L’11 Aprile 1963 Giovanni XXIII, in pieno Concilio Vaticano II, emana l’enciclica Pacem in Terris, un’enciclica che si potrebbe definire quasi rivoluzionaria, sia per il linguaggio utilizzato (un linguaggio non strettamente teologico, ma accessibile a tutti, anche ai non credenti), sia per i destinatari a cui essa si rivolse (oltre al clero e ai fedeli, fu indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà), sia per aver messo in primo piano (e all’attenzione di tutti “gli uomini di buona volontà”) alcune tematiche particolarmente urgenti nel periodo considerato, ma di straordinaria attualità ed urgenza anche oggi: condizione della donna e suo ruolo nella Chiesa, situazione dei Paesi del Terzo Mondo nella loro fase, per alcuni, ancora coloniale (di allora) e post-coloniale (che sussiste ancor oggi) e soprattutto, il tema dell’ascesa socio-economica delle classi lavoratrici. Non solo, ma anche l’attenzione posta dal Pontefice di potenziare una struttura sovranazionale come l’allora nascente Onu, con i compiti di promuovere - investita di adeguata autorità ed autorevolezza - la pace e la giustizia tra le popolazioni e i loro Stati, fu una novità, come lo è anche oggi.
Le Acli, secondo quanto
riportato da alcuni dirigenti del periodo dell’enciclica, testimoni del
contesto in cui tale enciclica si venne attuare, inizialmente non riservarono
un’accoglienza adeguata al documento, prese da problemi interni alla loro
organizzazione e da problemi legati alla realtà socio-politica italiana del
periodo anche se poi le Acli stesse cominciarono un processo irreversibile di
attenzione sempre più progressiva verso le tematiche oggetto della Pacem in
Terris, particolarmente le tematiche relative ad ambiti extra-nazionali (pace e
giustizia a livello internazionale). (1)
E d’altronde, oggi, le Acli,
attraverso le varie strutture e/o associazioni che le compongono, sono
impegnate in prima linea nella promozione di valori come la pace, la giustizia
tra i popoli, avendo come riferimento la persona umana nella sua totalità, ma
anche altre tematiche come la condizione della donna oggi, nella società e
nella Chiesa, oltre che la loro attenzione e il loro impegno pratico verso le
problematiche legate al mondo del lavoro.
Abbiamo intervistato il
Michele Giacomantonio come testimone di tale impegno, di rendere innanzitutto attuale
la Pacem in Terris, attraverso un processo che va dalla comprensione del
dirompente messaggio di tale enciclica all’interno delle Acli a tutti i
livelli, fino all’annuncio di tale messaggio a tutti gli uomini di buona
volontà, utilizzando un linguaggio adeguato ai tempi attuali.
Dottor Giacomantonio, nel
suo articolo presente nell’opera di Casula e Scarpitti,
ha trattato di Pacem in Terris come “Manifesto di tolleranza nell’epoca della
globalizzazione e dei fondamentalismi”(2). Come potrebbe, secondo lei, la Pacem
in Terris, mostrare il suo “potenziale profetico” in un’epoca come quella
odierna, a partire dalla realtà ecclesiale?
Quattro
anni fa, quando scrissi quel contributo, il grande movimento mondiale
dell’opinione pubblica per la pace ed i diritti umani era in una fase
fortemente propulsiva sospinto, in particolare, da un “no” forte alla guerra in Iraq. In realtà
però la capacità manipolatrice dei governi e degli interessi forti si è
rivelata più penetrante ed efficace di come allora poteva apparire. Ce lo dice
la riconferma di Bush a presidente degli USA malgrado in quel grande
paese, i sondaggi dicano, che la volontà
di ritirare le truppe cresca di mese in mese. E le cose non vanno meglio in
relazione ad una grande potenza mondiale come la Russia di Putin, dove il
cammino verso la democrazia – malgrado l’ottimismo di Gorbaciov – sembra oggi
contrastato da forti segnali di ritorno all’autocrazia e di insofferenza nei
confronti di una opinione pubblica veramente libera. Anche in Italia d’altronde
il forte movimento della pace unitario e battagliero – con l’assunzione del
centro sinistra di responsabilità di governo – è percorso oggi da forti tensioni di natura strategica fra
chi è per il “no” alla guerra ed all’uso delle armi “senza se e senza ma” e chi
invece si vuole fare carico – sotto l’egida dell’ONU – di sostenere, in regioni
particolarmente difficili, le deboli democrazie locali contro la violenza
fondamentalista e terrorista.
