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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Recensione
16/06/2008

A quest’opera si fa generalmente risalire l’ultima fase della poesia dell’autore fiorentino, culminante in un’ardua riflessione sulle funzioni e sui limiti della parola umana.

Per il battesimo dei nostri frammenti, pubblicata da Garzanti nel 1985, è una raccolta dalla struttura complessa. La sua cifra si può rinvenire, a nostro parere, in una sacralizzazione del frammento. Luzi intende – sulla scorta della lettura di certa teologia (Teilhard de Chardin, ad esempio) - concepire il particolare come assoluto significante, seppure relativo e misero, quasi in esordio di una vocazione a dire “olistica” dove in ciascuna parte è leggibile il tutto. Ogni atomo dell’esistente rimanda a una totalità anche se di fronte ai molti eventi drammatici della storia individuale e collettiva risulta arduo trovarvi un senso e duro è conservare la propria fede, quando ve ne è una.

A ogni modo il tema centrale si trova, probabilmente, nel riconoscimento di un mistero del nome e della parola come corrispettivo al mistero della creazione e dell’incarnazione. Non è un caso che l’opera si apra con la citazione dal Prologo del Vangelo di Giovanni: “In lei [la Parola] era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Mario Luzi suggerisce infatti in un’intervista che questo «è in un certo senso un libro sul linguaggio, sulla parola […] e sulla decadenza della parola. Contrappongo l’universo parlato all’universo agito ‘naturalmente’ dalle creature viventi, dagli animali, dalla natura operante. E allora il linguaggio non passa attraverso la parola, è un linguaggio altro. E quindi è chiaro che c’è veramente una sconfitta in atto, in atto fino alla rinunzia, fino al mutismo, non più al silenzio, ma al mutismo dell’uomo moderno […]»1.

Potremmo quasi trovare una specularità tra le meditazioni dell’ultimo Luzi e quelle contenute nelle coeve poesie di Giorgio Caproni dove però la riflessione sul linguaggio arrivava ad un completo divorzio tra verbum e significato. Nel Battesimo sono invece presenti gli elementi per una concezione agonica tra parola e denotato. Tuttavia, nel rischio sempre attuale di uno scarto tra linguaggio e realtà, questo assolve a una funzione comunque sacra, sia pure di fronte a una sua eventuale dichiarata impotenza nel rappresentare il mondo. Il poeta – in un componimento che ha come ormai quasi tutti i testi il titolo del primo verso - si chiede ancora come ritrovare «quello spirito nella lingua/ quel fuoco nella materia./ Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?» Tuttavia, «Sepolto nelle rocce,/ rocce dentro montagne/ di buio e grevità –/ così quasi si estingue,/ così cova l’incendio/ l’immemorabile evangelio…»2.

Pare, allora, Luzi voglia invocare una Grazia apparentemente assente dal mondo che liberi dal peso della gravità i corpi e le anime: un tema, questo, assai caro ad un’autrice che immaginiamo essere stata un suo punto di riferimento fondamentale, Simone Weil. Il mondo degli oggetti ha preso il sopravvento e anche l’essere umano ne è vittima, reificato tra le cose. Il regno della quantità e del numero ostruisce la nascita di qualcosa di nuovo e di inedito. La parola poetica appare impotente a significare alcunchè. O forse invece questa impotenza segnala la morte della superba tracotanza di affermare soluzioni esclusive e onnicomprensive. La crisi della parola “affermativa” - testimoniata da tutta la più alta poesia del Novecento (si pensi a Celan o al “nostro” Montale) - è probabilmente la grande caduta in una cronica viandanza dove l’approdo al senso è sempre rimandato e dove diventa più importante il viaggio e la ricerca.

In un interminabile interregno da Purgatorio (e qualche volta da Inferno) dantesco, corre allora la mente a quando queste poesie furono scritte. L’elemento naturale presente in molti testi è appunto quel fuoco che l’autore aveva appena lasciato: l’opera precedente si intitolava non a caso Al fuoco della controversia ed era stata pubblicata nel 1978. Risalgono a quest’epoca significative poesie dichiaratamente “politiche” o dedicate ad argomenti di scottante attualità come quella – presente nel Battesimo - che Luzi ha rivolto all’evento forse più drammatico degli anni Settanta del secolo scorso, l’uccisione di Aldo Moro: «Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi,/ è lui, il capo di cinque governi,/ punto fisso o stratega di almeno dieci altri,/ la mente fina, il maestro/ sottile/ di metodica pazienza, esempio/ vero di essa/ anche spiritualmente: lui –/ come negarlo? – quell’abbiosciato/ sacco di già oscura carne»3. Di fronte ad una lingua senza più riferimento a una realtà condivisa fa eco il soliloquio, il monologo dei terroristi – il poeta lo chiama «il loro cupo dialetto» – e sembra che altra lingua questo tempo non abbia che il verbo prepotentemente affermativo della violenza.

