Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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11/04/2007

1. Introduzione

Il 7 giugno del 1953, gli italiani furono chiamati alle urne per rinnovare la legislatura con una grossa novità rispetto al voto del 1948. Il vecchio sistema proporzionale “puro” lasciava il posto a una nuova legge elettorale, che prevedeva un consistente premio di maggioranza, il 65% dei seggi, al gruppo di liste che avesse raggiunto almeno la metà dei voti più uno. Quando però furono aperte le urne, per il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi - che quella legge volle a tutti i costi - fu una ‘doccia fredda’ : il premio di maggioranza non scattò per un soffio e all'appello mancavano appena 54.968 voti. Ai più attenti osservatori politici risultò subito chiaro che con il fallimento della legge maggioritaria, che venne in seguito definitivamente abrogata nel giugno del '54 da un voto della Camera su proposta di Pietro Nenni, sarebbe calato il sipario anche sull'era degasperiana.

Ma come si era giunti all’approvazione di questa legge che una poco corretta memoria storica ha fatto passare come “legge truffa”? quali furono i motivi che spinsero la maggioranza di allora nel tentare a tutti i costi di introdurre questo nuovo sistema elettorale nel nostro Paese?

La necessità di un diverso meccanismo di voto maturò in De Gasperi agli inizi del 1952 [1] [2], mentre in Vaticano ci si adoperava con ogni mezzo, attraverso la mediazione di don Luigi Sturzo, affinché in Italia potesse costituirsi un grosso blocco moderato fra la destra monarchica e missina e la stessa Democrazia Cristiana. Il motivo che spinse l’avallo da parte di papa Pio XII di tale operazione furono i deludenti risultati ottenuti verso la fine della prima legislatura in diverse elezioni amministrative, che avevano mostrato una forte erosione della DC sulla destra e l'accrescersi della sinistra. La maggioranza di centro divenne quindi piuttosto risicata.

L'esperimento avrebbe dovuto avere il battesimo politico proprio nelle imminenti elezioni amministrative per il Comune di Roma, ma il disegno pacelliano - come si ebbe modo di vedere - non passò per il disappunto dei partiti laici minori alleati con la DC, ma soprattutto per la contrarietà di De Gasperi. Infatti il Presidente del Consiglio era convinto che l’asse politico della DC dovesse essere mantenuto al centro e che quindi doveva essere respinto ogni tentativo volto a spostarlo, sia verso destra che verso sinistra.

Quindi fu proprio grazie a questo precario contesto politico che prese forma il progetto di disegno di legge elettorale, che fu presentato alla camera il 21 ottobre 1952 dal ministro degli interni Mario Scelba, incardinato attorno a due importanti principi chiave: mantenimento dello scrutinio di lista su collegi plurinominali e revisione del meccanismo di riparto proporzionale, a patto che si fosse superata una determinata soglia di consenso.

Democristiani, socialdemocratici, liberali, Repubblicani e personalmente lo stesso De Gasperi, pensarono infatti ad una legge elettorale che, conservando la proporzionale, potesse finalmente garantire anche la stabilità governativa.

2. Lo schema di Disegno di legge varato il 18 ottobre dal consiglio dei ministri

Lo schema di disegno di legge, contenente le modifiche da apportare alla legge elettorale all’epoca in vigore (Testo Unico del 5 febbraio 1948 n. 26 per l’elezione della Camera dei deputati), fu proposto dal ministro degli interni Mario Scelba ed approvato dal consiglio dei ministri il 18 ottobre.

Il testo del comunicato [3], che quella stessa sera il Consiglio dei ministri aveva emanato, non era del tutto chiaro, però già si capiva in linea di massima cosa avrebbe previsto la nuova legge elettorale. Vi si stabiliva come il premio di maggioranza – che era anche il punto centrale della nuova legge che si andava a formare -  fosse assegnato al partito o al gruppo di partiti collegati che avessero raggiunto insieme il 50,01% dei voti “validi”. Quest’ultima precisazione era di per sé molto importante, in quanto spesso la differenza fra “votanti” e “voti validi” era già all’epoca notevole ed il calcolo della maggioranza rispetto all’una o all’altra cifra avrebbe potuto comportare risultati diversi e conseguenze elettorali importanti. Quindi, poiché i voti annullati - non essendo attribuibili a nessun partito politico - andavano comunque a danneggiare il gruppo di partiti che aspirava ad ottenere la maggioranza assoluta, avendoli esclusi dal computo dei voti si facilitò di molto la possibilità di fargli raggiungere il quorum del 50,01%.

Il numero delle circoscrizioni invece sarebbe rimasto quello del 1948, ma visto che il numero degli abitanti era nel frattempo aumentato in base ai dati dell’ultimo censimento - e la Costituzione stabiliva che venisse eletto “un deputato ogni 80 mila abitanti o per frazione superiore a 40 mila” - il loro numero per l’elezioni della Camera, in base all’ultimo censimento, sarebbe stato portato da 574 a 590. Quindi di conseguenza il numero dei seggi assegnati alle singole circoscrizioni andava adeguato fino a quella cifra.

