1.
Introduzione
Il 7
giugno del 1953, gli italiani furono chiamati alle urne per rinnovare la
legislatura con una grossa novità rispetto al voto del 1948. Il vecchio sistema
proporzionale “puro” lasciava il posto a una nuova legge elettorale, che
prevedeva un consistente premio di maggioranza, il 65% dei seggi, al gruppo di
liste che avesse raggiunto almeno la metà dei voti più uno. Quando però furono
aperte le urne, per il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi - che quella
legge volle a tutti i costi - fu una ‘doccia fredda’ : il premio di maggioranza
non scattò per un soffio e all'appello mancavano appena 54.968 voti. Ai più
attenti osservatori politici risultò subito chiaro che con il fallimento della
legge maggioritaria, che venne in seguito definitivamente abrogata nel giugno
del '54 da un voto della Camera su proposta di Pietro Nenni, sarebbe calato il
sipario anche sull'era degasperiana.
Ma come si
era giunti all’approvazione di questa legge che una poco corretta memoria
storica ha fatto passare come “legge truffa”? quali furono i motivi che
spinsero la maggioranza di allora nel tentare a tutti i costi di introdurre
questo nuovo sistema elettorale nel nostro Paese?
La
necessità di un diverso meccanismo di voto maturò in De Gasperi agli inizi del
1952 [1] [2], mentre in Vaticano ci si adoperava con ogni mezzo,
attraverso la mediazione di don Luigi Sturzo, affinché in Italia potesse
costituirsi un grosso blocco moderato fra la destra monarchica e missina e la
stessa Democrazia Cristiana. Il motivo che spinse l’avallo da parte di papa Pio
XII di tale operazione furono i deludenti risultati ottenuti verso la fine della prima legislatura in diverse
elezioni amministrative, che avevano mostrato una forte erosione della DC sulla
destra e l'accrescersi della sinistra. La maggioranza di centro divenne quindi
piuttosto risicata.
L'esperimento
avrebbe dovuto avere il battesimo politico proprio nelle imminenti elezioni amministrative
per il Comune di Roma, ma il disegno pacelliano - come si ebbe modo di vedere -
non passò per il disappunto dei partiti laici minori alleati con la DC, ma
soprattutto per la contrarietà di De Gasperi. Infatti il Presidente del
Consiglio era convinto che l’asse politico della DC dovesse essere mantenuto al
centro e che quindi doveva essere respinto ogni tentativo volto a spostarlo,
sia verso destra che verso sinistra.
Quindi fu
proprio grazie a questo precario contesto politico che prese forma il progetto
di disegno di legge elettorale, che fu presentato alla camera il 21 ottobre
1952 dal ministro degli interni Mario Scelba, incardinato attorno a due
importanti principi chiave: mantenimento dello scrutinio di lista su collegi
plurinominali e revisione del meccanismo di riparto proporzionale, a patto che
si fosse superata una determinata soglia di consenso.
Democristiani,
socialdemocratici, liberali, Repubblicani e personalmente lo stesso De Gasperi,
pensarono infatti ad una legge elettorale che, conservando la proporzionale,
potesse finalmente garantire anche la stabilità governativa.
2. Lo schema di
Disegno di legge varato il 18 ottobre dal consiglio dei ministri
Lo schema di disegno
di legge, contenente le modifiche da apportare alla legge elettorale all’epoca
in vigore (Testo Unico del 5 febbraio 1948 n. 26 per l’elezione della Camera
dei deputati), fu proposto dal ministro degli interni Mario Scelba ed approvato
dal consiglio dei ministri il 18 ottobre.
Il testo del
comunicato [3], che quella stessa sera il Consiglio dei ministri aveva
emanato, non era del tutto chiaro, però già si capiva in linea di massima cosa
avrebbe previsto la nuova legge elettorale. Vi si stabiliva come il premio di
maggioranza – che era anche il punto centrale della nuova legge che si andava a
formare - fosse assegnato al partito o
al gruppo di partiti collegati che avessero raggiunto insieme il 50,01% dei
voti “validi”. Quest’ultima precisazione era di per sé molto importante, in
quanto spesso la differenza fra “votanti” e “voti validi” era già all’epoca
notevole ed il calcolo della maggioranza rispetto all’una o all’altra cifra
avrebbe potuto comportare risultati diversi e conseguenze elettorali
importanti. Quindi, poiché i voti annullati - non essendo attribuibili a nessun
partito politico - andavano comunque a danneggiare il gruppo di partiti che
aspirava ad ottenere la maggioranza assoluta, avendoli esclusi dal computo dei
voti si facilitò di molto la possibilità di fargli raggiungere il quorum del
50,01%.
Il numero delle
circoscrizioni invece sarebbe rimasto quello del 1948, ma visto che il numero
degli abitanti era nel frattempo aumentato in base ai dati dell’ultimo
censimento - e la Costituzione stabiliva che venisse eletto “un deputato ogni
80 mila abitanti o per frazione superiore a 40 mila” - il loro numero per
l’elezioni della Camera, in base all’ultimo censimento, sarebbe stato portato
da 574 a 590. Quindi di conseguenza il numero dei seggi assegnati alle singole
circoscrizioni andava adeguato fino a quella cifra.
