Sintesidialettica.it

Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
28/04/2008
Abstract
La questione religiosa, soggetto tra i più importanti dell’opera voltaireiana, viene analizzata attraverso i suoi punti chiave, ovvero la lotta all’intolleranza, la natura di Dio, il bisogno della fede, la laicità del pensiero. Attraverso le definizioni del Dictionnaire Philosophique, l’analisi del Poème sur le désastre de Lisbonne ed altri testi fondamentali, vengono ricostruiti i capisaldi della teoria religiosa che sarà caratterizzante del pensiero illuminista e laico.

O malheureux mortels! ô terre déplorable!

O de tous les mortels assemblage effroyable!

D’inutiles douleurs éternel entretien!

Philosophes trompés qui criez : « Tout est bien »;

Accourez, contemplez ces ruines affreuses,

Ces débris, ces lambeaux, ces cendres malheureuses,

Ces femmes, ces enfants l’un sur l’autre entassés,

Sous ces marbres rompus ces membres dispersés;

Cent mille infortunés que la terre dévore,

Qui, sanglants, déchirés, et palpitants encore,

Enterrés sous leurs toits, terminent sans secours

Dans l’horreur des tourments leurs lamentables jours!

Aux cris demi-formés de leurs voix expirantes,

Au spectacle effrayant de leurs cendres fumantes,

Direz-vous: « C’est l’effet des éternelles lois

Qui d’un Dieu libre et bon nécessitent le choix? »

Direz-vous, en voyant cet amas de victimes:

« Dieu s’est vengé, leur mort est le prix de leurs crimes? »

Quel crime, quelle faute ont commis ces enfants

Sur le sein maternel écrasés et sanglants?

Lisbonne, qui n’est plus, eut-elle plus de vices

Que Londres, que Paris, plongés dans les délices:

Lisbonne est abîmée, et l’on danse a Paris.

Tranquilles spectateurs, intrépides esprits,

De vos frères mourants contemplant les naufrages,

Vous recherchez en paix les causes des orages:

Mais du sort ennemi quand vous sentez les coups,

Devenus plus humains, vous pleurez comme nous.1

Novembre 1755: Lisbona è distrutta da un terribile terremoto, muoiono trentamila persone. L’evento attira l’attenzione europea più delle catastrofi naturali che avevano sconvolto negli anni precedenti la Cina e distrutto la città di Fiume.

Quest’eco è dovuta in gran parte allo sguardo e alla penna di un écrivain d’exception, divenuto in quest’occasione cronista : François Marie Arouet detto Voltaire.

L’immediata pubblicazione del Poema sul disastro di Lisbona (1756), portando l’interesse del vastissimo e colto pubblico di Voltaire sulla tragedia, diventa un j’accuse, violento ed direttissimo, nei confronti della teodicea tradizionale e delle dottrine ottimistiche sul male, inteso dalla teologia cristiana come grado minore del bene, o negato in toto nella sua fisicità.

La teoria che Voltaire espone nel Poema di Lisbona, semplificata, afferma che il male fisico non può essere opera di Dio, che cosi negherebbe la propria natura di essere buono e giusto, né opera di altri, perché verrebbe negata la sua onnipotenza.

La polemica s’inasprisce soprattutto contro la teoria enunciata da Leibniz, che si richiamava agli argomenti agostiniani della non sussistenza del male fisico, e viene ripresa poi da Pope negli Essay on man, da Lord Shaftesbury e da Lord Bolingbroke. La teodicea tradizionale e i ragionamenti provvidenziali, di cui il sistema di Leibniz diventa simbolo, ritenevano il male evento incomprensibile all’uomo, ma perfettamente giusto in un’ottica universale e non intellegibile. Oltre a contraddire il sistema voltaireiano che sempre ha messo l’intelletto umano al suo centro (l’uomo pellegrino che riesce, illuminato dalla propria ragione, a percorrere passi sia pur piccolissimi nella storia e nel progresso), la dottrina di Leibniz, secondo Voltaire, arrivava a negare la realtà sensibile ed umanissima di dolore e morte che aveva cancellato Lisbona, ed a stravolgere ed insultare la realtà terrena. Benché Voltaire sia un estimatore di Pope (la loro amicizia risale al primo soggiorno inglese del filosofo, al termine del quale vedranno la luce le Lettres Philosophiques o Lettres Anglaises (1733-34)) e benché negli anni giovanili il suo pensiero ne assorbirà il moderato ottimismo, Voltaire sente il bisogno di levare la sua penna contro l’abusato e assolutizzato tout est bien di cui anche l’amico è un teorico, per accettare la più antica e amara verità del il y du mal sur la terre.