Durante le trattative fra i partiti della coalizione di Governo, il premio di maggioranza fu ridotto dal 66% (pari a due terzi esatti dei seggi) al 65%, quindi al gruppo vincitore sarebbero dovuti spettare non 393 seggi, ma 385, mentre alle minoranze 205. Però il numero dei seggi assegnato alla maggioranza e all’opposizione sarebbe rimasto fisso ed invariato qualunque fosse stato il reale risultato dei voti che i vari gruppi avessero poi conseguito, rispettivamente al di sopra o al di sotto del 50,01%, anche nel caso in cui la maggioranza avesse ottenuto più del 65% dei voti e l’opposizione meno del 35% (in questo caso, la maggioranza avrebbe quindi conseguito, praticamente, un numero di seggi inferiore ai voti ottenuti e la minoranza invece un numero superiore).

Ma il problema più grosso da affrontare era come applicare questo nuovo congegno elettorale alle Circoscrizioni. Dopo molte discussioni, alla fine passò la proposta suggerita dai Repubblicani che prevedeva di dividere il numero complessivo dei voti riportati dal gruppo dei partiti vincitori per il numero complessivo dei seggi ad esso assegnati (in quel momento a 385). Solo in tal modo si poteva ottenere quel quoziente nazionale indispensabile per eleggere il deputato. Lo stesso sistema poi si applicava anche per ottenere il quoziente della futura opposizione [4] [5].

Invece, per quanto riguardava il collegamento fra i partiti, fu previsto l’obbligo della presentazione delle liste in almeno cinque circoscrizioni. Tale previsione aveva lo scopo mirato di limitare al più possibile “i camuffamenti” dei partiti con simboli diversi dai propri, ma anche l’assembrarsi di una quantità enorme di partiti e raggruppamenti minori a sfondo esclusivamente locale.

Nella eventualità che non fosse conseguito da alcun partito o raggruppamento il quorum del 50,01%, si sarebbe dovuta applicare la legge elettorale allora vigente, ossia la proporzionale “pura” applicata nelle precedenti elezioni del 1948, però con una importante variante: che, per l’utilizzazione dei resti nel collegio unico nazionale, non venisse più adottato un elenco nazionale di candidati predisposto dalle direzioni dei partiti, ma una lista formata dalla graduatoria dei candidati che avessero ottenuto individualmente il maggior numero dei voti, facendo quindi subentrare - in sede circoscrizionale - i candidati del loro partito che li seguivano immediatamente nella graduatoria.

3. Le ragioni della diffidenza dei piccoli partiti laici e il loro successivo accordo con la Dc

Il disegno di legge fu presentato il 21 ottobre alla Camera dal ministro Mario Scelba e il 29 ottobre la Commissione interni della Camera avviò l’esame della nuova legge elettorale in sede referente. Ma l’opposizione di sinistra (PCI e PSI), insieme alle destre, attuò fin da quel momento l’ostruzionismo e allo stesso tempo non mancarono neppure da parte dei piccoli partiti laici delle ragioni di diffidenza verso il progetto.

Infatti il dibattito alla Camera per l'approvazione della legge fu fra i più incandescenti della storia della Repubblica, visto che in tale sede il Governo aveva auspicato possibile chiarire e superare quei punti di dissenso – per altro di natura non decisiva – che proprio molti esponenti dei partiti laici alleati alla DC avevano sollevato anche al momento dell’approvazione al consiglio dei ministri e che fino a quel momento erano rimasti ancora insoluti.

Le ragioni per cui i partiti minori guardavano con diffidenza questo nuovo schema elettorale erano dovute prima di tutto al fatto che si mantenevano i quozienti circoscrizionali del 1948 che, anche per la loro elevatezza, operavano del tutto a favore dei grossi partiti di massa. In secondo luogo per l’utilizzazione dei grossi resti che, mentre con il vecchio sistema risultava essere particolarmente a favore dei partiti minori, ora finiva con il favorire di nuovo i partiti maggiori.

L’altro punto che rimaneva non ancora del tutto risolto era quello dell’entità del premio di  maggioranza. Mentre il governo era favorevole ad una quota di 385 deputati, i liberali e i socialdemocratici chiedevano invece di limitarlo addirittura a 360-370, in base al concetto di non precostituire una maggioranza assoluta per la DC. I democristiani, ed anche i repubblicani, fecero però presente che, se si fosse limitato troppo il premio di maggioranza, non si avrebbe più avuta la possibilità di creare un’opposizione costituzionale ed un’alternativa tra i partiti democratici, in quanto tutti e quattro sarebbero stati costretti a partecipare al futuro governo pur di non far governare esponenti del blocco PCI-PSI.