Durante le trattative
fra i partiti della coalizione di Governo, il premio di maggioranza fu ridotto
dal 66% (pari a due terzi esatti dei seggi) al 65%, quindi al gruppo vincitore
sarebbero dovuti spettare non 393 seggi, ma 385, mentre alle minoranze 205.
Però il numero dei seggi assegnato alla maggioranza e all’opposizione sarebbe
rimasto fisso ed invariato qualunque fosse stato il reale risultato dei voti
che i vari gruppi avessero poi conseguito, rispettivamente al di sopra o al di
sotto del 50,01%, anche nel caso in cui la maggioranza avesse ottenuto più del
65% dei voti e l’opposizione meno del 35% (in questo caso, la maggioranza
avrebbe quindi conseguito, praticamente, un numero di seggi inferiore ai voti
ottenuti e la minoranza invece un numero superiore).
Ma il problema più
grosso da affrontare era come applicare questo nuovo congegno elettorale alle
Circoscrizioni. Dopo molte discussioni, alla fine passò la proposta suggerita
dai Repubblicani che prevedeva di dividere il numero complessivo dei voti
riportati dal gruppo dei partiti vincitori per il numero complessivo dei seggi
ad esso assegnati (in quel momento a 385). Solo in tal modo si poteva ottenere
quel quoziente nazionale indispensabile per eleggere il deputato. Lo stesso
sistema poi si applicava anche per ottenere il quoziente della futura
opposizione [4] [5].
Invece, per quanto
riguardava il collegamento fra i partiti, fu previsto l’obbligo della
presentazione delle liste in almeno cinque circoscrizioni. Tale previsione
aveva lo scopo mirato di limitare al più possibile “i camuffamenti” dei partiti
con simboli diversi dai propri, ma anche l’assembrarsi di una quantità enorme
di partiti e raggruppamenti minori a sfondo esclusivamente locale.
Nella eventualità che
non fosse conseguito da alcun partito o raggruppamento il quorum del 50,01%, si
sarebbe dovuta applicare la legge elettorale allora vigente, ossia la
proporzionale “pura” applicata nelle precedenti elezioni del 1948, però con una
importante variante: che, per l’utilizzazione dei resti nel collegio unico
nazionale, non venisse più adottato un elenco nazionale di candidati
predisposto dalle direzioni dei partiti, ma una lista formata dalla graduatoria
dei candidati che avessero ottenuto individualmente il maggior numero dei voti,
facendo quindi subentrare - in sede circoscrizionale - i candidati del loro
partito che li seguivano immediatamente nella graduatoria.
3. Le ragioni della
diffidenza dei piccoli partiti laici e il loro successivo accordo con la Dc
Il disegno di legge fu
presentato il 21 ottobre alla Camera dal ministro Mario Scelba e il 29 ottobre
la Commissione interni della Camera avviò l’esame della nuova legge elettorale
in sede referente. Ma l’opposizione di sinistra (PCI e PSI), insieme alle
destre, attuò fin da quel momento l’ostruzionismo e allo stesso tempo non
mancarono neppure da parte dei piccoli partiti laici delle ragioni di
diffidenza verso il progetto.
Infatti il
dibattito alla Camera per l'approvazione della legge fu fra i più incandescenti
della storia della Repubblica, visto che in tale sede il Governo aveva
auspicato possibile chiarire e superare quei punti di dissenso – per altro di
natura non decisiva – che proprio molti esponenti dei partiti laici alleati
alla DC avevano sollevato anche al momento dell’approvazione al consiglio dei
ministri e che fino a quel momento erano rimasti ancora insoluti.
Le ragioni per cui i
partiti minori guardavano con diffidenza questo nuovo schema elettorale erano
dovute prima di tutto al fatto che si mantenevano i quozienti circoscrizionali
del 1948 che, anche per la loro elevatezza, operavano del tutto a favore dei
grossi partiti di massa. In secondo luogo per l’utilizzazione dei grossi resti
che, mentre con il vecchio sistema risultava essere particolarmente a favore
dei partiti minori, ora finiva con il favorire di nuovo i partiti maggiori.
L’altro punto che
rimaneva non ancora del tutto risolto era quello dell’entità del premio di maggioranza. Mentre il governo era
favorevole ad una quota di 385 deputati, i liberali e i socialdemocratici
chiedevano invece di limitarlo addirittura a 360-370, in base al concetto di
non precostituire una maggioranza assoluta per la DC. I democristiani, ed anche
i repubblicani, fecero però presente che, se si fosse limitato troppo il premio
di maggioranza, non si avrebbe più avuta la possibilità di creare
un’opposizione costituzionale ed un’alternativa tra i partiti democratici, in
quanto tutti e quattro sarebbero stati costretti a partecipare al futuro
governo pur di non far governare esponenti del blocco PCI-PSI.
