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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
24/03/2009
Abstract
Esordio tardivo e classico immediato, il romanzo di Gesualdo Bufalino fu il caso letterario del 1981 per successo di critica e pubblico, rivelando un autore affascinante e misterioso.

La malattia è una porta aperta sulla morte o una finestra attraverso la quale è possibile scorgere qualcosa che alla vita ordinaria è precluso. Fu così anche per Gesualdo Bufalino che, con Diceria dell’untore, ci ha consegnato una memoria di questa visione.

Confinato all’estrema periferia letteraria italiana eppure autore informatissimo, lo scrittore di Comiso pubblicò il romanzo presso Sellerio nel 1981 (vinse allora il Premio Campiello), dopo una stesura e una revisione addirittura trentennali. Il libro rievoca la degenza di Bufalino in un sanatorio della Conca d’Oro, la Rocca, dal maggio 1946 al febbraio 1947. Guarito dalla tisi, l’autore iniziò nel 1950 l’abbozzo dell’opera e lo completò nel 1971.

Il caso – viene alla mente l’analoga vicenda dei conterranei Tomasi di Lampedusa o Lucio Piccolo, per giunta cugini – scoppia quando Elvira Sellerio riesce a vincere la vanitosa ritrosìa di Bufalino che aveva al suo attivo un povero e magro bottino: l’introduzione a un libro di vecchie fotografie (Comiso ieri) e alcune traduzioni.

Non è possibile evidentemente dipanare la trama di un sogno fatto a occhi aperti o, meglio, con la penna in mano. Tuttavia tenteremo, per le vie del possibile e del lecito, di rendere più agevole il contatto con qualcosa che per convenzione è chiamato ‘romanzo’.

Come il viaggiatore che tra la nebbia arrivi a una stazione, il narratore arriva quasi inconsapevole alla Rocca con un «re forestiero» sotto le costole, guadagnato a mo' di medaglia per bruciare in una sola morte i guasti di tutte le vite. Hidalgo fuori tempo massimo, vende ai propri deliri sospesi tra vanagloria e spavento le prime settimane trascorse in quella casa di cura.

Simili a figure di mazzo di carte o a vecchi tarocchi, compaiono uno alla volta i personaggi che accompagnano il soggiorno di questo sognatore. La descrizione dei partecipanti a questa strana Diceria non indulge al laconismo ma, anzi, si riempie come tenda gonfiata da ampie ventate di scirocco. Sul proscenio il dottore o Gran Magro, la cui iperbolica presenza ricorda più spesso un guaritore andino che un medico occidentale. Bufalino arpeggia vividamente in lui il condottiero di animose bestemmie e di gravide discussioni sui massimi sistemi. Lo scrittore ci consegna da lì altre presenze, cospiratori di vaniloquio e di sbandamento, sospesi tra la salute e la condanna, spettri in livrea di pigiama ospedaliero. Diremo del bambino Adelmo, povera mascotte di una squadra di appestati, che domanda storie e dolci – e gli raccontano notizie d’Erebo a familiarizzarlo con un Aldilà sempre più vicino. Oppure di Angelo che, morto, continuava per mano di suora ad affidare alla memoria di una madre, forse anch’essa deceduta, un epistolare futuro virtuale. Di padre Vittorio alla cui intimità il protagonista arriva per lento avvicinamento, breve contesa di persuasione al cristianesimo.

Quelque part en Sicilie, i nostri luoghi sono una Guantanamo, concentramento ribelle alle carte geografiche: per alcuni affezionati lettori del libro è diventato oggi quasi un gioco indovinare la collocazione di quei pochi chilometri tra la Rocca e la Città. Palermo, ovviamente. Luogo reale che entra per caso in queste pagine e, sempre, per uscirne presto: lontano come la vita e le sue seduzioni. Dove, una volta ogni tanto, i pazienti si avventurano in gita-premio tra i "sani".

Questa clausura laica o prigionia incolpevole tuttavia si apre a un incontro. Marta. Marta Levi. Una montaliana e aerea Esterina bloccata sulla terra contro le sue stesse ali; vent’anni in procinto di andarsene per sempre. Donna dal recente controverso passato, è una paria. Petacci, la apostrofano. E proprio perché "maledetta", il protagonista comincia a nutrire per lei una indistinta passione. Come il bambino Adelmo, la sua impunita e apparente licenza lo conquistano: poche, d’altronde, le occasioni di disubbidire una norma per un’incurabile, alla quale nessuno proibisce ormai più alcunché.

Palermo è una passeggiata dove questi "amanti senza domani", attori di una felicità in minore, spogliano nel Vuoto il fiore della propria vacanza di speranze. A dire il vero, Marta sembra quasi essere anche senza uno "ieri"; volta per volta, ne sostituisce le tracce con note che risuonano da magiche e fiabesche invenzioni. Potrà essere autentico quindi il preteso ruolo di ballerina alla Scala oppure la sua infanzia («ero come orfana») presso un casello ferroviario dell’Oltrepo, se non il racconto della vita di un’amica. Perversione e innocenza oltre la linea che separa malattia e salute, ecco la seconda passeggiata: gioco di inseguimento del desiderio fin dentro una povera camera a ore. Lì niente spettacolo – neppure quello vero o inventato dell’uccisione dell’"uomo nero" che l’aveva protetta dal lager; solo la fuga, da allora in poi. Evasione di lei da chissà che vita fino al vagabondaggio narrativo, alla viandanza inventiva di Bufalino stesso.

L’epilogo si inasprisce, manovra che decreta il divaricarsi alla distanza dei due percorsi: l’uno, quello del protagonista, in direzione della vita; l’altro, quello della donna, nell’Ade:

“Marta”, cominciai “Marta, ascoltami” dissi. “Dove sei ora, Marta, dove cammini? In quale notte? Con che nome mi chiami, con che nome devo chiamarti? Ci sono fiumi dove abiti ora? da varcare a nuoto? su passerelle che tremano? E sei sola, siete tanti, ti ricordi ancora di me? Tornami in sogno, Marta. Anche se l’aria duole sotto i tuoi piedi scalzi, e non trovi labbra per dirmi le parole che vuoi. Guarda come mi lasci in mezzo alla via: una guasta semenza, una sconsacrata sostanza, un pugno di terra su cui casca la pioggia…”1

Piuttosto, chi resta conoscerà un senso di colpa e di scontento per dover sopravvivere agli altri pazienti, per la separazione infinita da lei. Come cancellare il fiato della morte sentito su di sé, mentre tutti gli altri ti vogliono ormai vivo? Come eludere il pensiero di quella improvvisa ricchezza o inattesa eredità di una quotidianità risuscitata, tanto da non sapere cosa farsene? Pigrizia di vita, avarizia di morte: possiamo indovinarla? O il suo contrario? Pas de deux con la ballerina, facciamoci avanti..

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Bompiani, Milano 2005, pp. L-185, Euro 9.

1 Gesualdo Bufalino, Opere 1981-1988 (a cura di Maria Corti e Francesca Caputo. Introduzione di Maria Corti), Milano, Bompiani 1992, pp. 129-130.

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