Ma “i dubbi” dei partiti laici di maggioranza erano dovuti anche a delle ragioni ancora più profonde. Infatti la comune coscienza della propria debolezza portò alcune componenti socialdemocratiche, ma anche quelle repubblicane, a vedere nell’iter dell’approvazione di questa legge elettorale una delle loro ultime occasioni per affermare con maggiore incisività il loro ruolo nel governo, liberandosi quindi dalla subalternità alla DC. Infatti il riequilibrio delle posizioni all’interno della coalizione sembrava essere diventato finalmente possibile – a loro giudizio – dopo le ultime elezioni amministrative, che avevano fatto intravedere un consistente declino dell’egemonia democristiana, grazie alla forte crescita della destra. Ciò avrebbe certamente anche reso indispensabile l’appoggio del PSDI e del PRI per la continuità della politica centrista di De Gasperi. L’immobilità del sistema, fulcro della politica di De Gasperi, non poteva infatti essere anche l’obiettivo strategico dei socialdemocratici e dei repubblicani che, prefiggendosi il rinnovamento ed il cambiamento della società, dovevano per forza puntare su fattori dinamici che potessero contribuire a modificare anche lo stesso quadro politico[6] [7]

Comunque alla fine queste difficoltà furono superate e la sera del 15 novembre 1952 fu siglato a Roma l’accordo fra i quattro partiti di maggioranza (DC, PSDI, PLI, PRI).

I partiti convennero di sostenere in parlamento il disegno di legge presentato dal Governo per la riforma elettorale, che attribuiva alla maggioranza assoluta dei voti il 65% dei seggi. Stabilirono anche di presentarsi al corpo elettorale con liste collegate nell’intero territorio nazionale, ma decretarono che ogni eventuale ulteriore adesione al collegamento dei quattro partiti poteva avvenire solamente con il consenso di tutti e quattro i partiti collegati.

Ma un primo punto dell’accordo conteneva - oltre all’impegno a sostenere fino in fondo, in sede parlamentare, il disegno di legge governativo - la prevista riduzione del premio di maggioranza da 385 a 380 seggi. Infatti la prospettiva di questo premio continuò a non rassicurare il PSDI, il PRI e il PLI su una loro occasione futura di rafforzamento perché una volta ottenuta la stabilità governativa riducendo il peso delle opposizioni, sarebbe continuata ad essere sempre la DC il partito più forte della coalizione. Invece un secondo punto dell’accordo riconosceva, ad ognuno dei quattro partiti, un potere di veto contro eventuali altri apparentamenti in sede regionale ed in tale maniera si escludeva automaticamente un allargamento dell’intesa alle forze monarchiche.

4. Il “Comitato dei nove”

Nei giorni successivi, passato il Disegno di legge all’esame della Commissione interni della Camera, questa il 28 novembre decise - su proposta di Marazza - di deferire l’ulteriore esame delle proposte relative alla formulazione degli articoli ad un comitato ristretto di nove membri per risparmiare ulteriore tempo.

I rappresentanti delle opposizioni a questo punto protestarono vivacemente e a lungo, parlando di “inusitata procedura”, ma il Comitato comunque si insediò e risultò composto da nove membri: Marazza (DC), come presidente; Tesauro (DC) e Bertinelli (PSDI), come relatori di maggioranza; Capalozza (PCI) e Luzzatto (PSI), relatori di minoranza; Marotta (DC), Paletto (DC) e Amadeo (PRI). La costituzione del comitato fu aprovata con 24 voti contro 17 ed un astenuto.

La costituzione del cd. “Comitato dei 9” quindi non rasserenò il clima e appena pochi giorni dopo, nella seduta del 4 dicembre, numerosi deputati socialisti e comunisti fecero scoppiare dei gravi tumulti alla camera mentre si stavano svolgendo le votazioni su una proposta di Oscar Luigi Scalfaro (DC) per accelerare il ritmo della discussione sulla legge elettorale [8]. Nella rissa rimasero contusi e feriti molti deputati e commessi e si lanciò di tutto: dalle sedie ai calamai e perfino tagliacarte. Addirittura alcuni deputati, come i due fratelli Paletta (PCI), usarono i braccioli delle sedie e delle poltrone rotte come arma di offesa contro altri colleghi. Però alla fine la proposta di Scalfaro venne comunque approvata dall’aula di Montecitorio e il disordine andò mano a mano a placarsi e la Camera infine si svuotò [9].

5. Le pregiudiziali di incostituzionalità della nuova legge elettorale presentate da PCI e PSI

PCI e PSI, in particolare Togliatti, continuarono in quei giorni a puntare continuamente il dito sulle presunte analogie tra la legge elettorale del Governo e la Legge Acerbo, la quale al contrario assegnava un premio di maggioranza schiacciante ad un partito o gruppo di partiti che non arrivava nemmeno ad ottenere la maggioranza relativa. Quindi equipararla ad una simile legge elettorale era palesemente assurdo perchè al singolo partito o gruppo di liste bastava raccogliere un quarto dei voti per arrivare ai tre quarti dei seggi, mentre nel sistema concepito dalla legge degasperiana per godere del premio si doveva raccogliere oltre la metà dei voti espressi. Ma tale loro atteggiamento diffidente nei confronti di questo sistema era mosso anche dal timore che tutto questo fosse propedeutica ad una svolta autoritaria a destra e ciò li spinse, quindi, a presentare quattro pregiudiziali sulla pretesa incostituzionalità sulla legge, oltre che una richiesta di sospensiva avanzata da Pietro Nenni. Ma la sera del 9 dicembre, dopo un’attenta analisi, la Camera le respinse.