Ma “i dubbi” dei
partiti laici di maggioranza erano dovuti anche a delle ragioni ancora più
profonde. Infatti la comune coscienza della propria debolezza portò alcune
componenti socialdemocratiche, ma anche quelle repubblicane, a vedere nell’iter
dell’approvazione di questa legge elettorale una delle loro ultime occasioni
per affermare con maggiore incisività il loro ruolo nel governo, liberandosi
quindi dalla subalternità alla DC. Infatti il riequilibrio delle posizioni
all’interno della coalizione sembrava essere diventato finalmente possibile – a
loro giudizio – dopo le ultime elezioni amministrative, che avevano fatto
intravedere un consistente declino dell’egemonia democristiana, grazie alla
forte crescita della destra. Ciò avrebbe certamente anche reso indispensabile
l’appoggio del PSDI e del PRI per la continuità della politica centrista di De
Gasperi. L’immobilità del sistema, fulcro della politica di De Gasperi, non
poteva infatti essere anche l’obiettivo strategico dei socialdemocratici e dei
repubblicani che, prefiggendosi il rinnovamento ed il cambiamento della
società, dovevano per forza puntare su fattori dinamici che potessero
contribuire a modificare anche lo stesso quadro politico[6] [7]
Comunque alla fine
queste difficoltà furono superate e la sera del 15 novembre 1952 fu siglato a
Roma l’accordo fra i quattro partiti di maggioranza (DC, PSDI, PLI, PRI).
I partiti convennero
di sostenere in parlamento il disegno di legge presentato dal Governo per la
riforma elettorale, che attribuiva alla maggioranza assoluta dei voti il 65%
dei seggi. Stabilirono anche di presentarsi al corpo elettorale con liste
collegate nell’intero territorio nazionale, ma decretarono che ogni eventuale
ulteriore adesione al collegamento dei quattro partiti poteva avvenire
solamente con il consenso di tutti e quattro i partiti collegati.
Ma un primo punto
dell’accordo conteneva - oltre all’impegno a sostenere fino in fondo, in sede
parlamentare, il disegno di legge governativo - la prevista riduzione del
premio di maggioranza da 385 a 380 seggi. Infatti la prospettiva di questo
premio continuò a non rassicurare il PSDI, il PRI e il PLI su una loro
occasione futura di rafforzamento perché una volta ottenuta la stabilità
governativa riducendo il peso delle opposizioni, sarebbe continuata ad essere
sempre la DC il partito più forte della coalizione. Invece un secondo punto
dell’accordo riconosceva, ad ognuno dei quattro partiti, un potere di veto
contro eventuali altri apparentamenti in sede regionale ed in tale maniera si
escludeva automaticamente un allargamento dell’intesa alle forze monarchiche.
4. Il “Comitato dei
nove”
Nei giorni successivi,
passato il Disegno di legge all’esame della Commissione interni della Camera,
questa il 28 novembre decise - su proposta di Marazza - di deferire l’ulteriore
esame delle proposte relative alla formulazione degli articoli ad un comitato
ristretto di nove membri per risparmiare ulteriore tempo.
I rappresentanti delle
opposizioni a questo punto protestarono vivacemente e a lungo, parlando di
“inusitata procedura”, ma il Comitato comunque si insediò e risultò composto da
nove membri: Marazza (DC), come presidente; Tesauro (DC) e Bertinelli (PSDI),
come relatori di maggioranza; Capalozza (PCI) e Luzzatto (PSI), relatori di
minoranza; Marotta (DC), Paletto (DC) e Amadeo (PRI). La costituzione del
comitato fu aprovata con 24 voti contro 17 ed un astenuto.
La costituzione del
cd. “Comitato dei 9” quindi non rasserenò il clima e appena pochi giorni dopo, nella
seduta del 4 dicembre, numerosi deputati socialisti e comunisti fecero
scoppiare dei gravi tumulti alla camera mentre si stavano svolgendo le
votazioni su una proposta di Oscar Luigi Scalfaro (DC) per accelerare il ritmo
della discussione sulla legge elettorale [8]. Nella rissa rimasero
contusi e feriti molti deputati e commessi e si lanciò di tutto: dalle sedie ai
calamai e perfino tagliacarte. Addirittura alcuni deputati, come i due fratelli
Paletta (PCI), usarono i braccioli delle sedie e delle poltrone rotte come arma
di offesa contro altri colleghi. Però alla fine la proposta di Scalfaro venne
comunque approvata dall’aula di Montecitorio e il disordine andò mano a mano a
placarsi e la Camera infine si svuotò [9].
5. Le pregiudiziali
di incostituzionalità della nuova legge elettorale presentate da PCI e PSI
PCI e PSI, in
particolare Togliatti, continuarono in quei giorni a puntare continuamente il
dito sulle presunte analogie tra la legge elettorale del Governo e la Legge
Acerbo, la quale al contrario assegnava un premio di maggioranza schiacciante
ad un partito o gruppo di partiti che non arrivava nemmeno ad ottenere la
maggioranza relativa. Quindi equipararla ad una
simile legge elettorale era palesemente assurdo perchè al singolo partito o
gruppo di liste bastava raccogliere un quarto dei voti per arrivare ai tre
quarti dei seggi, mentre nel sistema concepito dalla legge degasperiana per
godere del premio si doveva raccogliere oltre la metà dei voti espressi.
