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20/05/2007

Non è esercizio banale il cercare di capire meglio il significato di una parola molto famosa e molto usata, soprattutto all’estero, e che, indegnamente, viene utilizzata dai superficiali per descrivere il nostro Paese.

É risaputo che all’estero l’Italia è luogo di pasta, pizza e mafia.

Volendo fare un’analisi etimologica della parola mafia, si può ricorrere a due dizionari: lo Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana 1994 (XXII ed. a cura di Dogliotti e Ruscello), edizioni Zanichelli e il Dizionario della lingua italiana a cura di Tullio De Mauro, edizioni Paravia.

Dalla ricerca emerge che le due definizioni tendono ad equivalersi: la mafia (o maffia) è un’ organizzazione criminosa sorta in Sicilia nella prima metà  del XIX secolo e che pretende di sostituirsi ai poteri pubblici nell'attuazione di una forma primitiva di giustizia, che si regge sulla legge della segretezza e dell'omertà  e che ricorre a intimidazioni, estorsioni, sequestri di persona e omicidi allo scopo di interessi economici  privati o di procurarsi guadagni illeciti.  

Estendendo il concetto, si definisce mafia anche un gruppo, una categoria di persone unite per conseguire o conservare con ogni mezzo lecito e illecito i propri interessi privati particolari, anche a danno di quelli pubblici. 

La parola può assumere anche un significato psicologico: essa infatti viene usata per descrivere episodi o comportamenti prepotenti, arroganti o violenti.

Esiste anche un significato “familiare” del termine: la mafia è infatti anche un’eleganza ostentata e volgare.

Il termine mafia ha inoltre diverse possibili origini etimologiche, più o meno verificabili o realistiche, come la derivazione dalla parola araba Ma Hias, "spacconeria", che sta in relazione con la spavalderia mostrata dagli appartenenti a tale organizzazione; la derivazione dalla lingua araba mu'afak, "protezione dei deboli", o maha, "cava di pietra"; la derivazione dall’espressione dialettale toscana maffia significante "miseria" oppure "ostentazione vistosa, spocchia"; la derivazione dai moto di rivolta dei Vespri Siciliani ed adottato come sigla per Morte Ai Francesi (Angioini) Indipendenza Anela, o anche Italia Avanti (lo storico Santi Correnti ritiene però che il termine sia precedente alla dominazione angioina); un'altra ricostruzione, connessa all'andata in Sicilia di Mazzini alla vigilia dell'Unità, è quella fatta nel 1897 dallo storico William Heckethorn: anche se non condivisibile, considera il termine Mafia come acronimo di Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti. Tale appello sarebbe stato rivolto alle organizzazioni segrete che nascevano sull'isola; infine, un’altra tradizione ancora narra che, sempre sotto il dominio angioino, un soldato francese chiamato Droetto violentò una giovane e che la madre terrorizzata per quanto accaduto alla figlia corse per le strade, urlando «Ma – ffia! Ma - ffia!» ovvero «mia figlia! mia figlia!» . Il grido della madre, ripetuto da altri, da Palermo si diffuse in tutta la Sicilia. Il termine mafia diventò così parola d'ordine del movimento di resistenza ed ebbe quindi genesi dalla lotta dei siciliani.

L'espressione mafia diviene un termine corrente a partire dal 1863, con il dramma “I mafiusi de la Vicaria” di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il territorio nazionale.

Attraverso queste definizioni appare scontato consegnare la paternità di questa organizzazione alla Sicilia e dunque all’Italia.

Tuttavia è bene ricordare che la mafia non è un fenomeno esclusivamente italiano.

Anche in altri paesi esistono forme di criminalità organizzata.

Dai documenti che ho trovato si evince però che è in Italia che il sistema dell’illegalità organizzata si è storicamente definito in precise organizzazioni, ciascuna con proprie caratteristiche e precisi radicamenti regionali.
Il fenomeno di gran lunga più diffuso - e che negli anni dell’emigrazione è stato esportato in paesi come gli Stati Uniti - è dunque quello della mafia siciliana, che va anche sotto il nome di Cosa nostra.

Fenomeni di criminalità organizzata, con varie ramificazioni, esistono da più di un secolo anche in Campania (la camorra), in Calabria (la ‘ndrangheta) e da tempi molto più recenti anche in Puglia (la sacra corona unita).

La nascita della mafia siciliana coincide con la nascita dello Stato moderno e rappresenta uno stratificarsi di potere in alternativa alla debolezza mostrata dal radicamento del potere legale dello Stato stesso.

Ho toccato più estesamente questi temi nel mio articolo “Ragionando sul Federalismo”, sempre su questa Rivista.

In alcune regioni è nata e si è radicata la mafia perché queste regioni non sono state adeguatamente intergrate o supportate nel e dal sistema nazionale.

É vero che per più di cinquant’anni le istituzioni repubblicane hanno cercato di risolvere il problema, creando ad esempio istituzioni come la Cassa per il Mezzogiorno o attivando una commissione bicamerale d’inchiesta rivolta al fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare.

Tuttavia il problema persiste.

Occorre pertanto trovare nuove forme per sradicare il fenomeno.

Forme che, oltre che all’interno delle istituzioni repubblicane, vanno ricercate anche dentro le pieghe della società civile. Intendo riferirmi al fatto che sono anni che di mafia non si parla più.

Non se ne parla in televisione, non ne parlano più i nostri politici.

La mafia vive e si rafforza nel silenzio e nella paura.

Per questo è da lodare l’iniziativa che ormai da parecchi anni compie Legambiente, l’associazione ambientalista più importante d’Italia.

Ogni anno Legambiente redige infatti il “Rapporto Ecomafia”.

La parola ecomafia è un neologismo coniato proprio da Legambiente ed è entrato nel vocabolario Zingarelli: con questa parola si indicano quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l'abusivismo edilizio e le attività di escavazione come nuovo grande business della mafia a livello internazionale.

Il fenomeno viene affrontato dal 1997 in modo sistematico nell'annuale rapporto, un'opera collettiva, coordinata dall'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente e realizzata in collaborazione con tutte le forze dell'ordine, con l'Istituto di ricerche Cresme, con magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente.      

I Rapporti si occupano dei traffici illegali di rifiuti e di abusivismo edilizio, di combattimenti clandestini tra cani e di saccheggio dei beni archeologici, di commercio illegale di specie protette e di legname pregiato, arrivando ad elencare i nomi dei clan mafiosi coinvolti e i numeri delle attività di repressione da parte delle forze dell'ordine.

Quelli realizzati da Legambiente sono dei lavori di ricerca e di analisi, ma anche atti esemplari di denuncia contro l'indifferenza e l'inerzia di molti.

Come Legambiente, molte altre associazioni di varia natura svolgono attività, spesso concrete e rischiose, per togliere la terra sotto i piedi alle organizzazioni mafiose. Attività che andrebbero prese ad esempio, piuttosto che voltarsi dall’altra parte, e che rappresentano forse l’inizio della vittoria della società moderna contro questa piaga lasciataci in eredità dal passato.

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