La prima pregiudiziale presentata intravedeva la presunta incostituzionalità della legge nel fatto che “la proporzionale pura sta alla base della nostra Costituzione” e che “la proporzionale rappresenta la conquista più avanzata della Democrazia”. Ma la richiesta non venne accolta dal Governo perchè la Carta Costituzionale – rispose Scelba - non contemplava alcuna norma in base alla quale la Camera avrebbe dovuto essere eletta col criterio proporzionale integrale e che neppure esisteva un criterio generale in favore del proporzionale.

La seconda invece riguardava il principio dell’uguaglianza del voto, che con il nuovo sistema elettorale prefigurato dalla legge, secondo le sinistre, sarebbe stato violato. Ma anche questa fu facilmente rigettata dal ministro Scelba, che osservò come tale eguaglianza non veniva meno per il semplice fatto che tale criterio era seguito “da Paesi di antica ed autentica democrazia e non è stato seguito per l’elezione del Senato. Per l’elezione di un Senatore, ad esempio, furono necessari 125mila voti in Piemonte, mentre ne bastarono 41 mila in Basilicata”. In effetti, già in quegli anni, in Francia si votava col premio di maggioranza ed in Inghilterra col collegio uninominale. Inoltre la Costituzione si limitava ad escludere il solo voto plurimo.

La terza pregiudiziale invece intravedeva una violazione del principio di tutela delle minoranze etniche presenti nella Valle D’Aosta ed in Trentino Alto-Adige [10], mentre la quarta – mossa da Togliatti - accusava il governo di voler spianare con questa legge la strada ad un Governo “oligarchico” e quindi ad una successiva riforma arbitraria della Costituzione. Ma anche questa osservazione fu facilmente rigettata dal ministro dell’interno, in quanto, anche se la Democrazia Cristiana avesse ottenuto nella prossima futura legislatura la maggioranza assoluta, essa da sola non avrebbe mai ottenuto quella maggioranza di due terzi necessaria per modificare la Costituzione.

Infine, nelle votazioni seguite subito dopo, le quattro pregiudiziali poste da Togliatti, Basso, Ferrando e Francesco De Martino, riunite poi in una sola, furono tutte respinte per appello nominale, con 314 voti e 180 contrari. Invece successivamente, con 296 voti contro 207 - a scrutinio segreto - venne respinta la sospensiva presentata da Nenni.

6. La contrarietà alla legge elettorale di molte personalità dei partiti laici

Ma ciò che preoccupava maggiormente il Governo e De Gasperi, non era tanto l’accusa che gli veniva rivolta - proprio dai Social-Comunisti - di voler introdurre con questa legge delle norme antidemocratiche, ma che fra gli avversari della legge vi fossero alcune personalità politiche di grande integrità ed autorevolezza, anche appartenenti all’area della stessa maggioranza.

Infatti, anche se Gaetano Salvemini trovava questa legge elettorale corretta e ragionevole, con la condizione però che il premio di maggioranza non fosse troppo spropositato, c’erano illustri politici come Ferruccio Parri e il liberale Corbino che al contrario l’avversavano totalmente. Ed era pronto a battersi contro questa riforma anche l’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, ma la sua morte - sopraggiunta il 20 febbraio 1953 - gli impedì di votare contro la legge.

Anche un altro ex presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, si associò alle voci contrarie e poco prima di morire (novembre 1952) dichiarò di essere maldisposto verso questo nuovo sistema perché “la prassi parlamentare non ammette che alla fine di una legislatura si modifichino i meccanismi elettorali che devono presiedere alla formazione di una nuova Camera”. Infine, l’11 dicembre, ci fu la presa di posizione contraria di Piero Calamandrei, che in un suo intervento alla Camera - parlando anche a nome di altri sette deputati socialdemocratici dissidenti - espresse chiaramente la sua avversità alla legge elettorale, che definì una “truffa”. Nel suo discorso dichiarò anche che il progetto era anticostituzionale, ma in particolare si soffermò sulla questione del premio di maggioranza: “Anche noi – dichiarò alla Camera – l’avremmo accettato se si trattava di attribuirlo ad un partito isolato ed omogeneo, che da solo conquistasse, con la proporzionale la maggioranza assoluta e avesse necessità di una stabilità di Governo per attuare il suo programma. Ma questo non è il caso della DC, alla quale i partiti minori serviranno solo da sgabello per montare a cavallo”. Per Calamandrei il pericolo più grande per la democrazia italiana non stava a sinistra, ma consisteva soltanto nella mancanza di una alternativa socialista: “Grande è in questo la responsabilità del PSI”, che “finchè rimane chiuso e confuso nel Partito Comunista, le stesse fatalità internazionali che gravano sul comunismo gravano anche sul socialismo”. Infine l’esponente del PSDI aggiunse che il pericolo vero era solo a destra e che questa legge avrebbe sbarrato l’apertura del sistema verso una eventuale alternativa di Governo di centrosinistra, coinvolgendo in questa grave responsabilità anche i partiti laici minori.