Ma tale loro atteggiamento diffidente nei confronti di questo sistema era mosso
anche dal timore che tutto questo fosse propedeutica ad una svolta autoritaria
a destra e ciò li spinse, quindi, a presentare quattro pregiudiziali sulla
pretesa incostituzionalità sulla legge, oltre che una richiesta di sospensiva
avanzata da Pietro Nenni. Ma la sera del 9 dicembre, dopo un’attenta analisi,
la Camera le respinse.
La prima pregiudiziale
presentata intravedeva la presunta incostituzionalità della legge nel fatto che
“la proporzionale pura sta alla base della nostra Costituzione” e che “la
proporzionale rappresenta la conquista più avanzata della Democrazia”. Ma la
richiesta non venne accolta dal Governo perchè la Carta Costituzionale –
rispose Scelba - non contemplava alcuna norma in base alla quale la Camera
avrebbe dovuto essere eletta col criterio proporzionale integrale e che neppure
esisteva un criterio generale in favore del proporzionale.
La seconda invece
riguardava il principio dell’uguaglianza del voto, che con il nuovo sistema
elettorale prefigurato dalla legge, secondo le sinistre, sarebbe stato violato.
Ma anche questa fu facilmente rigettata dal ministro Scelba, che osservò come
tale eguaglianza non veniva meno per il semplice fatto che tale criterio era
seguito “da Paesi di antica ed autentica democrazia e non è stato seguito per
l’elezione del Senato. Per l’elezione di un Senatore, ad esempio, furono
necessari 125mila voti in Piemonte, mentre ne bastarono 41 mila in Basilicata”.
In effetti, già in quegli anni, in Francia si votava col premio di maggioranza
ed in Inghilterra col collegio uninominale. Inoltre la Costituzione si limitava
ad escludere il solo voto plurimo.
La terza pregiudiziale
invece intravedeva una violazione del principio di tutela delle minoranze
etniche presenti nella Valle D’Aosta ed in Trentino Alto-Adige [10],
mentre la quarta – mossa da Togliatti - accusava il governo di voler spianare
con questa legge la strada ad un Governo “oligarchico” e quindi ad una
successiva riforma arbitraria della Costituzione. Ma anche questa osservazione
fu facilmente rigettata dal ministro dell’interno, in quanto, anche se la
Democrazia Cristiana avesse ottenuto nella prossima futura legislatura la
maggioranza assoluta, essa da sola non avrebbe mai ottenuto quella maggioranza
di due terzi necessaria per modificare la Costituzione.
Infine, nelle
votazioni seguite subito dopo, le quattro pregiudiziali poste da Togliatti,
Basso, Ferrando e Francesco De Martino, riunite poi in una sola, furono tutte
respinte per appello nominale, con 314 voti e 180 contrari. Invece
successivamente, con 296 voti contro 207 - a scrutinio segreto - venne respinta
la sospensiva presentata da Nenni.
6. La contrarietà
alla legge elettorale di molte personalità dei partiti laici
Ma ciò che preoccupava
maggiormente il Governo e De Gasperi, non era tanto l’accusa che gli veniva
rivolta - proprio dai Social-Comunisti - di voler introdurre con questa legge
delle norme antidemocratiche, ma che fra gli avversari della legge vi fossero
alcune personalità politiche di grande integrità ed autorevolezza, anche
appartenenti all’area della stessa maggioranza.
Infatti, anche se
Gaetano Salvemini trovava questa legge elettorale corretta e ragionevole, con
la condizione però che il premio di maggioranza non fosse troppo spropositato,
c’erano illustri politici come Ferruccio Parri e il liberale Corbino che al
contrario l’avversavano totalmente. Ed era pronto a battersi contro questa
riforma anche l’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, ma la sua
morte - sopraggiunta il 20 febbraio 1953 - gli impedì di votare contro la
legge.
Anche un altro ex
presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, si associò alle voci
contrarie e poco prima di morire (novembre 1952) dichiarò di essere maldisposto
verso questo nuovo sistema perché “la prassi parlamentare non ammette che alla
fine di una legislatura si modifichino i meccanismi elettorali che devono
presiedere alla formazione di una nuova Camera”. Infine, l’11 dicembre, ci fu
la presa di posizione contraria di Piero Calamandrei, che in un suo intervento
alla Camera - parlando anche a nome di altri sette deputati socialdemocratici
dissidenti - espresse chiaramente la sua avversità alla legge elettorale, che
definì una “truffa”. Nel suo discorso dichiarò anche che il progetto era
anticostituzionale, ma in particolare si soffermò sulla questione del premio di
maggioranza: “Anche noi – dichiarò alla Camera – l’avremmo accettato se si
trattava di attribuirlo ad un partito isolato ed omogeneo, che da solo
conquistasse, con la proporzionale la maggioranza assoluta e avesse necessità
di una stabilità di Governo per attuare il suo programma. Ma questo non è il
caso della DC, alla quale i partiti minori serviranno solo da sgabello per
montare a cavallo”. Per Calamandrei il pericolo più grande per la democrazia
italiana non stava a sinistra, ma consisteva soltanto nella mancanza di una
alternativa socialista: “Grande è in questo la responsabilità del PSI”, che
“finchè rimane chiuso e confuso nel Partito Comunista, le stesse fatalità internazionali
che gravano sul comunismo gravano anche sul socialismo”. Infine l’esponente del
PSDI aggiunse che il pericolo vero era solo a destra e che questa legge avrebbe
sbarrato l’apertura del sistema verso una eventuale alternativa di Governo di
centrosinistra, coinvolgendo in questa grave responsabilità anche i partiti
laici minori.
