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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

06/05/2008

Quando Shakespeare produce i suoi drammi, l’Inghilterra sta iniziando ad acquisire la fisionomia di una nazione. Il regno di Elisabetta I, sul trono dal 1559 al 1603, vede rafforzarsi il senso d’identità nazionale, farsi più stabile il compromesso anglicano fra istanze cattoliche e istanze protestanti, e la madrepatria acquistare prestigio nei rapporti con gli altri paesi.

Siamo, però, anche in un periodo di grandi e travagliate trasformazioni: nuovi fermenti religiosi e filosofici; scoperte scientifiche e geografiche rivoluzionarie; l’emergere degli “uomini nuovi” all’interno di un sistema feudale e aristocratico sempre più fragile. La realtà appare troppo complessa per essere compresa dall’armoniosa visione del mondo elaborata dagli elisabettiani, quella “grande catena dell’essere” in base alla quale esiste una precisa corrispondenza fra ordine divino, gerarchia del cosmo e gerarchia regolatrice dei rapporti umani. Così, all’atmosfera più lieta e fiduciosa del primo Rinascimento viene a sostituirsi, soprattutto dopo la scomparsa di Elisabetta, una sensibilità profondamente segnata dal dubbio. Sensibilità che le opere shakespeariane riflettono e, insieme, contribuiscono a creare.

Il principe Amleto, è noto, definisce il mondo “fuor di sesto”: ora è il caos a regnare sovrano. Amleto non può credere subito alla parola del padre, che è anche un re, e un semi-dio. Deve prima metterla alla prova. Ha bisogno, a tal fine, della parola del teatro. Non c’è nessun potere divino o regale a garantire la verità, a poterla rappresentare. Resta il teatro, arte tutta umana, nonché figura, rappresentazione per eccellenza, in cui verità e finzione si confondono, e si fondono.

“Noi regnanti”, dice Elisabetta I, “siamo su un palcoscenico alla vista di tutti”. Pochi anni dopo, Giacomo I si esprime con parole simili. Entrambi si ricollegano a una tradizione diffusa che mostra “il sovrano nelle vesti di un attore che recita se stesso in quanto re.” i Esiste dunque, scrive Ferrucci, “un potere politico della teatralità, forma artistica essenziale in un tempo in cui la recita penetra ogni aspetto della vita e della morte, ed è l’unica che possa emulare la messa in scena ecclesiastica del potere liturgico.”ii Se il potere – quello della religione come quello del sovrano – è sempre una questione di rappresentazione, di rappresentanti, di mediazione, sua unica garanzia si rivela, adesso, lo spazio stesso della mediazione.

Con lo scisma da Roma e la famosa dissoluzione dei monasteriiii, in Inghilterra si compie un trasferimento di potere dal mistero spirituale della chiesa al potere dello stato: sostituendosi all’autorità religiosa, Enrico VIII innesca quel processo di secolarizzazione che avrà come esito ultimo la sostituzione del sovrano con la nazione.iv Nella lunga fase di transizione che pone le basi di un simile esito e a cui l’età di Shakespeare appartiene, non solo la natura dei re è costante oggetto di indagine sia da parte della trattatistica che del teatro, ma inizia, inoltre, ad emergere una nuova concezione della regalità che appare riconducibile allo specifico contesto storico inglese e, per questo, meno vincolata alla teoria del diritto divino.

Se ne ha un esempio già nel Riccardo II (1595), primo dramma della seconda tetralogia storica shakespeariana. Lungi dall’essere una semplice “riaffermazione della sacralità della persona del sovrano”v, l’opera risulta infatti percorsa da un’inquietudine che finisce, a ben guardare, per minare l’intento celebrativo nei confronti della regina (gli history plays erano intesi ad esaltare la dinastia Tudor) e per collocare la Storia in una dimensione problematica.

Sul principio della sovranità per diritto divino insistono tutti i personaggi, ma pare che qui se ne voglia mostrare il tramonto, e non il trionfo: “More are men’s ends mark’d than their lives before. / The setting sun, and music at the close, / As the last taste of sweets, is sweetest last, / Writ in remembrance more than things long past” (II,i, 11-14 corsivo mio).

Si pensi alla seconda scena dell’atto terzo, dove affiora un elemento di fantasmagoria che, pur senza proporre un discorso ideologico, configura la posizione di re Riccardo come eccessiva, irrealistica, attraverso l’uso del termine conjuration (v.23), che è legato alla sfera della magia e preceduto dall’aggettivo senseless (‘privo di sensi’, ma anche ‘insensato’). E malgrado poi si ribadisca che “That Power that made you king / Hath power to keep you king in spite of all”, a tale potere divino viene subito contrapposta la concretezza della forza materiale: di Bolingbroke, il quale salirà al trono come Enrico IV dopo la deposizione di Riccardo, si dice che “[he] Grows strong and great in substance and power” (v.35).