Ma lo strappo definitivo con il gruppo dei “dissidenti” socialdemocratici avvenne appena pochi giorni dopo, il 23 dicembre, con l’espulsione dal partito di Tristano Codignola. Per solidarietà si dimisero anche lo stesso Piero Calamandrei, Paolo Vittorelli, Francesco Zanardi, Antonio Greppi, Edmondo Cossu, Lucio Libertini ed altri [11].

7. L’approvazione della nuova legge elettorale da parte della camera e del senato

Pochi giorni dopo la bocciatura delle pregiudiziali di incostituzionalità presentate da PCI e PSI contro la nuova legge, il 31 dicembre il presidente della Camera Giovanni Gronchi dispose la riduzione a 11 dei 216 ordini del giorno presentati dalle sinistre, allo scopo di affrettare i tempi per la sua approvazione, e per tutti i primi mesi del 1953 la politica italiana visse uno dei momenti più aspri della sua storia. Tutta la vita parlamentare fu infatti animata da durissimi scontri contro il governo e fu proprio in quei giorni che l’opposizione, continuando nel suo ostruzionismo, cominciò col definire assiduamente questa legge elettorale una “truffa” (successivamente in campagna elettorale il termine "Legge truffa" avrà una grossa presa presso il pubblico, tipica degli slogan irrazionali), mentre invece la maggioranza di centro si impegnò energicamente per ottenere l’approvazione nei minori tempi possibili. Addirittura il 13 gennaio i deputati Social-comunisti alla camera tentarono di impedire materialmente lo svolgimento di una votazione non ritenuta da loro regolare e il comunista Silvio Messinetti venne sospeso per cinque giorni, avendo rovesciato un’urna contenente le palline per la votazione. Quindi il Governo, visti i tempi sempre più ristretti, decise di accellerarne l’iter di approvazione e il 14 gennaio De Gasperi pose la questione di fiducia alla Camera per concludere il più velocemente possibile il dibattito e per bloccare una volta per tutte i numerosi emendamenti che le opposizioni continuavano a presentare.

Numerose furono le manifestazioni organizzate da PCI e PSI contro questa decisione e a Roma una dimostrazione fu dispersa dalla celere. Il 20 gennaio la CIGL proclamò uno sciopero generale e in piazza la polizia fu costretta ad intervenire con gli idranti per evitare il precipitare della situazione. In uno di questi scontri rimase contuso fra gli altri anche il deputato comunista e direttore de “l’Unità” Pietro Ingrao. Numerosi furono gli arresti.

Il 21 gennaio dopo una seduta di oltre 70 ore, nel corso della quale intervennero tutti i deputati dell’opposizione, il governo chiese ed ottenne la fiducia. Quindi la legge elettorale venne finalmente approvata con 332 sì e 17 no. Durante il dibattito finale Palmiro Togliatti propose in extremis il ritiro di tutti gli emendamenti presentati dall’opposizione a patto che il Governo si fosse impegnato a sottoporre la nuova legge ad un Referendum popolare, da tenersi contestualmente al voto delle politiche, ma il Governo rifiutò decisamente la proposta. A questo punto l’opposizione di sinistra abbandonò l’aula per manifestare il proprio dissenso per questa inusitata procedura della fiducia e verso il presidente della Camera Gronchi che l’aveva avallata. Quindi il vicepresidente della camera Fernando Targetti e gli altri membri dell’Ufficio di presidenza appartenenti a PCI e PSI si dimisero.

Il 22 gennaio una delegazione di deputati dell’opposizione (composta dallo stesso Fernando Targetti, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Fausto Gullo e Tomaso Smith) illustrò al presidente della Repubblica Luigi Einaudi le ragioni dell’ostruzionismo sulla legge elettorale e denunciò l’incostituzionalità del modo di procedere del presidente della Camera Gronchi. Einaudi però obiettò loro che non era di sua competenza tenere conto dei rilievi che riguardavano la procedura parlamentare, la cui disciplina ed applicazione era sempre rientrata fra i poteri propri dell’Assemblea attraverso l’emanazione del suo regolamento.

Intanto la legge continuò il suo percorso di approvazione ed il 27 gennaio arrivò alla commissione interni del senato, dove si cominciò ad esaminarla in sede referente, e il 12 febbraio l’aula approvò - con 165 sì e 111 no – la procedura d’urgenza per una discussione veloce della legge, che iniziò il 7 marzo.

