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Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

Articolo
26/04/2008

Pubblicato nel 1850, in un fertile quinquennio della letteratura degli Stati Uniti denominato da Otto Mathiessen “Rinascimento americano”, The Scarlet Letter è tra i romanzi del periodo l’opera che con Moby Dick costituisce la rappresentazione più ambivalente e problematica del rapporto tra individuo e autorità e tra individuo e comunità. Ma se Moby Dick affida a una narrazione epica tutta la suggestiva ambivalenza dei personaggi e delle situazioni, che travalicano il mero livello referenziale per spingere nel mare aperto del simbolico e del mitico il rapporto problematico dell’intellettuale con il concetto di democrazia e con il simbolo dell’America1, il romanzo di Hawthorne si muove tutto sulla soglia del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato, tra dimensione pubblica della colpa e sfera interiore, e fa proprie alcune tematiche del romanzo borghese europeo2 per rivisitarle completamente sul terreno di una cultura nazionale – quella degli Stati Uniti – che si andava consolidando proprio in quegli anni.

Attraverso uno stile costellato di immagini evocate in chiaroscuro, un linguaggio fortemente indebitato con quello del teatro shakespeariano e un’analisi minuziosa del rapporto tra i personaggi, che dà il meglio nel gioco a due che si instaura nel corso della narrazione (Hester e Chillingworth, Hester e Pearl, Dimmesdale e Chillingworth, Hester e Dimmesdale), Hawthorne problematizza al massimo grado il rapporto tra individuo e società lasciando tuttavia un’ambiguità di fondo rispetto al tema della legge e dell’agire individuale. L’analisi minuziosa del rapporto tra i personaggi di fronte al proprio senso di colpa, l’abdicazione della propria individualità che Hester porta avanti consapevolmente di fronte alla comunità per riconoscere a questa un potere e un’autorità che appaiono consacrati dal Signore della storia3, vanno tuttavia non nella direzione di una chiarezza di vedute tale da permettere di definire lo scrittore in rapporto intellegibile con la sua epoca, ma piuttosto contribuiscono a rendere il romanzo problematico sotto diversi aspetti, primo tra tutti, quello delle gerarchie sociali. In questo senso, Hester e Huckleberry Finn, sono i protagonisti di due romanzi fondativi della letteratura americana che condividono un terreno comune: entrambi “mettono in discussione i pilastri fondamentali delle relazioni sociali e dell’ideologia nazionale” (Portelli, 2004), rappresentati rispettivamente dal puritanesimo e dalla schiavitù. Alle regole di gerarchia e di divisione sancite dalla comunità (nazionale), sia Hawthorne che Twain contrappongono l’unità degli esseri umani, riconoscendo alla “responsabilità” e al legame tra gli individui, un ruolo ben più importante e cruciale di quello rappresentato esclusivamente dalla gerarchia pubblica.

Se questo è l’aspetto più eminentemente laico e moderno di Hawthorne, la sua è anche un’opera che rende assai problematica la lettura di questi aspetti, come mostrano diversi critici che parlano di una vera e propria ambiguità di fondo dello scrittore in rapporto alla sua epoca e all’America come simbolo (Bercovitch, 1978; Portelli, 2004). Non è un caso che, quando si tratta di analizzare la scrittura di Hawthorne, the going gets tough come dice l’adagio, nel senso che il lettore è chiamato ad affinare lo sguardo e a cercare di cogliere al meglio e nel modo più sottile le già sottilissime implicazioni che il testo nasconde o rende ancora più ambigue in un senso che sfida anche le capacità più acute di cogliere le crepe del testo quando si affronta il problema del rapporto tra presente democratico (l’età di Jackson) e passato teocratico (l’insediamento puritano in America).

Se leggere un romanzo è soprattutto accettare una sfida tra il desiderio di farsi tirare dentro la narrazione e la tentazione di sovrapporre la propria visione, mantenendo la distanza di sicurezza tra ciò che si vorrebbe vedere e ciò che il testo effettivamente impone di cogliere, quello di Hawthorne rappresenta certamente il terreno più insidioso sul quale cercare le implicazioni di una visione laica e il modo in cui essa viene resa più o meno evidente. Innanzitutto per il continuo sovrapporsi di un sostrato storico al romance, che è la forma narrativa cui appartiene La lettera scarlatta per giungere infine al gioco di ambivalenze che si intesse tra narratore onnisciente e statuto narrativo, tra morale pubblica (normativa) e istanze private. La messa in discussione della legge da parte della protagonista, non è mai legittimata dal narratore, che anzi definisce il suo racconto “a sombre legend”, minando i fondamenti stessi dello statuto narrativo quando prende le distanze da ciò che ha raccontato in un gioco che in termini postmoderni si chiamerebbe metanarrativo. Quella di Hester è piuttosto una vicenda che viene evocata e narrata su diversi piani problematici, non ultimo quello della narrazione per mostrare tutte le implicazioni di un sovvertimento delle regole sociali, lasciando ampio spazio interpretativo e creando quell’ambiguità morale che costituisce una vera e propria sfida di lettura del romanzo.

