cose avevo perso di vista; di tanti mutamenti non mi ero accorto, di tante novità. E non soltanto io: anche la gente che incontravo ogni giorno era nella mia stessa condizione. Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali: quella che si suole chiamare la classe dirigente. E che cosa dirigeva in concreto, effettivamente? Una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d’oro»21.

In tal senso viene rivelata la verità ultima su quel potere specifico e ben riconoscibile che è quello dei notabili democristiani, dei magistrati, del papa – colto nella sua declinazione più mondana: un potere reticolare, ma in-fondato. Lo scopo del pittore in tutto ciò, tuttavia, non è più quello illuministico di “coscienza critica” (tantomeno quello del mietitore alla Saint-Just), ma quello di chi tenta, nonostante tutto, di riallacciare i fili di libertà e necessità, causalità e casualità, trinità e quaternità, insomma laicità e religiosità: nelle forme di un assassinio “in-fondato”. L’assassinio di don Gaetano compiuto dal pittore è allora un momento assolutamente “gratuito” di libera volizione – che solo in tal modo è capace di saldarsi a quella causalità invocata all’inizio.

Proviamo però a fare un ultimo passo in avanti, sulla strada della nostra interpretazione di Todo modo come teologoumeno sospeso tra il momento ‘sim-bolico’ e quello ‘dia-bolico’ della conoscenza umana e del potere: cercando cioè di immaginare non tanto il destino del pittore, del magistrato, del commissario o degli altri convenuti agli esercizi spirituali dopo la conclusione del racconto – ma quello di don Gaetano, o meglio del suo cadavere.

Il fatto che un personaggio pesante nell’economia del romanzo come don Gaetano faccia la sua ultima apparizione nelle forme di vittima, ucciso in una radura isolata, lo accomuna paradossalmente ad un altro morto “pesante” nella storia della Repubblica: Aldo Moro. Similmente al modo in cui quel cadavere, rinvenuto dopo mesi di sequestro da parte delle Brigate Rosse nel cofano di una Renault 4 parcheggiata in una strada parallela di Via delle Botteghe Oscure – sede del Partito Comunista Italiano –, in qualche modo trasfigurava la figura politica e storica dello statista democristiano, elevandola a icona invisibile di un sacrificio non decifrabile; allo stesso modo, direi, il don Gaetano che per tutto il romanzo di Sciascia ha tessuto un reticolo di fondamenti dia-bolici alla base del suo potere assoluto, giace ora irrigidito in cadavere, ucciso senza che ne sia del tutto chiaro il motivo, nemmeno nella mente di chi ha premuto il grilletto, se non quello appunto della sua trasfigurazione. In tal modo, quei due cadaveri diventano una sorta di paesaggio allegorico che si sottrae ad ogni decifrazione – se non a quella convergente in una semplice formula, ma decisiva qui nella sua paradossalità: ecce homo.

In questo senso mi piace concludere citando le parole di Ferruccio Parazzoli che illustrano narrativamente – ma con grande aderenza alla realtà storica – la messa di suffragio per Aldo Moro: «Sabato 13 maggio 1978. Basilica di San Giovanni in Laterano. Le colossali statue degli apostoli sovrastano, dalle edicole che si aprono contro i pilastri della navata centrale, la folla presente al rito di suffragio. Celebra il cardinale Poletti, dopo il rifiuto del Papa a celebrare in assenza della salma. Per volontà della famiglia, il corpo di Aldo Moro giace già da due giorni nel cimitero di Torrita Tiberina. Nelle prime file del transetto, si allineano le schiere nere degli uomini di partito e di Governo. […] Sulle facce dei presenti è più evidente l’imbarazzo per l’assenza del cadavere che il dolore. Sono passati quattro giorni dalla morte e il suffragio non puo già essere soltanto memoria. Quelli che vengono celebrati sono i funerali senza corpo di un intero Paese»22.