A questo punto, il re replica insistendo sul proprio titolo. Egli non si capacita di come ad esso non corrisponda un potere reale: “Is not the king’s name twenty thousand names? / Arm, arm, my name!” (vv. 85-86). Ma le parole non sono le cose, e un nome non basta a radunare un esercito. Riccardo non sa vedere lo scarto che separa il significante dal significato; non può vederlo poiché egli è re, in senso totale, e identifica la parola ‘sovrano’ con la sostanza della sovranità. Il suo è un linguaggio sacramentale, in cui le parole sono legate da un diritto di tipo divino, inalienabile, ai propri referentivi (non a caso, è soprattutto attraverso le sue battute che si costruisce la fitta rete di immagini legata alla religione cristiana).

L’anziano Gaunt aveva tentato, invano, di aprire gli occhi a Riccardo. Dando in affitto le tue terre, gli dice nella prima scena del secondo atto, hai decretato la fine della sovranità che credi di incarnare: non possiedi più la corona (che ti rendeva il vicario di Dio) e, posseduto dal demonio, ti deponi da solo ([thou] art possess’d to depose thyself, v. 108). Si tratta di un’operazione irreversibile, che implica la disgiunzione di king e kingship: “Landlord of England art thou now, not King, /Thy state of law is bondslave to the law” (vv. 113-14). È stato Riccardo stesso, dunque, a spezzare l’identità che univa le parole e le cose, a rendere king una funzione, un ruolo. Ruolo che peraltro non ha saputo mantenere: i versi pronunciati da Gaunt, in effetti, mettono il sovrano allo stesso livello di un qualsiasi proprietario terriero, richiamando la nozione del doppio corpo del re – l’ambigua unione di body natural e body politic nella persona del monarca – così come intesa in epoca elisabettiana.

Sia nei trattati che nei procedimenti legali del periodo, si registra uno scarto rispetto all’ideologia dell’assolutismo, il segno di un orientamento che forse potremmo azzardarci a definire di tipo costituzionale, in virtù della duplice accezione attribuita al termine body politic. Con esso si indica, infatti, tanto un’entità metafisica immortale, quanto un’entità collettiva contenente tutto il popolo inglese: “the other is a Body Politic, and the Members thereof are his Subjects, and he and his Subjects together compose the corporation, […] and he is incorporated with them, and they with him, and he is the Head, and they are the Members, and he has sole Government of them: and his Body is not subject to Passion as the other is, nor to Death, for as to this Body the King never dies, and his natural Death is not called in our Law […] the Death of the King, but the Demise of the King, not signifying by the Word (Demise) that the Body politic of the King is dead, but that there is a Separation of the two Bodies, and that the Body politic is transferred and conveyed over from the Body natural now dead, or now removed from the Dignity royal, to another Body natural”.vii

Quando agisce in veste di essere umano sottoposto alla legge, il sovrano non è che uno dei membri, seppure di riguardo, del corpo politico (ossia della collettività). Quando agisce in veste di Re, invece, egli rappresenta il regno ed è, quindi, al di sopra della legge. Nel primo caso, il re fa parte del corpo politico (ossia della collettività); nel secondo, è il corpo politico a far parte del Re. In quanto membro privato del corpo politico, il sovrano non è al di sopra della legge, mentre lo è il Re come corpo politico (in senso metafisico). L’unità fra i due corpi del re può darsi quando il potere viene inizialmente trasferito al monarca, ma c’è bisogno di riprodurla continuamente, e spetta ai membri del corpo politico formarla di nuovo, ad esempio ogni volta che i sovrani introducono delle leggi.viii

In tale prospettiva, subjected, termine con cui Riccardo stesso si definisce nel terzo atto (III,iii, 176), può essere interpretato anche nel senso di “reso suddito”: non più sovrano assoluto, il re è soggetto alla legge in quanto facente parte del corpo politico inteso come collettività. Nella stessa scena, peraltro, si ha una caratterizzazione del tipo di sovrano da cui i verbali del periodo elisabettiano mettono in guardia: colui che, ponendo la propria volontà personale al di sopra di quella politica (Riccardo ha violato i diritti di successione dei nobili e imposto tasse esorbitanti), oltrepassa i limiti della sua autorità e si trasforma in un tiranno.ix