Il problema dello statuto di verità della narrazione romanzesca e del ruolo dello scrittore di fronte alla pervasività della legge e della sfera pubblica è affrontato da Hawthorne nel prologo al romanzo, un lungo capitolo assai illuminante per comprendere il gioco di specchi tra storia e narrazione romanzesca che si intitola “The Custom House”.

Nelle pagine di questo resoconto a sfondo autobiografico, che può ben a ragione essere interpretato come una dichiarazione di poetica, Hawthorne pone al centro della problematica del suo lavoro di scrittore nel pieno dell’età di Jackson e della temperie politica del momento, proprio il rapporto tra l’artista e la sfera pubblica, un rapporto problematico e conflittuale soprattutto per chi fa professione di fede per la letteratura che oggi chiameremmo “di finzione”. La sfera pubblica cui Hawthorne fa riferimento in queste pagine non è soltanto quella dell’amministrazione della dogana per cui si trova a svolgere la mansione di impiegato, sottoposto, a seconda di come gira il vento politico del momento, ai pericoli di perdere l’impiego (cosa che accadde realmente allo scrittore), bensì quella che si intreccia a un’eredità storica con cui The Scarlet Letter tenta in parte di fare i conti.

Si tratta di un’eredità storica che Hawthorne sente scorrere nelle vene quando percorre a ritroso l’albero genealogico della propria famiglia, tracciando un parallelo tra storia familiare e storia nazionale sino alle origini della colonia puritana. In “The Custom House” realtà storica e realtà privata vanno a sovrapporsi per formare uno dei punti nevralgici che il romanzo mostra nelle pagine successive: il senso di colpa (dello scrittore nel mondo reale, dei personaggi in quello finzionale) e il rapporto tra autorità e legge che si declina in una critica del fanatismo religioso (che Hawthorne non nomina mai come tale) attraverso il pentimento che lo scrittore invoca nel prologo quando rievoca la severità e i misfatti dei propri avi.

Tra questi, c’è il giudice Hathorne,4 i cui echi tornano in un altro romanzo,La casa dei sette abbaini. Giunto con la compagnia di John Winthrop in America, il fantasma severo del giudice contiene, nelle parole di Hawthorne scrittore, tutti i tratti puritani, nel bene e nel male. L’evocazione del soldato, legislatore e giudice, severo e indefesso persecutore nella caccia alle streghe di Salem, affonda le radici nel passato coloniale della fondazione dell’America, quando legge e religione erano inscindibili e il disdegno nei confronti della forma letteraria del romanzo era certamente più diffuso di quanto non fosse nell’epoca di Hawthorne.