Partendo da questa critica, comincia a delinearsi l’idea di Dio e di religione di cui Voltaire si farà promotore (non il primo né il solo, ma sicuramente una delle voci più convincenti e di maggior risonanza all’epoca). Soprattutto attraverso il suo pensiero, Newton e Locke appaiono agli intellettuali francesi (ed europei) come i capostipiti ideali della nuova cultura illuminista, maestri di un nuovo modo di pensare che deve essere sviluppato in tutti gli ambiti del sapere e della cultura.

Il pensiero filosofico di Voltaire attinge generosamente da opere quali i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687), contribuendo alla diffusione del pensiero newtoniano in Francia attraverso il Traité de métaphisique (1734), e negli Eléments de la philosophie de Newton (1738). La sua concezione del mondo naturale è strettamente legata al modello meccanico e sperimentale, vicino a quello del filosofo inglese, e contrario a quello cartesiano, allora in voga in Francia, che stentava a trovare riscontri empirici ai modelli proposti. La gnoseologia di Voltaire è invece di derivazione lockiana: egli vede nell’esperienza il principio di ogni conoscenza, anche divina, ed esclude la possibilità di dare una risposta razionale ai problemi metafisici che vanno al di là della verificabilità empirica. Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.

Intolleranza

Sulla scia del pensiero inglese della fine del 17esimo secolo (da John Locke a John Toland), che i Lumières avevano assimilato e proposto entusiasti alla Francia, si va delineando l’idea di una religione che si sviluppa anche in risposta all’intolleranza che aveva caratterizzato il clima europeo del ‘500 e ‘600, soffocato tra riforma e contro riforma. Il celebre caso di Calas2, esempio non isolato di fanatismo e violenza, può essere rappresentativo dell’eredità lasciata dai secoli precedenti, il cui spirito proliferava ancora in un secolo cosi “illuminato”.

Punto fondamentale della teoria religiosa di Voltaire è la lotta ad ogni forma di intolleranza e superstizione, nonché all’ingerenza della religione nella sfera pubblica della vita del cittadino; la profonda laicità del suo pensiero sarà il tratto caratteristico della sua opera e della cultura illuminista.

Secondo un recente biografo, Ian Davidson, l’ira di Voltaire si levava contro “la superstizione, la repressione teologica, i Gesuiti, i monaci, i fanatici regicidi, e ogni forma d’inquisizione; in breve contro tutti gli aspetti negativi che nascevano dall’oscura alleanza fra la Chiesa Cattolica e lo Stato francese”.

Voltaire si dichiara nemico di ogni forma d’intolleranza e sottolinea nel celebre Trattato:

“Il diritto all'intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri, ed anzi piú orribile di questo, poiché le tigri divorano per mangiare, 
mentre noi ci sterminiamo a causa di semplici paragrafi di libri.”3

(Traité sur la tollerance, VI)

Religione Naturale

Gli Illuministi condannano tutte le religioni rivelate, ma in maggioranza non sono atei: sostengono, infatti, la religione "naturale" o "deismo", una religione, cioè, non rivelata, ma fondata sulla ragione (“la candela che illumina il cammino”, secondo Locke). Ricalcando ancora le orme inglesi, anche Voltaire si professa deista, divenendo avversario di ogni religione confessionale ( Ecrasez l’Infame!, schiacciate l’infame, era il suo pungente motto contro la Chiesa cattolica) quanto di ogni forma di ateismo.

“E' necessario avere una religione; ma essa deve essere pura, ragionevole, universale; deve essere come il sole che esiste per tutti gli uomini e comune a tutto l'universo; e quindi c'è una sola religione: e qual è? Voi lo sapete: essa consiste

nell'adorare Dio e nell'essere giusto.” 4

(Catéchisme de l’honnête homme)

Pura, ragionevole, universale : il pensiero filosofico illuminista non nega il bisogno di religione né l’esistenza di un Dio, quanto l’esistenza di attributi divini non raggiungibili dalla ragione umana, nega cioè un Dio miracoloso, un Dio celeste che opera secondo criteri imperscrutabili, e avvicina invece l’idea di un Dio universale e non strettamente definito dai criteri del popolo che lo venera, un Dio architetto che è raggiungibile dall’intelletto in quanto motore e costruttore di un ordine naturale tangibile e terreno, che rende la sua presenza necessaria.

