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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
28/04/2008
Biografia
Francesco Guida è Professore ordinario di Storia dell'Europa Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi "Roma Tre". Laureato in Lettere (1972) presso l'Università degli Studi "La Sapienza". Ricercatore presso "La Sapienza", successivamente professore associato presso l'Università di Venezia. Ha conseguito anche la qualifica di cultore di Storia moderna e di Storia del Risorgimento. Rappresenta la Facoltà di Scienze Politiche nella Commissione di Ateneo per i programmi internazionali ed è responsabile del Servizio Relazioni internazionali di Facoltà, con particolare attenzione al programma Socrates-Erasmus. Dal 2004 coordina la Commissione per la Didattica di Facoltà. Pubblicazioni Recenti - Une brèche dans le rideau de fer: le cinéma italien dans les pays du bloc soviétique, in “Culture et guerre froide des années 1940 aux années 1980”, a cura di Jean-François Sirinelli e Georges Henri Soutou, Paris, PUPS, 2008 - (curatela) Dayton dieci anni dopo. Guerra e pace nella ex Jugoslavia, Roma, Carocci, 2007 - (curatela) Dalla Giovine Europa alla grande Europa, Roma, Carocci, 2007 - Federal Projects in Interwar Romania. An Overvaulting Ambition?, in “For Peace in Europe. Institutions and Civil Society between the World Wars”, eds. Marta Petricioli - Donatella Cherubini, Bruxelles, Peter Lang, 2007, pp. 229-258 - Realism, Idealism, and Passion in Margaret Fuller’s Response to Italy, in “Margaret Fuller between Europe and America”, eds. Ch. Capper e C. Giorcelli, Wisconsin University press, 2007 - La droite radicale roumaine et l’Italie dans les années Trente, in “La périphérie du fascisme, spécification d’un modèle fasciste au sein de sociétés agraires, le cas de l'Europe centrale entre les deux guerres”, Paris, Cahiers de la Nouvelle Europe, Collection du Centre Interuniversitaire d’Études Hongroises, N°6, 2006, pp. 79-90 Collaborazioni Scientifiche Studi su diversi Paesi dell'Europa centro-orientale (XIX-XX ss.). Premio Marraro 1987 (Society for Italian Historical Studies, USA) per il libro "L'Italia e il Risorgimento balcanico". Direttore del Centro Interuniversitario Studi Ungheresi in Italia (CISUI), Segretario generale dell'Associazione Italiana Studi del Sud-est Europeo (AISSEE), è membro di diverse associazioni scientifiche: Association internationale des Études Sud-est Européens, Nemzetkozi Magyar Filológiai Társaság, Associazione Italiana dei Rumenisti, Associazione Italiana degli Slavisti, Associazione Italiana degli Ucrainisti, Società degli Storici Italiani, Società dalmata di storia patria (Roma). E' nel Comitato scientifico di alcune riviste straniere di storia.

Già in uno dei più antichi trattati di critica letteraria, l’anonimo “Perì ypsous” (Del sublime) del I secolo dell’era cristiana, si discuteva se in tempi di tirannia la letteratura (l’eloquenza) sia in difficoltà oppure produca i suoi migliori frutti, quasi per reazione alla situazione politica dominante in un determinato Stato. E, viceversa, se la libertà spesso comporti una maggiore fiacchezza artistica e letteraria, e forse una minore tensione ideale, non essendoci un avversario (il tiranno) da combattere. Ci si può chiedere se tale quesito abbia trovato una risposta nell’Ottocento russo che – come è noto – è stato caratterizzato dall’attività di alcuni autori di altissimo rilievo come Gogol’, Gončarov, Dostoevskji, Turgenev, Tolstoj, Čechov e tanti altri. L’Impero russo era già all’epoca indicato (e lo è stato in seguito da molta storiografia) come la quintessenza della illiberalità e dell’arretratezza, dell’autoritarismo oppressivo. Lo zar era per eccellenza samoder×ec, cioè autocrate, dovendo mettere in discussione il suo potere soltanto con Dio. Inutilmente, ai tempi della Grande assemblea legislativa convocata da Caterina II la Grande nella seconda metà del Settecento si era cercato di individuare dei principi (o leggi generali) che fossero antecedenti e predominanti rispetto allo stesso potere sovrano. E anche successive iniziative riformistiche lungo il XIX secolo non avevano intaccato il principio fondativo dell’Impero, l’autocrazia (samoder×avie), al quale si affiancavano – soprattutto nella visione suggerita negli anni Trenta dal ministro dell’Istruzione Uvarov allo zar Nicola I – altri due principi: pravoslavie (ortodossia) e narodnost’ (nazionalità).