In The Scarlet Letter, gli echi della colonia e della severa amministrazione della cosa pubblica di cui essa è detentrice attraversano la topografia dell’insediamento proto urbano di Boston, evocato nel primo, breve capitolo del romanzo, con la presenza di due spazi pubblici, la prigione e il cimitero, che rispettivamente aprono e chiudono il romanzo e si rivelano centrali nella descrizione della comunità puritana e della sua concezione della vita pubblica e privata. Attraverso l’immagine di un assembramento di fronte all’ingresso della prigione in cui dominano i colori cupi degli abiti degli spettatori e quelli del legno della porta rinforzata di borchie di ferro , il romanzo si apre con la descrizione di quella che è sostanzialmente la suspense prima della condanna da parte di una comunità formata di “gente per cui la religione e la legge erano una cosa sola, e tutte e due erano tanto profondamente conglobate nel loro sentire che i più lievi interventi di disciplina sociale e i più gravi diventavano tremendi e venerabili esattamente nello stesso modo”5 (p. 521). L’apertura così cupa, peraltro, non fa che preparare una delle tante scene madri del romanzo, quella dell’apparizione di Hester sul patibolo, esposta alla comunità non come la consuetudine imporrebbe a un comune colpevole, con la testa bloccata nella macchina della gogna, ma lasciata in piedi per alcune ore, osservata e smembrata dall’avidità dello sguardo pubblico che, pur consapevole della clemenza concessa a Hester come madre, non risparmia niente alla donna. Di fronte a questa ignominia, la disciplina pubblica che si abbatte su Hester non si ferma soltanto all’esposizione del colpevole, ma si protrae come segno permanente sul corpo del condannato, attraverso l’apposizione del marchio – la lettera A – eco biblica del segno di Caino e quindi dell’escluso. Il patibolo come luogo pubblico è del resto un vero e proprio cronotopo nel romanzo, che tornerà in un’altra scena collettiva alla fine, quando Dimmesdale muore, chiamando a sé Hester e Pearl. Nella scena iniziale, esso si pone come un luogo che raccoglie due livelli della scena pubblica: quello del patibolo e quello del teatro. È questo livello, sovrapposto ai primi due, che Hawthorne porta all’attenzione del lettore e che rappresenta il punto privilegiato di osservazione per comprendere la mise in abime della scena della condanna, dove il dramma ha inizio e dove avrà termine, richiamando l’attenzione sulla sua molteplice funzione di luogo adibito alla punizione e alla confessione pubblica.6 In quanto tale il patibolo assurge a spazio deputato di un rituale collettivo in cui confluiscono tre elementi della vita pubblica, la condanna, la confessione e il teatro, con tre rispettivi momenti del romanzo: nel primo, la legge-religione sancisce la punizione di Hester, consacrandola alla dannazione, nel secondo, Dimmesdale confessa di fronte alla comunità nella conclusione; infine, entrambi gli eventi vengono descritti come messinscene teatrali.

Gli spazi della prigione e del patibolo, sono dunque cruciali della quando entra in scena la protagonista, dal momento che ne definiscono il ruolo di colpevole e di esclusa, ma gettano anche un’ombra lunga su tutto il resto della narrazione, lasciando intendere che nella concezione puritana la vita pubblica e la vita privata erano vincolate a principi morali fortemente normativi, regolate cioè da controllo e punizione.. Non è un caso che lo scrittore, rievocando il contesto storico della colonia, utilizza parole che toccherebbero una corda in chiunque abbia tentato di affrontare la storia delle punizioni e della loro legittimazione pubblica. La disciplina pubblica si esercita attraverso atti che possono pur essere miti o severi, senza con ciò togliere nulla al fatto che essi siano resi o terribili agli occhi della folla che assiste. Attraverso questa disciplina, il pubblico entra nel privato e l’individuo, è allo stesso tempo osservato e osservatore della folla. Punita di fronte alla comunità e denudata della sua dignità di individuo privato, costretta a indossare il marchio del peccato e dell’infamia Hester è allo stesso tempo persona pubblica e persona privata.

Nella scena del patibolo, Hester è davvero privata, ma in un senso per così dire duplice: nella misura in cui è posta di fronte agli altri e subisce la punizione, essa è privata della libertà e sottoposta al giudizio insindacabile della comunità e delle leggi sancite dalla concezione religiosa che le sottende. Posta di fronte a se stessa, Hester è consapevole della punizione ma ostinatamente decisa a conservare il suo segreto che resta un fatto privato, dal momento che non rivela il nome dell’altro colpevole, rinunciando così a condividere con la comunità il suo segreto più personale. Non bisogna dimenticare un particolare importante del romanzo: la storia di Hester Prynne e dell’atto d’amore con Dimmesdale, resta infatti sempre off-scene (Fusini, 2005), come a suggerire, e nemmeno tanto velatamente, che non è tanto la passione carnale al centro della narrazione, come invece accade nei romanzi europei da La Nouvelle Héloise di Rousseau, ad Anna Karenina, a Madame Bovary, quanto ciò che accade dopo, nel suo rapporto con la legge, tra il ruolo di outcast incarnato da Hester e la comunità che l’ha bandita e la riconosce come intoccabile7. Tra gli echi biblici del romanzo, c’è in effetti, anche la presenza del segno che distingue l’escluso, solo che nell’universo del romanzo di Hawthorne, questo marchio è apposto dalla comunità e non da Dio, come avviene nella Bibbia. È sempre la comunità, in questo romanzo a sancire il destino degli individui e sono sempre gli individui che decidono, coraggiosamente o con codardia, come nel caso di Dimmesdale, di sottoporsi al giudizio della comunità8.