Ma lo strappo
definitivo con il gruppo dei “dissidenti” socialdemocratici avvenne appena
pochi giorni dopo, il 23 dicembre, con l’espulsione dal partito di Tristano
Codignola. Per solidarietà si dimisero anche lo stesso Piero Calamandrei, Paolo
Vittorelli, Francesco Zanardi, Antonio Greppi, Edmondo Cossu, Lucio Libertini
ed altri [11].
7. L’approvazione
della nuova legge elettorale da parte della camera e del senato
Pochi giorni dopo la
bocciatura delle pregiudiziali di incostituzionalità presentate da PCI e PSI
contro la nuova legge, il 31 dicembre il presidente della Camera Giovanni
Gronchi dispose la riduzione a 11 dei 216 ordini del giorno presentati dalle
sinistre, allo scopo di affrettare i tempi per la sua approvazione, e per tutti
i primi mesi del 1953 la politica italiana visse uno dei momenti più aspri
della sua storia. Tutta la vita parlamentare fu infatti animata da durissimi
scontri contro il governo e fu proprio in quei giorni che l’opposizione,
continuando nel suo ostruzionismo, cominciò col definire assiduamente questa
legge elettorale una “truffa” (successivamente in campagna elettorale il
termine "Legge truffa" avrà una grossa presa presso il pubblico, tipica
degli slogan irrazionali), mentre invece la
maggioranza di centro si impegnò energicamente per ottenere l’approvazione nei
minori tempi possibili. Addirittura il 13 gennaio i deputati Social-comunisti
alla camera tentarono di impedire materialmente lo svolgimento di una votazione
non ritenuta da loro regolare e il comunista Silvio Messinetti venne sospeso
per cinque giorni, avendo rovesciato un’urna contenente le palline per la
votazione. Quindi il Governo, visti i tempi sempre più ristretti, decise di
accellerarne l’iter di approvazione e il 14 gennaio De Gasperi pose la
questione di fiducia alla Camera per concludere il più velocemente possibile il
dibattito e per bloccare una volta per tutte i numerosi emendamenti che le
opposizioni continuavano a presentare.
Numerose
furono le manifestazioni organizzate da PCI e PSI contro questa decisione e a
Roma una dimostrazione fu dispersa dalla celere. Il 20 gennaio la CIGL proclamò
uno sciopero generale e in piazza la polizia fu costretta ad intervenire con
gli idranti per evitare il precipitare della situazione. In uno di questi
scontri rimase contuso fra gli altri anche il deputato comunista e direttore de
“l’Unità” Pietro Ingrao. Numerosi furono gli arresti.
Il 21
gennaio dopo una seduta di oltre 70 ore, nel corso della quale intervennero
tutti i deputati dell’opposizione, il governo chiese ed ottenne la fiducia.
Quindi la legge elettorale venne finalmente approvata con 332 sì e 17 no.
Durante il dibattito finale Palmiro Togliatti propose in extremis il ritiro
di tutti gli emendamenti presentati dall’opposizione a patto che il Governo si
fosse impegnato a sottoporre la nuova legge ad un Referendum popolare, da
tenersi contestualmente al voto delle politiche, ma il Governo rifiutò
decisamente la proposta. A questo punto l’opposizione di sinistra abbandonò
l’aula per manifestare il proprio dissenso per questa inusitata procedura della
fiducia e verso il presidente della Camera Gronchi che l’aveva avallata. Quindi
il vicepresidente della camera Fernando Targetti e gli altri membri
dell’Ufficio di presidenza appartenenti a PCI e PSI si dimisero.
Il 22
gennaio una delegazione di deputati dell’opposizione (composta dallo stesso
Fernando Targetti, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Fausto Gullo e Tomaso
Smith) illustrò al presidente della Repubblica Luigi Einaudi le ragioni
dell’ostruzionismo sulla legge elettorale e denunciò l’incostituzionalità del
modo di procedere del presidente della Camera Gronchi. Einaudi però obiettò
loro che non era di sua competenza tenere conto dei rilievi che riguardavano la
procedura parlamentare, la cui disciplina ed applicazione era sempre rientrata
fra i poteri propri dell’Assemblea attraverso l’emanazione del suo regolamento.
Intanto la legge
continuò il suo percorso di approvazione ed il 27 gennaio arrivò alla
commissione interni del senato, dove si cominciò ad esaminarla in sede
referente, e il 12 febbraio l’aula approvò - con 165 sì e 111 no – la procedura
d’urgenza per una discussione veloce della legge, che iniziò il 7 marzo.