In senato però la situazione si mostrò essere più difficoltosa del previsto, ma questa volta non solo a causa delle opposizioni. Il presidente dell’aula, Giuseppe Paratore, un liberale di vecchio stampo (da giovane era stato segretario nell’ultimo governo Crispi), era contrarissimo a questa - fino ad allora - inusitata procedura di porre la questione di fiducia su una legge elettorale allo scopo dichiarato di troncare l’ostruzionismo dell’opposizione. Infatti il primo giorno in cui la legge approdò in senato, Paratore ammonì da subito De Gasperi affinchè questa insolita procedura “non rappresenti un precedente”. Quindi il PSI e il PCI ne approfittarono per ottenere il suo appoggio riguardo quella proposta di referendum, con cui si sarebbe chiesto ai cittadini se erano favorevoli al nuovo meccanismo previsto da questa legge. Ma il governo rifiutò di nuovo energicamente questa offerta delle opposizioni per due ragioni: per l’imminenza della scadenza della legislatura e soprattutto perché il ricorrere ad un Referendum non abrogativo era estraneo alla carta costituzionale.

De Gasperi quindi continuò nella sua strategia verso l’approvazione della legge e anche qui non mancarono quegli scontri che avevano contrassegnato il primo iter alla Camera. Il 22 marzo il vicepresidente del senato Umberto Tupini - che quel giorno presiedeva la seduta dell’assemblea di Palazzo Madama in sostituzione di Paratore  - notò un numero rilevante di assenze fra i banchi della maggioranza. Quindi, malgrado il suo ruolo, sollecitò il Governo a richiedere velocemente la verifica del numero legale per impedire l’approvazione della proposta del comunista Luigi Ruggeri di inversione dell’ordine del giorno, tesa anche questa ad allungare i tempi dell’approvazione della legge elettorale. L’opposizione protestò vivacemente e bloccò per alcune ore la discussione. Allo scopo di attutire gli scontri, intervenne anche la proposta di Ferruccio Parri di ridurre ulteriormente il premio di maggioranza previsto come contropartita per il ricorso al voto di fiducia, ma anche se l’idea fu giudicata positivamente fra i vari schieramenti, non fu accolta dal Governo perché ormai mancava il necessario tempo tecnico. Una simile modifica avrebbe infatti comportato un ulteriore rinvio del testo alla Camera ad appena pochi giorni allo scioglimento della legislatura.

Giunti a questo punto Paratore, dopo un breve colloquio con il presidente Einaudi, si dimise dalla carica di presidente del Senato, sostenendo di non poter più svolgere imparzialmente la propria funzione, e dopo due estenuanti giorni di consultazioni fu scelto come nuovo presidente del Senato Meuccio Ruini, già ministro delle Colonie nel Gabinetto Nitti, che il primo giorno del suo insediamento dichiarò: “Affronto quest'opera con la stessa fermezza con la quale andai, con i capelli già grigi, sul Carso”. Il 25 marzo la sua nomina ottenne l’approvazione di 169 senatori. Quella del candidato delle sinistre, Enrico Molè, ne ottenne solo 109. Ruini nei giorni successivi si rivelò essere un’ottima scelta per De Gasperi, in quanto riuscì a dirigere con fermezza tutto il dibattito sulla legge, diventando una sorta di punto di riferimento nelle polemiche fra la maggioranza e i partiti della sinistra.

Alla fine, alle ore 15.55 del 29 marzo 1953, dopo interminabili battaglie parlamentari e dopo una seduta di 77 ore e 50 minuti, la legge venne approvata anche dal senato. Ottenne ben 174 voti favorevoli e solo 3 astenuti. Infatti l’opposizione al momento del voto abbandonò l’aula, criticando anche qui la procedura utilizzata. Poco prima del voto finale scoppiarono anche violentissimi incidenti, nel corso del quale il ministro Randolfo Pacciardi rimase leggermente ferito, mentre il ministro Ugo la Malfa fu schiaffeggiato dal senatore Emilio Lussu. Quel giorno anche la CGIL fece la sua parte e proclamò uno sciopero generale.

Il giorno successivo l’opposizione operò il suo ultimo tentativo per impedire la promulgazione della nuova legge elettorale. Anche questa volta una delegazione di senatori della sinistra - ma anche di altri settori politici - composta da Umberto Terracini, Ferruccio Parri, Enrico Molè, Sandro Pertini, Mauro Scoccimarro, Pasquale Jannaccone, Pietro Tomasi della Torretta ed Alberto Bergamini, chiese ed ottenne un nuovo incontro con il Presidente della Repubblica Einaudi per invitarlo a tener conto delle loro proteste, non promulgando la legge e rinviandone il testo alle due Camere per un ulteriore verifica. La richiesta non venne anche questa volta accolta ed il 31 mattina Einaudi promulgò la legge elettorale e il testo di riforma fu pubblicato nello stesso pomeriggio sulla Gazzetta Ufficiale. Pertanto essa ebbe fin da quel giorno valore esecutivo.

Successivamente - il 4 aprile - Einaudi, oltre alla Camera, sciolse con un anno di anticipo dalla scadenza naturale anche il Senato, in modo da dare ad entrambe le Camere una fisionomia omogenea con questo nuovo meccanismo di voto, e furono fissate le elezioni per il 7 giugno.