È tuttavia nella collisione tra agire pubblico e spazio privato (che nella scena del patibolo è trincerato dietro lo sguardo di fiamma della protagonista e nel segreto del suo cuore) che The Scarlet Letter rivela la sua forza narrativa, mostrandosi davvero come un romanzo sul sacrificio e la resistenza individuale in una chiave profondamente laica. Un romanzo come questo può venire facilmente scambiato per un’opera permeata dal religioso e dal sacro, ma queste due dimensioni definiscono il personaggio di Hester solo fino a un certo punto: da una parte il nome, la cui matrice è facilmente rintracciabile nella tradizione veterotestamentaria9, dall’altra il linguaggio e la simbologia che viene rovesciata nel romanzo, si risolvono in fin dei conti in un doppio strato che fa da tessuto simbolico al romanzo ma solo per rimandare a un aspetto cruciale; quella di Hawthorne è in fin dei conti una lettura laica della Bibbia che dal piano religioso-simbolico passa a quello romanzesco attraverso il conflitto tra il privato del personaggio e il pubblico della comunità.10 Come accade anche in Moby Dick, la dimensione dell’esclusione viene rivisitata in una chiave tutta americana, e Hester non fa che diventare la prima di una schiera di esclusi e vagabondi per i quali l’insofferenza per la legge preesistente, si esprime con il desiderio di “una diversa legge a venire”. 11 .

La letteratura americana è spesso permeata di un profondo senso di insofferenza per le leggi e le costrizioni imposte dal vivere sociale, un‘insofferenza che si declina in un modo spesso privato e personale. Del resto, come rilevato da Bervovitch, la legge è stata storicamente percepita negli Stati Uniti come un processo che assorbe il dissenso e la trasgressione e li trasforma in consenso, rendendo, attraverso questa flessibilità, inflessibile l’egemonia della legge.12

Se letto alla luce del rapporto tra comunità e individuo il romanzo di Hawthorne mostra tutte le tensioni possibili di una coscienza laica – quella dello scrittore – che tenta di fare i conti con una concezione che è al tempo stesso eredità storica, linguaggio pubblico e condiviso13 e, dunque, dotato di una sua normatività; ma tale concezione fa parte anche di un universo privato e personale, dove il peccato e la colpa ricoprono un ruolo tutto peculiare, che la coscienza individuale deve mediare da sola e con cui deve fare i conti da sola. Nella retorica del periodo coloniale, dove legge e religione si trovano a coincidere, l’azione peccaminosa coincide per forza di cose con una violazione della legge e in quanto tale è passibile di punizione. Se si trattasse solo di questo, però, quello di Hawthorne sarebbe un romanzo storico incentrato sulla storia di una donna particolarmente tenace. Come afferma Nina Baym nella prefazione all’edizione Penguin, non bisogna leggere The Scarlet letter come un romanzo prettamente storico sull’America puritana; piuttosto, sarebbe più interessante comprendere Hester come il primo di una schiera di personaggi eroici e solitari, divisi tra libertà e colpa, che entrano in conflitto con una società repressiva, ma non attraverso la ribellione nichilistica di un Julien Sorel o di un Bazarov, quanto attraverso la ricerca di una verità interiore e di una “mediazione conflittuale” tra sé e il mondo, che portano su di sé come un marchio di infamia e allo stesso tempo di riconoscimento. Nel rapporto di Hester con la legge, si può leggere un’ambivalenza che è tutta nel conflitto tra accettazione e rifiuto. Hester esiste in quanto tale perché ha trasgredito, ma è anche colei che, senza la legge, non potrebbe mai assurgere al simbolo ambivalente che incarna14. La legge che l’ha punita, per quanto ingiusta, è anche quella stessa legge che la riconosce in quanto membro della comunità.

Nella scena della foresta, quando Hester incontra Dimmesdale, dopo sette anni in cui i due non si sono parlati, l’ambivalenza di Hawthorne nei confronti della legge sembra arrestarsi proprio di fronte a quella soglia rappresentata dall’autonomia finzionale del suo personaggio. Se da una parte Hester sembra incarnare i panni dell’eroina romantica che molti lettori e critici vorrebbero vedere15, dall’altra le sue parole vanno in una direzione assai diversa da quella della semplice fuga romantica e risolutrice del conflitto, lontano dalla cupa comunità dei Puritani e della loro legge. Di fronte alla paura e all’irresolutezza di Dimmesdale, Hester decide per una “dannazione volontaria” (Portelli, 101) e si sacrifica accettando di fuggire con Dimmesdale pur sapendo che la salvezza, nella forma della fuga, non sarà mai compiuta: ciò che è fatto resta, pesante come un macigno sulla coscienza; la colpa è un segno destinato a restare impresso sul proprio corpo e nella memoria che sopravvive ai personaggi, e si trova scolpito sulla pietra tombale del cimitero che chiude il romanzo, esso stesso oggetto ambivalente tra leggenda orale e racconto scritto.