In senato però la
situazione si mostrò essere più difficoltosa del previsto, ma questa volta non
solo a causa delle opposizioni. Il presidente dell’aula, Giuseppe Paratore, un
liberale di vecchio stampo (da giovane era stato segretario nell’ultimo governo
Crispi), era contrarissimo a questa - fino ad allora - inusitata procedura di
porre la questione di fiducia su una legge elettorale allo scopo dichiarato di
troncare l’ostruzionismo dell’opposizione. Infatti il primo giorno in cui la
legge approdò in senato, Paratore ammonì da subito De Gasperi affinchè questa
insolita procedura “non rappresenti un precedente”. Quindi il PSI e il PCI ne
approfittarono per ottenere il suo appoggio riguardo quella proposta di
referendum, con cui si sarebbe chiesto ai cittadini se erano favorevoli al
nuovo meccanismo previsto da questa legge. Ma il governo rifiutò di nuovo
energicamente questa offerta delle opposizioni per due ragioni: per l’imminenza
della scadenza della legislatura e soprattutto perché il ricorrere ad un Referendum
non abrogativo era estraneo alla carta costituzionale.
De Gasperi
quindi continuò nella sua strategia verso l’approvazione della legge e anche
qui non mancarono quegli scontri che avevano contrassegnato il primo iter alla
Camera. Il 22 marzo il vicepresidente del senato Umberto Tupini - che quel
giorno presiedeva la seduta dell’assemblea di Palazzo Madama in sostituzione di
Paratore - notò un numero rilevante di
assenze fra i banchi della maggioranza. Quindi, malgrado il suo ruolo,
sollecitò il Governo a richiedere velocemente la verifica del numero legale per
impedire l’approvazione della proposta del comunista Luigi Ruggeri di
inversione dell’ordine del giorno, tesa anche questa ad allungare i tempi
dell’approvazione della legge elettorale. L’opposizione protestò vivacemente e
bloccò per alcune ore la discussione. Allo
scopo di attutire gli scontri, intervenne anche la proposta di Ferruccio Parri
di ridurre ulteriormente il premio di maggioranza previsto come contropartita
per il ricorso al voto di fiducia, ma anche se l’idea fu giudicata
positivamente fra i vari schieramenti, non fu accolta dal Governo perché ormai
mancava il necessario tempo tecnico. Una simile modifica avrebbe infatti
comportato un ulteriore rinvio del testo alla Camera ad appena pochi giorni
allo scioglimento della legislatura.
Giunti a questo punto
Paratore, dopo un breve colloquio con il presidente Einaudi, si dimise dalla
carica di presidente del Senato, sostenendo di non poter più svolgere
imparzialmente la propria funzione, e dopo due estenuanti giorni di
consultazioni fu scelto come nuovo presidente del Senato Meuccio Ruini, già ministro delle Colonie nel Gabinetto Nitti, che il
primo giorno del suo insediamento dichiarò: “Affronto quest'opera con la stessa
fermezza con la quale andai, con i capelli già grigi, sul Carso”. Il 25 marzo
la sua nomina ottenne l’approvazione di 169 senatori. Quella del candidato
delle sinistre, Enrico Molè, ne ottenne solo 109. Ruini nei giorni successivi
si rivelò essere un’ottima scelta per De Gasperi, in quanto riuscì a dirigere
con fermezza tutto il dibattito sulla legge, diventando una sorta di punto di
riferimento nelle polemiche fra la maggioranza e i partiti della sinistra.
Alla
fine, alle ore 15.55 del 29 marzo 1953, dopo interminabili battaglie
parlamentari e dopo una seduta di 77 ore e 50 minuti, la legge venne approvata
anche dal senato. Ottenne ben 174 voti favorevoli e solo 3 astenuti. Infatti
l’opposizione al momento del voto abbandonò l’aula, criticando anche qui la
procedura utilizzata. Poco prima del voto finale scoppiarono anche
violentissimi incidenti, nel corso del quale il ministro Randolfo Pacciardi
rimase leggermente ferito, mentre il ministro Ugo la Malfa fu schiaffeggiato
dal senatore Emilio Lussu. Quel giorno anche la CGIL fece la sua parte e proclamò uno
sciopero generale.
Il giorno
successivo l’opposizione operò il suo ultimo tentativo per impedire la
promulgazione della nuova legge elettorale. Anche questa volta una delegazione
di senatori della sinistra - ma anche di altri settori politici - composta da
Umberto Terracini, Ferruccio Parri, Enrico Molè, Sandro Pertini, Mauro
Scoccimarro, Pasquale Jannaccone, Pietro Tomasi della Torretta ed Alberto
Bergamini, chiese ed ottenne un nuovo incontro con il Presidente della Repubblica
Einaudi per invitarlo a tener conto delle loro proteste, non promulgando la
legge e rinviandone il testo alle due Camere per un ulteriore verifica. La
richiesta non venne anche questa volta accolta ed il 31 mattina Einaudi
promulgò la legge elettorale e il testo di riforma fu pubblicato nello stesso
pomeriggio sulla Gazzetta Ufficiale. Pertanto essa ebbe fin da quel giorno
valore esecutivo.
Successivamente - il 4
aprile - Einaudi, oltre alla Camera, sciolse con un anno di anticipo dalla
scadenza naturale anche il Senato, in modo da dare ad entrambe le Camere una
fisionomia omogenea con questo nuovo meccanismo di voto, e furono fissate le
elezioni per il 7 giugno.