Leonardo Sciascia, Todo modo, Adelphi, Milano, 1995, pp. 121, 7 euro

5 Ivi, pp. 51-52.

6 Cfr. C. Schmitt, Cattolicesimo romano e forma politica, Giuffré, Milano 1986.

7 In F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 1964, I vol., pp. 316-335.

8 Ivi, pp. 319-320.

9 Ibid. [cors. mio].

10 C’è anche da aggiungere, tuttavia, un altro elemento ben presente alla mente di Sciascia: come per Ignazio questo atteggiamento comporta l’investimento spirituale in un progetto di beatitudine da realizzarsi a qualunque costo e qualunque cosa accada, così anche per il marchese de Sade si tratta di procurare piacere a qualunque costo e qualunque cosa accada. L’abbinamento non è affatto peregrino, visto che è lo stesso don Gaetano a compierlo, proprio durante il dialogo dinanzi al quadro del diavolo occhialuto già citato: «”…Io invece direi: ogni correzione della natura non può essere che opera e offerta del diavolo”. “Interpretazione sadista” [Replica il pittore]. “Ma Sade era cristiano” disse don Gaetano distogliendosi dalla contemplazione del quadro e guardandomi meravigliato» (L. Sciascia, op. cit., pp. 35-36). Del resto già in un suo magistrale saggio Roland Barthes – forse non ignoto allo stesso Sciascia, visto che l’originale francese è del 1971 – aveva apparentato Sade e Ignazio: R. Barthes, Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come eccesso, Einaudi, Torino 1977. Su Ignazio cfr. anche M. Perniola, Del sentire cattolico. La forma culturale di una religione universale, Il Mulino, Bologna 2001, in part. pp. 97 ss.

11 L. Sciascia, op. cit., pp. 52-53.

12 Ivi, p. 50.

13 Ivi, pp. 12-13.

14 Sottolineando, ad esempio nel quarto concilio lateranense del 1215, nel quale si condannano le tesi eretiche di Gioacchino da Fiore, fautore di una quarta sostanza che abbraccia quella trinitaria: «Noi, con l'approvazione del sacro concilio universale, crediamo e confessiamo, […] che esiste una somma sostanza, incomprensibile e ineffabile, la quale è veramente Padre, Figlio e Spirito Santo, le tre persone insieme, e ciascuna di esse singolarmente. In Dio, quindi, vi è solo una Trinità, non una quaternità, poiché ognuna delle tre persone è quella sostanza, essenza o natura divina, la quale è, essa sola, principio di tutte le cose, e fuori della quale non se ne può trovare altra».

15 Ivi, p. 39.

16 Un’interessante riflessione letteraria, per certi versi simile all’operazione sciasciana di Todo modo, la compie Ferruccio Parazzoli col suo ultimo romanzo: Adesso viene la notte, Mondadori, Milano 2008, nel quale immagina, come in un mistero medievale, l’incontro tra il vecchio papa Montini e l’Aldo Moro rapito dalla Brigate Rosse.

17 È questo il senso del rimprovero che l’Inquisitore dostoevskijano muove al silenzioso Cristo che gli sta davanti: «Noi abbiamo emendato le Tue gesta, e le abbiamo dato per fondamento il miracolo, il mistero e l’autorità» (F. Dostoevskij, op. cit., p. 328), cioè la risposta in re alle tre tentazioni che il diavolo propose a Gesù nel deserto: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane. […] Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo. […] Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù [dal pinnacolo del Tempio]» (Lc 4, 3-10). La realtà dell’Inquisitore, che è la realtà del cattolicesimo romano, appare come l’unico ordinamento politico intramondano simultaneamente in grado di rispondere alle domande più profonde ed angosciate degli uomini, e di gestire concretamente il loro transito storico nel saeculum

18 «Questo romanzo giallo metafisico di Sciascia […] è anche, credo, una sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano […]. Si tratta di una metafora profondamente misteriosa, come ricostituita in un universo che elabora fino alla follia i dati della realtà. I tre delitti sono le stragi di stato, ma ridotte a immobile simbolo» (P. P. Pasolini, cit. in M. Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, Milano 1996, p. 231).

19 L. Sciascia, op. cit., pp. 118-119.

20 Ivi, pp. 119-120.

21 Ivi, pp. 75-76

22 F. Parazzoli, Adesso viene la notte, cit., p. 119.

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