Bibliografia:

Sacvan Bercovitch, The American Jeremiad, Madison, The university of Wisconsin Press, 1978.

Sacvan Bercovitch, The Office of “The Scarlet Letter”, The Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1991.

Leslie Fiedler in Amore e morte nel romanzo americano, Milano, Longanesi, 1960.

Nadia Fusini, “La lettera scarlatta” in Il Romanzo. Temi, luoghi, eroi. , a cura di F. Moretti), Torino, Einaudi, 2003.

Nathaniel Hawthorne, The Scarlet Letter, Penguin, 1983; traduzione italiana di Aldo Busi e Carmen Coviello in Nathaniel Hawthorne, Opere scelte, Milano, Mondadori, 1994.

Otto Matthiessen, Rinascimento Americano, Milano, Mondadori, 1961.

Alessandro Portelli, Canoni americani, Roma, Donzelli, 2003.

È forse questo l’aspetto più inquietante e più profondamente laico del romanzo di Hawthorne. L’impossibilità di sottrarsi alla colpa è in fondo il frutto di una scelta individuale , di fronte a cui il lettore è chiamato

dove si aggirano i fantasmi, i dubbi e le tentazioni di fuggire senza riuscire a liberarsi del senso di colpa e di punizione. In realtà, Hester non fugge, e il suo atto eroico, il suo essere così “faustiana”, secondo la definizione di Fiedler, sta proprio nel fatto che essa sfida i criteri di bene e male riconosciuti dalla società in cui vive e tenta di opporvisi, accettando l’allontanamento dalla comunità, e la vita fuori dalla società con tutta la forza che una narrazione priva di sentimentalismo può permettere. In amore e morte nel romanzo americano, Fiedler riconosce il conflitto di Hawthorne di fronte al giudizio dei suoi antenati, una posizione che in “The Custom House” non è priva di ambivalenza.

Hawthorne, del resto, viene definito da Fiedler come un pensatore moderno e laico, per cui tutto è problematico anche se il critico non approfondisce i due

Questa peculiarità del romanzo di Hawthorne che costituisce la differenza più marcata rispetto ai romanzi con un adulterio al centro, è stata messa in evidenza da alcuni critici tra cui Leslie Fiedler che paragona Hester al Faust e definisce The Scarlet letter un’opera “marcata da un’antiretorica che lo protegge dal sentimentalismo, impedendogli di esprimere la sensualità” (p. 507) che invece permea i romanzi europei citati. Fiedler riconosce il conflitto di Hawthorne di fronte al giudizio dei suoi antenati anche se lo scrittore sembra condannare il tentativo di fuga di Hester come loro avrebbero fatto, usando “per descriverlo la metafora faustiana” (p. 512), come metafora di ribellione. Più avanti, Fiedler definisce Hawthorne un pensatore moderno e laico, per cui tutto è problematico, senza approfondire i due concetti che invece sono centrali per comprendere fino a che punto sia possibile parlare di atto faustiano di Hester di fronte all’accettazione di fuggire in Europa con Dimmesdale. Discutendo di questa scena chiave, Portelli ribalta la versione che diversi critici

che può essere interpretato come espiazione, ma anche come resistenza, come un atto eroico e salvifico, come la consapevolezza che l’amore che port

posta di fronte agli altri e mantiene un segreto di cui nessuno verrà a conoscenza, e privata

infine nella narrazione di “The Custom House” come sostrato nemmeno tanto rimosso di un passato impossibile da seppellire definitivamente che torna sottoforma di vecchie carte, resti di storie da ricomporre, nomi e memoria orale che costituiscono la genesi stessa della comunità che si immagina nuova e pura da ogni peccato “originario” che aveva macchiato la vecchia Europa.

È forse contro questa concezione, così radicata nel discorso pubblico e religioso della geremiade americana, con la sua forza e la sua convinzione di saldare, come afferma Bercovitch, attraverso un rituale collettivo, la critica sociale al rinnovamento spirituale, l’identità pubblica e quella privata, e capace di dare forma a un mito dell’America sia in termini letterari che in termini storici16 che Hawthorne tenta di opporre la verità poetica dell’arte, creando i presupposti per una critica che non è esente da quell’ambiguità di fondo che è la forma stessa del pensare e del sentire di Hawthorne. Da una parte, la comunità con la sua potenza retorica e normativa che rappresenta l’autorità sancita collettivamente da un accordo legittima le norme stesse

(che all’inizio e per diversi decenni nelle colonie sono la stessa cosa) che Hawthorne si dichiara più eminentemente laico, nel senso mutuato in parte da quanto afferma Bercovitch quando parla del difficile e complicato rapporto che gli scrittori americani intessono con l’idea di America e con il suo simbolo.

se con questo concetto si intende la separazione del religioso dalla sfera privata in un senso molto complesso da definire.