8. Elezioni
politiche: non scatta il premio di maggioranza
La
campagna elettorale fu molto combattuta e fu vivacizzata anche da un certo tipo
di propaganda delle sinistre contro i cd. “forchettoni”, termine con cui i
social-comunisti si riferirono ad esponenti dei partiti della maggioranza,
ritenuti ormai definitivamente compromessi nella “questione morale”.
Questa
riforma provocò però delle gravi lacerazioni all'interno della maggioranza
centrista. Dai partiti laici alleati alla DC fuoriuscirono illustri politici
che si presentarono alle elezioni in formazioni nate appositamente per impedire
alla coalizione formata da DC, PSDI, PLI, PRI, Partito sardo d'azione, Sud
Tiroler-Volkspartei e Partito Popolare Sudtirolese di ottenere il quorum. La
percentuale non venne infatti raggiunta dai partiti della maggioranza anche in
virtù dell'azione di queste piccole liste laiche formate dai “dissidenti” –
come l’Up (Unità popolare), guidata dal liberale Corbino, e Adn (Alleanza
democratica nazionale) guidata da un triumvirato composto da Calamandrei, Parri
e Codignola - che raccolsero rispettivamente lo 0,5 e lo 0,6%. Una manciata di
voti, dunque, che si dimostrarono però sufficienti ad impedire la realizzazione
del progetto di “democrazia protetta” che De Gasperi si proponeva di realizzare
con la riforma della legge elettorale. Il cartello di partiti da lui guidato
raggiunse infatti solo il 49.8% e quindi il premio di maggioranza - che avrebbe
garantito alla coalizione il 65 per cento dei seggi e assicurato al Paese un
periodo di stabilità politica - non scattò.
Così
tramontò il primo tentativo di offrire finalmente al paese una certa stabilità
governativa con questa coraggiosa iniziativa di riforma della legge elettorale,
che anticipava la stagione del maggioritario e che si sarebbe in seguito
realizzata solo quarant’anni dopo nel 1993. Comunque il dibattito sul senso
della “legge truffa” – che fu così battezzata per la prima volta dal giurista
Piero Calamandrei – continuò ad essere al centro di importanti studi e
dibattiti per molti decenni [12].
La
sconfitta politica del progetto però comportò anche la definitiva uscita di
scena di De Gasperi - dopo ben sette anni e mezzo ininterrotti di Governo - e
lo schieramento centrista entrò così in una lenta ma irreversibile crisi,
contrassegnata da una forte instabilità dei Governi successivi. La storia della
seconda legislatura (1953-1958) dimostrerà, infatti, che le preoccupazioni
legate al meccanismo elettorale erano fondate: in cinque anni si avvicendarono
ben sei diversi governi. Quindi la formula del centrismo mostrò di avere ormai
i giorni contati e già nel mese di agosto del 1956, dopo un incontro
segretissimo fra il socialdemocratico Saragat e il socialista Nenni, si
porranno le basi per la svolta di centrosinistra che sarebbe maturata poi nel
decennio seguente.
NOTE:
[1] Però secondo
alcune fonti sembra che il primo suggerimento al riguardo sia venuto non
dall’Ufficio studi della DC, ma da quello dei Socialdemocratici. Infatti il
segretario del PSDI, Edgardo Lami Starnuti, aveva scoperto nel sistema
elettorale francese di quel tempo gli apparentamenti, che d’altronde erano già
stati introdotti anche in quello italiano proprio nelle ultime elezioni
amministrative del 1952. Quindi l’operazione che seguì nei mesi successivi fu
semplicemente di trasferire tale meccanismo anche riguardo alle elezioni politiche.
[2] De Gasperi avanzò per la prima volta
pubblicamente la proposta per una nuova legge elettorale per l’elezione della
Camera dei deputati l’8 luglio 1952, in un intervista concessa sul Messaggero,
nella quale spiegò anche i motivi: occorreva costruire uno “Stato forte” e una
“democrazia protetta” al fine di prevenire la possibilità di una dittatura,
della destra o della sinistra.
[3]. “Lo schema – riferiva il comunicato ufficiale emesso
dal Consiglio dei Ministri quella stessa sera - è composto di un unico articolo
e prevede che nel caso in cui una lista o un gruppo di liste collegate avessero
raggiunto la maggioranza assoluta dei voti validi riportati da tutte le liste o
gruppi di liste vincenti, vengono assegnati un numero di seggi pari al 65% dei
voti con una maggiorazione che, nell’ipotesi più favorevole, raggiungerà il
15%. Il riparto dei seggi fra le liste collegate e fra tutte le altre liste
avverrà in modo proporzionale e sulla base dei voti complessivi riportati sul
piano nazionale. Le attuali Circoscrizioni invece rimangono ferme, salvo
l’aumento dei seggi in base ai risultati dell’ultimo censimento della
popolazione, per cui il totale dei seggi alla Camera viene aumentato a 590.