A prescindere da queste concezioni generali, la più concreta politica sociale ed economica della Russia scontò un certo ritardo rispetto a quanto avveniva in altre parti del Continente europeo. Non bisogna, però, esagerare in tale valutazione negativa. Un autore come Raeff ha rivalutato perfino lo “zar gendarme”, appunto Nicola I, affermando che in realtà preparò il terreno e talora il materiale umano (i burocrati) per il suo successore, il figlio Alessandro II, lo zar riformatore e liberatore. E le riforme di quest’ultimo furono talora veramente avanzate: ciò vale per la più nota, la liberazione dei servi della gleba, accompagnata da una riforma agraria che assegnò terre a tutti, sebbene in misura insoddisfacente; probabilmente, però, i risultati migliori furono dati dall’istituzione dei Consigli provinciali e locali (zemstva), dove andò costituendosi un ceto di amministratori dalle idee improntate al liberalismo, e dalla riforma giudiziaria, che aveva l’unico limite di essere applicata solo in città. Grazie a questa, le giurie popolari mandarono assolti terroristi rei confessi di reati molto gravi, come Vera Zasulić, la quale aveva attentato alla vita e ferito il capo della polizia della capitale, San Pietroburgo.

Una certa rivalutazione positiva ha riguardato un altro zar considerato tradizionalmente un grande reazionario, Alessandro III (1881-1894). Per meglio dire, è stata riletta in modo positivo la politica economica messa in atto durante il suo regno, a partire dalla migliore utilizzazione (colonizzazione) dei possedimenti asiatici e siberiani. In Italia su questa strada ha svolto interessanti ricerche Alberto Masoero. Del resto, la storiografia non ha mai negato che, a dispetto di una politica del lavoro criticabile, la Russia conobbe una rapida industrializzazione nell’ultima fase dell’Ottocento. Insomma non è azzardato dire che la Russia ottocentesca non fu un “corpaccione” immobile e incapace di sviluppi. Ovviamente se ci sposta su un piano comparativo con gli altri grandi Paesi d’Europa, il giudizio torna ad essere negativo, evidenziandosi nell’impero zarista un notevole ritardo in termini di sviluppo economico, sociale e politico rispetto ad essi. Le poche eccezioni confermano l’assunto generale. A mo’ di curiosità ne cito una che si colloca piuttosto avanti nel tempo, cioè poco dopo la fine del secolo XIX. Dopo il primo scoppio rivoluzionario del 1905, che segnò l’inizio del nuovo secolo e di un nuovo clima socio-politico, mettendo in discussione la stessa autocrazia, lo zar Nicola II concesse la convocazione della Duma, un Parlamento dotato di poteri non disprezzabili sebbene limitati, capace di opporsi alla volontà del sovrano e del governo, di nomina autocratica. Pur continuando a mancare una Costituzione che sancisse i diritti politici dei cittadini (che continuavano pertanto a essere sudditi) il popolo fu chiamato alle urne per eleggere la Duma: dappertutto votarono gli uomini maggiorenni – con diverso “peso” a seconda della classe sociale di appartenenza – ma in Finlandia, terra aggregata all’Impero sin dai primi dell’Ottocento che aveva conservato una sua identità e parziale autonomia, andarono al voto anche le donne. All’epoca in nessun altro Paese d’Europa il suffragio politico era ancora stato allargato al sesso femminile e in uno dei possedimenti dello zar (anche granduca di Finlandia) invece ciò avveniva.