Come rilevano diverse letture, “The Custom House” rende l’universo finzionale del romanzo che lo segue come un terreno per

In questo senso, concetti complementari, presi a prestito dal discorso politico che potrebbero adattarsi bene per comprendere

Nel discutere il rapporto degli scrittori del Rinascimento americano con il simbolo dell’America e, di conseguenza, il rapporto la promessa della nazione americana e il presunto tradimento di quella promessa, Sacvan Bercovitch

resta per così dire ancorato a una rappresentazione poetica che appare permeata di immagini dall’elevato tenore simbolico che conferiscono al testo quel carattere di romance, già ampiamente discusso e analizzato da Richard Chase in The American Novel and its Tradition. Lungi dal risolversi in un aut aut tra un approccio meramente poetico letterario o esclusivamente storico, il lavoro del critico su un testo come The Scarlet Letter può ammettere due vie primarie:

come una sorta di anello di congiunzione della linea evolutiva del romanzo moderno europeo e americano attraverso uno spostamento all’indietro della vicenda che ne costituisce la trama. Siamo nel 1630, Hester Prynne, condannata dalla comunità puritana di Boston per adulterio a indossare un marchio di riconoscimento, la lettera scarlatta,

Il romanzo di Hawthorne è una narrazione densa di ambiguità e di suggestioni poetiche ma anche di implicazioni che travalicano un approccio meramente letterario e aprono la possibilità di una lettura che, per quanto insidiosa dal punto di vista metodologico, può tuttavia dimostrarsi, come spesso capita intersecando campi diversi di analisi, suggestiva e capace di rivelare aspetti e angolature se non altro differenti rispetto a quelli inaugurati dalla critica esclusivamente letteraria. Senza dover dimostrare l’importanza della lettura di un romanzo così radicato in un’epoca, quella di Hawthorne, e così profondamente e intrinsecamente americano per la scelta dell’ambientazione e della morale in essa incarnata, quella della colonia puritana di Boston e della cupa vicenda dell’eroica figura femminile che ne è al centro, The Scarlet Letter resta più che mai un testo che, per quanto intessuto di immagini poetiche e simboliche e di suggestioni altamente visive, lascia ampio spazio per una lettura politica e per la costruzione di un percorso che, partendo dal rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, tra individuo e comunità, può aprire uno spazio di riflessione sul significato della laicità in quello che è e resta un vero e proprio romanzo fondativo della letteratura americana.

Il tema, tuttavia, va affrontato da un punto di vista per così dire doppio.del periodo

In The American Jeremiad, Sacvan Bercovitch

sul rapporto tra legge e religione e tra individuo e sfera normativa del consenso.

Fin dalla prima scena, The Scarlet Letter si apre con la descrizione di un assembramento davanti alla porta della prigione, descritta come un oggetto di foggia pesante, ornato di punte di ferro. Fin dalle prime righe di questo breve capitolo intitolato “The Prison Door”, i toni cupi della descrizione (uomini barbuti vestiti di colori tristi, donne incappucciate) introducono in un mondo dove il potere normativo della comunità e la stretta osservanza delle regole sociali sono suggerite dalla topografia dello spazio cittadino segnato dalla delimitazione di due spazi, la prigione e il cimitero, che sono anche le due immagini di apertura e di chiusura rispettive del romanzo. Si tratta di due pagine molto suggestive non solo per la presenza scenica di spazi proto urbani (a cui poche righe dopo andrà ad aggiungersi la chiesa) quanto per la creazione di un mood che sarà la cifra stilistica di tutto il romanzo: il chiaroscuro con cui è dipinta la scena culminerà nell’apparizione, dal buio della cella in cui è stata chiusa, la colpevole Hester Prynne, l’eroina assoluta non solo del romanzo ma, come molti critici hanno affermato, di tutta la letteratura americana17, con in braccio la figlia nata da poco e sul petto l’inconfondibile lettera rossa del titolo.