La differenza fra questo tipo di re e quello che, invece, Bolingbroke si appresta a diventare è ben sintetizzata da una battuta del giardiniere: “Their fortunes both are weigh’d; / In your lord’s scale is nothing but himself,/And some few vanities that make him light./But in the balance of great Bolingbroke,/Besides himself, are all the English peers,/And with that odds he weighs King Richard down” (III,iv, 84-89). In altri termini, la forza di Bolingbroke sta nel far presa sui pari inglesi, i quali si identificano nel suo desiderio di rivendicare i propri diritti e raddrizzare il torto subito; sta nel guadagnare il consenso a partire da un terreno comune, senza imporsi dall’alto. L’alternativa al concetto di regalità che Riccardo credeva di incarnare consiste, dunque, in una sorta di primus inter pares, in un rapporto di reciprocità, pur se inserito all’interno di un sistema monarchico. Del resto, è proprio in questo modo che l’Inghilterra, diversamente dalle altre potenze europee, costituisce la sua identità nazionale (e si pensi alla “band of brothers” dell’Enrico V)x.

Rispetto a Riccardo, Bolingbroke rappresenta una concezione moderna tanto della sovranità, quanto del linguaggio: per lui, le parole sono semplici strumenti cui va data sostanza attraverso la forza materiale. Il legame fra significante e significato, come quello fra sovranità e sovrano, è arbitrario, determinato per convenzione: “If the king’s name or title normally goes unquestioned, it is not, Richard discovers, because it is divinely guaranteed but because it is humanly conferred and assumed. Names fit their referent not because of an underlying correspondence or substantive unity but by virtue of informal covenants among speakers. Kings and meanings rule by custom.”xi Ed è proprio Bolingbroke, nella terza scena del II atto, ad usare nei confronti dei “buoni amici” il termine covenant (‘patto; accordo solenne’, ma, nella teologia cristiana, anche l’Alleanza fra Dio e il suo popolo): “I count myself in nothing else so happy / As in a soul rememb’ring my good friends, / And as my fortune ripens with thy love, /It shall be still thy true love’s recompense. / My heart this covenant makes, my hand thus seals it” (vv. 46-50).

King è, dunque, una funzione, un ruolo, una finzione. Nel suo percorso, Riccardo è costretto a riflettere sul potere e a scoprire che esso non è essenza, bensì rappresentazione: “Thus play I in one person many people”, dice alla fine (V,v, 31). Ma per lui è ormai troppo tardi. La sua recita è confinata nella cella dell’immaginazione, mentre è giunto il tempo di un nuovo re, capace di essere – come Bolingbroke quando incede per le vie di Londra (V,ii,24) – un well-grac’d actor sul palcoscenico del mondo.

i Franco Ferrucci, Il teatro della fortuna. Potere e destino in Machiavelli e Shakespeare, Roma, Fazi editore, 2004, p. 95

ii Franco Ferrucci, op.cit., p. 96

iii Con l’Atto di Supremazia (1534), Enrico VIII si mette a capo della nuova Chiesa d’Inghilterra, e fra il 1536 e il 1540 confisca le proprietà che la Chiesa di Roma aveva nel regno.

iv Cfr. Ernst Kantorowicz, “Mysteries of State: An Absolutist Concept and Its Late Mediaeval Origins”, The Harvard Theological Review, Cambridge, Harvard UP, 1955, pp. 66-67.

v Giorgio Melchiori, Shakespeare. Genesi e struttura delle opere, Bari, Laterza, 1994, p. 104

vi L’espressione è mutuata da James L. Calderwood, “Richard II: Metadrama and the Fall of Speech”, in G. Holderness (ed.), Shakespeare’s History Plays, Basingstoke, Macmillan, 1992

vii Edmund Plowden, “Report of the case of Willion c. Berkley” (1561-62), citato in Albert Rolls, “Reassessing the Theory of the King's Two Bodies”, Shakespeare Newsletter, 55:2, 2005.

viii Cfr. Albert Rolls, The Theory of The King’s Two Bodies in The Age of Shakespeare: Selected Documents, Lampeter, Edwin Mellen Press, 2005

ix Ibid.

x Riccardo, invece, al suo ritorno nel regno declama: “As a long-parted mother with her child/ Plays fondly with her tears and smiles in meeting,/ So weeping, smiling, greet I thee, my earth/ And do thee favours with my hands” (III, ii, 8-11, corsivo mio).

xi James L. Calderwood, op. cit., p. 103

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