Un Dio che illumini tutti i popoli, senza lasciarne in ombra nessuno, in quanto tutti gli uomini sono dotati della stessa Ragione. L'esistenza di Dio, causa e ordinatore del mondo, è razionalmente dimostrabile, mentre sono inconoscibili all’uomo la sua essenza e i suoi attributi; Dio é il motore immobile, il garante dell'ordine nell'universo. E’ dunque nella natura stessa la prova dell’esistenza di Dio, nell’ordine e nella necessità delle leggi naturali, e non nella sua incidenza sulle vicende umane.

Le religioni, rispondendo al naturale bisogno dell’uomo di credere in qualcosa, si equivalgono ed hanno tutte lo stesso diritto ad esistere, anzi più sono, più si garantiscono l’un l’altra rispetto e libertà; ma non devono in nessun modo entrare a far parte della vita pubblica dell’uomo. In questo il deista - illuminato dalla ragione e dallo spirito di tolleranza - si allontana dal credente comune:

" Il Deista non appartiene a nessuna di quelle sette che si contraddicono tutte (…) Parla una lingua che tutti i popoli intendono (...) E’ persuaso che la religione non consiste né nelle opinioni di una metafisica incomprensibile né in varie cerimonie (…) Fare il bene è il suo culto (…) Egli sorride di Loreto e della Mecca, ma soccorre il misero e difende l’oppresso. ”5

(Dictionnaire Philosophique, voce "Théisme")

Il deista ammette l’esistenza di Dio, ma rifiuta la rivelazione e i dogmi tipici del cattolicesimo, sostenendo la necessità di una religione naturale, comune a tutti, che esprima tolleranza universale.

Lo spostamento più lampante operato da questa filosofia è sicuramente quello che avviene tra Dio e la Natura: la religione è un’attività umana come tutte le altre e non necessità prima, ed è quindi alla natura che l’uomo deve rispondere, seguendone le leggi e i ritmi, e dalla natura, nel concreto delle sue manifestazioni, trarre conoscenza e dedurre verità. È la natura lo specchio di Dio, il suo simbolo, la sua prova a posteriori.

Ateismo

L’uomo ha bisogno di credere (solo il filosofo si può concedere il lusso, non dichiarato, di seguire altre vie di conoscenza), non è dunque pensabile l’ateismo. Voltaire suppone, nel Dictionnaire Philosophique, che non possa esistere una società di atei, in quando l’ateo è un essere amorale e per contingenza privo di principi (fede nell’Uomo, nella Patria, nel Popolo):

“Gli atei sono per lo piú uomini di scienza coraggiosi, ma sviati nei loro ragionamenti, i quali non potendo comprendere la creazione, l’origine del male e altre difficoltà, ricorrono alla ipotesi dell’eternità delle cose e della necessità.

Gli ambiziosi, gli uomini dediti ai piaceri non hanno gran che tempo per ragionare e quindi non rischiano di abbracciare sistemi errati; essi hanno altro da fare che mettere a confronto le opinioni di Lucrezio con quelle di Socrate. Cosí vanno le cose da noi…

Certo non vorrei aver a che fare con un principe ateo perché, nel caso si mettesse in mente d’avere interesse a farmi pestare in un mortaio, son ben certo che lo farebbe senza esitazione. Nemmeno vorrei, se fossi un sovrano, avere a che fare con cortigiani atei, che potrebbero aver interesse ad avvelenarmi…

Quale conclusione trarremo da tutto ciò? Che se l’ateismo è estremamente pericoloso in quelli che governano, lo è pure negli uomini di studio, per quanto la loro vita possa essere pura, perché le loro idee possono uscire dal chiuso delle biblioteche e raggiungere le piazze; che l’ateismo infine anche se non è cosí funesto quanto il fanatismo, è quasi sempre fatale alla virtú.”6

( Dictionnaire Philosophique voce ‘Atéisme’)

Da questo brano si deduce, al di là dei tocchi di colore che vogliono forse strizzare l’occhio al lettore e irridere i benpensanti, una più seria qualificazione di ordine morale, e non metafisico, dell’ateismo. Il Dio di Voltaire è un Dio pratico, strumentale (com’era per Diderot la filosofia, arte di pensiero che non doveva mai trovarsi a rispondere, a chi chiedeva a cosa servisse, “niente”), un Dio utilizzato dagli uomini colti per tenere a bada il popolo e i potenti, incapaci di regolarsi e vivere onestamente senza il timore del suo castigo, l’incombenza della sua presenza e l’ordine delle sue regole.

Si avverte quindi nella percezione di Voltaire il termine ateo come sinonimo di dissoluto, immorale, pericoloso, uomo che sfugge alle regole senza sapere gestire la sua libertà, a causa della naturale limitatezza umana.

