Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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13/11/2006

Dopo lo svolgimento del referendum del giugno scorso non si parla più di riforme costituzionali. Fino ad ora si è molto e inutilmente discusso (Bicamerali varie, compresa quella presieduta da Massimo D’Alema) delle modifiche alla Seconda Parte della Costituzione , “Ordinamento della Repubblica”, facendo poco e male (la revisione del Titolo V operata dalla maggioranza ulivista alla fine del 2000).  Poi vi sono state le misure volute dal centro-destra che non hanno superato la prova del referendum confermativo. In tutte queste circostanze, si è sempre considerata intangibile la Prima Parte (“Diritti e doveri dei cittadini”: rapporti civili, etico-sociali, economici, politici), come se un’eventuale riscrittura di quelle norme, anch’esse datate, comportasse il solito <salto nel buio>.  Invece, la Prima Parte della Costituzione ha anch’essa bisogno di revisioni. Certamene in misura maggiore della Seconda. Come è stato osservato anche di recente, la saldatura delle culture marxista da una parte e del solidarismo cattolico dall’altra (complice una DC che nella Costituente fu a “trazione” dossettiana) produsse un’impronta statalista nei rapporti economici che resta come una remora, quantomeno ideologica, che appesantisce l’economia italiana. Potrà non piacere, ma la nostra Costituzione non esprime i valori e i principi di un’economia liberale (men che meno, per usare un linguaggio tipicamente italiano, “liberista”) fondata su di un mercato libero e aperto. Le norme e gli istituti giuridici che vi sono contenuti sono assolutamente datati, al punto di essere da sempre inattuati, non per espressione di una perversa volontà politica (come si affermava una volta) contraria ad applicare la Costituzione , quanto piuttosto per comprovata desuetudine. Salvo esigue minoranze nessuna forza politica si riconoscerebbe adesso in disposizioni che magari nell’Assemblea costituente vollero (loro o i loro de cuius) rivendicare. Il Titolo III – è questa la parte più vecchia ed inutile - comincia dall’articolo 35 e finisce all’articolo 47. I primi tre articoli riguardano il lavoro. Basta una rapida lettura per comprendere che il legislatore del 1948 aveva di mira una precisa tipologia di lavoro: quello alle dipendenze, rinserrato all’interno della cittadella delle garanzie tradizionali. Per trovare una indiscutibile conferma è sufficiente leggere l’articolo 38, lo stesso che regola (insieme all’articolo 32 dedicato sinteticamente alla tutela della salute) il welfare all’italiana (con una chiara distinzione tra previdenza ed assistenza ben più evidente ed esaustiva  di quanto non è stato comunemente acquisito dal nostro dibattito). In sostanza prevale il profilo di un sistema di sicurezza sociale assai oneroso, impostato sul modello delle assicurazioni pubbliche obbligatorie ed incapace di proiettarsi – anche mediante una diversa allocazione delle risorse – alla ricerca di un altro modello, più libero ma anche più “giusto”, più attento ai nuovi bisogni e ai bisogni di chi non ha o non ha più un lavoro. Subito dopo ci si imbatte nell’articolo 39, l’articolo che regola l’attività sindacale, che giace inapplicato da sempre e al quale nessuno vuole dare attuazione. In verità, negli ultimi tempi l’articolo in parola è stato rivalutato, dal momento che è in grado di tenere insieme l’intero quadro delle questioni essenziali: come definire la rappresentanza e la rappresentatività in un ordinamento che sancisce la libertà dell’organizzazione sindacale e quindi presuppone l’esistenza di un assetto pluralista; con quali procedure un contratto collettivo di lavoro, negoziato dai sindacati sulla base di un mandato associativo, di natura privatistica, può essere applicato a tutti i lavoratori interessati. All’articolo 41 si parla di iniziativa economica privata, come se ci si riferisse ad un valore spurio, in “libertà vigilata”, con cui il legislatore del 1948 ha stretto un compromesso in attesa di tempi migliori. Il terzo comma recita infatti che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Non sembra, forse, di essere nella DDR a prefigurare una sorta di piano quinquennale d’infausta memoria? Si nega, in definitiva, la "funzione sociale" del mercato stesso come ambito in cui garantire la libertà di iniziativa economica nella convinzione che da essa, non dagli “indirizzi” politici, scaturiscano anche i migliori risultati in termini di crescita economica ed occupazionale.

La medesima cultura statalista ricompare subito dopo all’articolo 42 dove si afferma che la proprietà è pubblica o privata e che i beni economici appartengono (si noti la sequenza) “allo Stato, ad enti o a privati”. Anche gli articoli 43 e 44 sono  buoni testimoni di una visione tipica del socialismo reale (possibilità di esproprio indennizzato - anche mediante il trasferimento a "comunità di lavoratori o utenti" -nei confronti da aziende che gestiscono servizi pubblici essenziali, fonti d’energia, situazioni di monopolio, riforma agraria nella logica della “terra a chi la lavora”). Insomma, tutto il contrario di quanto si sta portando avanti ora. Dulcis in fundo, l’articolo 46, nel quale è riconosciuto ai lavoratori il diritto a collaborare “nei modi e nelle forme previste dalle leggi” alla gestione delle aziende. Sia chiaro, anche adesso è aperto un dibattito sulla partecipazione dei lavoratori, ma quanto previsto dall’articolo 46 ricorda, proprio, quei consigli di gestione (piccoli soviet)  istituiti nelle fabbriche del Nord nell’immediato secondo dopoguerra. In sostanza il peso delle ideologie del secolo scorso è del tutto evidente. Tutto questo va molto al di là di alcuni retorici richiami all'"economia sociale di mercato" e allo "sviluppo sostenibile" che pure caratterizzano i principi generali della bozza di Trattato costituzionale europeo varata dalla Convenzione e oggi all'attenzione dei Governi dei paesi membri. Ma, soprattutto, è in contrasto con le disposizioni dei Trattati vigenti in materia di rapporti economici all'Interno dell'Unione europea. Nessuna forza politica ragionevole, chiamata oggi ridisegnare i valori e i principi della Repubblica, potrebbe sottrarsi a rivedere profondamente norme ispirate a culture ormai archiviate dalla storia.