Non
è che oggi il movimento sia in crisi ma sembra traversare una di quelle fasi
carsiche dove pare ritirarsi fino quasi a sparire per poi ricomparire
improvvisamente più avanti. E d’altronde le manifestazioni in piazza e per le
strade, le bandiere ai balconi non sono le uniche forme per verificarne la
vitalità, anzi… Non bisogna infatti trascurare il grande lavorio – che si
sviluppa soprattutto in una miriade di circoli e di dibattiti promossi sul
territorio e, più recentemente, nelle
migliaia e migliaia di blog disseminati in internet – per approfondire aspetti particolari ma non secondari in
relazione ai diritti ed alle responsabilità, alla tutela dell’ambiente, alla
responsabilizzazione dei giovani, alla parità dei sessi, al significato ed il
ruolo dell’immigrazione, ecc.
Forse
quello che sembra mancare oggi è una grande spinta ideale e profetica in
avanti. E per quanto riguarda la Chiesa, non si tratta di rimpiangere la
personalità carismatica e di grande comunicatore di Giovanni Paolo II che pure
indubbiamente un significato ha avuto, ma forse di recuperare il coraggio di
continuare a leggere i segni dei tempi proponendo messaggi forti in relazione
ai destini dell’umanità in confronto alla riproposizione di problemi, pure
importanti e non trascurabili, dell’ecclesiologia e del recupero di antiche
tradizioni e liturgie.
Le Acli, sia attraverso le
loro strutture (Ipsia, Dipartimento Pace e Sviluppo,
ecc.), sia attraverso le iniziative in cui sono impegnate in prima linea, come
organizzatrici o co-organizzatrici, o come semplici aderenti, in che modo
possono testimoniare, diffondere, e, perché no, realizzare il messaggio
giovanneo di un mondo in cui valori come Verità, Giustizia, Amore e Libertà
siano davvero fondanti, avendo come obiettivo finale la persona nella sua
totalità?
Come
dicevo, il movimento dell’opinione pubblica per la pace ed i diritti non si
esprime solo in manifestazioni eclatanti ma, prima di queste e fianco a queste,
c’è tutto un lavorio nella società fatto di formazione, di costruzione di
relazioni, di presenza capillare sul territorio per tutelare, promuovere,
sostenere, sempre partendo dal basso, con le armi povere della formazione e
della partecipazione correlate alla capacità di analizzare e progettare, ma
cercando di essere sempre attenti a dare un respiro più ampio all’azione con
attenzione alla capacità di influire e forse di incidere sui meccanismi di
sviluppo. Un lavorìo quotidiano, metodico, spesso
sconosciuto. Questo fanno le ACLI assieme a tante associazioni di volontariato,
a movimenti educativi e sociali. E lo fanno in Italia, ma anche nei paesi dove
tradizionalmente si dirigeva l’emigrazione italiana (Francia, Germania, Olanda,
Belgio, America del nord ed America del sud, Australia…) e, più recentemente,
in quelli dove più forte è la domanda di solidarietà per la difesa dei diritti e
per lo sviluppo (nei paesi dell’ex Jugoslavia ed in Africa).
La
grande forza delle Acli è sempre stata quella di vivere la propria missione
sociale sentendosi profondamente radicate nella fede in Gesù Cristo ma anche
fortemente convinte del valore della laicità che permette loro di lavorare con
tutti gli uomini di buona volontà cercando ciò che unisce. La società per le
ACLI è infatti non è mai un campo di battaglia in cui schierarsi con
l’obbiettivo di imporre agli altri le nostre posizioni ma piuttosto una
palestra di confronto e di dialogo dove ognuno porta i propri valori e le
proprie idee ma accetta di verificarle con i valori e le idee degli altri ed
eventualmente di correggerle, cambiarle, approfondirle. Questo significa
laicità, che non è mai accondiscendenza ad un relativismo di valori ma
consapevolezza che ogni valore, anche quelli cosiddetti “non negoziabili”,
quando si traducono nella realtà devono assumere una forma. Ed un conto sono i
valori ed un altro la forma che essi assumono. E le forme sono sempre emendabili e perfezionabili.
Questo
lo dico in particolare in riferimento alla grande scommessa che rappresenta per
noi, in particolare in Sicilia, il confronto con gli immigrati e soprattutto
gli immigrati di fede mussulmana. Ho la convinzione che gran parte di quello
che sarà il futuro della convivenza a livello mondiale con la sconfitta dei
fondamentalismi e quindi dei terrorismi, si costruisce oggi nei nostri paesi
dell’occidente e nelle nostre città a cominciare da come sapremo accogliere e
relazionarsi con chi giunge da noi per lavorare o anche per radicarsi con la
propria famiglia. E’ qui che la tensione profetica deve guidarci.