L’attacco dei deisti alla chiesa era volto, in parte, a scardinare l’autorità temporale e politica dell’episcopato, ed a sostituire l’ehos laico della borghesia all’antico assetto gerarchico della società.

Queste profonde trasformazioni nel pensiero e nella società europea portarono - grazie anche alle considerazioni di carattere etico-morale di Voltaire, agli scritti di Diderot, D’Alambert, al Contrat Social di Rousseau, e alla teorizzazione della divisione dei poteri di Montesquieu - alla Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (1789), che condivideva diversi punti con la carta della Dichiarazione d’Indipendenza americana, nella quale, già nel 1776, apparivano come diritti inalienabili dell’uomo il diritto alla libertà e la ricerca della felicità. L’evoluzione del pensiero laico e l’affermazione del valore della tolleranza, che ebbero nei Lumières i loro sostenitori e difensori, continuarono ad evolvere in altri luoghi e in altri tempi, fino ad approdare nella nostra contemporaneità, purtroppo non così tutelati ed affermati come ci si aspetterebbe dopo un lungo e sofferto iter storico; forse la sfida all’intolleranza oggi si ripropone, sotto altre spoglie, e la battaglia dev’essere portata avanti con passione e serietà, rispondendo alle esigenze di un mondo in continuo movimento. Tale fu quella dei Lumières.

“Se il XX secolo, nonostante l'emanazione di molteplici carte dei diritti (da quella di San Francisco alla Convenzione di Roma, dall'Atto di Helsinki, alla Carta Africana, alla Carta dell'Unione europea) si è chiuso riportando in auge le questioni di tolleranza, si impone allora una nuova sfida al pensiero del XXI secolo: andare oltre la tolleranza. Se il vivere quotidiano di una società, in cui sono sempre più presenti disparità sociali ed economiche, richiede per una pacifica convivenza civile anche il riconoscimento di una soglia di tolleranza nei comportamenti di tutti, ciò che si pone come nuovo problema alla riflessione teorico-politica è la questione non della tolleranza, ma della giustizia sociale e della libertà culturale, della soggettività politica e delle forme del lavoro, ovvero la questione della democrazia e dell'uguaglianza in un mondo non più omogeneo, ma molteplice.” 7

1 Poveri umani! Povera terra nostra! Terribile coacervo di disastri! Consolatori perpetui d’inutili dolori! Filosofi che osate gridare tutto è bene, venite a contemplare queste rovine orrende: mura a pezzi, carni a brandelli e ceneri. Donne e bambini ammucchiati l’uno sull’altro, sotto pezzi di pietra, membra sparse; centomila feriti che la terra divora, straziati e insanguinati ma ancora palpitanti, sepolti dai loro tetti, perdono senza soccorsi, tra atroci tormenti, le loro misere vite. Ai lamenti smorzati di voci moribonde, alla vista pietosa di ceneri fumanti, direte: è questo l’effetto delle leggi eterne che a un Dio libero e buono non lasciano scelta? Direte, vedendo questi mucchi di vittime: fu questo il prezzo che Dio fece pagare per i loro peccati? Quale colpa hanno commesso questi bambini, schiacciati e insanguinati sul seno materno? La Lisbona che fu, conobbe maggiori vizi di Parigi e Londra, immerse nei piaceri? Lisbona è distrutta e a Parigi si balla. Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi, assistendo al naufragio dei fratelli morenti voi ricercate, in pace la causa dei disastri; ma se avvertite i colpi avversi del destino, divenite più umani e come noi piangete.

2 Il suicidio del giovane Marc Antoine Calas, trovato morto impiccato nel suo granaio nel 1761, venne strumentalizzato dai fanatici cattolici dell’epoca, che sostenevano fosse stato ucciso dal padre, Jean Calas, contrario alla sua conversione al cattolicesimo. Per queste accuse Jean fu torturato e ucciso. L’episodio è citato nel Traité sur la tollerance, e si narra sia stato in seguito a questo fatto che Voltaire abbia cominciato la sua battaglia contro il fanatismo.

3 Voltaire, L’affaire Calas et autres affaires, Paris, Gallimard 1994

4 Voltaire, Mélanges de Voltaire, Paris 1972

5 Voltaire, Dictionnaire Philosophique, Paris, Gallimard 1994

6 Voltaire, op. cit.

7 M.L. Lanzillo, Tolleranza, Bologna, Il Mulino, 2001

Valid CSS! Valid HTML 4.01 Transitional