La comparsa di Hester e la descrizione minuziosa dei suoi passi in quel percorso breve e crudele che va dalla porta della prigione alla scala del patibolo

l’evocazione del nero e dell’ombra accanto all’apparizione sgargiante del rosso (il rosso e il nero è un endiade assai frequente in tutta la scrittura di Hawthorne), il colore c

dalla contrapposizione tra l’intervento umano, che introduce la Storia, e la possibilità di uno sguardo che ne alteri la cupa motivazione, per restituire la bellezza anche dove sarebbe impossibile trovarvi traccia. La simbologia del romanzo che si dispiega in queste prime pagine sembrerebbe proprio quella di una contrapposizione: se da una parte l’intento dei fondatori è quello di delimitare lo spazio della colonia, dotandolo di quei landmark riconoscibili e fondativi che sono la prigione e il cimitero (e in seguito la chiesa), dall’altra la presenza della natura, evocata realisticamente con il nome di piante ed erbe che tenacemente crescono di fronte alla porta della prigione, si denota anche come immagine simbolica, in grado di suggerisce un’altra lettura, un altro percorso interpretativo molto più ostico e sfuggente, denso di trappole e di ambiguità. Se è vero che in questo primo capitolo Hawthorne introduce la comunità civilizzata attraverso la presenza angosciante dell’edificio che maggiormente evoca il controllo sociale (the black flower of civilized society, a prison), e costruendo uno spazio che è storicamente realistico e allo stesso tempo altamente simbolico, è altrettanto abile a confondere le acque della Storia e della leggenda, accompagnando il lettore, con sottigliezza quasi luciferina, in quella che definisce “a tale of human frailty and sorrow”.

Da buon puritano quale era, Hawthorne rinuncia fin da subito a puntare sul politico e lascia invece crescere nel lettore il sospetto, alquanto ambiguamente, in realtà, che la torva comunità di coloni alla quale appartiene la peccatrice Hester Prynne che ne viene bandita pur restando comunque sotto la vigile presenza dei magistrati, è qualcosa da guardare con sospetto e inquietudine, composta come è di “people amongst whom religion and law were almost identical” (p. 77) ma che è pur sempre la comunità ed esserne banditi può essere la giusta punizione per aver trasgredito la legge.

che mirano direttamente all’emozione del lettore e alla creazione di un mood per l’appunto il cui centro nevralgico è sempre, e inesorabilmente verrebbe da dire, l’impossibile conciliazione tra l’individuo e la società. Che questo sia uno dei temi dominanti della letteratura americana (e del romanzo borghese, verrebbe da dire) non è certo nuovo:

tema profondamente radicato nella vena principale della letteratura americana, era già noto da tempo e non solo per la fervida diffusione della cultura americana nella tradizione

, . È il caso, ad esempio, di un percorso di approccio politico o, rischiando ancora di più, di un approccio che metta in luce il rapporto complesso tra potere e individuo che

Costruito come un romance, il romanzo si apre tuttavia con un antefatto dal titolo “The Custom House” e dal forte taglio autobiografico, in cui Hawthorne racconta le proprie vicissitudini lavorative e

Come molti romanzi coevi a quello di Hawthorne, americani e non solo, il rapporto tra individuo e società, tra libertà e colpa e tra si declina in un modo non esente da ambiguità che, se da una parte sono la cifra stilistica dello scrittore, dall’altra segneranno anche tutto un percorso letterario dell’ottocento americano che in Moby Dick di Herman Melville avranno un apice tutto particolare.

Dei diversi percorsi interpretativi che la critica può affrontare, quello tra sfera pubblica e sfera privata

la ricerca di implicazioni storiche e di tematiche legate al rapporto tra autorità e individuo e a quello tra libertà e colpa si interseca con i segni, ben evidenti nella sostanza della scrittura di Hawthorne, di una presenza poetica e simbolica che nei particolari delle descrizioni dimostra

Una lettura politica di The Scarlet Letter utilizzando la traccia della laicità sembra portare con sé il rischio e il fascino di una visione troppo moderna,