Nella
nostra scuola di formazione regionale, quest’anno, abbiamo dedicato
all’immigrazione proprio una sezione e di grande interesse è stato il confronto
con un rappresentante del mondo Islamico ed i problemi che egli ci poneva del
diritto a vivere la propria fede a cominciare dai luoghi di culto, e del
rispetto della propria cultura.
Secondo lei, la Pacem in Terris può fare ancora presa in ambiti socio-culturali diversi dal nostro anche se legati da un rapporto di interdipendenza con il nostro contesto?
Torniamo
a guardare ai paesi del mondo mussulmano oggi così turbolenti e percorsi da
forti movimenti fondamentalisti e violenti. Anche lì, a ben guardare sono in
atto processi di umanizzazione e di democratizzazione. Penso soprattutto alla
lenta ma progressiva assunzione di responsabilità delle donne mussulmane che
rivendicano la loro emancipazione rispetto a tradizioni che la volevano
sottomessa, silenziosa e persino mutilata nel proprio fisico; penso alle scuole
coraniche che si predicano la tolleranza e la convivenza pacifica, penso ad una società civile che continua ad
esistere e riproporsi pur fra gli orrori della violenza. Tutto questo va
aiutato, sostenuto, tutelato ma non può essere mai imposto dall’alto e
soprattutto con la forza delle armi. Bush non potrà mai farcela in Iraq perché
democrazia e diritti umani non camminano a fianco dei missili e dei bazzooka. Con i missili ed i bazooka si costruiscono solo
cimiteri.
In che modo la Pacem in
Terris e il suo messaggio possono essere tradotti in una realtà problematica
come quella siciliana? Quale è e quale può essere il ruolo delle Acli siciliane
in tal senso?
La
Sicilia si trova oggi ad un cruciale crocevia, da una parte la via di uno sviluppo autopropulsivo fondato sulla valorizzazione delle risorse
endogene a cominciare dalla natura, dai
beni culturali, dall’intelligenza e dalla competenza delle persone, dall’altra
cercare di avere un ruolo in un modello
dominante che produce omologazione e dipendenza e che tutto subordina
alla massimizzazione del profitto ed agli interessi di grandi gruppi egemoni a
livello mondiale. Ed in una realtà come la nostra, profondamente segnata
dall’azione della mafia e dal clientelismo, perseguire la seconda via non può
che avere esiti devastanti sia sul piano dell’ambiente, con l’accentuarsi
dell’inquinamento, il degrado del territorio e l’espandersi dell’abusivismo,
sia sul piano civile, sociale ed umano a cominciare dalla banalizzazione delle
coscienze e dall’insignificanza delle esistenze, tutte protese alla ricerca del
guadagno divenendo la ricchezza l’unico valore capace di interessare e di
attrarre. Non parlo di scenari fantasiosi così cari alla fantascienza catastrofista, essi purtroppo sono più prossimi di quanto
avvertiamo.
Battersi
invece per uno sviluppo autopropulsivo vuol dire fare
crescere il protagonismo a livello economico, sociale e politico, vuol dire
moltiplicare la capacità di intrapresa individuale ed associata, la capacità di
analizzare e di progettare, chiedendo alle istituzioni di fare il loro dovere
non solo difendendo la legalità e combattendo la criminalità ma anche creando
le condizioni per questo sviluppo, tracciando le grandi linee di programmazione
dentro le quali può trovare spazio e ruolo il protagonismo dei soggetti
privati, raccordando queste linee con quelle della politica nazionale, europea,
internazione.
Solo
la strada dello sviluppo autopropulsivo, certamente
non solo in Sicilia, ma considerato a
livello globale, può garantire una realtà veramente multipolare
a livello internazionale che è la maggiore garanzia per evitare logiche
egemoniche e di dominio, riproponendo oggi, sotto altre forme il vecchio
colonialismo.
Ma,
andando alla radice, all’essenziale, il motore vero, ciò che distingue un
modello dall’altro modello, è la capacità di responsabilizzare le persone, di
farle essere veramente il centro di un meccanismo dinamico che collega realtà
economica, mondo sociale, vita politica ed istituzionale, rispettando i diversi
ruoli ma sapendo che ciascuno è chiamato a svolgere il proprio compito. Ed è
solo in questo sviluppo autopropulsivo che le
ACLI possono avere un ruolo. Prima nel
sostenerlo e nel ricercarlo, poi nello svolgere, al suo interno, il proprio
compito che è quello di creare consapevolezza nelle persone e coesione nella
società, di tutelare i diritti, di promuovere competenze e professionalità, di
fare crescere la capacità progettuale.
