Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
11/07/2008

“Ateismo della ragione e ragioni della fede”, al centro del dibattito avvenuto il 5 maggio 2006 presso la Scuola normale di Pisa tra Paolo Flores d’Arcais, filosofo e direttore della rivista «Micromega», e il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.

Oggi, l’editore Marsilio pubblica in un volumetto di grande interesse gli atti di quell’incontro «limitandosi a pulire il parlato» (p. 8) e invitando il lettore a entrare direttamente in una discussione sempre viva e attuale per capire se le strade «si sono avvicinate o ulteriormente divaricate» (p. 9). Un confronto «franco», come ammettono i due autori nella premessa, dove «nessuno di noi due ha risparmiato i suoi colpi» (p. 8).

Se gli atei raramente espongono in modo esplicito le ragioni dell’ateismo ed accusano la Chiesa di voler imporre le sue convinzioni anche ai non credenti, considerati uomini manchevoli «di qualcosa di essenziale, esistenzialmente e culturalmente» (p. 14), «l’uomo di fede, al contrario, non teme affatto di offendere il suo contraddittore» (p. 14) e la Chiesa interpreta questo atteggiamento come un tentativo di metterla all’angolo, impedendole di svolgere in pieno il suo ministero nel mondo.

Fatta questa premessa, Paolo Flores d’Arcais sostiene che si debba partire da questa tesi: «Ragione e Fede sono mutuamente incompatibili. Aut fides aut ratio» (p. 16). La ragione viene infatti considerata come la sola che accetta di sottoporsi «agli accertamenti scientifici e all’uso delle regole logiche nel corso di un’argomentazione» (p. 17). Riprendendo il pensiero del filosofo David Hume, che ha «smantellato in modo conclusivo le pretese di ogni ragionevolezza della fede in Dio (almeno nel senso che alle sue obiezioni non sono mai state date risposte minimamente convincenti)» e ha «mostrato l’ateismo della ragione» (p. 16), Flores d’Arcais va anche oltre Kant - che «arretrando, si limita a porre Dio e l’anima immortale nella sfera delle verità inattingibili dalla conoscenza scientifica ma recuperabili dall’uso pratico, cioè morale, della ragione»- (p. 16) e rovescia pure Socrate, sostenendo che il suo “sappiamo di non sapere” è un alibi per non affrontare la realtà, dato che invece “sappiamo tutto” ciò che ci serve, in particolare «chi siamo, da dove veniamo (e in un certo senso perfino: che cosa possiamo sperare)» (p. 18).

Secondo Flores d’Arcais, pertanto, sono il caso e la necessità i due elementi chiave dell’intreccio che governa l’evoluzione e «il futuro dipende da noi» o, meglio ancora, «dipende dagli altri», per cui «ciascuno di noi vive la propria frazione di contributo al destino futuro come un nulla» (p. 20).

Ecco che «per l’ateo democratico, e per la democrazia tout court, non è affatto indifferente il tipo di fede che circola, che agisce nella storia» (p. 27), richiamando alla questione della religione e del suo ruolo pubblico, soprattutto nella odierna società plurale italiana. Ripercorrendo le tappe storiche fondamentali, dopo la Riforma luterana, si è passati dall’accordo raggiunto con il trattato di Westfalia, dove veniva riconosciuto il principio del cuius regio eius religio, alla più avanzata proposta formulata dalla scuola di Grozio, con il principio dell’etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse. La Chiesa cattolica, comunque, negli ultimi anni ha iniziato a rimettere in discussione tale principio: dapprima con il pontificato di Giovanni Paolo II quando, in un suo viaggio in Polonia, di fronte al primo parlamento eletto dopo la dittatura comunista, ha dichiarato che «diventerà illegittimo qualora osi legiferare in difformità dalla “legge naturale”» (p. 63), a cui si ispira il magistero cattolico; poi con l’attuale papa Benedetto XVI, che «ha posto a fondamento della democrazia l’esatto rovesciamento della frase di Grozio: sicuti Deus daretur», esigendo che tutti, «credenti e non credenti, assumano a fondamento della reciproca civile convivenza proprio l’esistenza di Dio» (p. 63).

A queste considerazioni mostra “l’altra faccia della medaglia” il cardinale Scola che, partendo da una citazione di Dostoevskij secondo cui «vivere senza Dio è soltanto una sofferenza», mette in evidenza la conclusione che gli atei sono «degli idolatri, non dei senza Dio» (p. 33), dato che «non basta affermare “Dio non esiste” per definirsi atei» e perché «chi afferma di negare l’esistenza di Dio non riesce a inferire che Dio non esiste» (p. 33).

La fede, pertanto, è «sempre e simultaneamente, per la genuina tradizione cattolica, fides qua creditur e fides quae creditur» e «non si può quindi separare, per i cristiani, il coinvolgimento della libertà dell’uomo dal dono di Dio che gli propone, con intenso amore, il logos, cioè la verità» (p. 35). «Una volta accolto nella fede il dono della rivelazione, nascita, vita, morte, dolore, male, giustizia, amore e lavoro trovano nei misteri del cristianesimo risposte umanamente condivisibili e partecipabili, almeno in parte, da qualunque uomo, anche da chi si dica convintamene non credente» (p. 37).

Per quanto riguarda le conseguenze etico-politiche, «è possibile concepire l’odierna società plurale come terreno per un permanente confronto tra soggetti che pacificamente propongono ermeneutiche tese a ricercare indirizzi comuni per identificare la natura della vita buona e del buon governo» (pp. 45-46). Di conseguenza, «nell’effettivo dibattito pubblico democratico, le verità, rilevanti e decisive ai fini del convivere stesso, difficilmente potranno pretendere di essere accettate da tutti come fondamenti comuni, ma dovranno essere tradotte in assiomi sulle cui basi cercare il più possibile convergenze ragionevoli» (p. 47).

Concludendo, nel suo post scriptum, il cardinale Scola mette in evidenza quelle che sono le ragioni della fede affermando che «anche senza poter illustrare analiticamente in questa sede i contenuti della Rivelazione, cioè i misteri di Gesù Cristo e le loro implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche, mi pare che la fede mostri di avere valide ragioni per comunicarsi e da comunicare alla famiglia umana» (p. 92).

La questione, pertanto, è aperta e, come scrivono gli stessi autori, ascoltare «in profondità le ragioni altrui, proponendo senza falso rispetto le proprie, ci sembra una via privilegiata per ridurre il tasso di conflittualità in una democrazia fondata su una procedura consensuale di decisione pattuita» (p. 8). Torniamo, quindi, alla domanda posta all’inizio: «le nostre strade si sono avvicinate o ulteriormente divaricate?» (p. 9). Toccherà al lettore giudicare, prendere la parte di uno o dell’altro e, soprattutto, ragionare ed interpellarsi nel profondo senza pregiudizi e steccati precostituiti.

A. Scola e P. Flores d’Arcais, Dio? Ateismo della ragione e ragioni della fede, Marsilio Ed., Venezia 2008, pp. 92, euro 9.