La prima scena di The Scarlet Letter, è la descrizione di un assembramento davanti alla porta della prigione; una folla di uomini barbuti, vestiti di colori tristi, con cappelli grigi a punta e di donne incappucciate sono in attesa di fronte a un edificio di legno massiccio, ornato di punte di ferro. Fin dalle prime righe di questo breve capitolo intitolato “The Prison Door”, i toni cupi della descrizione introducono in un mondo dove il potere normativo della comunità e la stretta osservanza delle regole sociali sono suggerite dalla topografia dello spazio cittadino, dalla contrapposizione tra l’intervento umano, che introduce la Storia, e la possibilità di uno sguardo che ne alteri la cupa motivazione, per restituire la bellezza anche dove sarebbe impossibile trovarvi traccia. La simbologia del romanzo che si dispiega in queste prime pagine sembrerebbe proprio quella di una contrapposizione: se da una parte l’intento dei fondatori è quello di delimitare lo spazio della colonia, dotandolo di quei landmark riconoscibili e fondativi che sono la prigione e il cimitero (e in seguito la chiesa), dall’altra la presenza della natura, evocata realisticamente con il nome di piante ed erbe che tenacemente crescono di fronte alla porta della prigione, si denota anche come immagine simbolica, in grado di suggerisce un’altra lettura, un altro percorso interpretativo molto più ostico e sfuggente, denso di trappole e di ambiguità. Se è vero che in questo primo capitolo Hawthorne introduce la comunità civilizzata attraverso la presenza angosciante dell’edificio che maggiormente evoca il controllo sociale (the black flower of civilized society, a prison), e costruendo uno spazio che è storicamente realistico e allo stesso tempo altamente simbolico, è altrettanto abile a confondere le acque della Storia e della leggenda, accompagnando il lettore, con sottigliezza quasi luciferina, in quella che definisce “a tale of human frailty and sorrow”.

Da buon puritano quale era, Hawthorne rinuncia fin da subito a puntare sul politico e lascia invece crescere nel lettore il sospetto, alquanto ambiguamente, in realtà, che la torva comunità di coloni alla quale appartiene la peccatrice Hester Prynne che ne viene bandita pur restando comunque sotto la vigile presenza dei magistrati, è qualcosa da guardare con sospetto e inquietudine, composta come è di “people amongst whom religion and law were almost identical” (p. 77) ma che è pur sempre la comunità ed esserne banditi può essere la giusta punizione per aver trasgredito la legge.

[Fiedler; Bercovitch; Portelli]

1 Per questo concetto, si veda Sacvan Bercovitch, The American Jeremiad, Madison, The university of Wisconsin Press, 1978, pp. 176-210.

2 Per il rapporto di Hawthorne con il romanzo di Rousseau, si veda Leslie Fiedler in Amore e morte nel romanzo americano, Milano, Longanesi, 1960 e anche Otto Matthiessen, Rinascimento Americano, Milano, Mondadori, 1961.

3 Per questa espressione, si veda Bercovitch, cit.

4 Si vedano le pagg. 40-41 dell’edizione Penguin di The Scarlet Letter, in cui Hawthorne fornisce un resoconto del suo avo e degli avvenimenti di cui è protagonista.

5 La lettera scarlatta, traduzione italiana di Aldo Busi e Carmen Coviello in Nathaniel Hawthorne, Opere scelte, edizione critica a cura di Vito Amoruso, Milano, Mondadori, 1994.

6 Sorvegliare e punire di Michel Foucault si apre con la scena di una raccapricciante esecuzione pubblica preceduta da una confessione di fronte all’ingresso della chiesa.

7 Su questo aspetto, si veda Nadia Fusini, “La lettera scarlatta” in Il Romanzo. Temi, luoghi, eroi. , a cura di F. Moretti), Torino, Einaudi, 2003, pp. 699-704.

8 In realtà Dimmesdale non decide granché, ma anzi si rivela una coscienza infelice e irresoluta.

9 Ester è la figlia del Re di Persia che salva gli Ebrei dal massacro. Si veda nella Bibbia il Libro di Ester

10 Sul rovesciamento di alcuni motivi della Genesi, si veda Alessandro Portelli, Canoni americani, Roma, Donzelli, 2003, p. 100.

11 Su questo aspetto e sulla difficoltà di Hawthorne a legittimare attraverso Hester il diritto a violare la legge esistente, si veda Portelli, cit. p. 101.

12 In Portelli, cit. p. 101; S. Bercovitch, The Office of “The Scarlet Letter”, The Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1991.

13 Per un’ampia analisi della retorica puritana nella forma della geremiade, Bercovitch, The American Jeremiad, cit.

14 Sulle interpretazioni della lettera A si veda …

15 Sulla lettura di questa scena in chiave non romantica e problematica, si veda A. Portelli, “La dannazione volontaria di Hester Prynne” in Canoni americani, Roma, Donzelli, 2004, pp. 92-103.

16 Bercovitch, cit. p. xi.

17 Nina Baym, Introduzione a The Scarlet Letter, Penguin, 19..

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