8. Elezioni politiche: non scatta il premio di maggioranza

La campagna elettorale fu molto combattuta e fu vivacizzata anche da un certo tipo di propaganda delle sinistre contro i cd. “forchettoni”, termine con cui i social-comunisti si riferirono ad esponenti dei partiti della maggioranza, ritenuti ormai definitivamente compromessi nella “questione morale”.

Questa riforma provocò però delle gravi lacerazioni all'interno della maggioranza centrista. Dai partiti laici alleati alla DC fuoriuscirono illustri politici che si presentarono alle elezioni in formazioni nate appositamente per impedire alla coalizione formata da DC, PSDI, PLI, PRI, Partito sardo d'azione, Sud Tiroler-Volkspartei e Partito Popolare Sudtirolese di ottenere il quorum. La percentuale non venne infatti raggiunta dai partiti della maggioranza anche in virtù dell'azione di queste piccole liste laiche formate dai “dissidenti” – come l’Up (Unità popolare), guidata dal liberale Corbino, e Adn (Alleanza democratica nazionale) guidata da un triumvirato composto da Calamandrei, Parri e Codignola - che raccolsero rispettivamente lo 0,5 e lo 0,6%. Una manciata di voti, dunque, che si dimostrarono però sufficienti ad impedire la realizzazione del progetto di “democrazia protetta” che De Gasperi si proponeva di realizzare con la riforma della legge elettorale. Il cartello di partiti da lui guidato raggiunse infatti solo il 49.8% e quindi il premio di maggioranza - che avrebbe garantito alla coalizione il 65 per cento dei seggi e assicurato al Paese un periodo di stabilità politica - non scattò.

Così tramontò il primo tentativo di offrire finalmente al paese una certa stabilità governativa con questa coraggiosa iniziativa di riforma della legge elettorale, che anticipava la stagione del maggioritario e che si sarebbe in seguito realizzata solo quarant’anni dopo nel 1993. Comunque il dibattito sul senso della “legge truffa” – che fu così battezzata per la prima volta dal giurista Piero Calamandrei – continuò ad essere al centro di importanti studi e dibattiti per molti decenni [12].

La sconfitta politica del progetto però comportò anche la definitiva uscita di scena di De Gasperi - dopo ben sette anni e mezzo ininterrotti di Governo - e lo schieramento centrista entrò così in una lenta ma irreversibile crisi, contrassegnata da una forte instabilità dei Governi successivi. La storia della seconda legislatura (1953-1958) dimostrerà, infatti, che le preoccupazioni legate al meccanismo elettorale erano fondate: in cinque anni si avvicendarono ben sei diversi governi. Quindi la formula del centrismo mostrò di avere ormai i giorni contati e già nel mese di agosto del 1956, dopo un incontro segretissimo fra il socialdemocratico Saragat e il socialista Nenni, si porranno le basi per la svolta di centrosinistra che sarebbe maturata poi nel decennio seguente.

NOTE:

[1]   Però secondo alcune fonti sembra che il primo suggerimento al riguardo sia venuto non dall’Ufficio studi della DC, ma da quello dei Socialdemocratici. Infatti il segretario del PSDI, Edgardo Lami Starnuti, aveva scoperto nel sistema elettorale francese di quel tempo gli apparentamenti, che d’altronde erano già stati introdotti anche in quello italiano proprio nelle ultime elezioni amministrative del 1952. Quindi l’operazione che seguì nei mesi successivi fu semplicemente di trasferire tale meccanismo anche riguardo alle elezioni politiche.

[2] De Gasperi avanzò per la prima volta pubblicamente la proposta per una nuova legge elettorale per l’elezione della Camera dei deputati l’8 luglio 1952, in un intervista concessa sul Messaggero, nella quale spiegò anche i motivi: occorreva costruire uno “Stato forte” e una “democrazia protetta” al fine di prevenire la possibilità di una dittatura, della destra o della sinistra.

[3]. “Lo schema – riferiva il comunicato ufficiale emesso dal Consiglio dei Ministri quella stessa sera - è composto di un unico articolo e prevede che nel caso in cui una lista o un gruppo di liste collegate avessero raggiunto la maggioranza assoluta dei voti validi riportati da tutte le liste o gruppi di liste vincenti, vengono assegnati un numero di seggi pari al 65% dei voti con una maggiorazione che, nell’ipotesi più favorevole, raggiungerà il 15%. Il riparto dei seggi fra le liste collegate e fra tutte le altre liste avverrà in modo proporzionale e sulla base dei voti complessivi riportati sul piano nazionale. Le attuali Circoscrizioni invece rimangono ferme, salvo l’aumento dei seggi in base ai risultati dell’ultimo censimento della popolazione, per cui il totale dei seggi alla Camera viene aumentato a 590.