Il collegamento è
ammesso fra partiti o gruppi politici che abbiano presentato liste con lo
stesso contrassegno in almeno cinque circoscrizioni, salvo che per la
candidatura del collegio uninominale della Valle D’Aosta e delle liste della
circoscrizione Trentino-Alto Adige, le quali potranno collegarsi anche se non
risultino presentate in altre circoscrizioni e ciò per assicurare la
rappresentanza etnica. Per l’ipotesi che nessuna lista raggiunga la maggioranza
assoluta è previsto che i seggi che in base alla vigente legge dovrebbero
essere assegnati a liste nazionali, verranno assegnati ai candidati delle liste
circoscrizionali i quali hanno raggiunto il maggiore numero di voti individuali
ed ai vincenti subentreranno altri candidati delle liste circoscrizionali”.
[4] Secondo dei calcoli effettuati all’epoca, i due
quozienti avrebbero dovuto aggirarsi sui ca. 30 mila voti per la maggioranza e
sui 60 mila per le minoranze. Ciò naturalmente avrebbe comportato anche un
afflusso di candidati (specie indipendenti, monarchici, ecc.) verso i partiti
di maggioranza o, comunque, verso quelli più forti.
[5] I quozienti nazionali venivano in seguito trasportati
in sede circoscrizionale, dividendo con essi il numero dei voti riportati in
tale sede dai partiti interessati. Se il numero complessivo dei seggi che ne
derivava coincide con quello assegnato alle circoscrizioni in base al numero
degli abitanti non si aveva nessuna variante. Ma poichè il rapporto fra
abitanti votanti e voti validi variava da circoscrizione a circoscrizione,
poteva accadere che in una circoscrizione il quoziente nazionale assegnava un
numero di seggi superiore a quello dei seggi assegnati alla circoscrizione
stessa.
Nel caso in cui si
avesse avuta disparità tra seggi assegnati alla circoscrizione e quelli
risultanti dal calcolo con i quozienti nazionali, si fosse trattato di seggi
sia della maggioranza che della minoranza, essi verranno ridotti in modo
proporzionale fino a farli coincidere con quelli della circoscrizione.
[6] L.Mercuri, Il
movimento di unità popolare, Carecas Edizioni, Roma 1978
[7] A.C. Temolo, La
politica dei partiti nelle elezioni del 1953, Parma 1953
[8] La proposta di Scalfaro consisteva nell’accelerare i
ritmi di lavoro della Camera sulla legge, tenendo seduta tutti i giorni,
compresi i festivi, fino al 23 di dicembre per esaurì la discussione sulla
Legge elettorale nel più breve tempo possibile.
[9] In tarda sera furono invece rilasciate numerose
dichiarazioni di vari esponenti, fra cui quella del ministro Mario Scelba, che
ci fa capire a quale livello fosse giunto lo scontro politico: “La legge sarà
approvata e il parlamento funzionerà. Esso – continuava il ministro – non
subirà le intimidazioni comuniste. Una cosa è certa: la legge farà il suo corso
nel rispetto del regolamento e del Parlamento. Se poi i comunisti tentassero di
impedire il funzionamento dell’istituto parlamentare, nella Repubblica ci sono
autorità sufficienti per far valere la legge anche nei loro confronti: di
questo il Paese può essere certo”.
[10] In realtà, a tutela delle minoranze etniche era
previsto che i candidati del collegio uninominale della Valle D’Aosta e
delle liste della circoscrizione Trentino-Alto Adige potevano liberamente
collegarsi anche se le loro liste non risultavano presenti in altre
circoscrizioni.
[11] Nei mesi successivi Piero Calamandrei, insieme al senatore Ferruccio Parri - che si dimetterà il 6
aprile 1953 dal PRI - e ad altri ex azionisti, darà vita ad “unità popolare”,
che parteciperà alle elezioni politiche del 1953.
[12] Lo storico Paolo Pombeni, nel quinto
volume della “Storia d'Italia” (ed. Laterza) curata da G. Sabbatucci e V.
Vidotto, scrisse sulla legge: “Un fattore certamente presente era la volontà
degasperiana di affrancarsi dalla tutela della dialettica dei partiti, per
tornare alla libertà di manovra dei governi ottocenteschi. A questo si
aggiungeva il desiderio contingente di liberarsi dai ricatti e dalle pressioni
della ‘destra cattolico-clericale’, come lo stesso De Gasperi confidò a Nenni”.
BIBLIOGRAFIA e
altre fonti
AA.VV, Meuccio
Ruini: la presidenza breve, Ed. Rubbettino, 2004
Camera dei Deputati, I
legislatura della repubblica italiana (1948-1953) – Documenti e relazioni,
Ed. Biblioteca Camera dei deputati.
Galante Garrone
Alessandro, Calamandrei, Milano, Garzanti, 1987.
Gazzetta Ufficiale
della Repubblica Italiana del 31 marzo 1953, Modifiche al Testo Unico delle
leggi per l’elezione della camera dei deputati approvato con decreto
presidenziale 5 febbraio 1948 n. 26 (Legge 149 del 1953), 1953.
Quagliariello Gaetano,
La legge elettorale del 1953, Bologna, il Mulino, 2003.
Piretti Maria Serena, la
legge truffa: il fallimento dell’ingegneria politica, Bologna, il Mulino,
2003
Rossi Paolo, Storia
d'Italia dal 1914 ai giorni nostri, Mursia, 1973