Anche la struttura fisica del canto è resa più leggera come una partitura dove il silenzio diventa altrettanto importante che la parola (un’altra analogia con Giorgio Caproni). La casa della poesia, come il luogo dell’incontro tra Madre e figlio nella prima serie omonima4, è ormai «una tenda poco ferma/ piantata nel deserto/durante l’esodo». Alla defunta, il figlio chiede se lo spazio schermato d’insignificanza nel quale vive sia «di là o di qua dalla parola e dal suo silenzio», trovandosi pure lui in una no man’s land dove ci si interroga quasi che il mondo facesse capo ad una dimenticata e, a questo punto, scordata armonia. Stefano Verdino5, appunto, sottolinea le tre grandi novità della raccolta: la forma e il ritmo dei versi, la dinamica delle sequenze, gli emittenti del discorso. La forma – parafrasando Verdino - si fa di una libera aggregazione di parole in continua germinazione e gemmazione: ora catena, ora cesura. A loro volta, le sequenze perdono la loro compattezza per dilatarsi in varie aggregazioni con rimandi intertestuali in un contesto dove una pluralità di voci si contende la parola.

Tornando alla raccolta, il poemetto Reportage6 trae spunto dal viaggio in Cina con una delegazione di scrittori italiani, nel 1980. Il confronto con il presente è duro: «Qui il potere è sommo e confina con la sua assenza», esordisce Luzi e chiude con un verso lapidario: «Il potere tace perso nel suo monumento». Ed è solo la prima poesia, l’inizio del viaggio in un paese allora chiuso sui suoi scribi e satrapi. L’affermazione di un potere silenziosamente imperscrutabile con le sue liturgie e che auspica e profetizza una vita democratica in un domani che ripete le programmazioni cinematografiche o televisive di una volta: «Prossimamente». Intanto, la vita popolare è confezionata e indirizzata nell’ossequio e nella celebrazione di un passato più vivo del presente dove i morti richiedono la dignità ed il rispetto da tributare all’esistente. Tutto come in una recita dove il falso è soltanto un momento più sottile del vero.

Tra Maceria e fonte, il titolo di un’altra serie di testi, si muove il canto di questo Battesimo. Dalla penombra – o dall’opaco come un celebre scritto di Italo Calvino – dove possa nascere «il fulmine/ della ritrovata consonanza». E somiglianza. Fino a quale somiglianza?7 Fino a quanto è possibile sopportare la “sfigurazione” di un mondo nato a Sua immagine e somiglianza? Ora che si tratta dell’immagine di una assenza. Di una scomparsa, o, come dice Caproni, di una “asparizione”. Aprèslude, significativamente, si chiamava l’opera di un altro grande sismografo del “negativo” novecentesco, il tedesco Gottfried Benn.

Il culmine della raccolta, per diversi interpreti della poesia luziana, è Vola alta, parola, cresci in profondità, variamente antologizzata. Come avverte lo stesso autore, questo componimento-cerniera «esprime il rischio a cui è esposta la realtà della parola: quello di svuotarsi e di non avere più rispondenza né nell’oggetto che essa nomina, né nel parlante medesimo»8. Il pericolo resta quello dell’astrazione, della perdita della corrispondenza tra parole e cose. Le parole rischiano di perdere la loro anima. Sequestrate dalla loro ombra. In attesa, ancora, di «lui profugo incessante della morte,/ solo senza profeti né apostoli,/ solo nella sua immagine,/ rientrata la parola, rientrato il silenzio della parola/ nella chiara e terribile/ semplicità del suo esserci./ E mi guarda/ palpitando dalla sua indicibile simiglianza»9. Nella sua/Sua perfezione mai giunta a compimento, in una creazione che continuamente genera se stessa.

Mario Luzi, Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, Milano 1985. Ora in Mario Luzi, L’opera poetica, Mondadori, “I Meridiani”, Milano, 1998, pp. CXIV-1934, euro 55,00.

1 Mario Luzi –Mario Specchio, Luzi. Leggere e scrivere, Nardi, Firenze 1993, pp. 176-177.

2 Mario Luzi, L’opera poetica, Mondadori, Milano 1998, pag. 509.

3 Idem, op. cit., pag. 531.

4 Idem, op. cit., pp. 551-558.

5 A Bellariva. Colloqui con Mario, in Idem, op. cit., pag. 1273.

6 Idem, op. cit., pp. 559-573.

7 Vedi la poesia, “In ogni nostro simile. Gli chiedo”. Idem, op. cit., pag. 587.

8 Idem, “Le parole agoniche della poesia”, in Naturalezza del poeta. Saggi critici, Garzanti, Milano 1995, pag. 296. Il testo è in Idem, L’opera poetica, op. cit., pag. 591.

9 La poesia è “Frasi”, in Idem, op. cit., pp. 641-642.

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