Il collegamento è ammesso fra partiti o gruppi politici che abbiano presentato liste con lo stesso contrassegno in almeno cinque circoscrizioni, salvo che per la candidatura del collegio uninominale della Valle D’Aosta e delle liste della circoscrizione Trentino-Alto Adige, le quali potranno collegarsi anche se non risultino presentate in altre circoscrizioni e ciò per assicurare la rappresentanza etnica. Per l’ipotesi che nessuna lista raggiunga la maggioranza assoluta è previsto che i seggi che in base alla vigente legge dovrebbero essere assegnati a liste nazionali, verranno assegnati ai candidati delle liste circoscrizionali i quali hanno raggiunto il maggiore numero di voti individuali ed ai vincenti subentreranno altri candidati delle liste circoscrizionali”.

[4] Secondo dei calcoli effettuati all’epoca, i due quozienti avrebbero dovuto aggirarsi sui ca. 30 mila voti per la maggioranza e sui 60 mila per le minoranze. Ciò naturalmente avrebbe comportato anche un afflusso di candidati (specie indipendenti, monarchici, ecc.) verso i partiti di maggioranza o, comunque, verso quelli più forti.

[5] I quozienti nazionali venivano in seguito trasportati in sede circoscrizionale, dividendo con essi il numero dei voti riportati in tale sede dai partiti interessati. Se il numero complessivo dei seggi che ne derivava coincide con quello assegnato alle circoscrizioni in base al numero degli abitanti non si aveva nessuna variante. Ma poichè il rapporto fra abitanti votanti e voti validi variava da circoscrizione a circoscrizione, poteva accadere che in una circoscrizione il quoziente nazionale assegnava un numero di seggi superiore a quello dei seggi assegnati alla circoscrizione stessa.

Nel caso in cui si avesse avuta disparità tra seggi assegnati alla circoscrizione e quelli risultanti dal calcolo con i quozienti nazionali, si fosse trattato di seggi sia della maggioranza che della minoranza, essi verranno ridotti in modo proporzionale fino a farli coincidere con quelli della circoscrizione.

[6]  L.Mercuri, Il movimento di unità popolare, Carecas Edizioni, Roma 1978

[7]  A.C. Temolo, La politica dei partiti nelle elezioni del 1953, Parma 1953

[8] La proposta di Scalfaro consisteva nell’accelerare i ritmi di lavoro della Camera sulla legge, tenendo seduta tutti i giorni, compresi i festivi, fino al 23 di dicembre per esaurì la discussione sulla Legge elettorale nel più breve tempo possibile.

[9] In tarda sera furono invece rilasciate numerose dichiarazioni di vari esponenti, fra cui quella del ministro Mario Scelba, che ci fa capire a quale livello fosse giunto lo scontro politico: “La legge sarà approvata e il parlamento funzionerà. Esso – continuava il ministro – non subirà le intimidazioni comuniste. Una cosa è certa: la legge farà il suo corso nel rispetto del regolamento e del Parlamento. Se poi i comunisti tentassero di impedire il funzionamento dell’istituto parlamentare, nella Repubblica ci sono autorità sufficienti per far valere la legge anche nei loro confronti: di questo il Paese può essere certo”.

[10] In realtà, a tutela delle minoranze etniche era previsto che i candidati del collegio uninominale della Valle D’Aosta e delle liste della circoscrizione Trentino-Alto Adige potevano liberamente collegarsi anche se le loro liste non risultavano presenti in altre circoscrizioni.

[11] Nei mesi successivi Piero Calamandrei, insieme al senatore Ferruccio Parri - che si dimetterà il 6 aprile 1953 dal PRI - e ad altri ex azionisti, darà vita ad “unità popolare”, che parteciperà alle elezioni politiche del 1953.

[12] Lo storico Paolo Pombeni, nel quinto volume della “Storia d'Italia” (ed. Laterza) curata da G. Sabbatucci e V. Vidotto, scrisse sulla legge: “Un fattore certamente presente era la volontà degasperiana di affrancarsi dalla tutela della dialettica dei partiti, per tornare alla libertà di manovra dei governi ottocenteschi. A questo si aggiungeva il desiderio contingente di liberarsi dai ricatti e dalle pressioni della ‘destra cattolico-clericale’, come lo stesso De Gasperi confidò a Nenni”.

BIBLIOGRAFIA e altre fonti

AA.VV, Meuccio Ruini: la presidenza breve, Ed. Rubbettino, 2004

Camera dei Deputati, I legislatura della repubblica italiana (1948-1953) – Documenti e relazioni, Ed. Biblioteca Camera dei deputati.

Galante Garrone Alessandro, Calamandrei, Milano, Garzanti, 1987.

Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 31 marzo 1953, Modifiche al Testo Unico delle leggi per l’elezione della camera dei deputati approvato con decreto presidenziale 5 febbraio 1948 n. 26 (Legge 149 del 1953), 1953.

Quagliariello Gaetano, La legge elettorale del 1953, Bologna, il Mulino, 2003.

Piretti Maria Serena, la legge truffa: il fallimento dell’ingegneria politica, Bologna, il Mulino, 2003

Rossi Paolo, Storia d'Italia dal 1914 ai giorni nostri, Mursia, 1973