Nel 2010 la Sicilia avrà un
ruolo chiave in quanto inserita nel contesto dell’Area del Libero Scambio nel
Mediterraneo. Secondo lei, in che modo i siciliani dovrebbero e potrebbero
realizzare un’area di Libero Scambio non solo di merci ma di quei valori di cui
l’enciclica giovannea si fa promotrice?
Se
riuscirà ad incamminarsi lungo le vie di uno sviluppo autopropulsivo
la Sicilia potrà avere un ruolo chiave nel Mediterraneo altrimenti sarà destinata a divenire una delle tante
periferie del mondo, senza identità e quindi senza un messaggio. Camminando
lungo la strada dello sviluppo autopropulsivo invece,
essa potrà candidarsi a divenire il crocevia di quella grande piazza del
Mediterraneo dove si affacciano i popoli e le civiltà che hanno fatto la nostra
storia offrendo a tutti la testimonianza di una civiltà che ha saputo
moltiplicare i propri talenti. Se poi saremo stati in grado di realizzare una
convivenza proficua con le schiere di immigrati che ogni giorno bussano alle
nostre porte, facendone dei cittadini a titolo pieno rispettando le loro fedi e
le loro culture, allora avremo
dimostrato, che non l’egoismo e le logiche difensive garantiscono lo sviluppo
ed il benessere dei popoli ma l’accoglienza coraggiosa che punta a mettere in
comune il meglio delle culture e delle tradizioni.
Fra
l’VIII e il IX secolo, Palazzo dei Normanni a Palermo,
oggi sede della Assemblea Regionale Siciliana, fu il centro di colloqui di
cultura geografica, ma non solo geografica, fra Ruggero II e il geografo arabo Indrisi che per incarico del re disegnò i paesaggi costieri
della Sicilia. E numerose sono state le occasioni di contaminazione culturale
tanto che molte città siciliane devono la loro denominazione alla lingua araba
ed anche molti cognomi di famiglie siciliane. In più l’Islam lo ritroviamo in
molte nostre tradizioni, nel folcklore, nel costume,
nello stesso linguaggio. Il Regno di Sicilia fu nel Medioevo un crogiolo di
popoli, lingue e fedi non meno di come lo sono le metropoli di questo nostro
mondo globalizzato. Certo questa esperienza si concluse negativamente con
l’abbandono più o meno forzato degli arabi - dopo secoli di permanenza e pur
fra alterne vicende, di convivenza pacifica - dalla Sicilia. Potrebbe essere
ora il momento di riproporre questa esperienza di dialogo con una
consapevolezza maggiore che i confini e le distinzioni fra i popoli sono sempre
più relativi.
Infine, prendendo spunto dal
Suo articolo (3), come si può riuscire a rafforzare un’opinione pubblica che
sia davvero critica e non manipolata dall’uso spregiudicato di certi mass-media
e, in tal senso, anche per scongiurare in maniera definitiva il pericolo di una
società organizzata secondo i canoni orwelliani di 1984 e del “Grande Fratello”
in tale opera descritto?
Assunzione di
responsabilità, rafforzamento della convivenza, aspirazione al bene comune
globale, rappresentano – dicevamo quattro anni fa – un percorso educativo e
sociale che ogni persona è chiamata a promuovere a livello individuale e
comunitario. E’ un itinerario di crescita che di fatto opera già attraverso le
innumerevoli esperienze, metodologie, culture. Si tratta di acquisirne
consapevolezza soprattutto nei movimenti collettivi come antidoto ai
ripiegamenti ed agli accomodamenti ma anche alle radicalizzazioni
ed alle fughe in avanti.
Questo
è sempre più vero oggi con la consapevolezza che bisogna cercare sempre di
andare oltre le frontiere e gli steccati che si creano – fra credenti e non
credenti, occidentali e mussulmani, uomini e donne – non annullando le
differenze ma operando per superare le contrapposizioni.
Citazioni Bibliografiche:
(1). A. Scarpitti
e C.F. Casula (a cura di), Le Acli e la Pacem in Terris. Memoria, Attualità e
Profezia. Roma 2003, cfr. pagg. 26-36
(2). op. cit., cfr.
pagg.83-98.
(3).op. cit., cfr. pag.87.