Da questa “fuga in avanti verso la modernità” torniamo, però, all’arretratezza semifeudale della metà del XIX secolo. Essa era nota a tanti intellettuali russi e anche a chi esercitava il potere politico, se più di uno zar aveva pensato alla liberazione dei servi della gleba prima di Alessandro II e si era legiferato per dare la possibilità almeno ad alcuni di essi di riscattare la propria libertà. Emblematico è il caso del grande scrittore e iniziatore del realismo russo Nikolaj Gogol’: il suo notissimo Le anime morte (non meno della sferzante commedia L’ispettore generale) parve essere una denuncia della drammatica e umiliante condizione umana di tanta parte della classe contadina (non di tutti i contadini poiché molti erano liberi). “Anime morte” erano i contadini che tra un censimento fiscale decennale e l’altro morivano e tuttavia costituivano ancora un cespite per il padrone, su cui pagare le tasse, ma grazie al quale ottenere eventualmente anche un prestito come fa il protagonista del romanzo, Čičikov. Lo scrittore fu, però, quasi spaventato dai commenti e dalle polemiche che la sua opera suscitò, al punto che volle scrivere una seconda parte (preludio forse a una terza) in cui delineare una Russia positiva e santa, nella quale ai difetti del servaggio poneva riparo la pietà e la lungimiranza di padroni illuminati. Non riuscì in questo intento e infine distrusse il nuovo manoscritto. Era una sorta di palinodia che sfociò in vera mania religiosa nell’ulteriore opera Brani scelti della corrispondenza con gli amici dove il servaggio fu considerato santo e strumento d’amore tra padrone e servo. Su questo atteggiamento non pesò tanto la paura (era noto il caso dell’occidentalista Pëtr J. Čaadaev trattato da pazzo e sottoposto a controllo medico), bensì la convinzione di recare danno ai principi fondativi dello Stato e della sovranità. In questo modo, Gogol’ si andava a collocare, senza dubbio, nelle fila degli slavofili, cioè di quanti ponevano le tradizione russe alla base e al centro di un nuovo sviluppo; ma non della corrente propensa a difendere gli interessi dei contadini attraverso le riforme e magari ricorrendo alla rivoluzione, bensì di quella conservatrice che non immaginava di poter disgiungere il benessere dei mu×iki dal dogma autocratico venato di religiosità. Tali idee, che affondavano le proprie radici nel Medio evo, avevano ancora il proprio fascino e abbagliavano un intellettuale come Gogol’. Peraltro si sa che fino al Novecento (soprattutto fino alla drammatica Domenica di sangue del gennaio 1905 quando i cosacchi a San Pietroburgo fecero strage di umile gente che manifestava impugnando i ritratti dello zar) i contadini russi continuarono a essere convinti che lo zar fosse il loro buon padre (batjuška) e che solo ministri e nobili latifondisti fossero i colpevoli delle loro sofferenze.

Senza alcuna pretesa di delineare un panorama intellettuale e letterario vastissimo, è giusto ricordare, immediatamente dopo il riferimento alla parabola di Gogol’, che altri intellettuali e altri letterati russi furono, invece, attratti dalle nuove idee che si andavano diffondendo in Europa in fatto di rinnovamento politico e innovazione sociale ed economica, con esiti talora paradossali e inattesi. Un'altra stella del firmamento letterario russo, Fëdor Dostojevskij, fu coinvolto in una organizzazione rivoluzionaria, il circolo Petraševskij (dal nome di colui che ne era il coordinatore). Lo scrittore, ancora molto giovane, si limitò a partecipare a dibattiti nei quali si ipotizzava un cambiamento radicale del regime zarista ad opera di un’azione rivoluzionaria, né le intenzioni e i progetti si tramutarono in azione o in iniziative operative. Tuttavia, come altri giovani, pagò la sua colpa (che tale era di fronte all’amministrazione statale e per gli organi di polizia) con la detenzione a Omsk in Siberia, durato quattro anni. Tornato, dopo un ulteriore periodo di servizio militare, nella Russia occidentale, Dostojevskij non si fece più tentare da ipotesi rivoluzionarie ma volse il suo interesse per l’ideologia politica verso un altro piano, quello della posizione e del ruolo della Russia in Europa. In sostanza divenne esponente del nazionalismo russo (nonché apertamente scettico verso le correnti progressiste) e tuttavia la sua produzione letteraria restò in larga parte intrisa dal proprio approccio critico alla realtà sociale in cui viveva, né egli rinunciò ad analizzarne anche gli aspetti più negativi e tormentosi, da Il giocatore, a I demoni (ispirato direttamente alle vicende del gruppo rivoluzionario che faceva capo a Nečaev), a I fratelli Karamazov.

Un altro notissimo esponente della letteratura russa ottocentesca, Ivan Turgenev, ebbe in sorte di creare (nel romanzo Padri e figli) il termine con il quale per decenni furono indicati quanti contestavano il regime zarista in forma radicale: nichilisti. Egli seppe cogliere l’evoluzione in atto all’interno della società russa, principalmente nei ceti nobiliari e borghesi (una pur fragile borghesia si era andata formando anche in Russia), sebbene non sia mai stato impegnato in prima persona in politica o in attività volte a mutare la realtà nella quale si trovava a vivere. Con il suo “intuito” di scrittore e intellettuale, Turgenev fu in grado di rappresentare le novità che covavano sotto la cenere di un mondo all’apparenza immobile, novità che trovarono altra forma di espressione nelle frequenti agitazioni contadine (mai mutatesi in rivoluzione sociale generale) e nelle clamorose azioni dei rivoluzionari di Narodnaja Volja (Volontà del popolo) in primo luogo. Quei rivoluzionari non erano invero gli unici rappresentanti del cosiddetto nichilismo, termine peraltro indeterminato e confuso ma atto a indicare quanti erano insoddisfatti del mondo in cui vivevano, però certo ne rappresentavano la punta di diamante. Non per caso la stampa internazionale prese a usare l’espressione nichilisti soprattutto per parlare di loro; solo più tardi, nell’ultima parte dell’Ottocento e nel Novecento, si cominciò a distinguere – per quanto possibile - in base a un più preciso criterio ideologico: socialisti marxisti, socialisti agrari o socialisti rivoluzionari, anarchici ecc.

Lev Tolstoj fece più degli altri autori fin qui ricordati: non si limitò a descrivere nelle sue opere la realtà russa (peraltro privilegiando quella non contemporanea a lui come nel caso di Guerra e pace) e, più in generale, la natura umana; egli intervenne nella polemica politica e sociale, osando rivolgersi allo stesso autocrate, e creò un indirizzo di pensiero filosofico e sociale che ne porta il nome. Il “tolstoismo” potrebbe essere definito una costruzione filosofica che affonda le radici nel pensiero cristiano, e soprattutto nell’insegnamento evangelico, arricchendosi di apporti provenienti dalla contemporaneità. E dunque la dimensione sociale fu fortemente presente in esso, quanto quella umanistica (somma attenzione all’uomo e alla sua spiritualità). Non per caso qualcuno ha indicato nel pensiero di Tolstoj reminiscenze delle suggestioni ideologiche di Mazzini, altro spirito cristiano, però contestatore delle Chiese legate al potere temporale piuttosto che dispensatrici di principi etici. E a sua volta Tolstoj, non casualmente, fu ispiratore di un grande agitatore politico e insieme Mahatma (Grande anima) quale fu Gandhi. Certo è pregevole l’autonomia dell’arte dello scrittore russo rispetto al suo stesso pensiero (le opere artistiche in genere possono proporre una “tesi” ma devono sapere bilanciarla con la qualità dell’espressione apprezzabile e godibile anche da chi quella “tesi” può non condividere o sentire come propria) ma in questo breve quadro dell’ambiente politico e sociale nel quale nacque la grande letteratura russa dell’Ottocento Tolstoj ha un posto eminente per quanto scrisse e divulgò anche fuori della dimensione letteraria.

Molti altri autori (si pensi a Gončarov una cui opera indusse a parlare di oblomovismo nella stessa maniera in cui in Occidente grazie alla penna di Stendhal si parla di bovarismo, o a Čechov, le cui opere ancora oggi sono rappresentate sui nostri palcoscenici, per non dire di scrittori politici come Herzen e Bakunin) potrebbero e dovrebbero essere ricordati, ma, a mo’ di conclusione, è sufficiente notare ancora una volta che la Russia dell’Ottocento non era una realtà assolutamente immobile (quale società può esserlo?) nonostante non avesse accettato la formula della democrazia rappresentativa e del regime costituzionale che in varie forme prevalse in tutta Europa, mentre faticava ad assorbire il modello dell’economia capitalistica. Era, a suo modo e come ogni altra società, un laboratorio, un campo di esperimenti, a volte evidenti a tutti, in altri casi percepibili solo dalla sensibilità del tutto particolare degli scrittori.

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